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8 MIN DI LETTURA

Nel 2019 le radio passavano Bad Guy.

Io mi innamorai di I Love You.

Della melodia, prima di tutto.

Straziante.

E di quella voce che sembrava avvicinarsi senza bisogno di imporsi.

Ascoltavo già praticamente di tutto: heavy metal, hard rock, elettronica, colonne sonore, musica lirica. Non ho mai avuto bisogno di una sola casa musicale.

Billie Eilish entrò anche lì, tra ascolti che sulla carta sembravano lontanissimi da lei.

Bad Guy me l’aveva fatta conoscere. I Love You mi fece fermare.

Poi la vita avrebbe dato a quelle canzoni un altro peso.

Ma Billie mi aveva già conquistato prima.

UNA VOCE VICINA

La prima cosa che mi colpì fu la sensazione di vicinanza.

Billie spesso canta come se la distanza tra lei e chi ascolta fosse minima. Senti il respiro, il modo in cui appoggia una parola, quello che lascia sospeso.

In cuffia quella presenza diventa ancora più evidente.

La voce può restare bassa e occupare tutto lo spazio. Può sembrare fragile e mantenere una precisione che scopri ascoltando meglio.

È facile definirla “quella ragazza che canta piano”.

Molto più interessante è accorgersi di quante cose riesca a fare dentro quel piano.

BILLIE E FINNEAS

Per capire quel suono bisogna parlare anche di Finneas.

Suo fratello, autore, produttore e complice creativo.

Insieme hanno costruito un linguaggio nel quale piccoli dettagli diventano decisivi: un basso che entra, un rumore, una voce sovrapposta, uno spazio lasciato vuoto.

Le produzioni possono sembrare essenziali. Poi le riascolti e cominci a sentire quanto succede intorno alla voce.

In alcuni brani è esposta, vicinissima. In altri viene circondata da suoni che la rendono inquietante, ironica, quasi irreale.

Anche le pause hanno un peso.

È uno dei motivi per cui torno ad ascoltarli: spesso c’è qualcosa che la prima volta mi era sfuggito.

OCEAN EYES

Prima dell’esplosione mondiale c’era Ocean Eyes.

Una melodia sospesa, una voce giovanissima e un’identità che cominciava già a farsi riconoscere.

Con don’t smile at me quella promessa prende forma.

Ocean Eyes, Bellyache, COPYCAT, idontwannabeyouanymore: brani diversi, attraversati da una sensibilità capace di essere delicata e scomoda.

La dolcezza può lasciare spazio all’ironia. Una melodia accessibile può portarsi dietro una tensione che resta anche dopo la fine.

C’era già una ragione per seguirla oltre il singolo.

2019: LA STANZA SI FA PIÙ BUIA

Poi arriva WHEN WE ALL FALL ASLEEP, WHERE DO WE GO?

Bad Guy, Bury a Friend, When the Party’s Over, You Should See Me in a Crown, Ilomilo.

Un album con un mondo riconoscibile.

In Bad Guy bastano il basso, il ritmo e quella voce quasi impassibile per costruire un atteggiamento. C’è qualcosa di giocoso nel modo in cui Billie sembra sapere esattamente quale effetto produrrà.

Bury a Friend porta tutto in una zona più disturbante. I rumori e il trattamento delle voci contribuiscono al disagio quanto la melodia.

When the Party’s Over lavora sull’esposizione. Le armonie vocali, le pause e il crescere dell’intensità chiedono attenzione anche quando il brano sembra immobile.

Sono modi differenti di usare la stessa voce.

Poi, dentro quell’album, c’è I Love You.

Ed è lì che io mi fermo.

I LOVE YOU

La chitarra lascia spazio alle voci. La melodia si apre lentamente, mantenendo quella sensazione di intimità.

È il tipo di canzone che mi fa restare fino all’ultima nota.

La trovo straziante ancora oggi.

Quando la scoprii, non aveva bisogno di ricordarmi qualcuno per colpirmi. Mi bastava quello che sentivo.

Poi, nel 2020, una storia del passato tornò nella mia vita.

Vent’anni bruciati in un lampo.

I Love You era lì fin dall’inizio. E con il tempo Billie diventò la nostra musica.

Oggi quella canzone conserva ancora le sensazioni di allora. Non devo cercarle: arrivano insieme alle prime note.

La memoria, evidentemente, non aspetta il nostro permesso.

ESSERE VISTA ALLE PROPRIE CONDIZIONI

Intanto Billie diventava un’immagine riconoscibile ovunque.

Abiti oversize, streetwear, colori forti, capelli che cambiavano. Un’estetica capace di attirare attenzione e giudizi prima ancora che qualcuno premesse Play.

Nel suo percorso leggo anche la ricerca di un rapporto con quello sguardo: quanto mostrare, come mostrarsi, quanto lasciare decidere agli altri.

Poi l’immagine cambia.

Arrivano i capelli biondi, altre silhouette, riferimenti differenti.

E qualcuno si sorprende.

A me sembra naturale che una persona cresca, provi, cambi idea. Soprattutto se è diventata famosa quando era ancora giovanissima.

Il pubblico può affezionarsi a un’immagine. Un’artista deve poter continuare a muoversi.

Billie lo ha fatto anche quando sarebbe stato più semplice ripetere ciò che tutti si aspettavano da lei.

HAPPIER THAN EVER

Se dovessi scegliere una canzone per far capire Billie a qualcuno, partirei da questa.

Per il cambio di melodia.

Per il testo.

Per la voce.

La title track di Happier Than Ever comincia trattenuta, con un accompagnamento essenziale e un modo di cantare che lascia le parole in primo piano.

Poi il brano cambia.

Entrano le chitarre, la distorsione, la batteria. La voce acquista un’altra intensità. Quello che prima sembrava controllato diventa uno sfogo.

Ogni volta mi colpisce il passaggio tra le due parti.

L’esplosione funziona perché prima hai ascoltato la tensione accumularsi. Quando arriva, cambia anche il peso di ciò che viene detto.

Per uno che ascolta hard rock e metal, come me, lì c’è qualcosa di familiare. Ma torno alla canzone per l’intero percorso, dalla prima frase alla fine.

Ci sono stati momenti in cui l’ho ascoltata per sfogarmi. Altri in cui avrei potuto mandarla al posto di una risposta.

Diciamo che sapeva alzare la voce al momento giusto.

E chi pensava che Billie potesse soltanto sussurrare aveva qualcosa da riconsiderare.

GETTING OLDER

Nello stesso album c’è Getting Older.

Qui mi colpisce il tono raccolto con cui affronta il passare del tempo, le aspettative e il rapporto con ciò che si è vissuto.

La voce lascia spazio alle parole. Non ha fretta di portarti a un’esplosione: ti chiede di restare dentro il racconto.

È una delle canzoni che farei ascoltare a chi conosce soltanto la parte più appariscente di Billie.

Crescere, nella sua musica, significa anche trovare il modo di dire cose difficili senza doverle coprire di rumore.

CRESCERE DAVANTI AL MONDO

Tra un disco e l’altro cambiano la scrittura, il modo di usare la voce e il rapporto con l’immagine.

La Billie dell’esordio resta riconoscibile, ma le possibilità si allargano.

Premi, classifiche e streaming raccontano la dimensione del successo. Io, per spiegare perché vale la pena seguirla, tornerei agli album.

Alle differenze tra le canzoni.

A quello che sceglie di trattenere e a quello che lascia esplodere.

Il successo ti fa arrivare a milioni di persone. La voglia di riascoltare comincia da qualcosa di molto più personale.

HIT ME HARD AND SOFT

Con HIT ME HARD AND SOFT ritrovo queste possibilità nello stesso disco.

Skinny apre con una voce esposta e con il peso dello sguardo degli altri: il corpo, la fama, la distanza tra essere una persona ed essere un’immagine pubblica.

Lunch cambia subito temperatura. Il ritmo, il desiderio e l’ironia portano altrove.

Chihiro mi prende per il modo in cui costruisce l’attesa. La ripetizione e la crescita della parte elettronica fanno sembrare il brano uno spazio che si allarga mentre ci sei dentro.

Sono canzoni che chiedono cose diverse alla voce e che mostrano quanto conti il lavoro sulla produzione.

Poi arriva Birds of a Feather.

Una melodia immediata, una voce più aperta, parole che danno a quella leggerezza sonora un’intensità diversa.

E lì mi ritrovo di nuovo coinvolto in prima persona.

BIRDS OF A FEATHER

Quella relazione sta ormai arrivando al capolinea.

E, manco a farlo apposta, arriva Billie con parole che sembrano uscite dalla mia testa e dal mio cuore.

Le ascolto e penso: è quello che vorrei dire.

Avrebbero potuto finire in un’app di messaggistica, indirizzate a una persona precisa. Billie le aveva già messe dentro una canzone.

Succede anche questo quando incontri la musica nel momento giusto: qualcuno che non sa nulla di te trova il modo di esprimere ciò che stai vivendo.

Poi resta da capire se dall’altra parte qualcuno stia ancora ascoltando.

QUELLO CHE RESTA

Oggi conosco la realtà di quella storia.

Eppure certe canzoni continuano a restituirmi le stesse sensazioni.

La lucidità non è un interruttore. Sapere come sono andate le cose non significa smettere di sentire ciò che hanno lasciato.

Billie, per me, conserva anche questo.

Ma sarebbe riduttivo ascoltarla soltanto attraverso una relazione.

Mi aveva conquistato prima. Continua a piacermi adesso.

Per la voce, le melodie, i testi. Per il modo in cui una canzone cambia mentre penso di averne già capito la direzione.

Perché torno ad ascoltarla anche quando non sto cercando nessun ricordo.

BILLIE, SECONDO ME

Per me è perfetta.

È il giudizio di chi trova nella sua musica qualcosa a cui continua a tornare. Non pretende di valere per tutti.

Posso però spiegare da dove arriva.

Dal passaggio tra le due parti di Happier Than Ever. Dalla melodia di I Love You. Dall’atmosfera di Chihiro. Dal modo in cui una voce così riconoscibile riesce a muoversi tra ironia, tensione e vulnerabilità.

E dalla collaborazione con Finneas, che rende quei cambiamenti parte di un linguaggio comune.

Sono queste le cose che metterei davanti a chi mi chiede perché la considero una grande cantante.

Poi premerei Play.

VERDICT

Nel 2019 le radio passavano Bad Guy.

Io rimasi per la melodia straziante di I Love You.

Poi arrivò la vita, e quelle canzoni raccolsero molto più di quanto potessi immaginare al primo ascolto.

Qualcosa è finito. La musica ha continuato a fare il proprio lavoro.

Oggi dentro Billie sento anche dei ricordi. Ma sento ancora, prima di tutto, l’artista che mi aveva fermato quando quei ricordi non esistevano.

È per questo che vorrei invitare chi legge ad andare oltre l’apparenza.

Oltre i vestiti, i capelli, l’etichetta della ragazza che canta piano. E anche oltre il singolo che avete sentito dappertutto.

Ascoltate le canzoni intere. Seguite le parole. Fate attenzione a quello che succede alla voce quando il brano cambia.

Potrebbe piacervi oppure no.

Ma datevi il tempo di scoprirlo attraverso la musica.

Billie va ascoltata e capita.

cRASh


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