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DEEP DIVE · NERD CULTURE / ANIME & MANGA

È uscito nel 1988. Era ambientato nel 2019. Siamo nel 2026 e Neo-Tokyo continua a sembrare avanti a noi. Katsuhiro Otomo non aveva bisogno di prevedere smartphone, social o intelligenza artificiale. Gli bastavano una città pronta a esplodere, due ragazzi su una moto e la certezza che il progresso non avrebbe sistemato l’essere umano.

Scritto da cRASh

Dentro l’articolo

Il testo discute anche gli sviluppi e il finale del film.

Rosso.

La prima cosa che ricordo è il rosso.

La moto.

La scia.

Le luci di Neo-Tokyo che sembrano continuare all’infinito.

Poi velocità.

Strade.

Gang.

Esplosioni.

Edifici enormi.

Una città che dovrebbe rappresentare il futuro ma che sembra già stanca del futuro stesso.

AKIRA arriva nei cinema giapponesi nel 1988.

La storia comincia con Tokyo che esplode.

Poi saltiamo in avanti.

2019.

Neo-Tokyo.

Una nuova città costruita sulle macerie della vecchia.

Grattacieli.

Luci.

Tecnologia.

Olimpiadi in arrivo.

Proteste.

Terrorismo.

Corruzione.

Militari.

Adolescenti che attraversano la notte sulle moto perché forse muoversi abbastanza velocemente è l’unico modo di non sentire quanto tutto intorno sia rotto.

Guardato nel 1988 era futuro.

Guardato nel 2019 era inquietante.

Guardato nel 2026 continua a sembrare qualcosa che dobbiamo ancora raggiungere.

Ed è strano.

Perché il futuro di AKIRA è tecnicamente già passato.

Questa dovrebbe essere una delle cose più pericolose che possano accadere a un’opera di fantascienza.

Arriva la data.

La realtà la supera.

Il futuro immaginato diventa retro.

AKIRA non ha avuto questo problema.

Perché non dipende davvero dalle sue previsioni.

Non importa che Neo-Tokyo non esista.

Importa che la sensazione di Neo-Tokyo esista ancora.

Una città troppo grande.

Un potere politico sempre più distante.

Giovani che non riconoscono il mondo degli adulti.

Tecnologia avanzata utilizzata da istituzioni che non sembrano affatto altrettanto evolute.

Corpi trattati come strumenti.

Esperimenti giustificati dal progresso.

Una società convinta di poter controllare forze che comprende solo in parte.

Questa roba non è diventata vecchia.

Forse è diventata più leggibile.

Otomo costruisce una nuova macchina

Katsuhiro Otomo aveva già iniziato il manga Akira nel 1982.

Quando arriva il film, dirige personalmente l’adattamento.

Non cerca di comprimere semplicemente migliaia di pagine dentro due ore.

Costruisce una nuova macchina.

Più concentrata.

Più violenta.

Più sensoriale.

E soprattutto visivamente incredibile.

All’epoca Akira fu una produzione gigantesca per l’animazione giapponese: 327 colori nella palette, 50 creati specificamente per il film e una fluidità costruita alternando cadenze di animazione diverse, senza 24 disegni nuovi per ogni secondo dell’intero film.

Questo dettaglio tecnico però non spiega davvero quello che succede guardandolo.

Perché puoi conoscere il numero di colori.

Non puoi misurare l’impressione che Neo-Tokyo sia viva anche dove la telecamera non guarda.

È questa una delle sue qualità più grandi.

Il traffico.

Le pubblicità.

Le finestre.

Le strade.

I tunnel.

I locali.

I vicoli.

Le infrastrutture.

Ogni posto sembra esistere prima che Kaneda ci arrivi e continuare a esistere dopo che se ne va.

Non è una città costruita per ospitare la storia.

È una città nella quale la storia sembra essere capitata.

Il rosso di Kaneda

Kaneda e la moto rossa: un gesto diventato grammatica visiva.
Kaneda e la moto rossa: un gesto diventato grammatica visiva. Fonte: BFI. © Rispettivi titolari.

E poi c’è Kaneda.

Giacca rossa.

Moto rossa.

Arroganza.

Movimento.

Uno dei character design più riconoscibili della cultura pop.

La moto è diventata praticamente un oggetto mitologico.

Quante volte l’abbiamo vista rifatta?

Copiata.

Citata.

Ricreata.

Quel famoso slide laterale è diventato un gesto cinematografico che continua a riapparire in animazione, cinema, serie, videogame.

A un certo punto l’omaggio smette quasi di essere riferimento.

Diventa grammatica.

Kaneda e Tetsuo: la ferita prima del potere

Ma AKIRA non è Kaneda.

È il rapporto tra Kaneda e Tetsuo.

Ed è qui che sotto l’enorme superficie cyberpunk appare una storia molto più semplice.

Due ragazzi.

Uno sempre davanti.

Uno sempre dietro.

Uno naturalmente sicuro.

L’altro costretto a vivere dentro la sensazione di essere quello più debole.

Kaneda protegge Tetsuo.

Ma proteggere qualcuno può diventare anche un modo per ricordargli continuamente che ha bisogno di essere protetto.

Poi Tetsuo riceve potere.

Vero potere.

Enorme.

Incontrollabile.

Ed è lì che la storia diventa tragica.

Perché non utilizza quel potere soltanto per diventare forte.

Lo utilizza per cancellare tutto ciò che gli ha ricordato di essere stato debole.

La trasformazione non comincia nel laboratorio.

Era già dentro.

Rabbia.

Vergogna.

Inferiorità.

Bisogno di riconoscimento.

Il potere semplicemente elimina i freni.

Questa è una cosa che AKIRA comprende perfettamente.

Il potere non cambia necessariamente chi sei.

A volte amplifica quello che eri già.

E Tetsuo diventa letteralmente amplificazione.

Il corpo cresce.

Si deforma.

Perde limite.

Assorbe.

Espande.

Diventa qualcosa che non riesce più a contenere se stesso.

È body horror.

Fantascienza.

Metafora adolescenziale.

Potere politico.

Paura nucleare.

Tutto insieme.

Il corpo non può reggere ciò che gli è stato dato.

E probabilmente nemmeno la società.

Ricostruita, ma non guarita

Tetsuo: il potere amplifica una ferita già presente.
Tetsuo: il potere amplifica una ferita già presente. Fonte: BFI. © Rispettivi titolari.

Il Giappone nel quale nasce Akira porta ancora dentro di sé il trauma atomico e contemporaneamente vive una crescita economica, urbana e tecnologica impressionante.

Il futuro sembra vicino.

Forse troppo.

Otomo prende queste tensioni e costruisce una città che è contemporaneamente miracolo e malattia.

Neo-Tokyo è ricostruita.

Ma non è guarita.

È questa la differenza.

Puoi ricostruire edifici.

Strade.

Stadi.

Laboratori.

Non necessariamente le persone.

Il film si svolge alla vigilia delle Olimpiadi del 2020 nella sua timeline immaginaria.

Decenni dopo, Tokyo avrebbe davvero dovuto ospitare i Giochi nel 2020.

È una coincidenza diventata quasi leggendaria.

Ma anche questa non è la parte profetica più interessante.

La parte interessante è la città stessa.

Neo-Tokyo utilizza la tecnologia per nascondere vecchi problemi sotto superfici nuove.

Questo sì che ci appartiene.

Cambiamo interfaccia.

Aggiorniamo infrastruttura.

Ricostruiamo.

Digitalizziamo.

Automatizziamo.

Ma sotto, alcune cose rimangono incredibilmente analogiche.

Paura.

Potere.

Disuguaglianza.

Solitudine.

Rabbia.

Bisogno di appartenenza.

AKIRA è cyberpunk proprio per questo.

Non perché ci siano neon.

Il cyberpunk non è una palette.

Non è rosso e ciano.

Non è pioggia.

Non è una giacca con LED.

È la collisione tra tecnologia avanzata e esseri umani che continuano ad avere problemi antichissimi.

Un linguaggio che attraversa il mondo

Ed è qui che AKIRA si collega inevitabilmente a tutto quello che verrà dopo.

Ghost in the Shell.

The Matrix.

Il linguaggio visivo della fantascienza occidentale.

Animazione.

Video musicali.

Fashion.

Gaming.

Cyberpunk 2077.

L’opera di Otomo non è l’unica origine di queste cose, naturalmente.

Prima esistono Philip K. Dick.

Ridley Scott.

William Gibson.

Il cyberpunk americano.

Ma AKIRA prende quelle tensioni e crea qualcosa di specificamente giapponese, abbastanza potente da tornare poi in Occidente e modificare il modo in cui l’Occidente stesso immagina il futuro.

Il BFI lo considera uno dei cardini fondamentali del cyberpunk insieme a Blade Runner e Neuromancer, oltre che uno dei film che contribuirono in modo decisivo all’esplosione internazionale dell’anime.

Questa è forse una delle sue eredità più grandi.

Per una parte enorme del pubblico occidentale, AKIRA non fu semplicemente un film.

Fu la scoperta che l’animazione non significava ciò che pensavano significasse.

Non soltanto bambini.

Non soltanto commedia.

Non un genere.

Un medium.

Violenza.

Politica.

Sessualità.

Trauma.

Filosofia.

Architettura.

Body horror.

Cinema.

Tutto poteva stare dentro un film animato.

E poteva apparire più adulto, più complesso e più cinematografico di molti film live action.

2026: Neo-Tokyo torna sul grande schermo

Neo-Tokyo: la città vive anche oltre il bordo dell’inquadratura.
Neo-Tokyo: la città vive anche oltre il bordo dell’inquadratura. Fonte: BFI. © Rispettivi titolari.

Non è un caso che continui a tornare in sala.

Il 4 settembre 2026 AKIRA è rientrato nei cinema di Stati Uniti e Canada in 4K e IMAX, distribuito da Crunchyroll e Sony Pictures Entertainment.

Trentotto anni dopo.

Un film ambientato sette anni fa.

Su schermi costruiti con tecnologie che Otomo non aveva mai visto.

E funziona ancora.

Anzi.

Su un IMAX moderno accade una cosa quasi paradossale.

Non sembra un reperto restaurato.

Sembra che il formato finalmente abbia raggiunto la scala del film.

Perché Neo-Tokyo ha sempre voluto essere enorme.

Le strade.

Gli edifici.

Le esplosioni.

La trasformazione di Tetsuo.

Quel senso di città che continua oltre qualsiasi bordo.

AKIRA non chiede semplicemente di essere visto.

Vuole sovrastarti.

Un futuro che suona antico

E il suono fa la stessa cosa.

La colonna sonora di Geinoh Yamashirogumi non prende la strada elettronica ovvia che oggi assoceremmo immediatamente al cyberpunk.

Percussioni.

Voci.

Respiri.

Elementi tradizionali.

Il futuro non suona come un sintetizzatore.

Suona contemporaneamente antico e impossibile.

Ancora una volta Otomo rifiuta la soluzione più semplice.

Il futuro non cancella il passato.

Lo porta dentro.

E forse è questa la ragione per cui AKIRA continua a invecchiare così bene.

Non dipende dalle tecnologie che immagina.

Dipende dalle contraddizioni.

Ordine contro caos.

Stato contro individuo.

Amicizia contro potere.

Corpo contro mente.

Progresso contro controllo.

Ricostruzione contro trauma.

Giovani contro un mondo costruito da adulti che sembra non avere nessuna intenzione di spiegarsi.

Queste tensioni non hanno data.

Distruggere, ricostruire, ricominciare

Poi arriva il finale.

Distruzione.

Nuovamente.

Tokyo è già stata distrutta all’inizio.

Neo-Tokyo nasce dalla ricostruzione.

E poi tutto ricomincia.

Questa ciclicità è terrificante.

L’essere umano costruisce.

Raggiunge qualcosa.

Cerca di controllarlo.

Perde il controllo.

Distrugge.

Ricostruisce.

Dà un altro nome alla città.

Ricomincia.

Forse è questo il futuro più credibile di AKIRA.

Non una specifica moto.

Non una tecnologia.

Non il 2019.

Il fatto che continuiamo a ricostruire sopra problemi che non abbiamo risolto.

CRASHVERSE VERDICT — Sta aspettando noi

Siamo nel 2026.

L’anno di Neo-Tokyo è passato.

Le Olimpiadi immaginarie sono passate.

Eppure Kaneda continua a sembrare qualcuno arrivato da domani.

La moto continua a sembrare impossibile.

La città continua a sembrare avanti.

Tetsuo continua a fare paura.

Forse non perché Otomo avesse visto il futuro.

Forse perché aveva capito qualcosa di molto più utile.

Le tecnologie cambiano velocemente.

Le città cambiano.

Le mode cambiano.

Le interfacce cambiano.

Noi molto meno.

E così il futuro continua ad arrivare.

Nuovi schermi.

Nuove macchine.

Nuove intelligenze.

Nuovi sistemi.

Ma dentro ci portiamo ancora rabbia, paura, amore, bisogno di essere visti e quella vecchissima tentazione di utilizzare un potere appena scoperto prima ancora di aver capito cosa possa farci.

Ecco perché AKIRA continua a sembrare futuro.

Non sta aspettando che la tecnologia lo raggiunga.

Sta aspettando noi.


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