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NERD CULTURE · AI

Fino a pochi anni fa ci chiedevamo se avremmo usato l’intelligenza artificiale. Oggi discutiamo su quale abbonamento rinnovare.

In questo articolo

La apro.

Scrivo.

Chiedo.

Continuo a lavorare.

Ed è forse questa la cosa più interessante successa all’intelligenza artificiale negli ultimi anni.

Abbiamo smesso di considerarla straordinaria ogni volta che la utilizziamo.

Non perché lo sia diventata meno.

Perché è diventata normale.

ChatGPT.

Claude.

Gemini.

Copilot.

Perplexity.

Grok.

Meta AI.

Nomi che fino a pochissimo tempo fa sarebbero appartenuti a una discussione tecnologica.

Oggi stanno dentro telefoni, browser, computer, WhatsApp, Word, Excel, motori di ricerca e flussi di lavoro.

E la domanda è cambiata.

Non più:

“Usi l’AI?”

Ma:

“Quale usi?”

ORMAI NON È PIÙ UNA NICCHIA

I numeri cominciano a raccontare qualcosa di molto concreto.

Negli Stati Uniti, un’indagine Pew del febbraio 2026 rilevava che il 44% degli adulti aveva già utilizzato ChatGPT, il 24% Gemini, il 17% Copilot, il 14% Meta AI, l’8% Grok e il 6% Claude. Non è una classifica mondiale, ma fotografa bene quanto questi nomi siano già entrati fuori dalla cerchia degli appassionati di tecnologia.

Anche il Reuters Institute osserva una crescita molto rapida dell’uso dell’AI generativa: nei sei mercati analizzati, l’utilizzo settimanale era passato dal 18% al 34% tra il 2024 e il 2025. Nel 2026 i chatbot stanno entrando persino nel modo in cui una parte del pubblico cerca e consuma notizie.

Ma i numeri raccontano soltanto metà della storia.

L’altra metà è nelle nostre abitudini.

Una volta aprivi Google.

Poi Word.

Poi Photoshop.

Poi magari un forum.

Oggi sempre più spesso apri una conversazione.

E cominci da lì.

CHATGPT

Probabilmente è il nome che più di tutti ha trasformato “intelligenza artificiale” in qualcosa che la gente comune potesse realmente utilizzare.

ChatGPT oggi è molto più difficile da descrivere con la parola chatbot.

Scrive.

Cerca.

Analizza file.

Lavora con immagini.

Ascolta audio.

Può utilizzare strumenti e servizi collegati.

Può aiutare a costruire qualcosa invece di limitarsi a spiegare come farlo.

Il 7 ottobre OpenAI ha iniziato a distribuire GPT-6 insieme a una nuova interfaccia capace di costruire direttamente dentro la conversazione elementi interattivi, visualizzazioni e piccoli strumenti in funzione della domanda. La società parla ormai di oltre 1,2 miliardi di utenti settimanali di ChatGPT.

Ed è probabilmente questo il cambiamento più importante.

La conversazione sta lentamente diventando interfaccia.

Non chiedi soltanto una risposta.

Chiedi qualcosa da fare.

CLAUDE

Claude ha costruito una reputazione diversa.

Molto lavoro sui documenti.

Scrittura.

Analisi.

Coding.

Ricerca.

Progetti che mantengono documenti e conoscenza organizzati nello stesso spazio.

Anthropic permette di creare progetti con basi di conoscenza dedicate, collegare servizi esterni e utilizzare Claude per ricerca, analisi e produzione di file. Nel 2026 l’azienda ha spinto anche molto su ambienti specialistici, fino a creare Claude Science come workbench dedicato alla ricerca scientifica.

E mentre scrivo, la famiglia Claude è già arrivata alle versioni Opus 5.5, Sonnet 5.5 e Haiku 5.5, con l’ultima arrivata annunciata proprio il 7 ottobre.

Non serve però sapere quale numero viene dopo il nome.

La cosa interessante è che le AI stanno iniziando a sviluppare quasi una personalità d’uso.

C’è chi apre Claude quando deve lavorare su un testo lungo.

Chi quando deve programmare.

Chi semplicemente perché preferisce il modo in cui ragiona e scrive.

E questa preferenza ormai conta.

GEMINI

Gemini possiede un vantaggio enorme:

Google.

Search.

Gmail.

Drive.

YouTube.

Android.

Chrome.

Fotografie.

Documenti.

Servizi che per miliardi di persone esistevano molto prima che arrivasse la generative AI.

Nel maggio 2026 Google dichiarava oltre 900 milioni di utenti mensili della Gemini app in più di 230 paesi e oltre 70 lingue. Nello stesso periodo ha cominciato a trasformarla in qualcosa di sempre più agentico e proattivo, introducendo briefing, assistenti capaci di svolgere attività e una presenza sempre più profonda nella Ricerca.

Ed è proprio qui che Gemini diventa interessante.

Per milioni di persone potrebbe non essere necessario “decidere di usare l’AI”.

Potrebbero semplicemente trovarsela dentro gli strumenti che già utilizzano.

Schermata ufficiale di Ask YouTube presentata da Google: risultati e risposte sulla ricerca nei video.
Google — Ask YouTube, presentazione I/O 2026 · Fonte ufficiale

COPILOT

Microsoft sta seguendo una strada ancora diversa.

Copilot non deve necessariamente convincerti ad aprire un nuovo sito.

Vuole stare dove lavori già.

Word.

Excel.

PowerPoint.

Outlook.

Teams.

Microsoft lo descrive ormai come una componente integrata direttamente nelle applicazioni di Microsoft 365: può lavorare sui documenti, analizzare dati, costruire presentazioni, interagire con posta e calendario e riepilogare conversazioni e riunioni.

Nel 2026 Microsoft ha continuato a ridurre ulteriormente la distanza tra l’utente e Copilot, integrando chat e ricerca direttamente dentro Microsoft 365 e portando il sistema sempre più vicino ai contenuti dell’organizzazione.

Ed è forse la sua forza principale.

Non necessariamente diventare la tua AI preferita.

Diventare quella che è già lì quando devi lavorare.

Microsoft Copilot in PowerPoint, con presentazione e pannello di assistenza.
Microsoft — Copilot in PowerPoint · Fonte ufficiale

PERPLEXITY

Perplexity è partita conquistandosi uno spazio molto preciso:

fai una domanda, ricevi una risposta e vedi da dove arriva.

Ricerca e fonti.

Un concetto semplice ma molto efficace in un momento in cui uno dei problemi principali dei modelli generativi era proprio capire quanto fidarsi di ciò che raccontavano.

Poi però anche Perplexity ha cominciato ad allargarsi.

Nel 2026 il prodotto include automazioni, agenti, Computer, lavoro continuativo, integrazioni e perfino la possibilità di utilizzare modelli differenti all’interno dello stesso ambiente.

Ed è interessante per un altro motivo.

Qui la marca dell’assistente e quella del modello cominciano quasi a separarsi.

Puoi utilizzare Perplexity e, sotto, scegliere tecnologie costruite anche da altre aziende.

È un’altra possibile evoluzione dell’AI:

non innamorarti necessariamente del motore. Scegli l’ambiente nel quale vuoi guidarlo.

GROK

Grok nasce strettamente collegato all’universo X e continua a giocare molto sulla capacità di interrogare ciò che sta succedendo adesso.

Oggi integra ricerca web in tempo reale e contenuti live di X, oltre a voce, analisi di file, immagini, video, connettori e funzioni agentiche.

Nel 2026 xAI ha spinto ancora più avanti questa idea con Grok Bot: agenti persistenti dotati di un proprio computer cloud, capaci di lavorare attraverso applicazioni e strumenti e tornare dall’utente quando serve un’approvazione.

Anche qui il passaggio è evidente.

Prima:

fammi una domanda.

Adesso:

dammi un lavoro.

META AI

Poi c’è Meta.

Ed è probabilmente il caso più interessante quando parliamo di normalizzazione.

Perché Meta AI vive direttamente dentro:

WhatsApp.

Instagram.

Messenger.

Facebook.

E oltre che sul web esiste anche come app dedicata.

Questo significa che una persona può iniziare a utilizzare l’intelligenza artificiale senza aver mai deciso di scaricare “un’app AI”.

Sta scrivendo su WhatsApp.

Trova Meta AI.

Fa una domanda.

Fine.

È già dentro.

Ed è forse questa la vera frontiera della diffusione.

Non convincere tutti ad andare verso l’intelligenza artificiale.

Portare l’intelligenza artificiale nei posti in cui le persone si trovano già.

Grafica ufficiale di presentazione dell’app Meta AI con schermate del servizio.
Meta — presentazione dell’app Meta AI · Fonte ufficiale

E NON SONO NEMMENO TUTTE

Potremmo continuare.

Assistenti verticali.

AI dentro software creativi.

Coding agent.

Modelli open source.

Sistemi aziendali.

Assistenti integrati nei browser.

Nei telefoni.

Negli occhiali.

Nei sistemi operativi.

Ogni mese nasce qualcosa.

Ogni settimana cambia qualcosa.

Ed è proprio per questo che fare una classifica del tipo:

“LA MIGLIORE AI DEL 2026”

ha relativamente poco senso.

Potrei pubblicarla oggi.

Tra tre mesi sarebbe già vecchia.

FORSE NON ESISTE “LA MIGLIORE”

Ed è qui che il discorso diventa più interessante.

Qual è il miglior veicolo?

Una Ferrari?

Un furgone?

Una moto?

Dipende da dove devi andare.

Con le AI sta succedendo qualcosa di simile.

Una può piacerti di più nella scrittura.

Un’altra nel coding.

Una nella ricerca.

Un’altra perché vive dentro l’ecosistema che utilizzi.

Una perché mantiene meglio il contesto del tuo lavoro.

Una perché preferisci semplicemente come ti risponde.

E quest’ultima cosa non è affatto secondaria.

ABBIAMO COMINCIATO A SCEGLIERLE ANCHE PER COME “STANNO” CON NOI

È un territorio strano.

Tecnicamente stai scegliendo software.

Ma il software conversa.

Ricorda contesto.

Può conoscere il tuo modo di lavorare.

Risponde con un certo tono.

Può diventare familiare.

E allora improvvisamente entrano nella scelta elementi che normalmente non associavamo a un programma.

“Con questa mi trovo meglio.”

“Questa mi capisce.”

“Quell’altra è troppo fredda.”

“Questa scrive come piace a me.”

“Con quella lavoro meglio.”

Stiamo attribuendo a strumenti informatici un tipo di preferenza che prima riservavamo molto più facilmente alle persone.

Non significa che siano persone.

Significa che l’interfaccia è diventata relazione conversazionale.

E questo cambia tutto.

NON È SOLO PRODUTTIVITÀ

Uno degli errori più facili è ridurre tutto a:

“Quanto tempo mi fa risparmiare?”

Certo.

È importante.

Ma ormai usiamo le AI anche per:

capire.

Imparare.

Creare.

Tradurre.

Parlare.

Organizzare.

Programmare.

Scrivere.

Cercare.

Analizzare.

Fare brainstorming.

Preparare un viaggio.

Interpretare un documento.

Trovare una ricetta.

Capire una funzione di Excel.

Preparare una presentazione.

Sistemare una fotografia.

Pensare ad alta voce.

E questa ultima funzione secondo me è una delle più sottovalutate.

A volte non chiediamo una risposta.

Chiediamo qualcuno — qualcosa — con cui sviluppare una domanda.

POI C’È IL LAVORO VERO

Ed è qui che nel 2026 sta avvenendo il salto più importante.

Quasi tutte le grandi piattaforme stanno passando dall’assistente che suggerisce all’agente che agisce.

ChatGPT sta ampliando strumenti e modalità operative.

Claude collega applicazioni e ambienti di lavoro.

Gemini parla apertamente di esperienze agentiche.

Copilot entra nei processi Microsoft.

Perplexity automatizza lavori ricorrenti.

Grok mette a disposizione agenti con computer propri.

Meta sta costruendo sistemi che vogliono completare compiti, non soltanto rispondere.

È una differenza enorme.

Il chatbot dice:

“Ecco come potresti farlo.”

L’agente comincia a dire:

“Lo faccio io.”

ED È QUI CHE DOBBIAMO ANCORA IMPARARE MOLTO

Perché più un sistema può fare, più diventa importante capire:

che cosa gli permettiamo di vedere.

A quali account può accedere.

Quali azioni può compiere.

Quando deve chiedere conferma.

Che cosa memorizza.

Dove finiscono i dati.

Quanto dobbiamo verificare il risultato.

L’intelligenza artificiale è diventata più facile da usare molto più velocemente di quanto noi siamo diventati bravi a usarla.

Ed è normale.

Stiamo imparando mentre cambia.

ALLUCINAZIONI

Una parola che ormai abbiamo imparato.

L’AI può sbagliare.

Può inventare.

Può interpretare male.

Può essere sicurissima mentre sta dicendo qualcosa di completamente falso.

Il fatto che oggi molti sistemi possano cercare sul web, mostrare fonti, analizzare file e verificare parti del proprio lavoro ha ridotto alcuni problemi.

Non li ha cancellati.

E probabilmente uno degli errori peggiori che possiamo fare è questo:

confondere una risposta scritta molto bene con una risposta necessariamente vera.

L’autorità del tono non deve sostituire la verifica.

Mai.

IL PARADOSSO PIÙ INTERESSANTE

Più diventano intelligenti, più dobbiamo diventare intelligenti noi nell’utilizzarle.

Non meno.

Perché delegare non significa smettere di capire.

Se utilizzi l’AI per scrivere, devi ancora sapere cosa vuoi dire.

Se la usi per programmare, devi essere in grado di capire se ciò che ha costruito funziona.

Se la usi per cercare, devi saper distinguere una fonte affidabile.

Se la usi per prendere una decisione, la decisione rimane tua.

L’AI può amplificare moltissimo quello che sai fare.

Può amplificare anche quello che non sai controllare.

E POI C’È LA CREATIVITÀ

Testo.

Musica.

Video.

Immagini.

Design.

Codice.

Ormai praticamente ogni forma di produzione digitale è stata raggiunta dall’AI.

E inevitabilmente continuiamo a chiederci:

“Ma allora l’ha fatto lui o l’ha fatto l’AI?”

Forse è una domanda che dovremo imparare a rendere più precisa.

Perché tra:

premere un pulsante

e

costruire un progetto utilizzando strumenti AI

esiste uno spazio enorme.

Idea.

Direzione.

Selezione.

Scarto.

Correzione.

Montaggio.

Gusto.

Responsabilità.

La presenza dello strumento non elimina automaticamente quella dell’autore.

Ma nemmeno l’autore dovrebbe fingere che lo strumento non esista.

TRASPARENZA

Qui, secondo me, entreremo in una fase nuova.

Non quella in cui dovremo mettere un’etichetta enorme su qualsiasi cosa abbia sfiorato un algoritmo.

Quella in cui diventerà normale capire che ruolo ha avuto l’AI.

Ha corretto?

Ha generato?

Ha assistito?

Ha cercato?

Ha montato?

Ha scritto?

Ha proposto?

Perché “fatto con AI” può significare ormai cento cose completamente diverse.

E continueranno ad aumentare.

LA COSA PIÙ STRANA È LA VELOCITÀ

Fermiamoci un secondo.

ChatGPT viene lanciato pubblicamente alla fine del 2022.

Sono passati meno di quattro anni.

Meno di quattro.

E oggi stiamo discutendo:

quale usare.

Quanto costa.

Quale modello è migliore.

Quale collega Gmail.

Quale crea video.

Quale programma meglio.

Quale ricorda.

Quale può usare il computer.

Quale lasciare lavorare mentre facciamo altro.

È una velocità assurda.

Il vero cambiamento forse non è nemmeno ciò che queste macchine sanno fare.

È quanto velocemente ci siamo abituati al fatto che lo sappiano fare.

IO LA MIA PREFERENZA CE L’HO

Naturalmente.

Chi mi conosce probabilmente può anche immaginarla.

Ma non voglio trasformare questo articolo in una dichiarazione di tifo.

Perché non credo che oggi abbia senso appartenere a una squadra.

Non stiamo scegliendo una console.

E anche lì, a dire il vero, ne abbiamo già discusso abbastanza.

Le AI possono tranquillamente convivere.

Una per qualcosa.

Una per altro.

E magari domani quella che oggi utilizzi meno farà una cosa che te la farà aprire tutti i giorni.

Questo mercato cambia troppo rapidamente per trasformare una preferenza in una religione.

LA DOMANDA È UN’ALTRA

Qual è quella che apri senza pensarci?

Quella che hai ormai messo nella schermata principale.

Quella con cui inizi una ricerca.

Quella a cui mandi un file.

Quella che utilizzi per lavorare.

Quella che chiami quando devi scrivere.

Quella a cui fai una domanda stupida senza nemmeno chiederti se valga la pena cercarla su Google.

Quella con cui, in qualche modo, hai sviluppato il tuo modo di lavorare.

Quella è probabilmente la tua AI.

Almeno oggi.

CRASHVERSE VERDICT

Per decenni abbiamo immaginato l’intelligenza artificiale come qualcosa che un giorno sarebbe arrivato.

Robot.

Computer parlanti.

Macchine intelligenti.

Fantascienza.

Paura.

Meraviglia.

Futuro.

Poi il futuro ha fatto una cosa molto meno cinematografica.

È diventato un’icona sul telefono.

La tocchiamo.

Scriviamo una frase.

Continuiamo la giornata.

Ed è forse questo il momento in cui una tecnologia cambia davvero la società.

Non quando tutti ne parlano.

Quando smettiamo di parlarne ogni volta che la utilizziamo.

ChatGPT.

Claude.

Gemini.

Copilot.

Perplexity.

Grok.

Meta AI.

Tra un anno questa lista potrebbe essere diversa.

Le funzioni sicuramente lo saranno.

Ma la domanda ormai è entrata nella quotidianità.

Una volta ci chiedevamo:

“Useremo davvero l’intelligenza artificiale?”

Oggi quella domanda sembra già vecchia.

Adesso voglio sapere una cosa molto più semplice.

VOI QUALE USATE DAVVERO?

E soprattutto:

perché proprio quella?


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