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GAMING

Da SEGA e Nintendo a Xbox e PlayStation: le rivalità, i ricordi e le persone che hanno trasformato una macchina da gioco in un pezzo della nostra vita.

Ci sono guerre che si combattono per territori.

Altre per idee.

E poi ce n’è una che, vista da fuori, sembra quasi ridicola.

Una guerra fatta di plastica.

Circuiti.

Controller.

Loghi.

Colori.

Esclusive.

E milioni di persone convinte che la propria scelta fosse quella giusta.

La chiamano Console War.

Ma se non hai mai vissuto davvero il mondo dei videogiochi, il termine può sembrare assurdo.

Una guerra?

Per una console?

Sì.

Ma il punto è proprio questo.

Non stavamo davvero difendendo una macchina.

Stavamo difendendo qualcosa che quella macchina aveva finito per rappresentare.

COS’È DAVVERO UNA CONSOLE WAR?

Partiamo da qui.

Per chi di console non capisce un H.

Una console è semplicemente una macchina pensata per giocare.

Atari.

SEGA.

Nintendo.

Neo Geo.

PlayStation.

Xbox.

Nomi che, tecnicamente, indicano aziende e piattaforme.

Ma per milioni di persone hanno significato molto di più.

Una console può essere il regalo aspettato per mesi.

Il Natale che ricordi ancora.

Il pomeriggio passato con un amico.

La prima volta che hai finito un gioco.

La stanza in cui giocavi.

Il televisore che avevi allora.

Una persona che oggi magari non frequenti più.

Una parte della tua vita.

Ed è lì che nasce la Console War.

Quando una scelta tecnologica diventa appartenenza.

PRIMA DELLA GUERRA

Prima ancora che la Console War diventasse SEGA contro Nintendo, c’erano già nomi capaci di creare appartenenza.

Atari aveva contribuito a portare il videogioco dentro casa.

Il salotto iniziava a trasformarsi.

Lo schermo della televisione non serviva più soltanto per guardare qualcosa.

Potevi entrarci.

Giocare.

Decidere.

E già questo aveva cambiato tutto.

Poi, anni dopo, c’era Neo Geo.

Neo Geo sembrava quasi un oggetto proibito.

Costoso.

Potente.

Desideratissimo.

Per molti di noi rappresentava il sogno di avere qualcosa di molto vicino alla sala giochi direttamente in casa.

Era una di quelle macchine che magari non possedevi.

Ma conoscevi.

Guardavi.

Desideravi.

Atari e Neo Geo appartenevano a epoche e filosofie diverse.

Ma avevano già iniziato a insegnarci una cosa.

Non compravamo soltanto una macchina.

Compravamo un mondo.

SEGA O NINTENDO

Per molti della mia generazione, però, la vera guerra aveva soprattutto due nomi.

SEGA.

Nintendo.

Non voglio raccontare qui l’evoluzione tecnica delle console.

Quella storia su CrashVerse l’abbiamo già fatta.

Qui mi interessa quello che succedeva dentro di noi.

Perché a un certo punto non bastava più dire:

“Ho questa console.”

Dovevi quasi spiegare perché.

Difenderla.

Dimostrare che avevi fatto la scelta giusta.

E spesso quella scelta non l’avevi nemmeno fatta tu.

Magari era stato un regalo.

Magari era quello che i tuoi genitori potevano permettersi.

Magari era la macchina che aveva già tuo cugino.

Eppure dopo pochi giorni diventava:

LA MIA CONSOLE.

A VOLTE MI SENTIVO OBBLIGATO A SCEGLIERE

Io questa cosa la ricordo bene.

Con gli amici, a volte, sembrava necessario scegliere.

Da che parte stai?

SEGA o Nintendo?

E io avevo un problema.

Mi piacevano entrambe.

Davvero.

Non riuscivo a convincermi che per amare Sonic dovessi smettere di amare Mario.

Non riuscivo a considerare brutto un gioco soltanto perché girava sulla macchina “avversaria”.

Ma il clima ti trascinava.

E allora discutevi anche tu.

Difendevi.

Confrontavi.

Provocavi.

E magari cinque minuti dopo eri a casa dello stesso amico a giocare proprio sulla console che avevi appena preso in giro.

IL PARADOSSO

Ed è questo il primo grande paradosso della Console War.

La console dell’altro era “inferiore”.

Finché non prendevi il suo controller.

Poi partiva un gioco bello.

E improvvisamente tutto il discorso diventava più complicato.

NON DIFENDEVAMO UNA CONSOLE

Questa è una cosa che ho capito molto più tardi.

A volte non difendevamo una console.

Difendevamo il Natale in cui l’avevamo ricevuta.

Il pomeriggio passato con un amico.

Una cameretta.

Una rivista consumata.

Un gioco che ci aveva segnato.

Difendevamo qualcosa che, senza accorgercene, era diventato parte di noi.

E allora una critica a quella macchina poteva sembrare quasi una critica a un pezzo della nostra storia.

IL MARKETING LO AVEVA CAPITO

Le aziende, naturalmente, non erano stupide.

Avevano capito perfettamente quanto fosse potente quella appartenenza.

Una rivalità chiara vende.

Noi e loro.

La nostra macchina e la loro.

Il nostro personaggio e il loro.

La nostra esclusiva e la loro.

Il marketing prendeva una preferenza e la trasformava in identità.

E noi facevamo il resto gratis.

IL CORTILE ERA IL NOSTRO SOCIAL NETWORK

Non c’era bisogno di Twitter.

Reddit.

YouTube.

Discord.

Il nostro algoritmo era il cortile.

La scuola.

La sala giochi.

La casa dell’amico.

Qualcuno aveva letto qualcosa su una rivista.

Qualcuno aveva visto uno screenshot.

Qualcuno conosceva uno che “aveva saputo” che sarebbe uscita una console incredibile.

Le informazioni circolavano.

A volte corrette.

A volte completamente inventate.

Ma bastavano per alimentare discussioni infinite.

LE RIVISTE ERANO SENTENZE

Poi arrivavano le riviste.

Recensioni.

Voti.

Confronti.

Specifiche.

Foto.

Anteprime.

Una pagina poteva diventare una prova da portare quasi in tribunale.

“Vedi?”

“È scritto qui.”

“Te l’avevo detto.”

Oggi fa sorridere.

Allora era serissimo.

LA MIA È PIÙ POTENTE

Questa frase non è mai morta.

È soltanto cambiato il vocabolario.

Prima erano i bit.

Poi i poligoni.

Poi la memoria.

Poi la risoluzione.

Poi gli FPS.

Poi i teraflop.

Oggi ray tracing, SSD, frame generation.

Cambiano le parole.

La frase resta sempre la stessa:

“La mia è più potente.”

MA QUANTO CONTAVA DAVVERO?

Poi arrivava un gioco.

Uno di quelli belli davvero.

E tutte le specifiche diventavano improvvisamente meno importanti.

Perché il divertimento ha sempre avuto un difetto enorme.

Non rispetta le guerre di marketing.

PLAYSTATION E XBOX

Gli anni passano.

Cambiano i protagonisti.

Il mercato cambia.

Nel 2001 SEGA decide di uscire dal mercato delle console domestiche, chiudendo la produzione di Dreamcast e concentrandosi sui giochi.

Nintendo continua a percorrere una strada sempre più propria.

E la grande guerra, per una nuova generazione, assume soprattutto due nomi.

PlayStation.

Xbox.

Il meccanismo però è identico.

Da che parte stai?

QUESTA VOLTA C’ERA INTERNET

Ed è qui che tutto cambia.

Perché la rivalità non resta più confinata a quattro amici.

Ora può raggiungere il mondo intero.

Forum.

Blog.

Commenti.

Video.

Social.

Community.

La Console War trova finalmente il suo amplificatore perfetto.

LA TRIBÙ DIVENTA DIGITALE

Prima il tifo finiva quando tornavi a casa.

Online no.

Il logo diventava avatar.

La piattaforma diventava bio.

La preferenza diventava community.

E alcune persone iniziarono a costruire pezzi della propria identità attorno alla macchina su cui giocavano.

IL PROBLEMA NON È IL TIFO

Il tifo può essere bellissimo.

Sfottò.

Battute.

Meme.

Provocazioni.

“Questa esclusiva ve la sognate.”

Ci sta.

Fa parte del gioco.

Il problema arriva quando smettiamo di ricordarci che stiamo parlando di videogiochi.

QUANDO DIVENTA FANATISMO

Quando speri che un gioco fallisca perché esce sull’altra piattaforma.

Quando godi se una società perde soldi.

Quando festeggi se un titolo viene cancellato.

Quando insulti una persona perché ha comprato una console diversa.

Quando inizi a difendere una multinazionale come se fosse un parente.

Lì qualcosa si rompe.

SONY NON È TUA MADRE

Microsoft non è tuo padre.

Nintendo non è tuo fratello.

SEGA non era tuo cugino.

Sono aziende.

Possono creare opere che amiamo.

Possono regalarci esperienze che resteranno con noi per tutta la vita.

Ma restano aziende.

SE UNA VINCE, TU NON HAI VINTO

Questa è una delle cose che da ragazzi era più difficile capire.

Se PlayStation vende più di Xbox, io non vinco niente.

Se Microsoft supera Sony in una metrica, il mio amico non perde niente.

Se Nintendo vende milioni di console, nessuno mi consegna una medaglia.

Noi siamo giocatori.

Non eserciti.

LA COMPETIZIONE SERVE

Questo però non significa che la Console War, intesa come competizione tra aziende, sia inutile.

Anzi.

È probabilmente una delle cose migliori che possano succedere.

Se Sony vuole battere Microsoft, deve migliorare.

Se Microsoft vuole convincerti, deve offrirti qualcosa.

Se Nintendo decide di ignorare entrambe e inventarsi una strada diversa, ancora meglio.

Prezzi.

Servizi.

Hardware.

Giochi.

Innovazione.

La competizione spinge.

CHE SI FACCIANO LA GUERRA LORO

Questa è la regola che oggi mi piace di più.

Che si facciano la guerra loro.

Che competano.

Che si rubino idee.

Che si superino.

Che abbassino prezzi.

Che costruiscano servizi migliori.

Che producano giochi incredibili.

Noi dobbiamo soltanto raccogliere il risultato.

POI ARRIVÒ IL GIOCO ONLINE

E forse è qui che succede qualcosa di ancora più importante.

La console, per anni, era stata soprattutto una macchina che viveva nella tua stanza.

Tu.

Il televisore.

Magari un amico accanto.

Due controller.

Poi Internet entra davvero nel gaming.

E improvvisamente quella stanza non ha più pareti.

DALL’ALTRA PARTE DEL MONDO

Non giocavi più soltanto con chi abitava vicino.

Potevi incontrare una persona dall’altra parte dell’Italia.

D’Europa.

Del mondo.

Un nickname.

Una voce in cuffia.

Una partita.

Poi un’altra.

Poi magari la stessa persona il giorno dopo.

DA COMPAGNO DI SQUADRA A PERSONA

Ed è lì che succede una cosa che chi non gioca spesso fatica a capire.

All’inizio è solo uno che gioca con te.

Poi inizi a riconoscerne la voce.

A capire quando è nervoso.

Quando è felice.

A sapere a che ora si collega.

A chiedergli come è andata la giornata.

A parlare anche quando la partita è finita.

E improvvisamente non è più semplicemente un nickname.

RAPPORTI VERI

Online non sono nate soltanto partite.

Sono nate amicizie.

Confidenze.

Gruppi.

Persone che si sono incontrate davvero.

Persone che hanno viaggiato per vedersi.

Rapporti durati anni.

A volte persone che non hai mai visto fisicamente e che comunque conoscono parti di te che altri non conoscono.

E PERCHÉ NO, ANCHE AMORI

Sì.

Sono nati anche amori.

E perché dovrebbe sembrare strano?

Se due persone passano tempo insieme.

Ridono.

Parlano.

Si cercano.

Si aspettano.

Condividono momenti.

Perché quel rapporto dovrebbe essere meno reale soltanto perché è iniziato dentro un videogioco?

Una volta ci si incontrava in un bar.

A scuola.

In discoteca.

In chat.

Il videogioco ha semplicemente aggiunto un altro luogo possibile.

IL GIOCO COME LUOGO

Questa è forse la cosa più bella.

A un certo punto il videogioco smette di essere soltanto qualcosa che fai.

Diventa un posto.

Un posto dove incontri persone.

E alcuni di quei rapporti escono dallo schermo.

IL PARADOSSO PIÙ BELLO

Prima la Console War ci divideva in tribù.

Poi il gioco online ha iniziato a collegarci oltre i confini.

Il mezzo che usavamo per dire:

“io sto da questa parte”

ha iniziato a permetterci di incontrare persone che stavano dall’altra parte del pianeta.

CROSS-PLAY

Poi arriva un’altra evoluzione.

Il cross-play.

Nei giochi che lo supportano, permette di partecipare alla stessa partita da piattaforme diverse. Non basta che un titolo esista su entrambe le console: deve prevedere questa funzione.

Tu su una macchina.

Io su un’altra.

Stesso gioco.

Stessa partita.

Anni di muri.

Poi una tecnologia che dice:

“Ma perché non giocate insieme?”

FORSE ERA QUESTA LA RISPOSTA

Forse abbiamo impiegato anni per arrivarci.

Il logo sulla console può essere diverso.

Il controller può essere diverso.

Ma il gioco può essere lo stesso.

IL PROBLEMA DELL’APPARTENENZA

Perché allora ci leghiamo così tanto?

Perché l’appartenenza è potente.

Non succede soltanto con le console.

Squadre di calcio.

Band.

Marchi.

Auto.

Sistemi operativi.

Telefoni.

Film.

Serie televisive.

L’essere umano ama dire:

“Questo è il mio gruppo.”

DA RAGAZZI NE ABBIAMO BISOGNO

Forse soprattutto da ragazzi.

Abbiamo bisogno di simboli.

Qualcosa da scegliere.

Qualcosa che dica chi siamo.

La mia squadra.

La mia band.

Il mio personaggio.

La mia console.

E non c’è niente di sbagliato.

IL PROBLEMA È RESTARCI PRIGIONIERI

Crescere, forse, significa anche capire che ciò che amiamo non deve diventare un recinto.

Puoi cambiare idea.

Puoi amare cose apparentemente opposte.

Puoi comprare una PlayStation e pensare che Halo sia bellissimo.

Puoi avere Xbox e riconoscere che The Last of Us è straordinario.

Puoi amare Mario.

E Sonic.

Non ti ritirano la tessera da videogiocatore.

IO NON HO MAI SAPUTO SCEGLIERE DAVVERO

Forse questa cosa l’ho capita proprio perché da ragazzo ero già combattuto.

Mi piacevano entrambe le parti.

E per anni avrei potuto pensare che fosse indecisione.

Oggi penso fosse semplicemente libertà.

NON VOGLIO RINUNCIARE A UN MONDO PER UN LOGO

Perché dovrei?

Perché dovrei rinunciare a un gioco bellissimo soltanto perché non gira sulla macchina che possiedo?

Per fedeltà a un’azienda che non sa nemmeno chi sono?

LA CONSOLE È UN CONTENITORE

Alla fine la console è il mezzo.

Dentro ci mettiamo noi.

Le nostre emozioni.

Le ore.

Le persone.

Le storie.

Ed è per questo che una macchina può diventare importante.

Ma non perché sia superiore in una tabella.

LA VERA FORZA DI UNA CONSOLE

La vera forza di una console non è quanta potenza contiene.

È quanto riesce a rimanere dentro di te dopo che l’hai spenta.

UNA STANZA CHE NON ESISTE PIÙ

A volte penso alle vecchie console e non vedo hardware.

Vedo una stanza.

Un mobile.

Un televisore.

Un amico seduto accanto.

Una voce da un’altra parte della casa.

Una giornata che oggi non potrei ricreare nemmeno comprando la stessa console identica.

Perché il ricordo non era dentro la macchina.

Era intorno.

FORSE È PER QUESTO CHE CI ARRABBIAVAMO

Se qualcuno prendeva in giro quella console, magari non lo sapevamo, ma stava toccando anche tutto questo.

Una parte di noi reagiva.

Non per i transistor.

Per l’affetto.

MA L’AFFETTO NON DEVE DIVENTARE ODIO

Questa è la differenza.

Posso amare una cosa senza aver bisogno che l’altra faccia schifo.

È una lezione banale.

Eppure Internet dimostra ogni giorno quanto sia difficile.

IL VIDEOGIOCO DOVREBBE FARE IL CONTRARIO

Il videogioco dovrebbe essere uno dei posti in cui impariamo che possiamo essere diversi e fare comunque qualcosa insieme.

Squadre.

Co-op.

Community.

Mondi condivisi.

Persone che non avremmo mai incontrato.

PENSA A QUANTE PERSONE NON AVRESTI MAI CONOSCIUTO

Se non fosse esistito quel gioco.

Quella lobby.

Quella sera.

Quel server.

Quella partita casuale.

Quella persona che è entrata nel gruppo.

La vita a volte cambia anche per coincidenze ridicole.

Un matchmaking.

Un nickname.

“Ciao.”

E poi anni.

QUESTO NON È PIÙ SOLO GAMING

A quel punto stiamo parlando di vita.

E forse è proprio questo che chi guarda il videogioco da fuori non riesce sempre a percepire.

Dietro uno schermo possono esserci relazioni reali.

Emozioni reali.

Delusioni reali.

Amicizie reali.

Amori reali.

IL TIFO PUÒ RESTARE

Non voglio nemmeno un mondo senza Console War.

Sarebbe noioso.

Voglio ancora lo sfottò.

“Quella gira meglio qui.”

“Questa esclusiva non ce l’hai.”

“Il tuo controller fa schifo.”

Va bene.

Ridiamo.

Provocazione.

Memoria.

Tradizione.

Ma poi passami il controller.

PASSAMI IL CONTROLLER

Forse questa è la frase che riassume tutto.

Puoi passare venti minuti a spiegarmi perché la tua console è migliore.

Poi fammi provare il gioco.

IL GIOCO DECIDERÀ

E se è bello, probabilmente mi divertirò.

La guerra finisce lì.

OGGI

Oggi i confini sono meno netti.

PC.

Cloud.

Cross-platform.

Servizi.

Abbonamenti.

Titoli che iniziano a viaggiare più di quanto avremmo immaginato anni fa.

Le aziende stesse sembrano rendersi conto che tenere tutti chiusi dentro muri rigidissimi non sempre è il futuro.

FORSE LA CONSOLE WAR STA CAMBIANDO

Non morendo.

Cambiando.

La competizione resta.

L’appartenenza resta.

Ma forse lentamente stiamo imparando che essere appassionati non significa essere soldati.

IL LETTORE CHE NON GIOCA

E se sei arrivato fin qui senza capire niente di console, forse ora puoi capire almeno questo.

Non litigavamo davvero per una scatola.

Litigavamo per ciò che quella scatola rappresentava.

Un periodo della nostra vita.

Una scelta.

Un gruppo.

Un ricordo.

Un modo di sentirci parte di qualcosa.

E FORSE LO FAI ANCHE TU

Magari non con una console.

Magari con una squadra.

Un cantante.

Una macchina.

Un telefono.

Un film.

Un marchio.

Un posto.

Siamo tutti capaci di trasformare qualcosa che amiamo in una bandiera.

La domanda è cosa facciamo dopo.

VERDICT

La Console War è stata una delle cose più divertenti e più assurde della cultura videoludica.

Atari.

Neo Geo.

SEGA.

Nintendo.

Xbox.

PlayStation.

Generazioni diverse.

Stessa domanda:

“Da che parte stai?”

Da ragazzo pensavo che una risposta fosse necessaria.

Oggi no.

Oggi sto dalla parte dei videogiochi.

Dalla parte delle storie.

Delle persone incontrate.

Degli amici accanto sul divano.

Di quelli conosciuti a migliaia di chilometri di distanza.

Delle serate online.

Delle discussioni.

Delle risate.

E anche delle rivalità.

Perché fanno parte della nostra storia.

Ma ho capito una cosa.

Non devo sperare che la tua console perda perché la mia possa vincere.

Non devo odiare un gioco perché appartiene a un’altra piattaforma.

Non devo difendere una multinazionale come se stessi difendendo me stesso.

Le aziende devono competere.

Noi dobbiamo giocare.

Perché alla fine non ricorderemo quanti teraflop aveva la nostra console.

Ricorderemo con chi eravamo.

Cosa abbiamo provato.

E magari quella persona dall’altra parte del mondo che abbiamo conosciuto per caso una sera.

Forse un amico.

Forse qualcosa di più.

Tutto grazie a una macchina che, in teoria, serviva soltanto a giocare.

Ecco perché la Console War è sempre stata molto più di una guerra tra console.

Era appartenenza.

Poi, crescendo, può diventare qualcosa di ancora più bello.

Libertà.

Riferimenti: SEGA: Dreamcast · Xbox: altre piattaforme e cross-play.


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