11 MIN DI LETTURA
ART & PHOTOGRAPHY · POP ART
Da una scena di The Doors alla Factory. Un volto, una lattina, una banana: Warhol e le immagini che continuiamo a consumare.
Scritto da cRASh
IO L’HO INCONTRATO PRIMA AL CINEMA
O almeno così mi sembrava.
The Doors.
Oliver Stone.
Val Kilmer.
Jim Morrison.
E a un certo punto compare questo personaggio strano.
Capelli chiarissimi.
Occhiali.
Voce.
Presenza.
Andy Warhol.
Nel film era interpretato da Crispin Glover.
Io ero ancora troppo piccolo per sapere davvero chi fosse.
Ma abbastanza curioso da chiedermelo.
Chi cazzo è questo?
QUEL NOME MI RESTÒ
Andy Warhol.
Aveva qualcosa.
Anche senza sapere niente di arte contemporanea, capivi che non era semplicemente “uno famoso che compariva in una scena”.
Era uno di quei nomi che sembravano portarsi dietro un intero mondo.
Poi sono cresciuto.
Sono arrivate le lezioni delle medie.
Pop Art.
Campbell’s Soup.
Marilyn Monroe.
Ripetizione.
Colori.
Pubblicità.
E finalmente quel nome ha cominciato ad avere un contesto.
MA NATURALMENTE NON MI BASTAVA
Chi mi sta conoscendo attraverso questi articoli probabilmente ormai lo ha capito.
Quando qualcosa mi incuriosisce, difficilmente riesco a fermarmi alla spiegazione da libro di scuola.
Devo cercare.
Approfondire.
Vedere.
Mostre.
Libri.
Rete.
Immagini.
Video.
Dettagli.
Capire cosa c’è dietro.
E con Warhol è successo esattamente questo.
PRIMA DI WARHOL
Prima di diventare Andy Warhol, c’è Andrew Warhola.
Nasce a Pittsburgh nel 1928, figlio di immigrati dell’Europa orientale.
Studia design pittorico al Carnegie Institute of Technology e nel 1949 si trasferisce a New York.
Prima dell’arte da museo c’è il lavoro commerciale.
Illustrazione.
Pubblicità.
Moda.
Riviste.
Clienti.
Tiffany.
The New York Times.
NBC.
Columbia Records.
Warhol conosce il linguaggio della pubblicità prima ancora di trasformarlo in arte.
E QUESTO CAMBIA TUTTO
Perché quando poi dipinge una lattina Campbell’s non sta guardando il consumo da fuori.
Conosce già quel mondo.
Sa come funziona un’immagine commerciale.
Sa cosa significa ripetere.
Vendere.
Rendere riconoscibile.
Trasformare un oggetto in icona.
CAMPBELL’S SOUP
1962.
Lattine di zuppa.
Una cosa banalissima.
Talmente banale da essere quasi offensiva per chi pensa che l’arte debba necessariamente rappresentare qualcosa di nobile.
Warhol prende l’oggetto quotidiano.
Lo isola.
Lo ripete.
Lo porta in galleria.
E improvvisamente la domanda non è più:
“Perché questa è arte?”
La domanda diventa:
“Perché questo oggetto era già così importante prima ancora che qualcuno lo chiamasse arte?”

IL SUPERMERCATO ENTRA NEL MUSEO
È una rivoluzione molto più profonda di quanto sembri.
Perché Warhol prende sul serio le immagini che la cultura alta tendeva a considerare basse.
Pubblicità.
Prodotti.
Celebrità.
Packaging.
Fotografie di giornale.
Tutto può diventare materiale.
TUTTO È IMMAGINE
Ed è forse questa la cosa che oggi sembra quasi ovvia.
Viviamo circondati da immagini.
Brand.
Volti.
Logo.
Packaging.
Social.
Creator.
Celebrità.
Pubblicità.
Warhol aveva capito molto presto che queste immagini non erano soltanto decorazione.
Erano cultura.
MARILYN
Poi Marilyn Monroe.
Warhol inizia a lavorare sulla sua immagine nel 1962, subito dopo la morte dell’attrice.
Lo stesso volto.
Ripetuto.
Colorato.
Alterato.
Ancora.
Ancora.
Ancora.

E A UN CERTO PUNTO SUCCEDE QUALCOSA
Non stai più guardando Marilyn come persona.
Stai guardando Marilyn come immagine.
Come prodotto.
Come mito.
ED È PROPRIO QUESTO IL PUNTO
Quanto resta della persona quando il volto diventa infinitamente riproducibile?
WARHOL NON HA INVENTATO LA CELEBRITÀ
Ma ha capito perfettamente cosa sarebbe diventata.
ELVIS
Elizabeth Taylor.
Marilyn.
Mao.
Jackie Kennedy.
Celebrità e potere finiscono dentro lo stesso meccanismo.
Riproduzione.
Serialità.
Icona.
QUASI COME SE UN VOLTO FOSSE UN BARATTOLO
E un barattolo potesse diventare famoso come un volto.
QUESTA COSA È TERRIBILMENTE MODERNA
SERIGRAFIA
La tecnica aiuta.
Silkscreen.
Serigrafia.
Ripetere.
Riprodurre.
Variare.
Errore.
Spostamento.
Colore.
L’immagine artistica smette di sembrare necessariamente unica.
E QUI L’ARTE COMINCIA A SOMIGLIARE ALLA FABBRICA
THE FACTORY
E infatti il nome del suo studio non poteva essere più adatto.
The Factory.
La Fabbrica.
New York.
Argento.
Artisti.
Musicisti.
Attori.
Modelle.
Fotografi.
Scrittori.
Persone che entrano ed escono.
Arte.
Film.
Musica.
Feste.
Caos.
NON È SOLTANTO UNO STUDIO
È un ecosistema culturale.
ED È PROPRIO QUI CHE WARHOL DIVENTA QUALCOSA DI PIÙ DI UN ARTISTA
Diventa centro.
Nodo.
Catalizzatore.
Una persona attorno alla quale mondi differenti iniziano a incontrarsi.
THE VELVET UNDERGROUND
Ed eccoci alla musica.
Warhol entra nel mondo dei Velvet Underground.
Lou Reed.
John Cale.
Sterling Morrison.
Maureen Tucker.
Nico.
Li sostiene.
Li inserisce dentro il proprio universo.
Li porta nell’Exploding Plastic Inevitable, il suo show multimediale fatto di musica, proiezioni, performance e immagini.
E POI LA BANANA
Una delle copertine più famose della storia.
The Velvet Underground & Nico.
Una banana.
Andy Warhol.

DI NUOVO:
un oggetto semplicissimo.
Un’immagine banalissima.
E improvvisamente diventa iconografia.
QUESTA ERA LA SUA FORZA
Prendere qualcosa che avevi già visto mille volte.
E costringerti a guardarlo come se fosse la prima.
THE DOORS
Ed è qui che per me il cerchio personale si chiude.
Io Andy Warhol l’avevo incontrato proprio attraverso un film sui Doors.
E non era casuale.
Warhol apparteneva davvero a quel momento culturale.
Musica.
Arte.
Cinema.
Celebrità.
New York.
Controcultura.
Tutto si contaminava.
JIM MORRISON E WARHOL
Due figure diversissime.
Ma entrambe diventate qualcosa di più della persona reale.
Immagini.
Miti.
Simboli.
E forse anche per questo quella scena del film mi aveva lasciato curiosità prima ancora che io avessi gli strumenti per capire perché.
WARHOL FACEVA CINEMA
Ed è una parte che a volte viene dimenticata.
Non c’erano soltanto i quadri.
Warhol realizza film sperimentali.
Sleep.
Empire.
Kiss.
Chelsea Girls.
Screen Tests.
Opere che spesso mettono alla prova proprio la nostra idea di cosa debba accadere davanti a una macchina da presa.
EMPIRE
Ore.
Un edificio.
Empire State Building.
Fine.
O forse no.
PERCHÉ LA DOMANDA DIVENTA:
quanto tempo siamo disposti a guardare qualcosa prima di decidere che “non sta succedendo niente”?
SCREEN TESTS
Volti.
Persone ferme davanti alla macchina da presa.
Qualche minuto.
Quasi niente.
E improvvisamente inizi a osservare ogni minimo gesto.
ANCORA UNA VOLTA:
la superficie diventa contenuto.
“15 MINUTI DI FAMA”
Questa frase gli è rimasta appiccicata addosso.
L’idea che in futuro tutti sarebbero potuti diventare famosi per quindici minuti.
Oggi sembra quasi una descrizione di Internet.
TikTok.
Reels.
Viralità.
Una persona sconosciuta.
Un video.
Milioni di visualizzazioni.
Poi il prossimo.
WARHOL NON AVEVA LO SMARTPHONE
Ma aveva capito qualcosa sull’attenzione.
LA FAMA POTEVA DIVENTARE INDUSTRIA
INTERVIEW
Nel 1969 contribuisce a fondare Interview.
Cinema.
Moda.
Celebrità.
Cultura pop.
Un magazine completamente coerente con la sua ossessione per i personaggi contemporanei.
WARHOL NON OSSERVAVA LA CULTURA POP
CI VIVEVA DENTRO.
E FORSE LA PRODUCEVA ANCHE
MORTE E DISASTRI
Ma c’è una parte di Warhol molto meno allegra delle lattine colorate.
Incidenti.
Sedie elettriche.
Suicidi.
Car crash.
Warhol realizza anche opere basate su immagini di morte e disastro prese dai media.
E QUI CAMBIA COMPLETAMENTE LA LETTURA
Perché la stessa tecnica con cui ripete Marilyn può ripetere una tragedia.
E COSA SUCCEDE QUANDO RIPETI UNA TRAGEDIA?
Forse perde forza.
Forse diventa immagine.
Forse ci abituiamo.
ESATTAMENTE COME SUCCEDE OGGI
Scorri.
Guerra.
Pubblicità.
Meme.
Incidente.
Influencer.
Tragedia.
Prodotto.
Tutto nello stesso feed.
WARHOL AVREBBE CAPITO PERFETTAMENTE UN FEED SOCIAL
FORSE È QUESTA LA COSA CHE MI COLPISCE DI PIÙ OGGI
VALERIE SOLANAS
1968.
Warhol viene colpito da Valerie Solanas all’interno dello studio.
Gli spara.
Warhol sopravvive, ma le conseguenze fisiche lo accompagneranno per il resto della vita.
DOPO QUEL GIORNO
Anche la Factory cambia.
Il clima cambia.
Warhol cambia.
ED È FACILE CAPIRE PERCHÉ
LA MORTE ERA GIÀ NELLA SUA ARTE
Poi entra davvero nella sua vita.
BASQUIAT
Anni Ottanta.
Jean-Michel Basquiat.
Due generazioni.
Due mondi.
Collaborazioni.
Warhol e Basquiat producono insieme più di cento opere.
E QUI SUCCEDE QUALCOSA DI INTERESSANTE
Il grande simbolo della Pop Art lavora con un artista giovane, nero, proveniente da un altro linguaggio, dalla strada, dai graffiti, da un’energia completamente diversa.
ANCORA CONTAMINAZIONE
KEITH HARING
Anche Haring entra in quell’universo.
Warhol continua a essere connesso alla nuova cultura visiva invece di limitarsi a custodire quella che aveva già costruito.
QUESTA È UNA QUALITÀ RARA
Molti artisti diventano il proprio museo.
Warhol continua a guardarsi intorno.
LA PARRUCCA
Gli occhiali.
Il volto.
La voce.
A un certo punto anche Andy Warhol diventa un Andy Warhol.
L’ARTISTA DIVENTA IMMAGINE
PERFETTAMENTE COERENTE
QUANTO C’ERA DI COSTRUITO?
Probabilmente moltissimo.
MA FORSE ERA PROPRIO IL PUNTO
IL PERSONAGGIO ERA ANCHE UN’OPERA
PUBBLICITÀ E ARTE
Una delle cose che trovo ancora interessanti è che Warhol non sembra avere quel bisogno di separare rigidamente:
arte vera.
arte commerciale.
LUI VENIVA DALLA PUBBLICITÀ
E non cercava di nasconderlo.
DENARO
Celebrità.
Produzione.
Mercato.
Warhol non finge che queste cose non esistano.
Le mette davanti.
ED È ANCHE PER QUESTO CHE È STATO CRITICATO
Troppo commerciale.
Superficiale.
Ripetitivo.
Freddo.
MA LA SUPERFICIE ERA ESATTAMENTE CIÒ CHE STAVA STUDIANDO
GUARDA LA SUPERFICIE
Warhol disse una cosa che sembra quasi una provocazione:
se vuoi sapere tutto di lui, guarda la superficie.
Non c’è niente dietro.
MA È VERO?
NON LO SO.
E FORSE È QUESTO IL BELLO
PERCHÉ PASSIAMO ANCORA DECENNI A CERCARE DI CAPIRE COSA CI FOSSE DIETRO
CONSUMO
Forse Warhol non celebrava semplicemente il consumo.
E forse non lo criticava nemmeno nel modo tradizionale.
LO GUARDAVA
E QUESTO PUÒ ESSERE MOLTO PIÙ INQUIETANTE
COCA-COLA
Warhol amava l’idea che una Coca-Cola fosse la stessa per il presidente, per una star e per una persona qualunque.
Stesso prodotto.
Stesso gusto.
Produzione di massa.
DEMOCRAZIA DEL CONSUMO?
O OMOLOGAZIONE?
DIPENDE DA COME LA GUARDI
QUESTA AMBIGUITÀ È MOLTO WARHOL
MARILYN È BELLISSIMA
E contemporaneamente è una fotografia riprodotta fino quasi a consumarsi.
CAMPBELL’S È BANALISSIMA
E contemporaneamente diventa museo.
WARHOL È SUPERFICIALE
E contemporaneamente continuiamo a scavarlo.
QUESTO PARADOSSO LO RENDE ANCORA INTERESSANTE
1987
Warhol muore a New York il 22 febbraio 1987, a seguito di complicazioni dopo un intervento alla cistifellea.
58 ANNI
Non vecchio.
Eppure aveva già attraversato decenni di cultura americana.
POI LA SUA IMMAGINE CONTINUA
COME QUELLE CHE AVEVA CREATO
WARHOL È DIVENTATO WARHOL
T-SHIRT.
POSTER.
MOSTRE.
LIBRI.
CITAZIONI.
SERIGRAFIE.
ASTA.
MODA.
MUSICA.
ANCORA RIPRODOTTO
ANCORA CONSUMATO
È QUASI PERFETTO
IO HO CONTINUATO A CERCARLO
Dopo quelle prime lezioni scolastiche non mi sono fermato.
Mostre.
Rete.
Approfondimenti.
Immagini.
Storie.
Dettagli.
Non perché volessi diventare un critico d’arte.
Non lo sono.
Esattamente come abbiamo detto parlando di LaChapelle:
a volte guardi qualcosa.
Ti incuriosisce.
E vuoi capire.
WARHOL MI HA FATTO QUESTO
PRIMA MI HA FATTO CHIEDERE:
“CHI È QUELLO?”
POI:
“PERCHÉ QUELLA LATTINA È ARTE?”
POI:
“PERCHÉ CONTINUO A GUARDARLA?”
E FORSE È PROPRIO COSÌ CHE L’ARTE FUNZIONA
NON SEMPRE DEVE PIACERTI
A VOLTE DEVE FARTI UNA DOMANDA
POP
E questa parola oggi è ovunque.
Pop music.
Pop culture.
Pop icon.
Ma Warhol ha contribuito a rendere visibile un’idea potentissima:
la cultura di massa merita di essere guardata.
NON SOLTANTO I RE
NON SOLTANTO I PAESAGGI
NON SOLTANTO I MITI ANTICHI
ANCHE MARILYN
ANCHE ELVIS
ANCHE UNA SCATOLA
ANCHE UNA LATTINA DI ZUPPA
PERCHÉ SONO QUESTE LE IMMAGINI CHE LA NOSTRA SOCIETÀ VEDE OGNI GIORNO
ART & PHOTOGRAPHY
Ed è esattamente per questo che Andy Warhol appartiene qui.
Questa sezione non nasce per fare lezioni di storia dell’arte.
Nasce per raccontare immagini che hanno cambiato il nostro modo di guardare.
Banksy ci ha portato sui muri.
LaChapelle dentro mondi costruiti fino all’eccesso.
Warhol ci porta al supermercato.
E ci dice:
guardate meglio.
CRASHVERSE VERDICT
La prima volta che Andy Warhol mi incuriosì non fu davanti a una Campbell’s Soup.
Non fu in un museo.
Non fu nemmeno durante una lezione.
Fu dentro un film sui Doors.
Crispin Glover interpretava questo personaggio strano.
Andy Warhol.
E io volevo sapere chi fosse.
Poi arrivarono le medie.
La Pop Art.
Marilyn.
Le lattine.
Le spiegazioni.
E, come spesso mi succede, le spiegazioni non bastarono.
Continuai a cercare.
Mostre.
Immagini.
Rete.
Musica.
Factory.
Velvet Underground.
Basquiat.
Cinema.
Fotografia.
Celebrità.
Pubblicità.
E lentamente ho capito una cosa.
Warhol non ha semplicemente preso la cultura pop e l’ha trasformata in arte.
Ha capito che la cultura pop era già intorno a noi.
Dovevamo soltanto decidere di guardarla.
Una lattina.
Un volto.
Una fotografia.
Un prodotto.
Ripetili abbastanza volte e forse smetteremo di vederli.
Oppure, improvvisamente,
li vedremo davvero.
Oggi viviamo dentro un mondo di immagini ripetute all’infinito.
Volti.
Brand.
Prodotti.
Viralità.
Quindici minuti di fama diventati quindici secondi.
E ogni volta che penso a questo,
mi torna in mente quel personaggio visto per pochi minuti dentro The Doors.
Io allora non sapevo ancora chi fosse.
Lui, in qualche modo,
sembrava aver già capito perfettamente chi saremmo diventati.


ORA DÌ LA TUA
Per partecipare ai commenti, accedi oppure crea il tuo account CrashVerse.