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NERD CULTURE · COLLECTIBLES

Scritto da cRASh

NON È COLLEZIONISMO SE NON TI RICORDI DA DOVE È PARTITO

A casa mia ci sono dodici Cavalieri d’Oro.

Tutti.

Poi ci sono i cinque Cavalieri di Bronzo principali.

Lady Isabel.

Arles.

Tisifone.

Castalia.

E già questo, probabilmente, dice parecchio.

Ma il problema è che da lì non mi sono fermato.

Perché dopo Saint Seiya sono arrivati i mecha.

Mazinga.

Voltron.

Vultus 5.

Goldrake.

Jeeg Robot.

Daitarn 3.

E altri ancora.

A un certo punto smetti di chiederti perché continui a comprarli.

Li guardi.

E capisci che la risposta è molto più semplice.

Perché fanno parte di te.

PRIMA ERANO GIOCATTOLI

Da bambini non parlavamo di collectibles.

Non parlavamo di scale.

Non parlavamo di die-cast.

Non parlavamo di articolazioni, sculpt, paint application o limited edition.

Erano giocattoli.

Fine.

Li prendevi.

Li facevi combattere.

Li mettevi sul pavimento.

Inventavi storie che probabilmente non avevano niente a che fare con quelle dell’anime.

E se cadevano?

Li rialzavi.

Oggi alcune di quelle cose le tocchiamo quasi con i guanti.

Ed è divertente pensare a quanto sia cambiato tutto.

BANDAI

Bandai è uno di quei nomi che magari da bambino non sapevi nemmeno di conoscere.

Conoscevi il personaggio.

Conoscevi il robot.

Conoscevi l’anime.

Poi crescendo iniziavi a guardare meglio la scatola.

Il logo.

Il produttore.

Le linee.

E ti accorgevi che dietro tantissime delle cose che amavi c’era lo stesso nome.

Bandai.

Una parola che per intere generazioni è diventata quasi sinonimo di cultura giapponese trasformata in oggetto.

NON VENIVA SOLO DALLO SCHERMO

Questa è una delle cose che mi affascinano di più.

L’anime finiva.

La sigla smetteva.

La TV si spegneva.

Ma il personaggio restava lì.

Sul tavolo.

Sullo scaffale.

Accanto al letto.

Potevi prenderlo.

Muoverlo.

Guardarlo da vicino.

Era come se una parte di quel mondo fosse uscita dallo schermo ed entrata fisicamente nella stanza.

SAINT SEIYA

E qui, per me, bisogna fermarsi.

Perché Saint Seiya non è semplicemente una delle tante serie che hanno prodotto figure.

È uno di quei casi in cui personaggio, armatura e giocattolo sembravano nati per incontrarsi.

I Cavalieri dello Zodiaco avevano qualcosa di perfetto per il collezionismo.

Le armature.

I colori.

Le costellazioni.

I ranghi.

Bronzo.

Argento.

Oro.

Dodici Case.

Dodici Cavalieri.

Dodici segni.

Era praticamente una collezione prima ancora di diventare una collezione.

I DODICI CAVALIERI D’ORO

Io li ho tutti.

E detta così sembra quasi una confessione.

Ariete.

Toro.

Gemelli.

Cancro.

Leone.

Vergine.

Bilancia.

Scorpione.

Sagittario.

Capricorno.

Acquario.

Pesci.

Dodici.

Quando li metti insieme succede qualcosa di strano.

Non stai più guardando dodici figure.

Stai guardando una parte intera della tua memoria.

Le Dodici Case sono lì.

Fisicamente.

Sul tuo scaffale.

E POI I CINQUE

Pegasus.

Sirio.

Cristal.

Andromeda.

Phoenix.

I cinque Cavalieri di Bronzo principali.

Quelli che prendevano botte impossibili e continuavano comunque ad alzarsi.

Quelli che ci hanno insegnato molto prima dei videogiochi che il protagonista può avere la barra della vita praticamente a zero e continuare a combattere.

Poi Lady Isabel.

Arles.

Tisifone.

Castalia.

A quel punto non stai più mettendo insieme qualche personaggio.

Stai ricostruendo un mondo.

LE ARMATURE

E qui Bandai aveva trovato una cosa geniale.

L’armatura non era soltanto parte estetica del personaggio.

Era parte dell’esperienza dell’oggetto.

Metterla.

Toglierla.

Comporla.

Trasformarla.

Vedere il Cavaliere prendere forma.

Quella ritualità aveva qualcosa di speciale.

Non aprivi semplicemente una scatola.

Dovevi costruire il personaggio che avevi davanti.

MYTH CLOTH

Saint Cloth Myth EX — Leo Aiolia, Revival Version
Saint Cloth Myth EX — Leo Aiolia, Revival Version — foto promozionale ufficiale, Tamashii Nations / Bandai Spirits. Immagine di riferimento del prodotto.

Poi il collezionismo cresce insieme a noi.

I prodotti diventano più sofisticati.

Le proporzioni migliorano.

Le articolazioni.

I volti.

Le armature.

I materiali.

Arrivano linee pensate chiaramente non soltanto per i bambini che vogliono giocare, ma per gli adulti che vogliono conservare.

Ed è lì che succede il passaggio decisivo.

Quello che un tempo era un giocattolo diventa un pezzo da esposizione.

E IO SONO PASSATO AI ROBOT

Perché ovviamente non poteva finire con Saint Seiya.

Mazinga.

Goldrake.

Jeeg Robot.

Daitarn 3.

Voltron.

Vultus 5.

A quel punto la malattia era partita.

Ma qui cambia qualcosa.

Perché il mecha ha un fascino diverso.

Non è soltanto un personaggio.

È macchina.

Design.

Ingegneria immaginata.

Trasformazione.

Metallo.

Armi.

Meccanismi.

E probabilmente qui si incontrano due parti enormi della mia vita:

la passione nerd

e quella per la tecnologia.

MAZINGA

Soul of Chogokin GX-111 — Great Mazinger, Kakumei Shinka
Soul of Chogokin GX-111 — Great Mazinger, Kakumei Shinka — foto promozionale ufficiale, Tamashii Nations / Bandai Spirits. Immagine di riferimento del prodotto.

Mazinga è quasi un punto zero.

Il robot pilotato.

La macchina gigantesca che non è semplicemente viva per magia ma viene controllata dall’uomo.

Il design.

La testa.

Il petto.

Le armi.

La silhouette.

Certe forme sono diventate talmente riconoscibili che ormai basta una sagoma per sapere cosa stai guardando.

E quando quella sagoma diventa un oggetto vero, pesante, costruito bene, la sensazione cambia ancora.

GOLDRAKE

Poi Goldrake.

In Italia basterebbe probabilmente pronunciare il nome.

Perché per una generazione non è semplicemente un robot.

È un ricordo collettivo.

Le sigle.

La televisione.

Actarus.

Alcor.

Lo Spacer.

I combattimenti.

E naturalmente il robot.

Averlo oggi davanti non significa semplicemente possedere una bella riproduzione.

Significa riuscire a tenere in mano qualcosa che da bambino esisteva soltanto dall’altra parte dello schermo.

JEEG

Jeeg Robot ha un’altra magia.

I componenti.

L’idea di assemblaggio.

Il corpo magnetico.

Il concetto stesso del personaggio si prestava perfettamente alla trasformazione in giocattolo.

Ed è forse qui che si capisce una cosa importantissima della cultura robotica giapponese.

Il giocattolo non arrivava dopo.

In certi casi sembrava quasi parte del DNA dell’idea.

DAITARN 3

Daitarn 3.

Meglio non cominciare nemmeno con la sigla, altrimenti finiamo da un’altra parte.

Ma anche qui:

forma.

Colori.

Trasformazione.

Presenza.

Ci sono robot che, messi su uno scaffale, non sembrano semplicemente oggetti da collezione.

Sembrano monumenti in miniatura.

VOLTRON

Soul of Chogokin GX-71SP — Voltron, Chogokin 50th Ver.
Soul of Chogokin GX-71SP — Voltron, Chogokin 50th Ver. — foto promozionale ufficiale, Tamashii Nations / Bandai Spirits. Immagine di riferimento del prodotto.

E poi Voltron.

Cinque leoni.

Un robot.

Uno dei concetti più semplici e irresistibili mai inventati per un bambino.

Ma anche per un adulto, evidentemente.

Perché quando oggi guardi una riproduzione costruita bene e inizi a separare i leoni, trasformarli, ricomporli…

una parte del cervello adulto può anche sapere perfettamente che è un oggetto.

L’altra pensa ancora:

cazzo, è Voltron.

VULTUS 5

Lo stesso vale per Vultus 5.

Cinque veicoli.

Una trasformazione.

Un robot enorme.

Quel rituale della combinazione è una delle cose che hanno reso i super robot così irresistibili.

Non vedevi soltanto il risultato.

Vedevi il processo.

Ed è esattamente il tipo di cosa che rende ancora oggi alcune riproduzioni incredibilmente soddisfacenti.

CHOGOKIN

E poi arriva una parola che per chi colleziona robot significa immediatamente qualcosa.

Chogokin.

Metallo.

Peso.

Solidità.

Quando prendi in mano un robot e senti davvero la massa dell’oggetto, la percezione cambia.

Non sembra più soltanto una figure.

Sembra quasi una piccola macchina.

Bandai con le linee Chogokin e Soul of Chogokin ha trasformato questa sensazione in una delle esperienze più riconoscibili del collezionismo mecha.

IL PESO CONTA

Sembra una stupidaggine.

Non lo è.

Prendere in mano una figure completamente in plastica e prendere in mano un mecha con componenti metallici produce due sensazioni completamente diverse.

Il peso comunica qualcosa.

Solidità.

Presenza.

Valore percepito.

È una cosa quasi infantile.

Ma funziona.

Lo prendi.

Lo senti.

E sorridi.

NON SONO PIÙ PER BAMBINI

O forse questa frase è sbagliata.

Sono ancora per bambini.

Ma non soltanto.

Questa è la vera trasformazione.

L’industria ha capito che le persone cresciute con anime, manga, robot e videogiochi non avrebbero necessariamente abbandonato quelle passioni diventando adulte.

Avrebbero semplicemente iniziato a viverle in modo diverso.

E soprattutto avrebbero avuto finalmente soldi propri da spendere.

Errore gigantesco.

Per il conto corrente.

IL COLLEZIONISTA ADULTO

Il collezionista adulto è una creatura particolare.

Può passare venti minuti a valutare una differenza minuscola tra due versioni dello stesso personaggio.

Può conoscere l’anno di produzione.

La tiratura.

La linea.

La colorazione.

Può discutere sull’accuratezza di un volto alto tre centimetri.

E la cosa meravigliosa è che per chi non colleziona tutto questo sembra completamente folle.

Probabilmente lo è.

Ma è bellissimo.

NON È SOLO POSSESSO

Questa è la parte che secondo me spesso viene fraintesa.

Collezionare non significa necessariamente accumulare.

Almeno non quando il rapporto con gli oggetti è autentico.

Significa costruire una specie di autobiografia materiale.

Ogni oggetto racconta qualcosa.

Cosa guardavi.

Cosa amavi.

In quale periodo.

Cosa avresti voluto da bambino e magari non potevi avere.

Cosa hai deciso di comprarti vent’anni dopo semplicemente perché finalmente potevi.

COMPRARE OGGI QUELLO CHE DESIDERAVI IERI

Questo, probabilmente, è uno dei grandi segreti del collezionismo adulto.

Da bambino guardavi qualcosa.

Lo volevi.

Magari non arrivava.

Magari costava troppo.

Magari in Italia non esisteva nemmeno.

Poi cresci.

Lavori.

Un giorno lo trovi.

E dentro di te avviene una conversazione molto semplice.

La parte adulta:

“Non ne hai bisogno.”

La parte di otto anni:

“Prendilo.”

Di solito sappiamo tutti chi vince.

IL GIAPPONE SULLO SCAFFALE

Attraverso Bandai, Tamashii Nations e tutte le linee che negli anni hanno portato personaggi e mecha nelle case, una parte gigantesca della cultura giapponese è diventata fisica.

Non guardiamo soltanto anime.

Li mettiamo sulle mensole.

Li illuminiamo.

Li fotografiamo.

Li proteggiamo.

Costruiamo intere pareti.

E in alcuni casi intere stanze.

NERD CULTURE

Ecco perché questo articolo non poteva stare altrove.

NERD CULTURE non significa semplicemente videogiochi e computer.

Significa anche il rapporto che abbiamo costruito con oggetti che per qualcun altro sono soltanto plastica e metallo.

Per noi possono essere molto di più.

Un robot.

Un Cavaliere.

Una console.

Un fumetto.

Una figure.

Un modellino.

Non conta davvero cosa sia.

Conta quello che porta con sé.

BANDAI HA CAPITO UNA COSA

Non compriamo soltanto personaggi.

Compriamo mondi.

Quando compro un Cavaliere d’Oro non compro semplicemente una figure.

Compro le Dodici Case.

Quando guardo Goldrake, non vedo soltanto il robot.

Sento quasi partire la sigla.

Quando guardo Jeeg, Mazinga o Daitarn 3, non sto osservando soltanto design giapponese.

Sto guardando pezzi di una cultura che mi ha accompagnato per decenni.

E QUESTO DICE MOLTO DI ME

Dodici Cavalieri d’Oro.

Cinque Cavalieri di Bronzo.

Lady Isabel.

Arles.

Tisifone.

Castalia.

Mazinga.

Voltron.

Vultus 5.

Goldrake.

Jeeg Robot.

Daitarn 3.

E altri ancora.

Messa così, forse la situazione è leggermente sfuggita di mano.

Ma sapete una cosa?

Va benissimo così.

Perché se CrashVerse deve raccontare ciò che ci resta dentro, allora anche questo scaffale racconta una parte abbastanza precisa di quello che c’è dentro di me.

CRASHVERSE VERDICT

Bandai ha costruito giocattoli.

Poi noi siamo cresciuti.

E quei giocattoli sono cresciuti insieme a noi.

Sono diventati figure.

Collectibles.

Die-cast.

Myth Cloth.

Chogokin.

Oggetti da esposizione.

Ma sotto tutti quei nomi sofisticati è rimasta la stessa cosa.

La sensazione di avere tra le mani un pezzo di un mondo che amiamo.

Io oggi posso guardare dodici Cavalieri d’Oro schierati insieme.

Posso guardare Mazinga.

Goldrake.

Jeeg.

Voltron.

Vultus 5.

Daitarn 3.

E sapere perfettamente che sono oggetti.

Plastica.

Metallo.

Vernice.

Ingranaggi.

Ma basta guardarli qualche secondo in più.

E non vedo più uno scaffale.

Vedo tutto quello che c’era prima.

La televisione.

Le sigle.

I pomeriggi.

Le storie.

Le battaglie.

Quel bambino che probabilmente avrebbe perso la testa davanti a una collezione del genere.

Forse collezioniamo anche per lui.

E se devo essere sincero,

credo che sia ancora lì dentro a guardarli con me.

Copertina: illustrazione editoriale CrashVerse realizzata con IA. Le fotografie nel testo provengono dalle schede ufficiali Tamashii Nations e illustrano i prodotti citati; non ritraggono la collezione personale dell’autore.


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