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STYLE & DESIGN · CARHARTT

Scritto da cRASh

PRIMA DI ESSERE STREETWEAR, ERA LAVORO

Carhartt non nasce per essere cool.

Non nasce per stare nei club.

Non nasce per finire addosso a rapper, skater, DJ, fotografi, designer o ragazzi che passavano metà della giornata tra negozi di dischi e locali.

Nasce per lavorare.

Fine.

Nel 1889, a Detroit, Hamilton Carhartt costruisce il proprio marchio intorno a una cosa molto semplice:

fare vestiti resistenti per persone che lavoravano davvero.

Ferrovieri.

Operai.

Persone che avevano bisogno di pantaloni che non si aprissero dopo due giorni.

Giacche che reggessero.

Tessuti pesanti.

Cuciture forti.

Funzione prima dell’immagine.

E forse è proprio questa la cosa più interessante.

Perché uno dei marchi che anni dopo sarebbe diventato simbolo di street culture non nasce cercando di essere street.

Nasce cercando di durare.

CANVAS, DUCK, GIACCHE PESANTI

Per capire Carhartt bisogna quasi toccarla.

Il tessuto.

La rigidità iniziale.

Il peso.

Quella sensazione per cui certi capi sembravano quasi dover essere conquistati.

Li mettevi.

Li usavi.

Si ammorbidivano.

Prendevano pieghe.

Prendevano segni.

Diventavano tuoi.

Non era un tipo di abbigliamento che cercava di sembrare vissuto.

Lo diventava vivendo.

POI SUCCEDE QUALCOSA

A un certo punto persone che con le fabbriche non avevano necessariamente nulla a che fare cominciano a guardare quei capi e a vederci altro.

Vestibilità larga.

Resistenza.

Colori semplici.

Tasche.

Giacche enormi.

Pantaloni che sopportavano praticamente tutto.

E allora Carhartt comincia a uscire dal contesto per cui era stata pensata.

Entra nella strada.

HIP-HOP

Il passaggio verso la cultura hip-hop è fondamentale.

Negli anni Ottanta e Novanta il workwear americano comincia a essere adottato sempre più spesso fuori dal lavoro.

Non perché qualche ufficio marketing avesse deciso che improvvisamente gli operai erano cool.

Perché certi capi funzionavano.

Erano larghi.

Erano duri.

Avevano presenza.

E soprattutto erano autentici.

La cultura hip-hop ha sempre avuto una capacità enorme:

prendere oggetti che appartenevano ad altri contesti e attribuirgli un significato completamente nuovo.

Carhartt entra in quel linguaggio.

E una volta entrata, non ne esce più.

SKATE

Poi arrivano gli skater.

E lì il matrimonio è quasi naturale.

Se passi ore sopra una tavola, cadi, strisci, consumi vestiti, hai bisogno di roba che regga.

Il workwear funziona.

Ma funziona anche esteticamente.

Pantaloni larghi.

Jacket.

Beanie.

Tasche.

Colori terra.

Nero.

Marrone.

Verde.

Blu.

Carhartt smette definitivamente di essere soltanto abbigliamento da lavoro.

Diventa linguaggio.

CARHARTT WIP

Ed è qui che la storia europea diventa fondamentale.

Il percorso europeo comincia alla fine degli anni Ottanta. Nel 1994 Edwin Faeh lancia Carhartt Work In Progress.

L’idea è prendere il DNA originale del marchio americano e reinterpretarlo per un pubblico europeo più legato a streetwear, musica, skate e sottoculture.

Non è semplicemente “Carhartt più fashion”.

È un’altra lettura dello stesso codice.

Il workwear resta lì.

Ma le proporzioni cambiano.

Le collezioni diventano più attente alla cultura urbana.

Entrano collaborazioni.

Musica.

Skate.

Arte.

Fotografia.

Club.

E in Europa Carhartt comincia a significare qualcosa di leggermente diverso rispetto alla Carhartt americana più puramente workwear.

IO CARHARTT L’HO VISSUTA LÌ

Tra il 2000 e il 2005.

Quello è il periodo che mi torna immediatamente in testa quando penso a Carhartt.

Era ovunque.

Ma non “ovunque” come può esserlo oggi un marchio spinto da Instagram.

Ovunque dentro certi mondi.

Street.

Hip-hop.

Skate.

Club culture.

Musica elettronica.

Persone che magari passavano da uno di questi ambienti all’altro senza nemmeno chiedersi a quale appartenessero davvero.

E io quella contaminazione l’ho vissuta.

Per me Carhartt appartiene a quel periodo.

NON ERA SOLTANTO MODA

Era quasi una specie di uniforme non dichiarata.

Non avevi bisogno di chiedere troppo.

Guardavi come una persona era vestita.

Le scarpe.

I pantaloni.

La giacca.

Il cappello.

E cominciavi già a intuire qualcosa.

Non sempre.

Ovviamente.

Ma spesso sì.

Carhartt era uno di quei marchi capaci di raccontare un pezzo della tua cultura senza dover stampare una dichiarazione enorme sulla schiena.

I PANTALONI

Larghi.

Comodi.

Pesanti.

Con tasche che sembravano poter contenere mezza casa.

In un’epoca in cui lo streetwear non aveva ancora assunto la forma iper-curata e spesso costosissima che avrebbe avuto dopo, c’era qualcosa di molto diretto.

Li mettevi.

Fine.

Funzionavano.

LE GIACCHE

Poi le giacche.

Quella costruzione workwear era diventata perfetta anche lontano dal lavoro.

Non sembravano fragili.

Non sembravano fatte per essere trattate con paura.

E questa cosa aveva un fascino enorme.

Più le usavi, più diventavano belle.

Una logica quasi opposta a quella di certi oggetti di moda che sembrano perdere valore nel momento stesso in cui iniziano a mostrare un segno.

IL LOGO

E poi quel piccolo quadrato.

Niente logo gigantesco.

Niente bisogno di riempire tutto.

Bastava quello.

Lo vedevi.

Capivi.

Era discreto.

Ma riconoscibile.

E questo probabilmente ha aiutato moltissimo Carhartt a sopravvivere ai cicli della moda.

Perché quando il tuo simbolo non urla, invecchia più lentamente.

CLUB CULTURE

Per me Carhartt e club culture sono legate.

Non necessariamente perché fosse “il brand ufficiale dei club”.

Non lo era.

Ma perché apparteneva a quella mescolanza di mondi che vivevamo.

La stessa persona poteva ascoltare House.

Techno.

Hip-hop.

Rock.

Vestirsi street.

Andare in un club.

Comprare vinili.

Giocare.

Vivere completamente fuori dalle categorie.

E Carhartt funzionava in mezzo a tutto questo.

Non chiedeva di scegliere una tribù precisa.

ELETTRONICA, SKATE, HIP-HOP, ROCK

Forse è proprio qui che Carhartt diventa veramente interessante per CrashVerse.

Perché attraversa culture diverse senza sembrare mai fuori posto.

Puoi associarla all’hip-hop.

Allo skate.

Alla techno.

Al punk.

Alla fotografia urbana.

Alla street art.

Alla cultura dei graffiti.

Perfino a certi ambienti creativi molto più sofisticati.

Eppure il punto di partenza resta sempre riconoscibile.

Workwear.

PRIMA CHE “WORKWEAR” DIVENTASSE UNA PAROLA DI MODA

Oggi il workwear è una categoria estetica.

Lo trovi nelle passerelle.

Nei negozi premium.

Nei moodboard.

Nelle collaborazioni.

Nei lookbook.

Ma Carhartt quella roba non l’ha inventata come estetica.

L’ha vissuta come funzione.

Ed è una differenza enorme.

Quando poi la moda ha iniziato a prendere ispirazione dal workwear, Carhartt non doveva fingere nulla.

Era già lì.

LA MODA AMA L’AUTENTICITÀ

E spesso succede una cosa curiosa.

La moda passa anni a cercare autenticità.

Poi trova un oggetto che non stava nemmeno cercando di essere moda.

E se ne innamora.

È successo con le sneakers.

Con le military jacket.

Con i jeans.

Con gli anfibi.

Con il workwear.

Con Carhartt.

DAL CANTIERE ALLA BOUTIQUE

E arriviamo al paradosso.

Un capo nato per essere usato da chi lavorava fisicamente può finire venduto in un negozio di streetwear selezionatissimo.

Magari accanto a sneaker limited edition.

Libri fotografici.

Vinili.

Oggetti di design.

È quasi assurdo.

Ma culturalmente ha perfettamente senso.

Perché la moda contemporanea vive proprio di questo.

Trasformare funzione in linguaggio.

COLLABORAZIONI

Con il tempo Carhartt WIP ha iniziato a dialogare sempre di più con altri mondi.

Sneaker.

Skate brand.

Designer.

Artisti.

Musicisti.

Etichette.

Fotografi.

Ogni collaborazione aggiungeva qualcosa senza cancellare la radice.

Ed è questa una delle cose più difficili da fare per un brand.

Cambiare abbastanza da restare vivo.

Ma non così tanto da non essere più riconoscibile.

LA COSA STRANA È CHE NON È MAI SPARITA

Molti marchi diventano enormi.

Poi spariscono.

Poi tornano perché qualcuno decide che “gli anni Duemila sono di nuovo cool”.

Carhartt ha avuto momenti più forti e momenti meno visibili.

Ma non è mai sembrata davvero scomparire.

Perché continuava a esistere nel lavoro.

Nello skate.

Nello streetwear.

Nella musica.

Nella cultura urbana.

Non aveva bisogno di una resurrezione completa.

Era ancora lì.

OGGI

E oggi la situazione è quasi paradossale.

Carhartt viene indossata da persone diversissime.

Chi la compra per lavorare.

Chi per skateare.

Chi perché ama la storia del marchio.

Chi perché la considera streetwear.

Chi perché l’ha vista addosso a un artista.

Chi perché semplicemente gli piace una Detroit Jacket.

Non esiste più un solo modo di leggerla.

Ed è probabilmente questa la prova definitiva che è diventata cultura.

NON TUTTO QUELLO CHE DIVENTA CULTURA NASCE PER DIVENTARLO

Questa è forse la parte che mi interessa di più.

Carhartt non nasce con l’obiettivo di rappresentare una generazione.

Non nasce per essere fotografata in uno shooting.

Non nasce per diventare simbolo di una scena.

Nasce per vestire lavoratori.

Poi le persone hanno fatto il resto.

E secondo me è proprio così che nascono le cose più interessanti.

Quando una cultura prende qualcosa e decide:

questa cosa adesso è anche nostra.

IL 2000

Quando penso a quel periodo, non penso soltanto ai vestiti.

Penso al contesto.

Musica.

Locali.

CD.

Vinili.

Flyer.

Prime comunità online.

Videogiochi.

Sneakers.

Streetwear.

Notti.

Era tutto molto più contaminato di quanto oggi certe etichette facciano pensare.

E Carhartt stava lì in mezzo.

Probabilmente è per questo che la ricordo così bene.

Non rappresenta soltanto un capo.

Mi riporta a un periodo.

STYLE & DESIGN

Ed è esattamente per questo che Carhartt sta qui.

Perché STYLE & DESIGN non vuole parlare soltanto di ciò che è bello.

Vuole raccontare ciò che diventa linguaggio.

Un oggetto.

Una scarpa.

Una giacca.

Un logo.

Una forma.

Quando tutto questo comincia a rappresentare qualcosa di più grande della propria funzione, allora non stiamo più parlando soltanto di abbigliamento.

Stiamo parlando di cultura.

CRASHVERSE VERDICT

Carhartt nasce per il lavoro.

Poi arriva la strada.

L’hip-hop.

Lo skate.

La musica.

La club culture.

Il design.

L’arte.

La moda.

E a un certo punto un marchio nato per persone che avevano bisogno di vestiti resistenti diventa parte dell’immaginario di persone che forse non hanno mai messo piede in una fabbrica.

Io Carhartt l’ho vissuta soprattutto tra il 2000 e il 2005.

Quando sembrava essere addosso a tutti quelli che frequentavano certi mondi.

E la cosa più interessante è che, dopo tutti questi anni, continua a funzionare.

Forse perché non ha mai dovuto inventarsi una storia.

La storia ce l’aveva già.

La strada ha fatto il resto.


Riferimenti storici: Carhartt — storia del marchio · Carhartt WIP — storia.


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