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FEATURE · MOVIES / STUDIOS
Non esiste davvero un “film A24”. Eppure basta vedere quel logo per aspettarsi qualcosa. Da Moonlight a Midsommar, da The Lighthouse a Everything Everywhere All at Once: in poco più di un decennio A24 è riuscita in qualcosa che Hollywood sembrava aver dimenticato. Convincerci che anche il nome dello studio potesse significare gusto.
Scritto da cRASh
Dentro l’articolo
Prima arriva il logo.
Tre caratteri.
A24.
Niente fanfara.
Niente castello.
Niente globo.
Niente leone.
Eppure per una parte del pubblico quel logo produce ormai una reazione precisa.
Aspettativa.
Curiosità.
Forse perfino fiducia.
Non sai ancora se vedrai horror, fantascienza, dramma, commedia, qualcosa di minuscolo oppure qualcosa di completamente folle.
Ma pensi:
vediamo cosa hanno trovato questa volta.
È strano.
Perché gli studi cinematografici dovrebbero essere invisibili.
Il pubblico normalmente ricorda gli attori.
I registi.
I personaggi.
I franchise.
Raramente qualcuno entra in sala perché ama una società di produzione o distribuzione.
A24 ha cambiato questa relazione.
Non ha soltanto costruito un catalogo.
Ha costruito un pubblico disposto a seguire il gusto di chi quel catalogo lo sceglie.
È una differenza enorme.
2012: il gusto diventa una scelta
A24 nasce a New York nel 2012, fondata da Daniel Katz, David Fenkel e John Hodges, in un periodo nel quale il cinema indipendente americano stava cercando un nuovo modo di raggiungere un pubblico giovane e già profondamente online. La scommessa non era semplicemente produrre piccoli film. Era capire come trasformare opere difficili da collocare nel sistema tradizionale in eventi culturali abbastanza riconoscibili da trovare il proprio pubblico.
All’inizio A24 distribuisce.
Poi produce.
Poi diventa qualcosa che nessuna delle due parole riesce a descrivere completamente.
Perché a un certo punto non importa più soltanto che un film sia prodotto da A24.
Importa che sembri una scelta A24.
E attenzione.
Questo non significa che tutti i film A24 siano uguali.
È quasi il contrario.
Spring Breakers non è Moonlight.
Hereditary non è Lady Bird.
Uncut Gems non è The Green Knight.
The Lighthouse non è Everything Everywhere All at Once.
Civil War non è Past Lives.
Non c’è una fotografia unica.
Non c’è un genere unico.
Non c’è una formula narrativa unica.
Quello che li collega è qualcosa di molto più difficile da costruire.
La sensazione che qualcuno abbia preso una decisione.
Che quel film non sia semplicemente il risultato di una ricerca di mercato.
Che dietro ci sia una voce abbastanza precisa da poter dividere il pubblico.
Ed è forse questa la vera identità A24.
Non l’estetica.
Il rischio.
Hollywood per decenni ha costruito il proprio potere cercando di ridurre l’incertezza.
Se qualcosa funziona, ripetilo.
Se un personaggio funziona, costruisci un franchise.
Se un pubblico esiste, dagli qualcosa che riconosca.
A24 ha costruito buona parte della propria reputazione facendo una cosa diversa:
rendendo interessante proprio quello che non riuscivi ancora a riconoscere.
Non sempre funziona.
E questa parte è fondamentale.
A24 ha distribuito e prodotto film accolti male.
Film che hanno perso denaro.
Film che hanno diviso anche violentemente critica e pubblico.
Ma se vuoi costruire una reputazione sul rischio devi accettare una conseguenza molto semplice.
Ogni tanto devi sbagliare.
Altrimenti non stai rischiando.
Stai soltanto fingendo.
Moonlight: la porta laterale di Hollywood

Poi arriva Moonlight.
Barry Jenkins.
Un film intimo, delicato, costruito attorno all’identità, alla crescita, alla mascolinità, al desiderio e a tutto ciò che non riusciamo a dire.
Nel 2017 vince l’Oscar come miglior film.
Anche nel modo più assurdo possibile.
Per qualche minuto sul palco sembra aver vinto La La Land.
Poi si scopre l’errore.
Busta sbagliata.
Confusione.
Moonlight è il vero vincitore.
Quasi perfetto per A24.
Persino quando conquista il centro assoluto di Hollywood, sembra farlo passando da una porta laterale.
Poi arrivano altri film.
Altri registi.
Robert Eggers.
Ari Aster.
Safdie.
Greta Gerwig.
Alex Garland.
Sofia Coppola.
Sean Baker.
Jonathan Glazer.
Celine Song.
E lentamente A24 costruisce qualcosa che gli studios tradizionali possedevano un tempo e che avevano quasi completamente perso.
Un’identità editoriale.
È una definizione che mi interessa molto.
Perché forse A24 è più vicina a un magazine che a uno studio classico.
Un magazine non deve pubblicare ogni mese lo stesso articolo.
Deve convincerti che chi sceglie cosa pubblicare possiede un punto di vista.
A24 fa qualcosa di simile con il cinema.
Non sai che film arriverà.
Ma sai chi lo ha scelto.
Tutto, ovunque, anche agli Oscar

Nel 2023 arriva il momento nel quale quella strategia entra definitivamente nel centro dell’industria.
Everything Everywhere All at Once vince sette Oscar, compresi miglior film, regia, sceneggiatura originale e tre dei quattro premi attoriali; nello stesso anno Brendan Fraser vince il quarto premio attoriale per The Whale, altro titolo A24.
Per una notte lo studio nato poco più di dieci anni prima domina gli Academy Awards.
Ma il risultato più interessante non sono nemmeno le statuette.
È che Everything Everywhere All at Once non sembra un film progettato per vincere sette Oscar.
Universi paralleli.
Hot dog al posto delle dita.
Rocce.
Kung fu.
Tasse.
Madri.
Figlie.
Fallimento.
Amore.
Tutto contemporaneamente.
È proprio questo che rende quella vittoria importante.
A24 non è arrivata al centro diventando più normale.
Per una volta è stato il centro a spostarsi verso qualcosa di strano.
Il logo esce dallo schermo
Poi succede un’altra cosa.
Il logo comincia a uscire dallo schermo.
Magliette.
Cappelli.
Libri di sceneggiatura.
Vinili.
Blu-ray.
Poster.
Oggetti assurdi costruiti attorno ai singoli film.
Merchandising che non sembra il reparto souvenir di un multiplex.
Alcuni prodotti finiscono esauriti rapidamente e sviluppano persino un mercato secondario.
GQ ha raccontato questa contaminazione tra cinema e streetwear come una nuova forma di “auteurcore”; The Guardian ha osservato come A24 sia riuscita a trasformare persino il proprio merchandising in oggetto di culto.
E qui succede qualcosa di culturalmente interessante.
Qualcuno mette una maglietta A24.
Pensate a quanto sia strano.
Non una maglietta con un attore.
Non con il poster di un film.
Con il nome della società che lo ha distribuito.
Chi andrebbe in giro con una maglia Warner Bros. semplicemente perché ama “il gusto Warner”?
Chi si tatuerebbe il logo di Paramount perché si fida automaticamente del film successivo?
A24 è riuscita a trasformare uno studio in un segnale di appartenenza.
E nel 2026 questa strategia è ancora più evidente.
AAA24 non è soltanto una newsletter o un club simbolico: negli Stati Uniti costa attualmente $9,99 al mese o $99 l’anno e comprende, tra le altre cose, un biglietto per ogni film A24 nel weekend di apertura, zine, sconti, contenuti esclusivi, crediti mensili e accesso anticipato al merch.
Non stai semplicemente seguendo uno studio.
Ti iscrivi allo studio.
È cinema trattato quasi come una cultura musicale.
Come una label.
Come un brand streetwear.
Come una community.
E il sito A24 stesso racconta bene questa trasformazione: film, shop, podcast, colonne sonore, libri, collectibles e membership convivono ormai nella stessa esperienza.
Il film non è più necessariamente il punto finale.
È il centro da cui partono altri oggetti culturali.
Crescere senza diventare prevedibili
Eppure qui nasce anche il problema.
Perché ogni sottocultura che diventa abbastanza forte rischia inevitabilmente di trasformarsi in ciò che inizialmente sembrava rifiutare.
A24 è cresciuta.
Produce più cose.
Gestisce budget più grandi.
Entra in televisione.
Si espande nella musica.
Sperimenta col teatro.
Lavora a produzioni sempre più ambiziose.
Il New Yorker nel 2025 descriveva proprio questa tensione: lo studio noto per piccoli film provocatori sta cercando di capire se può muoversi anche verso produzioni più grandi senza perdere ciò che lo ha reso culturalmente riconoscibile.
È il problema di ogni cosa alternativa quando funziona.
Se rimani piccolo, puoi continuare a essere puro.
Se cresci, devi scoprire se quella purezza era davvero identità oppure soltanto dimensione.
A24 adesso è lì.
Tra l’indie e lo studio.
Tra film e brand.
Tra culto e mainstream.
E forse sarà proprio questa la parte più interessante dei prossimi anni.
Capire se è possibile diventare grandi senza diventare prevedibili.
Perché non basta mettere A24 davanti a un film per renderlo interessante.
E prima o poi il logo può smettere di essere una promessa e diventare semplicemente un logo.
La reputazione culturale funziona in modo crudele.
Ci vogliono anni per costruirla.
Bastano poche decisioni sbagliate per trasformarla in marketing.
CRASHVERSE VERDICT — Una firma
Ma per ora A24 continua a possedere qualcosa di rarissimo.
Quando appare quel logo, non sappiamo cosa vedremo.
Ma siamo disposti a guardare.
E forse questo è il risultato più importante.
In un’industria ossessionata dai franchise, A24 ha costruito un franchise senza personaggio.
Il personaggio è il gusto.
Non esiste un A24 Cinematic Universe.
Non ne serve uno.
Il vero universo è fatto da tutte quelle persone che vedono tre caratteri comparire sullo schermo e pensano:
forse questa volta sarà strano.
Forse mi farà arrabbiare.
Forse non capirò tutto.
Forse lo odierò.
Forse me lo porterò dietro per anni.
Ma difficilmente sarà soltanto rumore.
E in un momento nel quale abbiamo più contenuti di quanti potremmo consumare in dieci vite, forse il nuovo lusso non è avere ancora più scelta.
È avere qualcuno del cui gusto puoi fidarti abbastanza da permettergli di scegliere per te.
A24 non è diventata un genere.
È diventata qualcosa di ancora più difficile.
Una firma.


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