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Per andare in un vero Blockbuster dovevo spostarmi di qualche chilometro.

Le prime volte ci si organizzava con amici, parenti, qualcuno con la macchina. Era quasi un’uscita.

Ma nei paesi di provincia quel mondo esisteva anche senza l’insegna blu e gialla. Piccole videoteche, poster alle pareti, cassette sugli scaffali. Posti che avevano il nome della persona dietro il bancone.

Io andavo da Mario.

Per un periodo è stato quasi come uno zio.

Dopo scuola passavo molto tempo nel suo punto vendita, tra copertine e film. Entravo anche senza sapere bene cosa stessi cercando.

E restavo.

Poi, nel weekend, ogni tanto ci si organizzava per andare al vero Blockbuster. Quello col marchio. Quello che per noi sembrava enorme.

Quando mettevi piede lì dentro, era la fine del mondo.

I colori, i gadget, le anteprime, le promozioni. Era tutto USA.

Per noi che venivamo dalla provincia, anche scegliere un film poteva diventare un piccolo viaggio.

PRIMA DEL PLAY C’ERA LA SCELTA

Oggi scegli un film con il telecomando.

Allora lo sceglievi con le gambe.

Camminavi tra gli scaffali. Prendevi una custodia, la giravi, leggevi il retro. Guardavi le foto. La rimettevi a posto e ne prendevi un’altra.

«Questo?»

«No.»

«Questo l’abbiamo già visto.»

«Questo sembra bello.»

E così passavano minuti. A volte parecchi.

Il film ancora non era iniziato.

Ma la serata sì.

Le copertine contavano. Eccome. Potevi non sapere niente di un film, non averne visto il trailer o letto una recensione. A volte bastavano un’immagine, un titolo, una frase sul retro.

E ti fidavi.

O rischiavi.

Tornavi a casa con un capolavoro oppure con una ciofeca. Anche quello faceva parte del gioco: avevi scelto tu, magari dopo aver convinto tutti gli altri.

E adesso dovevi pure difenderlo.

L’ULTIMA COPIA

Poi c’era la scena più drammatica.

Il film che volevi non c’era.

Noleggiato. Qualcuno era arrivato prima.

O peggio: vedevi la confezione, ti avvicinavi e scoprivi che era rimasto soltanto il box vuoto.

Una tragedia.

Ma quando trovavi l’ultima copia disponibile, quella era una piccola vittoria. Te la prendevi e la scelta era fatta.

Il weekend aveva già una forma: casa di qualcuno, pizza, snack, un film. Magari due. Magari tre, con tutta l’illusione di riuscire a guardarli.

Blockbuster aveva capito benissimo quanto contasse quel momento. Accanto ai film trovavi caramelle, popcorn, bibite, gadget. Tutto sembrava accompagnarti verso la stessa destinazione: la serata che stavi preparando.

Entravi per una custodia.

Uscivi con un programma.

IL VHS, IL REWIND E QUEL FUTURO CHIAMATO DVD

La videocassetta aveva un peso.

Occupava spazio. La prendevi in mano, la estraevi dalla custodia, la mettevi nel videoregistratore. C’era un rumore preciso, un movimento della macchina, un’attesa.

Poi partiva il film.

E quando finiva, c’era ancora qualcosa da fare.

Stop.

Rewind.

Il rumore del nastro. L’attesa che tornasse all’inizio.

Ogni epoca ha le proprie piccole seccature. La cosa strana è che, anni dopo, alcune finiscono per diventare nostalgia.

Poi arrivò il DVD e ci sembrò di entrare nel futuro.

Immagine migliore, menu, capitoli. La possibilità di scegliere la lingua, esplorare i contenuti speciali, guardare una scena eliminata. Per chi amava il cinema, avere quei materiali nello stesso disco significava poter restare dentro un film anche dopo i titoli di coda.

Making of. Interviste. Dietro le quinte.

Finivi la storia e potevi scoprire come l’avevano costruita.

Le videoteche cambiarono scaffali e formati. Il gesto, però, rimase ancora per un po’ lo stesso.

Entravi. Sceglievi.

Uscivi con una storia in mano.

BLOCKBUSTER ERA L’EVENTO. MARIO ERA CASA.

Ripensando a quei posti, mi accorgo di averli amati per ragioni diverse.

Il vero Blockbuster aveva qualcosa di gigantesco rispetto alle piccole realtà di provincia. I colori, l’organizzazione, il modo di presentare un film: per me era America. Cinema trasformato in un luogo in cui potevi entrare.

Mario, invece, era qualcuno che conoscevo.

C’erano le ore dopo scuola, i poster, le chiacchiere. La possibilità di passare anche senza una vera necessità. Per guardare, chiedere, perdere tempo.

Per essere riconosciuto.

È una parte delle videoteche che si racconta meno delle cassette e delle penali: alcune diventavano luoghi affettivi. Finivano dentro le tue abitudini, poi dentro i tuoi ricordi.

E c’era il consiglio.

«Questo l’hai visto?»

«No.»

«Prendilo.»

Una conversazione di pochi secondi poteva farti scegliere qualcosa che, da solo, avresti rimesso sullo scaffale.

Oggi un algoritmo prova a capire cosa potrebbe piacerti. Spesso ci riesce anche bene.

Ma una persona dietro il bancone poteva chiederti com’era andata la giornata. Ascoltarti parlare. Ricordarsi di te anche quando non avevi niente da comprare.

Io da Mario ci passavo dopo scuola.

E oggi quelle ore contano più del titolo preciso che potrei aver noleggiato.

IL FILM COMINCIAVA PRIMA DEL FILM

Quando penso a quel rito, mi torna in mente tutto quello che succedeva prima di premere Play.

Decidere di uscire. Chiamare qualcuno. Salire in macchina.

Entrare e cominciare a girare tra gli scaffali, discutendo su cosa vedere. Tornare a casa con quella custodia in mano.

Il tragitto faceva parte della serata.

Anche l’indecisione aveva un posto fisico: un corridoio, una parete di copertine, qualcuno accanto a te che cercava di convincerti.

E a un certo punto si sceglieva.

Quello che c’era. Quello che era disponibile. Quello su cui riuscivate finalmente a mettervi d’accordo.

Il venerdì sera iniziava lì.

Quando ancora non sapevi come sarebbe andata.

POI IL CATALOGO È ENTRATO IN CASA

Il cambiamento è arrivato per gradi. Nuovi modi di noleggiare e acquistare film, connessioni più veloci, servizi digitali. Poi lo streaming è diventato un’abitudine.

Oggi apriamo Netflix, Prime Video, Disney+ o un’altra piattaforma quasi senza pensarci.

E sia chiaro: è comodissimo.

Abbiamo accesso a una quantità di cinema che allora sarebbe sembrata fantascienza. Possiamo scegliere un film dal divano, fermarlo, riprenderlo, cambiare idea.

Non voglio fingere che tornare indietro risolverebbe qualcosa.

Una copia poteva essere rovinata. Il titolo che cercavi poteva mancare. Dovevi uscire, riportarlo, ricordarti la scadenza.

E poi c’erano loro.

Le maledette penali per il ritardo.

Quelle sì che non mi mancano.

La tecnologia ha risolto problemi reali. La nostalgia non dovrebbe farceli dimenticare.

Però, insieme a quelle difficoltà, è scomparsa dalle nostre giornate anche una parte dell’esperienza.

La persona dietro il bancone. La copertina presa in mano. Il consiglio dato guardandoti in faccia.

Cose che non erano necessarie per far partire un film.

Ma che, per qualcuno di noi, contavano.

MILLE FILM. E NON SCEGLIAMO NIENTE.

Il paradosso lo conosciamo.

Hai migliaia di titoli disponibili e passi venti minuti a scorrere.

Su. Giù.

Trailer. Descrizione.

Forse questo.

No. Torna indietro.

Continua.

Anche tra gli scaffali perdevamo tempo, certo. Ma lì la scelta aveva dei confini. Il negozio era quello, le copie erano quelle, e spesso c’era qualcuno con cui arrivare a una decisione.

Oggi il catalogo sembra non finire mai.

L’algoritmo sa cosa hai guardato, cosa hai interrotto, quali generi frequenti. Ti propone altre possibilità. Ancora una fila. Ancora una categoria.

E qualche sera mi accorgo che sto continuando a cercare senza avere davvero voglia di scegliere.

Forse mi manca anche il momento in cui prendevi una custodia e dicevi:

«Va bene. Vediamo questo.»

I LUOGHI RESTANO ADDOSSO

Puoi ricordare perfettamente una serata passata a guardare Netflix.

Certo.

Ma difficilmente dirai:

«Ricordo ancora com’era fatto il corridoio di Netflix.»

Un negozio aveva luci, odori, persone. Una porta da aprire. Uno spazio da attraversare.

E quando smettevi di frequentarlo, quelle cose restavano da qualche parte.

Un giorno qualcuno dice una parola.

Videoteca.

Blockbuster.

VHS.

E ti ritrovi lì.

Succede anche con gli oggetti. Una videocassetta, un DVD, una copertina erano il modo in cui portavi a casa una storia. Li appoggiavi da qualche parte. Li ritrovavi il giorno dopo. Dovevi restituirli.

Oggi film, musica, fotografie e libri possono accompagnarci senza occupare quasi nessuno spazio visibile.

È pratico. Lo uso anch’io.

Ma ogni tanto mi manca avere qualcosa tra le mani. E mi mancano certi posti in cui andavo a cercarlo.

UNA PORTA ANCORA APERTA

A dire il vero, un Blockbuster esiste ancora.

A Bend, in Oregon, l’ultimo negozio conserva quell’insegna e continua la sua storia.

Mi piace sapere che da qualche parte quella porta si possa ancora aprire.

Quando dico che mi dispiace aver perso Blockbuster, penso soprattutto al mondo che frequentavo io. Alla possibilità di organizzarsi nel weekend e partire. A quella sensazione enorme, tutta blu e gialla, che ci aspettava a qualche chilometro da casa.

E penso alle piccole videoteche di provincia.

Ai posti che magari non avevano un marchio famoso, ma avevano qualcuno dietro il bancone di cui ricordiamo ancora il nome.

VERDICT

Blockbuster è stato un simbolo dell’home video.

Per me, però, il ricordo comincia qualche chilometro prima.

Da Mario.

Tra poster, cassette e pomeriggi dopo scuola. Da una persona che, per un periodo della mia vita, è stata quasi uno zio.

Poi arrivava il weekend, ci si organizzava e si andava verso quell’insegna. Era tutto USA. Era enorme. Era un rito.

Oggi non rinuncerei alla comodità di scegliere un film dal divano.

Ma mi piacerebbe poterci entrare ancora una volta.

Girare tra gli scaffali. Prendere una custodia. Leggere il retro.

Sentire qualcuno dire:

«Questo l’hai visto?»

E magari rispondere ancora:

«No.»

«Prendilo.»

Poi tornare a casa.

Perché il film, in fondo, era già cominciato.

Fonti essenziali
The Last Blockbuster — sito ufficiale del negozio di Bend, Oregon


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