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MOVIES · ACTORS

Scritto da cRASh

Prima ha imparato a dominare una stanza senza alzare la voce. Poi ha imparato a incendiarla. Da Michael Corleone a Tony Montana, da Serpico a Frank Slade: più di cinquant'anni passati a mostrare cosa succede a un uomo quando desiderio, potere, rabbia e colpa smettono di poter convivere.

In questo articolo
  1. PRIMA IL SILENZIO
  2. TRE UOMINI, QUATTRO FILM
  3. POI IL FUOCO
  4. LA CREPA DENTRO LA FORZA
  5. DUE UOMINI ALLO STESSO TAVOLO
  6. IL MESTIERE, PRIMA DELLA CELEBRITÀ
  7. ANCORA DENTRO IL CINEMA
  8. IL SILENZIO CHE RESTA

Ci sono attori che riconosci dal volto. Al Pacino lo riconosci un attimo prima. Da qualcosa che sta per succedere. Da uno sguardo che rimane fermo mezzo secondo più del necessario. Dalla voce che improvvisamente si abbassa, costringendo tutti gli altri ad ascoltare. Da quella sensazione che il personaggio stia trattenendo qualcosa e che tu, seduto dall'altra parte dello schermo, non sappia ancora se stia per piangere, sorridere, sparare o distruggere la stanza. È forse questa la cosa più difficile da spiegare di Al Pacino. Perché l'immagine popolare che abbiamo costruito intorno a lui è fatta anche di esplosioni, urla, monologhi, occhi spalancati e frasi diventate leggendarie. Ma prima di tutto questo c'era il silenzio. E dentro quel silenzio c'era già tutto.

PRIMA IL SILENZIO

Quando arriva The Godfather, Al Pacino non è ancora Al Pacino. Ha lavorato a teatro, è cresciuto nel South Bronx, ha studiato recitazione e frequentato l'Actors Studio sotto la guida di Lee Strasberg. Nel cinema ha avuto da poco il suo primo vero ruolo da protagonista in The Panic in Needle Park. Non è la scelta ovvia per il film che Francis Ford Coppola sta preparando. Non è abbastanza famoso. Non sembra abbastanza imponente. Lo studio non è convinto. Coppola invece vede qualcosa.

E per qualche giorno sembra che Coppola abbia sbagliato.

Durante le prime riprese de Il Padrino, la Paramount pensa seriamente di sostituirlo. Pacino lo ha raccontato anni dopo: sul set circolava ormai la voce che sarebbe stato licenziato. Il problema era proprio ciò che oggi consideriamo geniale nella sua interpretazione. Michael Corleone sembrava troppo quieto. Troppo distante. Pacino non voleva mostrare immediatamente il gangster. Voleva che Michael partisse quasi fuori posto, ancora sospeso tra la famiglia dalla quale proviene e la vita americana che crede di poter scegliere. Solo così la trasformazione avrebbe fatto male davvero. Fu la scena del ristorante con Sollozzo e McCluskey a cambiare tutto. Coppola mostrò quelle immagini allo studio. E improvvisamente videro quello che lui e Pacino avevano visto dall'inizio.

È uno dei grandi paradossi della storia del cinema: Al Pacino rischiò di essere mandato via da The Godfather perché stava interpretando Michael Corleone esattamente nel modo che avrebbe reso Michael Corleone immortale.

Guardatelo all'inizio del film. È quasi morbido. È il figlio che dice a Kay che quella è la sua famiglia, non lui. È il ragazzo che ha combattuto in guerra e sembra convinto che il proprio destino possa esistere fuori da quelle stanze, da quei favori, da quegli uomini che parlano a bassa voce. Poi suo padre viene colpito. Qualcosa si sposta. Non avviene con un'esplosione. Avviene lentamente. Ed è proprio Pacino a permetterci di vedere quella porta chiudersi un centimetro alla volta.

Alla fine Michael non è semplicemente diventato suo padre.

È diventato qualcosa di ancora più freddo.

Ed è impressionante pensare che Pacino avesse poco più di trent'anni.

TRE UOMINI, QUATTRO FILM

Tra il 1972 e il 1975 succede qualcosa che, guardato oggi, sembra quasi irreale. The Godfather. Serpico. The Godfather Part II. Dog Day Afternoon. Quattro interpretazioni che sarebbero sufficienti da sole a costruire la reputazione di un attore per un'intera vita arrivano praticamente una dietro l'altra. La stessa casa editrice della sua autobiografia Sonny Boy descrive quel periodo come un'esplosione nella cultura popolare: nel giro di pochi anni Pacino passa dall'essere un attore emergente a uno dei volti fondamentali del cinema americano.

E soprattutto sono tre uomini completamente diversi, con Michael Corleone che attraversa due film.

Frank Serpico è un poliziotto che decide che esiste una linea che non vuole oltrepassare anche quando tutti gli altri l'hanno già cancellata. La barba cresce, i vestiti cambiano, l'isolamento aumenta. Più cerca di rimanere integro, più il mondo intorno a lui sembra considerarlo il problema.

Michael Corleone, al contrario, attraversa quella linea e continua a camminare.

Sonny Wortzik in Dog Day Afternoon è qualcos'altro ancora. Nervoso, vulnerabile, imprevedibile, disperato. Una rapina dovrebbe durare pochi minuti e diventa un assedio, uno spettacolo pubblico e una tragedia. Pacino passa continuamente dall'autorità al panico, dalla rabbia alla tenerezza. Non sai mai se Sonny controlli la situazione o se la situazione lo stia divorando. E proprio per questo non riesci a staccargli gli occhi di dosso.

Quattro film.

Tre uomini.

E già una delle carriere più importanti della sua generazione.

POI IL FUOCO

Poi arriva Tony Montana.

Ed è quasi come se Pacino decidesse di prendere tutto quello che aveva trattenuto nei primi anni e liberarlo contemporaneamente.

Scarface esce nel 1983 e Tony Montana non possiede nulla della compostezza di Michael Corleone. Michael eredita il potere e impara a renderlo invisibile. Tony arriva dal nulla e vuole che il mondo intero sappia che ce l'ha fatta. Michael chiude le porte. Tony compra una villa. Michael sussurra. Tony urla. Michael sembra desiderare che il potere non lasci tracce. Tony vuole che il potere abbia il suo nome scritto sopra a caratteri giganteschi.

Sono due gangster interpretati dallo stesso uomo e potrebbero appartenere a due specie differenti.

Ed è lì che si comprende quanto sia riduttivo parlare semplicemente dello “stile Al Pacino”.

Quale stile?

Il silenzio di Michael?

La febbre di Serpico?

La disperazione di Sonny?

La voracità di Tony?

Pacino non ha costruito una carriera interpretando sempre lo stesso uomo. Ha trascorso decenni studiando i diversi modi in cui un uomo può perdere il controllo.

Tony Montana lo perde inseguendolo.

Vuole denaro. Vuole rispetto. Vuole Elvira. Vuole la casa. Vuole il mondo. E quando finalmente sembra aver ottenuto tutto, scopriamo quello che Scarface stava raccontando sin dall'inizio: il problema del desiderio senza limite è che non esiste un momento nel quale possa dichiararsi soddisfatto.

“The world is yours.”

È una promessa.

È una condanna.

E Tony non capisce mai la differenza.

Negli anni Pacino diventa sempre più grande, anche nel senso letterale della recitazione. La voce si fa più roca. I gesti aumentano. L'intensità che nei primi film viveva soprattutto dietro gli occhi comincia a occupare fisicamente lo spazio. Questa evoluzione gli procurerà anche critiche: per alcuni il Pacino più maturo tende talvolta all'eccesso, alla performance che diventa consapevole della propria potenza.

Ma forse è proprio quella tensione tra misura ed eccesso a rendere la sua filmografia così affascinante.

Perché Al Pacino non ha mai avuto paura di essere troppo.

E quando quel “troppo” incontra il personaggio giusto, succede qualcosa.

LA CREPA DENTRO LA FORZA

Nel 1992 interpreta il tenente colonnello Frank Slade in Scent of a Woman. Un uomo cieco, ferito, arrogante, magnetico, insopportabile e disperatamente solo. Il film gli consegna finalmente l'Oscar come miglior attore, dopo sei precedenti candidature; quella stessa stagione Pacino era candidato anche come non protagonista per Glengarry Glen Ross.

È quasi perfetto che l'Academy premi proprio quel Pacino.

Perché Frank Slade contiene entrambe le sue anime.

L'uomo che domina una stanza.

E l'uomo che sta crollando dentro.

Il tango, la Ferrari, il “Hoo-ah”, il grande discorso finale: sono diventati frammenti di cultura popolare. Ma sotto tutto questo c'è un uomo che ha già deciso che la propria storia è finita e incontra qualcuno che, senza saperlo, gli restituisce una ragione per rimandare il finale.

È sempre lì che Pacino diventa più interessante.

Non quando interpreta uomini forti.

Quando trova la crepa dentro uomini che vogliono sembrare forti.

La stessa cosa accade in Carlito's Way. Carlito Brigante vuole davvero uscirne. Vorrebbe credere che una vita diversa sia ancora possibile, che esista un punto nel quale puoi smettere di essere quello che sei stato. E Brian De Palma costruisce intorno a lui una delle verità più crudeli del gangster movie: a volte cambiare non basta. Il passato possiede una memoria migliore della nostra.

DUE UOMINI ALLO STESSO TAVOLO

Poi arriva Heat.

Pacino e Robert De Niro.

Due nomi che per anni il pubblico aveva quasi trasformato in una rivalità mitologica, nonostante Pacino abbia descritto De Niro come un amico con cui condivide un percorso simile.

Vincent Hanna e Neil McCauley finalmente seduti allo stesso tavolo.

Un poliziotto.

Un criminale.

Due uomini che dovrebbero rappresentare estremi opposti e che invece scoprono di assomigliarsi molto più di quanto vorrebbero ammettere. Entrambi hanno sacrificato qualcosa alla propria ossessione. Entrambi sanno fare una cosa benissimo. Entrambi probabilmente non saprebbero chi essere senza di essa.

La scena della tavola calda non ha bisogno di inseguimenti, sparatorie o musica gigantesca.

Bastano due uomini.

Due facce.

Due carriere.

Il cinema sa fare anche questo: può costruire un evento semplicemente mettendo due attori uno davanti all'altro.

Poi Donnie Brasco. The Insider. Any Given Sunday. Insomnia.

Ci sono film enormi e altri meno riusciti. Ci sono interpretazioni misurate e altre nelle quali Pacino sembra voler mordere ogni parola prima di pronunciarla. Ci sono anni in cui Hollywood sembra sapere perfettamente cosa fare con lui e altri nei quali sembra usarne soprattutto l'icona.

IL MESTIERE, PRIMA DELLA CELEBRITÀ

Ma Pacino continua.

E questo forse è uno degli aspetti meno raccontati della sua storia.

Continua a recitare.

Continua a tornare al teatro.

Continua a Shakespeare.

Continua a cercare.

Perché prima della fama, degli Oscar, delle imitazioni, dei meme e dei poster di Scarface, c'era un ragazzo che aveva deciso che il mestiere sarebbe stato quello.

Non la celebrità.

Il mestiere.

Ed è significativo che quando nel 2024 pubblica Sonny Boy, la sua autobiografia, torni proprio lì: alla propria vita attraverso la recitazione, agli anni difficili prima del successo e alla sensazione di essere stato incredibilmente fortunato a trovare qualcosa da amare prima ancora di conoscerne le possibili ricompense.

ANCORA DENTRO IL CINEMA

Nel 2019 Martin Scorsese gli regala Jimmy Hoffa in The Irishman.

Pacino ha quasi ottant'anni.

E riesce ancora a entrare in un film accanto a De Niro e Joe Pesci dando al personaggio una temperatura completamente diversa da tutti gli altri.

Hoffa parla.

Occupa spazio.

Si arrabbia.

Non comprende fino in fondo che il mondo intorno a lui sta cambiando.

Crede ancora che la propria personalità possa piegare la realtà.

E forse proprio per questo diventa tragico.

Perché abbiamo già visto uomini così nella carriera di Pacino.

Uomini convinti di poter controllare qualcosa che ha già cominciato a controllare loro.

Il potere.

Il denaro.

La legge.

La famiglia.

Il lavoro.

La reputazione.

La rabbia.

L'amore.

Al Pacino li ha attraversati tutti.

Forse è questa la ragione per cui certi attori diventano qualcosa di diverso da una filmografia.

Non ricordiamo semplicemente i loro film.

Li utilizziamo come un linguaggio.

Dici “Michael Corleone” e non devi spiegare la trasformazione.

Dici “Tony Montana” e non devi spiegare l'ambizione che divora tutto.

Dici “Serpico” e non devi spiegare l'uomo solo contro il sistema.

Dici “Pacino” e da qualche parte nella testa senti già quella voce.

IL SILENZIO CHE RESTA

Ma sarebbe ingiusto ridurlo alle frasi urlate che Internet ha trasformato in clip.

Perché il Pacino più impressionante potrebbe essere ancora quello seduto a quel tavolo nel Bronx, nei primi anni Settanta, mentre Michael Corleone ascolta Sollozzo parlare.

Quasi non si muove.

Gli occhi fanno tutto.

Sappiamo che Michael ha appena recuperato la pistola nascosta in bagno.

Sappiamo che tra pochi secondi la sua vita cambierà.

Eppure Pacino ci costringe ad aspettare.

Silenzio.

Uno sguardo.

Un rumore lontano.

Poi Michael si alza.

Ed è finita.

Non soltanto per gli uomini seduti davanti a lui.

È finita anche per il ragazzo che all'inizio del film aveva detto:

“That's my family, Kay. That's not me.”

Da quel momento sarà lui.

Forse tutta la carriera di Al Pacino era già nascosta lì dentro.

Un uomo.

Una stanza.

Qualcosa che brucia sotto la superficie.

E il momento esatto nel quale smette di poter essere trattenuto.

Prima il silenzio.

Poi il fuoco.

Poi, per più di cinquant'anni,

il cinema.

Fotografia di copertina: Jorge Gomez / Embajada de EEUU en la Argentina, Al Pacino in 2016, CC BY 2.0. Elaborazione grafica CrashVerse.


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