UTENTE

BENVENUTO NEL VERSE

Accedi Registrati

9 MIN DI LETTURA

FEATURE · BOOKS / TV & SERIES

Cinquantadue anni dopo il primo romanzo di Stephen King, Carrie White torna ancora. Nel 1974 bastavano una scuola, una madre e una secchiata di sangue per distruggere una ragazza. Nel 2026 basta anche uno smartphone. Forse è per questo che continuiamo a raccontare la sua storia.

Scritto da cRASh

Il testo contiene riferimenti al finale di Carrie.

Dentro l’articolo
  1. Prima dei poteri, una ragazza
  2. 1974: il primo incubo di Stephen King
  3. Il gruppo sceglie la sua vittima
  4. 2026: quando l’umiliazione diventa virale
  5. Flanagan: capire perché fa male
  6. De Palma e la felicità prima del sangue
  7. Il mostro non era lei
  8. L’adolescenza e l’archivio della crudeltà
  9. Margaret: una casa senza riparo
  10. Il corpo cambia, la rabbia diventa visibile
  11. Perché torniamo ancora da Carrie

Prima dei poteri, una ragazza

Summer H. Howell nei panni di Carrie White nella serie Prime Video
Summer H. Howell nei panni di Carrie White nella serie Prime Video. © Amazon MGM Studios / Prime Video. Immagine promozionale. Fonte.

Prima dei poteri c’è una ragazza.

È importante ricordarlo.

Prima della telecinesi.

Prima del ballo.

Prima del sangue.

Prima che il nome Carrie White diventasse sinonimo di una delle vendette più famose della cultura horror.

C’è una ragazza.

Una ragazza che non sa come comportarsi perché nessuno glielo ha insegnato.

Che arriva a scuola già diversa.

Che indossa vestiti sbagliati.

Che non capisce una battuta nel momento in cui tutti gli altri hanno già cominciato a ridere.

Che vive con una madre convinta che il corpo, il desiderio e praticamente qualsiasi manifestazione della vita possano diventare peccato.

Poi quella ragazza entra in uno spogliatoio.

E vede sangue.

Non sa cosa le stia succedendo.

Ha paura.

Chiede aiuto.

Le altre ragazze ridono.

Questa è Carrie.

Non il mostro.

La vittima prima che qualcuno decida che sia più comodo ricordarla come mostro.

1974: il primo incubo di Stephen King

Stephen King pubblica Carrie il 5 aprile 1974.

È il suo primo romanzo pubblicato.

Una storia relativamente breve su un’adolescente emarginata che scopre di possedere poteri telecinetici mentre viene schiacciata tra il fanatismo religioso della madre Margaret e la crudeltà dei propri compagni. (stephenking.com)

Quasi tutto ciò che renderà King riconoscibile negli anni successivi è già lì.

Non perché ci siano poteri soprannaturali.

Ma perché il soprannaturale non è mai la cosa realmente più spaventosa.

Le persone lo sono.

La famiglia.

La scuola.

La comunità.

Le istituzioni che vedono qualcosa e decidono di guardare altrove.

Il vicino.

L’amico.

La persona normale.

King avrebbe costruito carriere intere intorno a questa idea.

Il mostro può vivere nella fogna.

In un hotel.

Dentro un’automobile.

In un cimitero.

Ma spesso il vero orrore arriva molto prima che il mostro entri nella stanza.

Carrie è forse la forma più pura di questa intuizione.

Perché il libro ci insegna molto presto chi dovrebbe farci paura.

E non è Carrie.

Il gruppo sceglie la sua vittima

È Margaret White.

Una madre che trasforma la religione in controllo.

È Chris Hargensen.

È il gruppo.

È quella strana capacità adolescenziale di individuare la persona più vulnerabile in una stanza e decidere collettivamente che proprio quella debba diventare intrattenimento.

Non serve nemmeno un grande motivo.

È sufficiente che Carrie sia diversa.

La diversità, durante l’adolescenza, può sembrare un crimine.

King lo aveva capito molto prima che avessimo una parola per descrivere ogni dinamica sociale.

Bullismo.

Esclusione.

Umiliazione.

Pressione del gruppo.

Oggi abbiamo definizioni migliori.

Non necessariamente abbiamo risolto il problema.

Anzi.

Nel 1974, perché un’umiliazione raggiungesse tutta la scuola, servivano persone presenti.

Nel 2026 serve una videocamera.

Che ormai significa:

serve un telefono.

2026: quando l’umiliazione diventa virale

Chris Hargensen affronta Carrie nella mensa scolastica
Chris Hargensen affronta Carrie nella mensa scolastica. © Amazon MGM Studios / Prime Video. Immagine promozionale. Fonte.

La nuova serie Carrie arrivata su Prime Video il 7 ottobre 2026 prende esattamente questa strada.

La storia è ancora quella della ragazza emarginata.

Ma il bullismo che la colpisce può diventare virale.

Il suo dolore non appartiene più soltanto alle persone che si trovavano nello spogliatoio.

Può essere registrato.

Caricato.

Condiviso.

Commentato.

Rimontato.

Trasformato in meme.

Guardato da qualcuno che Carrie non incontrerà mai. Prime Video descrive esplicitamente questa nuova versione come una storia immersa nella crudeltà dell’era dei social media e in uno scandalo di bullismo diventato virale. (primevideo.com)

È un aggiornamento così ovvio che quasi fa male.

Perché la vera differenza tra la Carrie del 1974 e quella del 2026 non è nei suoi poteri.

È nel pubblico.

Oggi l’umiliazione non ha bisogno di terminare quando suona la campanella.

Può seguirti a casa.

Può svegliarti.

Può aspettarti sul comodino.

Può essere ricondivisa mentre stai dormendo.

E soprattutto:

può avere un numero.

Visualizzazioni.

Like.

Commenti.

Condivisioni.

Una forma matematica della crudeltà.

Qualcuno ti odia?

Terribile.

Centomila persone hanno guardato qualcuno umiliarti?

È qualcosa che l’essere umano non è stato progettato per elaborare.

Flanagan: capire perché fa male

Mike Flanagan ha scelto proprio questa chiave per il nuovo adattamento in otto episodi, spiegando di voler interrogare cosa significhi essere un adolescente oggi, tra bullismo digitale e una pressione sociale che non finisce più fuori dalla scuola. (thetimes.com)

Ed è interessante che tocchi a Flanagan.

Perché poche persone negli ultimi anni hanno dimostrato di capire Stephen King senza limitarsi a replicarne gli elementi horror.

Doctor Sleep.

Gerald’s Game.

E adesso Carrie.

Il punto, con King, non è mai soltanto riprodurre ciò che fa paura.

È capire perché fa male.

De Palma e la felicità prima del sangue

Brian De Palma lo aveva capito nel 1976.

La sua Carrie rimane una di quelle trasposizioni che smettono rapidamente di essere soltanto adattamenti.

Sissy Spacek.

Piper Laurie.

Lo sguardo di Carrie.

La casa.

La scuola.

Il ballo.

Quell’attesa terribile durante la quale lo spettatore sa cosa sta per accadere e non può fare nulla.

De Palma costruisce uno dei momenti più crudeli del cinema proprio quando sembra concedere a Carrie qualche minuto di felicità.

Questo è essenziale.

Il ballo funziona perché per un attimo crediamo anche noi che forse andrà tutto bene.

Carrie sorride.

Viene scelta.

Viene vista.

La ragazza che era stata invisibile finalmente occupa il centro.

Poi cade il sangue.

Il problema non è soltanto che Carrie venga umiliata.

Il problema è che le viene prima mostrato come avrebbe potuto essere la normalità.

E poi le viene tolta.

È quella la parte sadica.

Non distruggere qualcuno.

Fargli intravedere ciò che desidera e distruggerlo nel momento in cui finalmente crede di poterlo avere.

Da quel momento tutto cambia.

Il mostro non era lei

Ed è qui che nasce il grande errore con cui la cultura pop ha spesso ricordato Carrie.

Ragazza coperta di sangue.

Occhi.

Fuoco.

Poteri.

Vendetta.

Icona horror.

Ma se togliamo tutto il contesto e conserviamo soltanto quella fotografia, facciamo esattamente ciò che la sua scuola aveva fatto con lei.

Riduciamo una persona al momento nel quale finalmente esplode.

Dimentichiamo tutto quello che è successo prima.

Ecco perché il titolo per me è semplice.

Il mostro non era lei.

Questo non significa assolvere ciò che Carrie farà.

Una tragedia rimane una tragedia.

La sofferenza non rende automaticamente giusta la violenza.

Ma una buona storia non serve a decidere chi mettere in prigione.

Serve a capire come siamo arrivati lì.

E Carrie è una gigantesca domanda sulle responsabilità che esistono prima della catastrofe.

Chi ha visto?

Chi ha riso?

Chi poteva intervenire?

Chi ha scelto di non farlo?

Chi ha creato le condizioni?

Chi ha chiamato “strana” una ragazza senza chiedersi perché non sapesse nemmeno cosa fosse un ciclo mestruale?

Chi ha deciso che la soluzione fosse ridere?

Questo è molto più scomodo che dare tutta la colpa a una persona dotata di telecinesi.

Perché nella vita reale la telecinesi non esiste.

Tutto il resto sì.

La madre estremista esiste.

Il gruppo esiste.

L’umiliazione esiste.

L’adulto distratto esiste.

Il bisogno di appartenenza esiste.

Il desiderio di non diventare la prossima vittima esiste.

E quindi esiste anche quella cosa terribile che succede quando qualcuno ride non perché trovi qualcosa divertente, ma perché tutti gli altri stanno ridendo.

L’adolescenza e l’archivio della crudeltà

L’adolescenza è anche questo.

Una fase in cui l’identità non è ancora abbastanza stabile da poter sempre resistere alla pressione degli altri.

Il gruppo può diventare tribunale.

La popolarità moneta.

L’aspetto fisico prova.

La differenza colpa.

Nel 2026 abbiamo aggiunto un’altra cosa.

L’archivio.

Prima potevi vivere uno dei peggiori momenti della tua vita e sperare che, con il passare degli anni, venisse dimenticato.

Oggi può rimanere online.

Una copia.

Un repost.

Uno screenshot.

Un video archiviato da qualcun altro.

Il passato può diventare tecnicamente immortale.

Quindi sì, ha perfettamente senso raccontare di nuovo Carrie.

Anche se l’abbiamo già vista.

Anche se conosciamo il sangue.

Anche se conosciamo il ballo.

Anche se sappiamo come finirà.

Perché non stiamo raccontando la stessa adolescenza.

Nel 1974 Carrie temeva le persone intorno a lei.

Nel 2026 deve temere anche la loro rete.

Margaret: una casa senza riparo

Samantha Sloyan nei panni di Margaret White
Samantha Sloyan nei panni di Margaret White. © Amazon MGM Studios / Prime Video. Immagine promozionale. Fonte.

Ma c’è un altro elemento che non cambia.

Margaret.

La madre.

Carrie vive tra due violenze.

Fuori, la scuola.

Dentro, casa.

Non possiede un luogo sicuro.

È questa forse la vera condanna.

Normalmente un adolescente può sopravvivere a una brutta giornata a scuola sapendo che prima o poi tornerà a casa.

Carrie torna da Margaret.

E quindi non torna mai veramente a casa.

Il fanatismo della madre trasforma qualsiasi cambiamento naturale del corpo in minaccia.

Sesso.

Mestruazione.

Desiderio.

Donna.

Tutto contaminato dalla colpa.

Carrie non deve semplicemente imparare a diventare adulta.

Deve farlo mentre la persona che dovrebbe guidarla le insegna ad avere paura di se stessa.

Il corpo cambia, la rabbia diventa visibile

Carrie White e il manichino nella nuova serie Prime Video
Carrie White e il manichino nella nuova serie Prime Video. © Amazon MGM Studios / Prime Video. Immagine promozionale. Fonte.

Poi arrivano i poteri.

Ed è qui che la metafora diventa quasi perfetta.

Il corpo cambia.

Carrie scopre una forza che non comprende.

L’adolescenza sta già facendo questo a chiunque.

Il corpo non obbedisce più come prima.

Le emozioni cambiano.

La sessualità emerge.

Le relazioni assumono peso.

Il giudizio degli altri diventa enorme.

King prende tutto questo e aggiunge:

e se, mentre stai cercando di capire chi sei, fossi anche capace di spostare le cose con la mente?

La telecinesi non rende Carrie diversa dall’adolescenza.

La rende visibile.

La rabbia che tutti proviamo a quell’età può fisicamente modificare il mondo.

È forse per questo che la storia continua a funzionare.

Non perché sogniamo di avere i suoi poteri.

Perché conosciamo quella sensazione.

Il momento nel quale qualcuno ti ferisce e nella tua testa qualcosa esplode.

Carrie può far esplodere anche il resto.

Perché torniamo ancora da Carrie

Cinquantadue anni dopo la pubblicazione, continuiamo quindi a tornare da lei.

Cinema.

Televisione.

Teatro.

Musical.

Nuovi adattamenti.

Nuove attrici.

Nuove generazioni.

Perché?

Forse perché continuiamo a sperare che questa volta qualcuno intervenga prima.

È assurdo.

Conosciamo la storia.

Eppure ogni volta che Carrie entra in quella scuola esiste ancora una parte di noi che vorrebbe avvertirla.

Non andare al ballo.

Non fidarti.

Vai via.

Non perché vogliamo cambiare un horror.

Perché sappiamo che per qualche minuto, prima del sangue, Carrie aveva creduto di poter finalmente essere come gli altri.

E forse è proprio questo il motivo per cui la ricordiamo.

Non per quello che distrugge.

Per quello che avrebbe potuto diventare se qualcuno, molto prima, avesse semplicemente deciso di trattarla come una persona.

Cinquantadue anni.

La scuola è cambiata.

I vestiti sono cambiati.

I telefoni sono diventati computer.

L’umiliazione può diventare globale in pochi minuti.

Ma la domanda è identica.

Quante persone devono ferire qualcuno prima che smettiamo di chiamare mostro soltanto quello che reagisce?

Carrie White continua a tornare.

Forse perché non abbiamo ancora trovato una risposta.


JOIN THE CONVERSATION

LA TUA ESPERIENZA FA PARTE DEL VERSE.

Questo è il mio punto di vista. Il tuo può essere diverso.

Racconta un ricordo, condividi un’idea, aggiungi quello che manca. Non devi essere un esperto e non devi essere d’accordo con me: curiosità e rispetto bastano per cominciare.

Si discutono le idee, si rispettano le persone. Niente insulti, minacce o spam.

I commenti vengono letti e approvati prima della pubblicazione.

ORA DÌ LA TUA

Per partecipare ai commenti, accedi oppure crea il tuo account CrashVerse.