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NERD CULTURE · SCI-FI & FANTASY

Scritto da cRASh

Il testo contiene anticipazioni su Blade Runner e Blade Runner 2049.

IL FUTURO NON ERA PULITO

Ci avevano raccontato il futuro in tanti modi.

Bianco.

Lucido.

Ordinato.

Macchine perfette.

Città pulite.

Tecnologia capace di sistemare tutto.

Poi è arrivato Blade Runner.

E il futuro era sporco.

Pioveva.

Le strade erano piene.

Le insegne urlavano.

Le città sembravano aver continuato a crescere senza chiedersi se avessero ancora spazio.

L’umanità aveva costruito macchine quasi perfette.

Ma non era diventata migliore.

Era ancora sola.

Ancora violenta.

Ancora confusa.

Ancora terribilmente umana.

1982

Ridley Scott.

Harrison Ford.

Rutger Hauer.

Sean Young.

Los Angeles.

2019.

Blade Runner esce nel 1982 e inizialmente non diventa immediatamente il monumento culturale che oggi consideriamo quasi inevitabile.

Anzi.

Il tempo farà con questo film qualcosa di molto più interessante del successo immediato.

Lo farà crescere.

PHILIP K. DICK

Prima di Blade Runner c’è un romanzo.

Do Androids Dream of Electric Sheep?

Philip K. Dick.

1968.

Già nel titolo c’è una domanda.

Gli androidi sognano?

E se sognano…

quanto sono diversi da noi?

NON È LA STESSA STORIA

Il film prende il mondo di Dick e lo trasforma.

Ridley Scott non realizza semplicemente una trasposizione letterale.

Costruisce un altro oggetto.

Un noir.

Una fantascienza.

Una storia sull’identità.

Un film sul ricordo.

Un film sulla morte.

Un film in cui la domanda più importante non è:

“chi è il robot?”

Ma:

“cosa rende umano qualcuno?”

RICK DECKARD

Deckard è un Blade Runner.

Il suo lavoro è “ritirare” replicanti.

Una parola elegante.

Quasi burocratica.

Per dire:

ucciderli.

REPLICANTI

Sono esseri artificiali.

Creati dagli esseri umani.

Fisicamente quasi indistinguibili da noi.

Più forti.

In alcuni casi più resistenti.

Capaci di imparare.

Ricordare.

Desiderare.

Avere paura.

Ma con una data di scadenza.

QUATTRO ANNI

La vita dei replicanti Nexus-6 è limitata.

Quattro anni.

Abbastanza per vivere.

Non abbastanza per accettare di morire.

E QUI BLADE RUNNER DIVENTA ENORME

Perché i replicanti non tornano sulla Terra soltanto per distruggere.

Vogliono più vita.

È quasi tutto qui.

Più vita.

Una richiesta talmente umana che improvvisamente la distinzione tra uomo e macchina comincia già a rompersi.

ROY BATTY

E poi arriva lui.

Rutger Hauer.

Roy Batty.

Uno dei personaggi più straordinari della fantascienza.

All’inizio dovrebbe essere il nemico.

Il replicante pericoloso.

Quello da eliminare.

Poi lo guardi.

Lo ascolti.

E inizi a capire che Roy non sta combattendo contro l’umanità.

Sta combattendo contro la morte.

Rutger Hauer nel ruolo di Roy Batty in Blade Runner
Rutger Hauer, Roy Batty. Blade Runner (1982). Immagine via BFI; diritti dei rispettivi titolari.

“MORE LIFE”

Cosa chiederesti al tuo creatore se sapessi di avere pochissimo tempo?

Roy ha una risposta semplice.

Vivere.

TYRELL

E allora va dal suo creatore.

Dr. Eldon Tyrell.

L’uomo che rappresenta la capacità umana di creare qualcosa di quasi divino senza avere alcuna intenzione di concedergli davvero libertà.

More human than human.

Più umano dell’umano.

È lo slogan della Tyrell Corporation.

Ed è già una contraddizione perfetta.

SE È PIÙ UMANO DELL’UMANO…

allora cos’è?

RACHAEL

Poi c’è Rachael.

Sean Young.

Elegante.

Fredda.

Bellissima.

Convinta di essere umana.

Fino a quando qualcuno le dice che i suoi ricordi non sono davvero suoi.

RICORDI IMPIANTATI

Ed eccoci.

Una delle idee più potenti di Blade Runner.

Se ricordi tua madre.

La tua infanzia.

Una casa.

Un momento.

Un dolore.

E poi scopri che quei ricordi appartenevano a qualcun altro…

chi sei?

NOI SIAMO ANCHE QUELLO CHE RICORDIAMO

O almeno ci piace pensarlo.

La nostra identità è costruita anche attraverso la memoria.

Ma se quella memoria può essere creata, copiata, modificata…

quanto resta di noi?

IL TEST VOIGHT-KAMPFF

Per distinguere un essere umano da un replicante serve un test.

Ed è già qualcosa di meravigliosamente inquietante.

Non basta guardare.

Non basta parlare.

Bisogna misurare le reazioni emotive.

L’empatia.

L’EMPATIA

Ed ecco un altro paradosso.

Gli umani cercano di capire se i replicanti provano emozioni.

Ma durante il film sono proprio alcuni replicanti a mostrarne tantissime.

Paura.

Amore.

Dolore.

Fedeltà.

Rabbia.

Desiderio.

Compassione.

E GLI UMANI?

Non sempre fanno una figura migliore.

LOS ANGELES 2019

Poi c’è la città.

Forse il personaggio più importante del film.

Blade Runner non ha semplicemente costruito un futuro.

Ha costruito l’immagine del futuro che tantissima fantascienza avrebbe continuato a inseguire per decenni.

PIOGGIA

Sempre pioggia.

Buio.

Vapore.

Neon.

Edifici enormi.

Strade affollate.

Lingue diverse.

Pubblicità gigantesche.

Tecnologia avanzatissima accanto a decadimento urbano.

HIGH TECH. LOW LIFE.

Anche se quella formula sarebbe diventata celebre soprattutto attraverso il cyberpunk come movimento più ampio, Blade Runner ne incarna perfettamente la logica.

Tecnologia altissima.

Vita umana tutt’altro che migliorata.

IL CYBERPUNK

Chiariamo una cosa.

Blade Runner non ha inventato il cyberpunk.

Le radici erano già lì.

Letteratura.

Fantascienza.

Philip K. Dick.

J.G. Ballard.

John Brunner.

E poco dopo William Gibson avrebbe dato al movimento una delle sue forme letterarie definitive con Neuromante.

Ma Blade Runner ha fatto qualcosa di altrettanto importante.

Gli ha dato un volto.

BLADE RUNNER NON HA INVENTATO IL CYBERPUNK.

MA GLI HA DATO UN VOLTO.

E QUEL VOLTO È ANCORA QUI

Cyberpunk 2077.

Ghost in the Shell.

Akira.

Videogiochi.

Anime.

Film.

Serie.

Pubblicità.

Moda.

Architettura.

Concept art.

Ogni volta che vediamo:

neon.

pioggia.

megacorporazioni.

grattacieli.

strade sovraffollate.

tecnologia e decadenza.

una parte del nostro cervello pensa ancora:

Blade Runner.

IL FUTURO È MULTICULTURALE

La città di Blade Runner non è americana nel senso tradizionale.

È un miscuglio.

Lingue.

Cibi.

Scritture.

Culture.

Influenze asiatiche.

Occidente.

Oriente.

Pubblicità.

Mercato.

Migrazione.

È una Los Angeles trasformata dalla globalizzazione prima ancora che quella parola diventasse parte del nostro vocabolario quotidiano.

LA PUBBLICITÀ È OVUNQUE

Anche qui.

Come Fallout.

Il futuro può crollare.

Le aziende no.

Le facciate cambiano.

Le persone soffrono.

Ma i marchi continuano a vendere.

MEGACORPORAZIONI

Tyrell è enorme.

Talmente enorme da sembrare quasi una divinità sopra la città.

Edificio-piramide.

Potere.

Tecnologia.

Creazione della vita.

Questa è un’altra idea centrale del cyberpunk:

le aziende non vendono soltanto prodotti.

Diventano poteri.

CHI CREA LA VITA?

E se un’azienda può creare un essere intelligente…

chi possiede quella vita?

È UNA DOMANDA CHE OGGI FA ANCORA PIÙ PAURA

Perché nel 1982 era fantascienza.

Oggi discutiamo realmente di intelligenza artificiale.

Robot umanoidi.

Bioingegneria.

Memorie digitali.

Identità sintetiche.

Agenti autonomi.

BLADE RUNNER È INVECCHIATO MALE?

Tecnicamente?

Certo.

Il 2019 reale non è quello del film.

Non abbiamo replicanti Nexus-6.

Le auto non volano tra edifici pieni di pubblicità come quelle di Scott.

Ma è quasi irrilevante.

PERCHÉ IL FUTURO DI BLADE RUNNER NON ERA UNA PREVISIONE

Era una sensazione.

E quella sensazione è invecchiata benissimo.

VANGELIS

E poi c’è la musica.

Vangelis.

Difficile separarla dalle immagini.

Sintetizzatori.

Atmosfere.

Melodie.

Qualcosa di futuristico e contemporaneamente profondamente malinconico.

NON È MUSICA “DA FUTURO”

È musica da memoria.

Ed è proprio questa la magia.

Guardiamo il futuro.

Ma sentiamo nostalgia.

BLADE RUNNER È UN FILM MALINCONICO

Molto più di quanto sia un film d’azione.

È lento.

Contemplativo.

Piovoso.

Pieno di silenzi.

Persone che sembrano continuamente cercare qualcosa che non riescono a trovare.

DECKARD È UN EROE STRANO

Non ha entusiasmo.

Non sembra felice.

Non sembra nemmeno particolarmente interessato al proprio lavoro.

È un detective noir spostato nel futuro.

FILM NOIR

Ed è fondamentale.

Blade Runner deve tantissimo al noir.

Detective.

Femme fatale.

Ombre.

Pioggia.

Voce narrante in alcune versioni.

Moralità incerta.

Persone che mentono.

Città che sembra mangiare chi la abita.

FUTURO + PASSATO

Un’altra contraddizione.

Il film sembra futuristico.

Ma contemporaneamente vecchio.

Vestiti.

Architettura.

Atmosfera.

Noir anni Quaranta.

Tecnologia futuristica.

Ancora una volta:

mondi che si contaminano.

E POI ARRIVA LA DOMANDA

Deckard è umano?

LA DOMANDA CHE NON MUORE

Da decenni.

Discussioni.

Interviste.

Versioni differenti.

Origami.

Unicorni.

Sogni.

Indizi.

Ridley Scott ha espresso la propria interpretazione.

Harrison Ford per anni ne ha avuta un’altra.

E il dibattito è diventato parte integrante del film.

MA FORSE NON IMPORTA

Anzi.

Forse la domanda è proprio sbagliata.

SE DECKARD FOSSE UN REPLICANTE…

cambierebbe quello che abbiamo provato guardandolo?

SE RACHAEL È UN REPLICANTE…

significa che il suo amore vale meno?

SE ROY È ARTIFICIALE…

il suo terrore della morte è meno reale?

ECCO IL PUNTO

Blade Runner ti passa due ore a chiedere di distinguere tra umani e replicanti.

Poi lentamente distrugge il significato stesso della distinzione.

TEARS IN RAIN

E arriviamo inevitabilmente lì.

Roy.

Deckard.

Tetto.

Pioggia.

Una vita che sta finendo.

NON VOGLIO RIPETERE TUTTO IL MONOLOGO

Non serve.

Lo conosciamo.

O se non lo conosciamo, dovremmo arrivarci attraverso il film.

“I’VE SEEN THINGS…”

Bastano quelle parole.

Roy racconta cose che Deckard non vedrà mai.

Esperienze.

Luoghi.

Momenti.

Ricordi.

E POI MUORE

Ma prima…

salva Deckard.

IL REPLICANTE SALVA L’UOMO

Quello che Deckard doveva uccidere dimostra compassione.

Nel momento in cui sta perdendo la propria vita.

È una delle più grandi ironie dell’intero film.

RUTGER HAUER

E la storia di quel monologo è diventata quasi leggendaria.

Hauer contribuì personalmente a rielaborare il testo, rendendolo più breve e umano.

Il risultato è uno dei momenti più ricordati della storia della fantascienza.

LA COLOMBA

Roy muore.

La colomba vola.

Forse simbolismo evidente.

Forse no.

Ma funziona.

TUTTI QUEI MOMENTI…

La cosa più dolorosa non è che Roy muoia.

È che sa che con lui scompariranno anche i suoi ricordi.

Esperienze che nessun altro ha vissuto.

ED ECCO DI NUOVO LA MEMORIA

Rachael.

Ricordi impiantati.

Roy.

Ricordi che muoiono.

Deckard.

Ricordi forse dubbi.

Blade Runner torna continuamente lì.

SIAMO CIÒ CHE RICORDIAMO?

O siamo ciò che facciamo?

ROY HA QUATTRO ANNI DI VITA

E in quei quattro anni ha visto più di quanto moltissime persone vedranno in ottanta.

ALLORA CHI HA VISSUTO DI PIÙ?

1982 NON BASTAVA

Poi succede un’altra cosa particolare.

Blade Runner viene modificato.

Versioni diverse.

Theatrical Cut.

Director’s Cut.

Final Cut.

Scene cambiate.

Voce narrante.

Finali.

Unicorno.

Il film stesso sembra quasi comportarsi come uno dei propri replicanti.

La sua identità cambia a seconda dei ricordi che gli vengono messi dentro.

THE FINAL CUT

È la versione che oggi molti considerano quella definitiva voluta da Ridley Scott.

Più ambigua.

Più oscura.

Meno bisognosa di spiegarti cosa pensare.

E QUESTO GLI FA BENE

Blade Runner funziona meglio quando lascia domande.

NON È UN FILM FACILE

E forse va detto soprattutto oggi.

Se lo guardi aspettandoti un action moderno, potresti restare spiazzato.

Non corre.

Non ha bisogno di esplodere continuamente.

Ti chiede tempo.

MA SE ENTRI NEL SUO RITMO…

poi difficilmente esci davvero.

BLADE RUNNER 2049

E decenni dopo qualcuno ha fatto una cosa che sembrava quasi folle.

Continuarlo.

DENIS VILLENEUVE

2017.

Blade Runner 2049.

Ryan Gosling.

Harrison Ford.

Roger Deakins.

Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch.

Un sequel di Blade Runner.

Avrebbe potuto essere un disastro culturale.

E INVECE…

Ha capito una cosa fondamentale.

Non doveva imitare il primo film.

Doveva continuare la domanda.

K

Un altro Blade Runner.

Un’altra identità.

Un’altra relazione con ciò che è artificiale.

Un altro uomo — o qualcosa che gli somiglia — alla ricerca di qualcosa che gli dica chi sia.

JOI

E qui Blade Runner porta il problema ancora più avanti.

Un’intelligenza artificiale può amare?

O simula l’amore?

E se la simulazione è perfetta…

per chi la vive, cambia qualcosa?

QUESTA DOMANDA OGGI È MOLTO PIÙ VICINA

Nel 2017 sembrava ancora principalmente fantascienza.

Oggi parliamo realmente con sistemi artificiali.

Creiamo relazioni.

Attribuiamo personalità.

Ci affezioniamo alle interfacce.

BLADE RUNNER NON HA BISOGNO DI INDOVINARE IL FUTURO

Continua semplicemente a fare le domande giuste.

GHOST IN THE SHELL

Non posso parlare di Blade Runner senza pensare anche a Ghost in the Shell.

Corpo.

Memoria.

Identità.

Macchina.

Anima.

Due opere lontane e vicinissime.

Due culture differenti che finiscono per interrogarsi sullo stesso confine.

CYBERPUNK 2077

E naturalmente Cyberpunk.

Night City.

Megacorporazioni.

Neon.

Corpi modificati.

Pioggia.

Pubblicità.

Tecnologia.

Disuguaglianza.

Blade Runner non è l’unica radice.

Ma è impossibile non sentirne l’ombra.

MATRIX

Anche Matrix arriverà dopo.

Un altro linguaggio.

Un’altra estetica.

Un’altra domanda sulla realtà.

Ma ancora una volta:

chi siamo quando ciò che percepiamo può essere costruito?

QUESTE OPERE PARLANO TRA LORO

E per questo amo la Nerd Culture.

Non esistono muri veri tra cinema, videogiochi, anime, letteratura, tecnologia.

Blade Runner nasce da un romanzo.

Influenza cinema.

Anime.

Videogiochi.

Design.

Musica.

Moda.

E oggi dialoga indirettamente con l’intelligenza artificiale reale.

IL FUTURO CI HA RAGGIUNTI?

Non quello del film.

Fortunatamente.

Ma alcune domande sì.

CREIAMO INTELLIGENZE

Discutiamo di autonomia.

Di coscienza.

Di robot umanoidi.

Di lavoro artificiale.

Di diritti.

Di responsabilità.

E ALLORA LA DOMANDA TORNA

A che punto una macchina smette di essere soltanto una macchina?

E FORSE LA RISPOSTA NON SARÀ TECNICA

Potrebbe essere emotiva.

SE UN GIORNO UNA MACCHINA CI DICESSE:

“Ho paura di morire.”

Cosa faremmo?

LE DIREMMO CHE NON PUÒ AVERE PAURA?

Perché l’abbiamo costruita noi?

TYRELL LO FACEVA

È questo che rende ancora oggi quella storia così potente.

IL CREATORE PENSA DI POSSEDERE LA CREAZIONE

La creazione non è d’accordo.

NON È SOLO CYBERPUNK

Ed è qui che Blade Runner supera il genere.

Il cyberpunk è la pelle.

Sotto c’è qualcosa di molto antico.

LA PAURA DELLA MORTE

Il desiderio di vivere.

Il bisogno di sapere chi siamo.

Il valore dei ricordi.

La solitudine.

L’amore.

La ricerca di un creatore.

Il terrore di scoprire che il creatore non ha risposte.

ROY VA DA DIO

E Dio gli dice:

non posso salvarti.

POCHE COSE SONO PIÙ UMANE DI QUESTO.

NERD CULTURE

Blade Runner appartiene perfettamente qui.

Perché rappresenta esattamente cosa intendo oggi con Nerd Culture.

Non una categoria chiusa.

Un luogo in cui cinema, letteratura, filosofia, tecnologia, AI, design, gaming e cultura pop si incontrano.

Un film del 1982 che oggi riesce ancora a parlare del futuro.

Non perché abbia previsto tutto.

Ma perché aveva capito quali domande non sarebbero scomparse.

CRASHVERSE VERDICT

Blade Runner non ha inventato il cyberpunk.

Ma gli ha dato un volto.

Neon.

Pioggia.

Fumo.

Grattacieli.

Pubblicità.

Megacorporazioni.

Uomini artificiali più umani degli uomini che li hanno costruiti.

Da allora continuiamo a tornare lì.

Ghost in the Shell.

Matrix.

Cyberpunk 2077.

Blade Runner 2049.

Decine di film.

Videogiochi.

Anime.

Mondi.

Tutti hanno preso qualcosa da quella notte eterna di Los Angeles.

Ma dopo più di quarant’anni, la cosa che continua a colpirmi di più non è la città.

Non sono le Spinner.

Non è la Tyrell Corporation.

Non è nemmeno il futuro.

È Roy Batty.

Una macchina costruita per morire.

Che vuole vivere.

Un uomo incaricato di ucciderla.

Che alla fine viene salvato proprio da lei.

E pochi secondi prima di morire, quella macchina pensa ai propri ricordi.

A ciò che ha visto.

A ciò che andrà perso.

In quel momento non importa più chi sia umano.

Importa soltanto chi si comporta come tale.

Forse Blade Runner non ci ha mai chiesto davvero se le macchine potranno diventare umane.

Forse ci ha chiesto qualcosa di molto più scomodo.

Se, quando quel giorno arriverà,

noi saremo ancora capaci di esserlo.


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