17 MIN DI LETTURA
COVER STORY · MUSIC
Un concerto dura poche ore. Poi le luci si spengono, il pubblico esce e il palco viene smontato. HIT ME HARD AND SOFT: THE TOUR prova però a lasciare qualcosa anche dopo: milioni di dollari destinati a organizzazioni ambientali e comunitarie, cibo recuperato, plastica evitata, nuove pratiche nelle venue e centinaia di migliaia di azioni dei fan. Ma la domanda più interessante è un’altra: quanto può cambiare davvero l’industria live quando una delle artiste più grandi del mondo decide che lo show non deve finire all’ultima nota?
Scritto da cRASh
Dentro l’articolo
- 106 SERATE. PIÙ DI UN ANNO DI STRADA.
- 13,3 MILIONI DI DOLLARI
- 7,7 MILIONI DI PASTI. MA LE PAROLE CONTANO.
- MANCHESTER: QUANDO IL MENU DIVENTA PARTE DELLO SHOW
- E SE LA VENUE CONTINUASSE ANCHE DOPO?
- 135.260 BOTTIGLIE CHE NON SONO STATE USATE
- IL PROBLEMA PIÙ GRANDE È FUORI DALL’ARENA
- 215.117 AZIONI
- ANCHE IL MERCH DEVE ENTRARE NEL DISCORSO
- NON CHIAMIAMOLO “ZERO IMPACT”
- BILLIE NON COMINCIA OGGI
- QUANTO POTERE HA DAVVERO UN ARTISTA?
- QUELLO CHE RESTA QUANDO BILLIE SE NE VA
- NON SERVE CHE TUTTI DIVENTINO BILLIE EILISH
- BOLOGNA. QUELLA SERA IO NON C’ERO.
- BILLIE, ANCORA UNA VOLTA
- DOPO L’ULTIMA NOTA
L’ultima canzone finisce.
Le luci rimangono accese ancora qualche secondo.
Qualcuno piange.
Qualcuno registra l’ultimo frammento.
Qualcun altro sta già cercando l’uscita prima che migliaia di persone decidano di farlo contemporaneamente.
Poi il pubblico scompare.
Le bottiglie rimangono.
I bicchieri rimangono.
Il cibo rimane.
I camion aspettano.
La produzione comincia a smontare quello che poche ore prima sembrava un mondo permanente.
La mattina successiva quasi non esiste più niente.
È questa una delle stranezze dei grandi concerti.
Per mesi vengono progettati come città temporanee.
Poi, nel giro di poche ore, spariscono.
E allora viene spontaneo chiedersi:
che cosa resta davvero dopo un tour?
Normalmente abbiamo risposte semplici.
Foto.
Video.
Biglietti.
Merchandising.
Numeri.
Incassi.
Ricordi.
Una scaletta salvata su Spotify.
Forse una maglietta che continueremo a indossare per anni.
Billie Eilish ha provato ad aggiungere altro a questa lista.
E il Sustainability & Impact Report di HIT ME HARD AND SOFT: THE TOUR, realizzato con REVERB, Support+Feed e numerosi partner, permette finalmente di guardare quella strategia attraverso qualcosa di più concreto delle dichiarazioni d’intenti.
Numeri.
Procedure.
Venue.
Cibo.
Trasporti.
Plastica.
Denaro.
Persone.
E soprattutto una domanda che riguarda molto più di Billie Eilish.
Quanto può diventare sostenibile un grande tour mondiale senza smettere di essere un grande tour mondiale?

106 SERATE. PIÙ DI UN ANNO DI STRADA.
HIT ME HARD AND SOFT: THE TOUR è partito nel settembre 2024.
Nord America.
Australia.
Europa.
Regno Unito.
Irlanda.
Giappone.
Poi ancora Stati Uniti.
Con l’estensione annunciata nel 2025, il tour è arrivato complessivamente a 106 date, terminando il 23 novembre 2025 a San Francisco, più di un anno dopo la prima serata.
Centosei concerti.
Arena.
Persone che viaggiano.
Produzione.
Crew.
Attrezzature.
Catering.
Merchandise.
Energia.
Trasporti.
Quando pensiamo alla sostenibilità nella musica live rischiamo spesso di ridurre tutto a una bottiglia di plastica eliminata dal backstage.
Il problema è immensamente più grande.
Un tour di questa scala è una macchina logistica.
E qualsiasi macchina di queste dimensioni produce un impatto.
Questo è il primo punto importante.
Il tour sostenibile perfetto non esiste.
Non basta mettere una borraccia riutilizzabile nelle mani dell’artista per trasformare migliaia di chilometri di spostamenti, centinaia di migliaia di spettatori e decine di arene in qualcosa di ambientalmente neutro.
E infatti la domanda interessante non dovrebbe essere:
“Billie Eilish ha realizzato un tour senza impatto?”
No.
La domanda seria è:
dove puoi intervenire realmente quando la macchina deve comunque muoversi?
13,3 MILIONI DI DOLLARI
Il numero che inevitabilmente cattura per primo l’attenzione è questo.
Secondo il report ufficiale, attraverso il Global Changemaker Ticket Program, l’eco-fund da un dollaro per biglietto e il programma #RockNRefill di REVERB e Nalgene, il tour ha generato 13,3 milioni di dollari destinati ad azione climatica e organizzazioni comunitarie.
Non è una cifra laterale.
E soprattutto non viene presentata come una donazione unica fatta alla fine del tour per aggiungere una bella riga a un comunicato.
Il Changemaker Ticket distribuiva proventi di posti specificamente designati.
In Nord America, REVERB ha gestito parte di questi fondi attraverso un Climate Impact Fund; il report parla di 102 organizzazioni nonprofit e 19 progetti climatici sostenuti in quell’area.
In Europa, Australia e Giappone, altre 26 organizzazioni grassroots in 15 Paesi sono state individuate con il supporto di Support+Feed.
Complessivamente, il report indica 160 organizzazioni nonprofit coinvolte nel programma globale.
Questa parte mi interessa particolarmente.
Perché sposta leggermente il concetto.
Il tour non passa soltanto attraverso una città.
Lascia qualcosa nella città.
Almeno questa è l’ambizione.
E se vuoi parlare seriamente di sostenibilità nell’industria musicale, forse devi partire proprio da qui.
Non soltanto ridurre.
Anche redistribuire.
7,7 MILIONI DI PASTI. MA LE PAROLE CONTANO.
Poi c’è il cibo.
Il report attribuisce alla partnership con Support+Feed l’equivalente di 7,7 milioni di pasti plant-based e più di 5 milioni di libbre di cibo recuperate evitando che finissero in discarica.
Qui però è importante essere precisi.
“7,7 milioni” non significa che durante i concerti siano state materialmente servite 7,7 milioni di porzioni ai fan.
Il report utilizza la definizione di plant-based meal equivalents nell’ambito delle iniziative sostenute da Support+Feed.
È una distinzione piccola nelle parole e enorme nel modo in cui interpretiamo un dato.
Ed è proprio il genere di distinzione che deve fare un magazine.
Perché sostenibilità non può diventare una nuova forma di hype.
Altrimenti sostituiamo semplicemente:
“tour più grande di sempre”
con:
“tour più green di sempre”.
E continuiamo a fare marketing.
La parte interessante arriva quando scendiamo dentro i meccanismi.
MANCHESTER: QUANDO IL MENU DIVENTA PARTE DELLO SHOW
Quattro serate sold-out alla Co-op Live di Manchester.
Il menu dell’arena diventa completamente plant-based.
Secondo il report, rispetto al food mix tipico di un concerto, questa scelta avrebbe generato il 47% in meno di emissioni legate al cibo e un risparmio di circa 3,5 milioni di litri d’acqua.
Improvvisamente la sostenibilità smette di essere una frase sulla pagina “About”.
Diventa:
cosa mangia una persona quando entra nell’arena?
Questa è una scala molto più interessante.
Perché se vuoi modificare davvero il comportamento di un grande evento non devi necessariamente chiedere a decine di migliaia di persone di compiere una scelta eroica.
Puoi cambiare la scelta di default.
Il tour chiedeva alle venue di offrire opzioni plant-based allo stesso prezzo delle alternative.
Anche il catering della crew seguiva lo stesso principio, con il plant-based come default, pur mantenendo dove necessario un’opzione di carne prevista dalle regole sindacali.
Inoltre, invece di trasportare lungo il tour un intero sistema catering, venivano utilizzati fornitori locali, eliminando — secondo il report — un bus e un camion dalla logistica itinerante. Un consulente specializzato lavorava con i team locali affinché le competenze acquisite potessero restare anche dopo la partenza del tour.
Ed eccolo di nuovo.
Quello che resta.
Non il panino mangiato durante il concerto.
La conoscenza lasciata nella cucina dell’arena.

E SE LA VENUE CONTINUASSE ANCHE DOPO?
Questa per me è una delle parti più interessanti dell’intero report.
Più di 30 venue avrebbero introdotto o ampliato programmi ambientali durante il passaggio del tour.
Qualche esempio.
Alla SAP Center di San Jose, le proposte vegan avrebbero funzionato abbastanza bene da essere inserite permanentemente nel menu.
Al BOK Center di Tulsa sono stati introdotti nuovi sistemi per riciclo e rifiuti e la venue ha indicato l’intenzione di continuare a testare un’offerta plant-based.
Alla Climate Pledge Arena di Seattle il biglietto includeva il trasporto pubblico e venivano offerti incentivi legati alla mobilità condivisa.
Alla UBS Arena di Long Island, durante le date di Billie, il 95% dei rifiuti sarebbe stato compostato o riciclato e sono stati utilizzati 8.000 bicchieri riutilizzabili.
Al Kaseya Center di Miami, il report attribuisce all’utilizzo di alternative in alluminio l’eliminazione potenziale di 14.400 bottiglie di plastica monouso.
Questa è forse la misura più importante.
Perché Billie Eilish può fare centosei concerti.
Poi va via.
La venue invece rimane.
Se l’arena torna esattamente a fare ciò che faceva prima, hai organizzato un evento sostenibile.
Se qualcosa rimane nel sistema, hai forse iniziato a modificare l’industria.
Sono due cose molto diverse.
135.260 BOTTIGLIE CHE NON SONO STATE USATE
Il report attribuisce alle refill station, alle borracce riutilizzabili e alla riduzione della plastica backstage oltre 135.260 bottiglie monouso evitate, equivalenti a circa 2,84 tonnellate di rifiuti plastici potenziali.
Di queste, oltre 103.000 riguarderebbero direttamente l’utilizzo da parte del pubblico delle stazioni d’acqua gratuite.
Un’altra decisione apparentemente minuscola ha numeri ancora più grandi.
Invece della pratica diffusa di versare una bevanda dalla confezione originale in un ulteriore bicchiere di plastica, diverse venue hanno servito direttamente il contenitore originale.
Secondo il report:
oltre un milione di bicchieri di plastica evitati.
Un milione.
E qui torniamo sempre allo stesso punto.
Una singola persona può utilizzare una borraccia.
È una buona cosa.
Ma l’impatto enorme arriva quando cambi una procedura ripetuta centinaia di migliaia di volte.
Sostenibilità industriale non significa soltanto convincere le persone a essere più virtuose.
Significa progettare sistemi nei quali la scelta meno dannosa diventi anche la più semplice.
IL PROBLEMA PIÙ GRANDE È FUORI DALL’ARENA
Poi arriviamo al trasporto.
Ed è qui che qualsiasi discorso facile sulla sostenibilità dei concerti comincia a complicarsi.
Perché puoi eliminare una bottiglia.
Puoi cambiare il menu.
Puoi usare materiali riciclati.
Poi arrivano ventimila persone all’arena.
Come?
Automobile.
Treno.
Metro.
Bus.
Aereo.
Taxi.
Il report stesso riconosce che gli spostamenti del pubblico rappresentano la parte dominante dell’impatto legato ai trasporti di un concerto.
Ed è molto più difficile intervenire lì.
Per questo durante il tour sono state sperimentate soluzioni differenti.
In Australia il trasporto pubblico era incluso per i possessori del biglietto in tutte le dodici date di Brisbane, Melbourne e Sydney.
A Los Angeles sono state organizzate navette gratuite park-and-ride collegate al sistema LA Metro.
A Phoenix il biglietto del concerto dava accesso alla light rail locale.
A San Francisco era incluso il pass giornaliero Muni.
Billie ha inoltre contribuito a finanziare il Concert Travel Study di REVERB, pensato proprio per capire meglio il comportamento dei fan negli spostamenti verso i concerti.
Questa forse è la parte meno glamour dell’intera storia.
Ed è esattamente per questo che conta.
Nessuno mette su Instagram:
“oggi abbiamo migliorato il modal split del pubblico.”
Ma se vuoi ridurre seriamente l’impatto di migliaia di persone che raggiungono lo stesso edificio, prima o poi devi parlare anche di questo.
215.117 AZIONI
Il report parla poi di 215.117 azioni compiute dai fan all’interno degli Eco-Action Village presenti durante il tour.
Non significa 215.117 persone diventate improvvisamente ambientaliste.
Significa azioni.
Firma.
Informazione.
Partecipazione.
Interazione con organizzazioni.
Tra queste, 36.036 persone avrebbero aderito all’impegno proposto da Support+Feed di consumare un pasto plant-based al giorno per trenta giorni.
Più di 26.000 fan hanno inoltre partecipato a un questionario educativo sulla fast fashion.
E oltre 160 organizzazioni nonprofit hanno preso parte agli Eco-Action Village del tour.
Questa parte può essere letta in due modi.
Quello più facile è:
Billie utilizza la propria enorme audience per promuovere determinate cause.
Vero.
Quello più interessante è:
cosa succede quando il concerto smette per qualche minuto di essere soltanto un luogo di consumo e diventa anche una piattaforma?
Una persona è già lì.
Ha già comprato il biglietto.
È emotivamente coinvolta.
Si fida dell’artista.
Quella relazione possiede un valore enorme.
Commerciale, sicuramente.
Ma anche culturale.
Un artista può usarla per vendere una felpa.
Oppure può provare anche a spostare una conversazione.
Le due cose possono tranquillamente convivere.
ANCHE IL MERCH DEVE ENTRARE NEL DISCORSO
Naturalmente non puoi parlare di un tour contemporaneo senza parlare di merchandising.
La sostenibilità qui diventa ancora più complicata.
Perché da una parte vogliamo materiali migliori.
Dall’altra continuiamo a produrre nuovi oggetti.
Il report indica l'utilizzo per il merchandise di materiali riciclati, upcycled e organici, coloranti non tossici e inchiostri a base d’acqua.
I poster vengono prodotti con carta riciclata al 100%.
Niente sacchetti di plastica.
Anche i vinili collegati al progetto vengono indicati come realizzati con vinile nero riciclato al 100%, packaging certificato FSC, inchiostri vegetali e sleeve riutilizzabili al posto dello shrink wrap tradizionale.
È interessante.
Ma anche qui dobbiamo evitare una scorciatoia.
Un prodotto più sostenibile non significa un prodotto senza impatto.
Esiste ancora produzione.
Trasporto.
Materiale.
Energia.
La vera domanda diventa quindi:
quanto possiamo migliorare qualcosa che continueremo comunque a produrre?
È una domanda molto meno sexy.
Ma molto più seria.

NON CHIAMIAMOLO “ZERO IMPACT”
E qui arriviamo alla parte che secondo me rende questo articolo necessario.
Il report ufficiale racconta tantissime iniziative e numerosi risultati specifici.
Quello che non vedo nel documento pubblico è una singola impronta climatica complessiva del tour, un totale che ci permetta di leggere in una cifra unica emissioni generate e riduzioni ottenute.
Non significa che il lavoro non esista.
Significa semplicemente che, nel materiale pubblico che stiamo analizzando, non possiamo prendere i risultati elencati e trasformarli automaticamente nella frase:
“tour sostenibile al 100%”.
Non sarebbe corretto.
Il documento è inoltre prodotto all’interno dell’ecosistema del tour insieme a REVERB e ai partner coinvolti.
Quindi i numeri vanno letti per quello che sono:
dati dichiarati dal programma d’impatto.
Non un audit indipendente dell’intera impronta ambientale.
Questa distinzione non indebolisce la storia.
Secondo me la rende molto più interessante.
Perché la sostenibilità vera non richiede santificazione.
Non serve trasformare Billie Eilish nella persona che ha “salvato i concerti”.
Sarebbe ridicolo.
Serve invece guardare cosa ha provato a cambiare e domandarci:
questa cosa può diventare normale anche quando Billie non è più nell’edificio?
BILLIE NON COMINCIA OGGI
E infatti questo progetto non nasce improvvisamente con HIT ME HARD AND SOFT.
Già durante Happier Than Ever: The World Tour, la collaborazione con REVERB comprendeva refill station, riduzione della plastica e catering plant-based.
Il precedente impact report parlava di oltre 24.000 pasti plant-based serviti a artista e crew e di opzioni plant-based disponibili nelle venue.
Quindi HIT ME HARD AND SOFT sembra meno una campagna isolata e più un tentativo di aumentare la scala.
E questo cambia il modo in cui leggo l’intera operazione.
Non:
facciamo il tour green.
Piuttosto:
vediamo fin dove possiamo spostare il sistema.
National Geographic, raccontando il progetto nell’aprile 2026, ha ricostruito come Billie avesse iniziato a confrontarsi molto presto con l’impatto ambientale della vita in tour — generatori, bus, bottiglie di plastica, logistica — e come negli anni abbia cercato di integrare progressivamente questi temi nell’organizzazione dei propri show.
La parte interessante, quindi, non è la perfezione.
È l’evoluzione.
QUANTO POTERE HA DAVVERO UN ARTISTA?
Tantissimo.
E contemporaneamente non abbastanza.
Questa contraddizione è importante.
Billie Eilish può chiedere a una venue di cambiare menu.
Può inserire standard dentro un contratto.
Può finanziare organizzazioni.
Può parlare a milioni di fan.
Può rendere desiderabile una borraccia.
Può convincere una grande arena a testare qualcosa che magari senza quel tour non avrebbe sperimentato.
Questo è potere.
Ma non controlla da sola:
le reti elettriche delle città.
il sistema dei trasporti.
la produzione globale.
la provenienza di ogni singolo spettatore.
le infrastrutture.
le politiche energetiche.
l’intera industria musicale.
Ed è forse questo il punto più adulto della conversazione.
Non dobbiamo aspettare che un artista risolva un problema sistemico.
Dobbiamo guardare quanto potere possiede dentro quella parte del sistema che può realmente influenzare.
E capire cosa decide di farne.
QUELLO CHE RESTA QUANDO BILLIE SE NE VA
Mi interessa soprattutto questo.
Billie arriva.
L’arena si riempie.
Si canta.
Si urla.
Qualcuno piange.
Qualcuno aspetta quella canzone dall’inizio della serata.
Poi tutto finisce.
Il palco viene smontato.
Il camion chiude le porte.
La crew parte.
Billie va nella città successiva.
Ma alla SAP Center rimane un piatto vegan nel menu.
Da qualche parte rimane una nuova refill station.
Un responsabile catering ha imparato un sistema differente.
Un fan ha utilizzato la metro invece dell’automobile.
Un’associazione locale ha ricevuto fondi.
Del cibo che sarebbe stato buttato è arrivato a qualcuno.
Una bottiglia non è stata prodotta, utilizzata e gettata.
Una persona ha scoperto un’organizzazione di cui non aveva mai sentito parlare.
Sono cose minuscole se guardate singolarmente.
Poi arriva il numero.
Centosei concerti.
Ed è lì che capiamo perché la scala conta.
Lo stesso problema che rende un tour mondiale ambientalmente pesante può diventare anche ciò che permette a una piccola modifica di moltiplicarsi.
Questa forse è la lezione più interessante di tutto il report.
La scala è il problema.
La scala può diventare anche lo strumento.
NON SERVE CHE TUTTI DIVENTINO BILLIE EILISH
Un’altra domanda inevitabile:
può essere replicato?
Perché è facile chiedere cambiamenti quando sei una delle artiste più importanti del pianeta.
Hai potere negoziale.
Budget.
Partner.
Attenzione.
Una venue ascolta Billie Eilish in un modo in cui probabilmente non ascolterebbe una band che vende cinquecento biglietti.
Vero.
Ma non tutto ciò che è stato sperimentato richiede una superstar.
Evitare doppi bicchieri.
Migliorare la raccolta dei rifiuti.
Offrire refill.
Lavorare con catering locali.
Creare una vera alternativa plant-based.
Comunicare meglio il trasporto pubblico.
Recuperare il cibo.
Mettere in contatto il pubblico con organizzazioni locali.
Molte di queste azioni possono essere ridimensionate.
Un club.
Un festival.
Un teatro.
Un’arena.
Scale diverse.
Principi simili.
Ed è probabilmente questo il vero test.
Non sapere quanti articoli verranno scritti sul tour di Billie.
Ma vedere se tra cinque anni alcune di queste pratiche non sembreranno più:
“la cosa sostenibile che ha fatto Billie Eilish”.
Sembreranno semplicemente:
il modo normale di organizzare un concerto.
Quando accade questo, una scelta culturale ha davvero vinto.
Quando smette di essere eccezionale.
BOLOGNA. QUELLA SERA IO NON C’ERO.
8 giugno 2025.
Unipol Arena, Bologna.
Per motivi di salute ho dovuto rinunciare a esserci.
E perdere quel concerto ha aggiunto altro dolore a quello che stavo già vivendo.
Perché Billie, nella mia vita, occupa un posto che non riesco a spiegare soltanto parlando di musica.
Alcune sue canzoni sono finite dentro parti di me.
E lì sono rimaste.
Non voglio raccontare tutto qui.
Ma quella sera non mi è mancato soltanto un concerto.
Mi è mancato esserci. Con tutto quello che, per me, significava.

BILLIE, ANCORA UNA VOLTA
Su CrashVerse abbiamo già raccontato Billie Eilish.
La voce.
Le canzoni.
Finneas.
I Love You.
Happier Than Ever.
Birds of a Feather.
E inevitabilmente anche la parte personale che la sua musica ha finito per raccogliere dentro la mia vita.
Quello è un altro articolo.
E deve rimanere un altro articolo.
Perché Billie non mi interessa soltanto per quello che una canzone può significare per me.
Mi interessa anche vedere cosa fa una persona quando ottiene una quantità enorme di attenzione.
Puoi utilizzarla soltanto per occupare ancora più spazio.
Oppure puoi provare a spostarne una parte verso qualcos’altro.
Non significa essere perfetti.
Non significa che ogni iniziativa funzioni.
Non significa che improvvisamente il mondo della musica live diventi pulito.
Significa assumersi una responsabilità diversa.
Quella di capire che, quando milioni di persone ti stanno guardando, anche una scelta operativa può diventare cultura.
DOPO L’ULTIMA NOTA
Il pubblico esce.
Le luci si spengono.
La sala si svuota.
Qualcuno sta già pubblicando il video.
Qualcuno è in macchina.
Qualcun altro torna a casa in metro.
Sul palco iniziano a smontare.
Il giorno dopo, in quella città, Billie Eilish non c’è più.
Ed è lì che possiamo finalmente capire se qualcosa ha funzionato.
Non mentre canta.
Dopo.
Se è rimasto un modo differente di servire il cibo.
Una pratica che la venue decide di mantenere.
Del denaro arrivato a chi può utilizzarlo.
Un sistema di trasporto che qualcuno ha scoperto essere possibile.
Una bottiglia che non è diventata rifiuto.
Un pasto che non è finito in discarica.
Una persona che ha guardato diversamente ciò che consuma.
Non cambierà il pianeta da sola.
Naturalmente.
Ma forse è proprio questo il problema del modo in cui raccontiamo queste cose.
Cerchiamo sempre il gesto definitivo.
La soluzione totale.
La persona che salva tutto.
La realtà funziona molto meno cinematograficamente.
È fatta di sistemi.
Procedure.
Tentativi.
Modifiche.
Persone che decidono di fare una cosa leggermente meglio di come veniva fatta prima.
Poi qualcuno arriva dopo e la migliora ancora.
Un concerto dura poche ore.
Una canzone ancora meno.
Ma la cultura funziona in modo strano.
Qualcosa può continuare a muoversi molto dopo che il suono è finito.
Forse è questo che dovremmo chiedere a un grande tour.
Non di fingere di non lasciare alcuna impronta.
È impossibile.
Ma di scegliere con attenzione quale impronta lasciare.
Perché prima o poi arriva sempre l’ultima canzone.
La vera domanda comincia quando termina.
Che cosa resta?
Nel caso di HIT ME HARD AND SOFT: THE TOUR, per la prima volta abbiamo abbastanza numeri per provare a rispondere.
E forse la parte più importante non è ciò che Billie Eilish ha già cambiato.
È vedere quanti, dopo di lei, decideranno che vale la pena continuare.


ORA DÌ LA TUA
Per partecipare ai commenti, accedi oppure crea il tuo account CrashVerse.