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DEEP DIVE · MOVIES

Onore, vendetta, sacrificio. Una leggenda giapponese trasformata in fantasy, un uomo che non appartiene completamente a nessun mondo e quarantasette guerrieri che decidono di mantenere una promessa anche quando sanno già quale sarà il prezzo. Ma alcuni film, con il tempo, smettono di appartenere soltanto al cinema.

Scritto da cRASh

Questo articolo racconta anche il finale del film.

Dentro l’articolo
  1. Quando un film diventa un luogo
  2. Akō: prima del cinema, la storia
  3. La storia vera e la leggenda
  4. Kai: un uomo senza un posto
  5. Oishi e la disciplina dell’attesa
  6. Il prezzo di mantenere la parola
  7. L’onore: libertà o gabbia?
  8. Kai, Mika e il bisogno di appartenere
  9. Tra storia e fantasy
  10. La vittoria e le sue conseguenze
  11. Il film che portiamo dentro
  12. La memoria sa fare montaggio
  13. Essere fedeli a ciò che è stato
  14. Qualcuno non dimentica qualcuno
  15. Una porta su un tempo preciso
  16. Quello che resta di una promessa

Quando un film diventa un luogo

Ci sono film che scegli perché sono belli.

Altri perché ti sorprendono.

Altri ancora perché qualcosa dentro quella storia continua a chiamarti, anche quando sai già perfettamente cosa succederà.

Poi ce ne sono alcuni che, senza che tu te ne accorga, finiscono per appartenere a qualcuno insieme a te.

47 Ronin, per me, è sempre stato uno di quelli.

Ed è strano, perché non parliamo di un film perfetto.

Anzi.

Quando uscì nel 2013 venne accolto in maniera tutt’altro che calorosa.

Una produzione enorme.

Un budget enorme.

Keanu Reeves.

Creature.

Magia.

Samurai.

Giappone feudale trasformato in fantasy hollywoodiano.

E un risultato commerciale molto lontano dalle aspettative.

Con un budget dichiarato di circa 175 milioni di dollari, il film arrivò a poco più di 151 milioni nel mondo.

Sulla carta, un fallimento.

Ma i film non vivono soltanto sulla carta.

E soprattutto non vivono soltanto nel momento in cui escono.

Alcuni trovano il proprio posto dopo.

Nelle televisioni accese la sera.

Nei Blu-ray.

Nello streaming.

Nelle frasi ricordate.

Nelle persone con cui li hai guardati.

Nella strana geografia privata che costruiamo senza rendercene conto, dove un film smette di essere soltanto un film e diventa un luogo.

47 Ronin per me è anche quello.

Un luogo nel quale, ogni tanto, basta tornare.

Akō: prima del cinema, la storia

La storia che racconta viene da molto più lontano di Hollywood.

Molto più lontano di Keanu Reeves.

Molto più lontano del fantasy.

All’inizio del XVIII secolo, in Giappone, il daimyō Asano Naganori aggredì all’interno del castello di Edo l’alto funzionario Kira Yoshinaka.

Era il 1701.

Asano ferì Kira senza ucciderlo.

Per aver estratto la spada all’interno del castello dello shōgun venne immediatamente condannato al seppuku.

I suoi possedimenti furono confiscati.

I suoi samurai rimasero senza signore.

Diventarono rōnin.

Uomini che, secondo la struttura sociale e morale nella quale vivevano, avevano perso non soltanto un padrone.

Avevano perso il proprio posto.

Circa ventuno mesi dopo, quarantasette ex servitori di Asano portarono a termine ciò che avevano preparato in segreto.

Attaccarono la residenza di Kira.

Lo uccisero.

Portarono la sua testa sulla tomba del loro signore.

Poi si consegnarono.

La risposta del governo fu complicata.

Avevano violato la legge.

Ma il gesto incarnava contemporaneamente un’idea di lealtà che la stessa società samuraica considerava profondamente rispettabile.

Alla fine, quarantasei di loro furono autorizzati a morire attraverso il seppuku invece di essere trattati come comuni criminali.

La storia sarebbe diventata leggenda.

Poi teatro.

Puppet theater.

Kabuki.

Letteratura.

Stampe.

Cinema.

E soprattutto Chūshingura, la grande narrazione dei leali servitori che avrebbe contribuito a trasformare l’incidente di Akō in uno dei racconti più conosciuti della cultura giapponese.

La storia vera e la leggenda

Già qui bisogna però stare attenti.

La storia vera è più ambigua della leggenda.

Non sappiamo con assoluta certezza perché Asano attaccò Kira.

La versione tradizionale racconta di umiliazioni, offese e tensioni legate al protocollo.

Ma la documentazione storica non permette di ridurre tutto a una motivazione perfettamente chiara.

Ed è interessante.

Perché già tre secoli fa la realtà cominciò quasi immediatamente a diventare racconto.

Le persone hanno bisogno di dare una forma alle cose.

Un uomo viene umiliato.

I suoi servitori rimangono fedeli.

Aspettano.

Vendicano.

Muiono.

Onore.

Fine.

È una struttura perfetta.

La storia vera raramente lo è.

Kai: un uomo senza un posto

Hollywood, nel 2013, fa un passo ancora più grande.

Prende questa leggenda e decide di trasformarla in fantasy.

Draghi.

Streghe.

Creature.

Foreste.

Misticismo.

E soprattutto un personaggio che nella storia dei quarantasette rōnin non è mai esistito.

Kai.

Keanu Reeves.

Mezzo giapponese.

Mezzo straniero.

Un uomo trovato da bambino e cresciuto ad Akō, tollerato ma mai realmente accettato.

Non è samurai.

Non è completamente esterno.

Non appartiene davvero a nessuno dei due mondi.

Ed è proprio qui che il film trova, secondo me, qualcosa di molto più interessante della semplice spettacolarizzazione occidentale di una leggenda giapponese.

Kai è un uomo senza un posto.

E quindi è perfetto dentro una storia sui rōnin.

Perché anche loro, a un certo punto, diventano uomini senza un posto.

Prima appartengono a Lord Asano.

Poi Asano muore.

Il loro status scompare.

La loro funzione scompare.

La loro identità viene spezzata.

E improvvisamente Kai, l’uomo che non apparteneva completamente a niente, si trova accanto a uomini che hanno appena scoperto cosa significa perdere il mondo al quale appartenevano.

È uno dei motivi per cui il rapporto tra Kai e Oishi funziona meglio di quanto forse il film stesso riesca sempre a valorizzare.

Oishi è struttura.

Disciplina.

Tradizione.

Dovere.

Kai è margine.

Istinto.

Esclusione.

Due uomini che inizialmente sembrano rappresentare estremi opposti.

Eppure entrambi finiscono per essere definiti dalla stessa cosa.

La fedeltà.

Non quella comoda.

Quella che costa.

Oishi e la disciplina dell’attesa

Quando Lord Asano viene costretto al seppuku dopo essere stato manipolato e provocato dal perfido Lord Kira e dalla strega Mizuki, il film stabilisce il proprio mondo morale in maniera molto più semplice della storia reale.

Qui non esiste grande ambiguità.

Kira è il nemico.

Asano è la vittima.

La vendetta ha una direzione.

È un film.

Ha bisogno di costruirla.

Ma ciò che viene dopo continua comunque a essere interessante.

Perché Oishi non corre immediatamente con la spada in mano.

Aspetta.

Questo è il cuore della leggenda.

Aspettare.

Far credere di aver rinunciato.

Accettare l’umiliazione.

Sopportare il disprezzo.

Lasciare che il nemico abbassi la guardia.

È una forma di disciplina difficile da rappresentare oggi.

Viviamo in un tempo che premia la reazione immediata.

Succede qualcosa.

Rispondi.

Pubblica.

Attacca.

Difenditi.

Prendi posizione.

Adesso.

La vendetta dei quarantasette rōnin invece nasce dalla capacità di fare esattamente l’opposto.

Aspettare abbastanza a lungo perché una promessa possa diventare azione.

Oishi viene imprigionato.

Gli altri vengono dispersi.

Kai viene venduto come schiavo.

Tutto sembra finito.

È qui che la parola promessa diventa importante.

Il prezzo di mantenere la parola

Una promessa vale poco quando mantenerla non costa niente.

La parte interessante arriva quando mantenerla significa perdere qualcosa.

Carriera.

Libertà.

Sicurezza.

Reputazione.

Vita.

I rōnin sanno che il loro gesto non aprirà una nuova esistenza.

Non stanno combattendo per costruire un futuro per sé stessi.

Stanno combattendo per chiudere correttamente il passato.

È un concetto quasi incompatibile con il modo in cui siamo abituati a pensare oggi.

Normalmente facciamo qualcosa perché vogliamo ottenere un risultato.

Più soldi.

Più libertà.

Una persona.

Una posizione.

Una vittoria.

I quarantasette rōnin compiono un gesto sapendo che la ricompensa non arriverà.

Il risultato è il gesto stesso.

Mantenere la parola.

L’onore: libertà o gabbia?

E questo può sembrare romantico.

Ma il film non dovrebbe essere guardato dimenticando quanto sia terribile.

Questi uomini scelgono consapevolmente la morte.

La cultura dell’onore che li rende capaci di un gesto straordinario è anche quella che rende praticamente impossibile immaginare per loro un’altra vita.

È qui che la leggenda dei rōnin diventa molto più interessante di una semplice celebrazione samuraica.

L’onore è libertà?

Oppure gabbia?

Sei libero quando puoi scegliere di morire per ciò in cui credi?

Oppure sei prigioniero di un sistema nel quale vivere dopo il disonore non sembra nemmeno un’opzione?

47 Ronin non approfondisce veramente questa contraddizione quanto potrebbe.

È un blockbuster.

Ma la contraddizione rimane lì.

Sotto.

Ed è una di quelle cose che diventano più interessanti quando rivedi un film anni dopo.

Da giovane è facile pensare:

che gesto enorme.

Poi passa il tempo e inizi anche a chiederti:

quanto dolore deve contenere una cultura perché la morte possa diventare la soluzione più dignitosa?

Non serve avere una risposta.

È sufficiente che la domanda rimanga.

Kai, Mika e il bisogno di appartenere

Kai e Mika in 47 Ronin
Kai e Mika: appartenenza e sentimento, oltre il ruolo imposto. Immagine dalla galleria ufficiale Universal Pictures. © Universal Studios.

Poi c’è Kai.

Kai porta nel film un’altra idea.

Quella di essere accettati.

Lui ama Mika.

La figlia di Asano.

Naturalmente l’amore è impossibile.

Non soltanto perché la storia deve complicarsi.

Perché Kai non appartiene alla classe giusta.

Non possiede il sangue giusto.

Non possiede il ruolo giusto.

Non è abbastanza.

Ancora una volta il film prende una struttura molto semplice e la mette al centro di qualcosa di universale.

Essere giudicati da quello che siamo.

Oppure da ciò che gli altri hanno deciso che siamo.

Kai viene salvato da Asano.

Cresce accanto ai samurai.

Combatte.

Dimostra valore.

Ma non basta.

L’appartenenza non viene concessa automaticamente attraverso il merito.

A volte una società può riconoscere tutto ciò che sai fare e continuare comunque a ricordarti che sei diverso.

Keanu Reeves è particolarmente adatto a un personaggio del genere.

Gran parte del suo cinema migliore vive in protagonisti che sembrano trovarsi leggermente fuori posto dentro il mondo.

Neo.

John Wick.

Johnny Mnemonic.

Kai.

Persone che parlano meno di quanto accade intorno.

Osservano.

Assorbono.

E quando finalmente agiscono, il corpo diventa linguaggio.

Kai non è il personaggio più complesso della carriera di Reeves.

Ma possiede qualcosa che gli appartiene molto bene.

La solitudine.

Anche quando è circondato dagli altri.

Tra storia e fantasy

La creatura della sequenza di caccia in 47 Ronin
La leggenda incontra le creature del fantasy hollywoodiano. Immagine dalla galleria ufficiale Universal Pictures. © Universal Studios.

Poi c’è il fantasy.

Ed è probabilmente il punto nel quale 47 Ronin ha diviso maggiormente.

Chi cercava una trasposizione rispettosa e storicamente precisa della leggenda si è trovato davanti demoni, magia e mostri.

Chi cercava un fantasy d’azione puro ha ricevuto invece un film molto più lento e rituale di quanto il marketing facesse immaginare.

È quasi come se il film fosse rimasto intrappolato tra due identità.

Proprio come Kai.

Troppo fantasy per essere storia.

Troppo legato alla storia per diventare fantasy completamente libero.

E forse proprio questa stranezza è diventata, negli anni, parte del suo fascino.

La strega interpretata da Rinko Kikuchi.

Il drago.

La foresta dei Tengu.

Le creature.

Colori che improvvisamente rompono il rigore del Giappone feudale.

Il film non cerca realismo.

Costruisce una leggenda.

Questo è importante.

Perché Chūshingura stessa, nel corso dei secoli, non è mai stata semplicemente cronaca.

Ha continuamente trasformato la storia.

Cambiato nomi.

Aggiunto motivazioni.

Creato personaggi.

Riorganizzato eventi.

Il film del 2013 compie la trasformazione più hollywoodiana possibile.

Ma appartiene comunque a una tradizione di reinterpretazione.

La vittoria e le sue conseguenze

E poi arriva la battaglia.

L’assalto finale.

Quello che per tutto il film sappiamo debba arrivare.

I rōnin entrano.

Combattono.

Kira cade.

Mika viene liberata.

La promessa viene mantenuta.

In un altro film questo sarebbe il momento della vittoria.

Musica.

Abbracci.

Fine.

47 Ronin non può finire lì.

Perché la leggenda non finisce con la vendetta.

Finisce con le conseguenze.

Lo shōgun riconosce il valore dei rōnin.

Comprende l’onore dietro ciò che hanno fatto.

Ma hanno comunque infranto la legge.

Devono morire.

Ed è qui che tutto il fantasy scompare improvvisamente.

Niente magia.

Niente mostro da sconfiggere.

Niente espediente narrativo che salvi tutti all’ultimo secondo.

Hai fatto ciò che dovevi fare.

Hai vinto.

Ora devi morire.

È una conclusione devastante proprio perché non contiene sorpresa.

Loro lo sapevano.

Noi lo sappiamo.

La storia lo sa.

Ed è per questo che funziona.

L’onore non è la ricompensa dopo la vittoria.

È ciò che rende possibile accettare il prezzo della vittoria.

Kai è finalmente riconosciuto.

Finalmente appartiene.

Finalmente gli viene concesso ciò che per tutta la vita gli era stato negato.

E naturalmente succede quando non gli servirà più.

È terribile.

Ed è bellissimo.

Perché a volte passiamo una vita a desiderare l’approvazione di qualcuno.

Una persona.

Una famiglia.

Un gruppo.

Una società.

Un mondo.

Poi magari arriva.

E scopriamo che ciò che abbiamo attraversato per ottenerla ci ha già cambiati abbastanza da renderla quasi irrilevante.

Kai muore come samurai.

Ma probabilmente lo era già molto prima che qualcuno fosse disposto ad ammetterlo.

Il film che portiamo dentro

Ed è qui che il film entra in quella zona che mi interessa davvero.

Non la storia.

Non il fantasy.

Non il box office.

La memoria.

Perché ci sono film che non riesci più a giudicare soltanto come oggetti.

Sai perfettamente che hanno difetti.

Li vedi.

Puoi elencarli.

Puoi leggere le recensioni.

Puoi guardare Rotten Tomatoes.

Puoi sapere che la produzione è stata complicata, che il film è costato circa 175 milioni di dollari e che l’incasso mondiale si è fermato intorno ai 152 milioni.

Tutto vero.

Ma nessuno di quei numeri sa con chi lo guardavi.

Nessun critico può misurare questo.

Nessun box office.

Nessun algoritmo.

Ed è forse una delle cose che amo di più del cinema.

Due persone possono guardare esattamente lo stesso film.

Stessi fotogrammi.

Stesse musiche.

Stessi attori.

Stessa durata.

E portarsi a casa due opere completamente diverse.

Perché una parte del film viene proiettata sullo schermo.

L’altra la porti tu.

Le persone che avevi accanto.

L’età.

La casa.

Il momento.

Ciò che stava succedendo nella tua vita mentre quelle immagini entravano.

È per questo che qualche volta torniamo su film che il mondo ha già archiviato.

Non stiamo necessariamente tornando alla storia.

Stiamo tornando a noi.

La memoria sa fare montaggio

E no.

Non significa che bisogna idealizzare tutto ciò che appartiene al passato.

La memoria è bravissima a fare montaggio.

Taglia.

Sposta.

Addolcisce.

Lascia fuori scene intere.

Forse è anche per questo che bisogna trattarla con attenzione.

Ma alcuni collegamenti rimangono.

Una canzone.

Un posto.

Un profumo.

Un film.

Non perché vogliamo necessariamente tornare lì.

Semplicemente perché quella cosa ha assorbito una parte del tempo trascorso insieme a qualcuno.

E il tempo non può essere disassociato retroattivamente.

47 Ronin per me appartiene anche a questo territorio.

Essere fedeli a ciò che è stato

Forse è anche per questo che il suo tema della promessa mi colpisce diversamente oggi.

Le promesse sono strane.

Quando le facciamo, normalmente immaginiamo che mantenere una promessa significhi continuare qualcosa.

Restare.

Esserci.

Non andare via.

Ma la vita insegna anche un altro tipo di fedeltà.

Quella verso qualcosa che non esiste più nella stessa forma.

Un periodo.

Una persona nella versione in cui l’avevi conosciuta.

Un rapporto.

Un pezzo di vita.

Non puoi conservarlo.

E forse non dovresti.

Ma puoi decidere che il fatto che sia finito non renda falso ciò che è stato.

Questo per me è importante.

Perché oggi sembra quasi obbligatorio riscrivere il passato in base a come è finito.

Se finisce male, allora era tutto sbagliato.

Se una persona cambia, allora quella che ricordavi non è mai esistita.

Se qualcosa si rompe, allora era già rotto dall’inizio.

Non credo funzioni così.

Le persone sono state ciò che sono state.

I momenti sono esistiti.

La felicità non diventa automaticamente falsa perché un giorno è finita.

Il dolore successivo non possiede il diritto di cancellare tutto ciò che lo precedeva.

E forse è questo il punto in cui una storia sui quarantasette rōnin riesce, dopo tre secoli, a toccare qualcosa che non c’entra più niente con samurai, shōgun o vendette.

Che cosa significa essere fedeli a ciò che è stato?

Non necessariamente alle persone.

Non necessariamente alle promesse letterali.

Alla verità del ricordo.

Riconoscere che una cosa ha avuto valore senza pretendere che debba averlo per sempre nello stesso modo.

Forse è una forma più adulta di onore.

Non morire per il passato.

Non viverci dentro.

Non falsificarlo.

Ricordarlo per quello che è stato.

E andare avanti.

Qualcuno non dimentica qualcuno

I quarantasette rōnin scelgono una strada molto diversa.

La loro cultura, il loro tempo e il loro codice li portano fino alla morte.

Non apparteniamo a quel mondo.

Per fortuna.

Ma capiamo la forza simbolica di quello che fanno.

Hanno detto:

non dimenticheremo.

E mantengono quella decisione quando sarebbe molto più semplice ricominciare altrove.

Forse è proprio questo che ha permesso alla loro storia di sopravvivere.

Non la vendetta.

La memoria.

Il fatto che alcune persone abbiano deciso che la morte del proprio signore non poteva essere semplicemente assorbita dal tempo.

Più di trecento anni dopo ne stiamo ancora parlando.

Naturalmente la memoria ha trasformato tutto.

Storia.

Leggenda.

Teatro.

Cinema.

Keanu Reeves.

Draghi.

Magia.

Ma sotto ogni versione rimane una cosa.

Qualcuno non dimentica qualcuno.

È una delle idee più semplici del mondo.

Ed è forse una delle più potenti.

Ci sono persone che smettiamo di vedere.

Persone che cambiano.

Persone dalle quali ci allontaniamo.

Persone che magari non riconosceremmo più completamente se tornassero davanti a noi.

Eppure esiste una versione di loro che continuerà sempre a vivere in un posto preciso della nostra memoria.

Non perché siamo rimasti fermi.

Perché eravamo lì quando quella versione esisteva.

Nessun finale può riscrivere quel momento.

Una porta su un tempo preciso

E così posso rivedere 47 Ronin oggi.

Vedere tutto ciò che nel 2013 non notavo.

I limiti.

Le ingenuità.

L’enorme produzione hollywoodiana appoggiata su una leggenda molto più complessa.

Le libertà.

La fantasia.

Le occasioni mancate.

Ma posso vedere anche qualcos’altro.

Un film che ormai non appartiene soltanto alla propria storia.

Una porta.

E dall’altra parte c’è un tempo preciso.

Non voglio tornarci.

Questo è importante.

Non tutti i ricordi sono inviti.

Alcuni sono semplicemente luoghi che sappiamo ancora raggiungere.

Ci passi davanti.

Li riconosci.

E continui.

Forse è questo che significa davvero ricordare.

Non vivere nel passato.

Non cancellarlo.

Lasciarlo esistere.

Quello che resta di una promessa

47 Ronin parla di uomini disposti a morire per mantenere una promessa.

Io oggi credo che esistano promesse molto meno spettacolari.

E forse più difficili.

Non permettere al modo in cui una storia finisce di distruggere completamente ciò che quella storia è stata.

Non trasformare automaticamente ogni ricordo in rimpianto.

Non mentire a se stessi.

Accettare che qualcosa possa essere stato bello e, contemporaneamente, essere finito.

Il cinema può fare anche questo.

Conservare una stanza che non esiste più.

Una sera.

Due persone davanti allo stesso schermo.

Una storia che parla di onore, vendetta e uomini che non vogliono dimenticare.

Poi passano gli anni.

Il film rimane.

Le persone cambiano.

E tu scopri che forse la parte più importante di quella storia non era mai stata la vendetta.

Era la promessa.

Non quella di tornare.

Non quella di restare.

Solo quella, molto più silenziosa, di non fingere che niente sia mai successo.

Alcune promesse si mantengono restando.

Altre andando via.

Altre ancora semplicemente ricordando.

I quarantasette rōnin hanno attraversato più di tre secoli perché qualcuno continuasse a raccontare ciò che avevano fatto.

Questo film, invece, per me attraversa il tempo per una ragione molto più piccola.

E proprio per questo molto più personale.

Ogni volta che torna sullo schermo mi ricorda una cosa semplice.

Ci sono storie che finiscono.

E poi ci sono le cose che quelle storie ci hanno lasciato.


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