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STYLE & DESIGN · 2026
Scritto da cRASh
Nel 2026 Converse può mettere nello stesso catalogo una scarpa da basket costruita attorno a Shai Gilgeous-Alexander, una Chuck 70 con il cuore di Comme des Garçons, una collaborazione con Dragon Ball Z, Hello Kitty, Minions e una vecchia scarpa da running del 1976 riportata fuori dagli archivi da Tyler, The Creator.
E nessuna di queste cose sembra completamente fuori posto.
È forse questo il modo migliore per capire Converse oggi.
Non partendo dalla nostalgia.
Non dalle foto in bianco e nero.
Nemmeno dalle Chuck Taylor.
Partendo dal fatto che dopo oltre un secolo il marchio continua a riuscire in una cosa piuttosto rara:
entrare in mondi che non si assomigliano senza smettere di essere riconoscibile.
Nel basket.
Sul palco.
Sullo skateboard.
In una sfilata.
Ai piedi di qualcuno che non sa nulla della sua storia e vuole semplicemente un paio di scarpe nere.
La stessa forma continua a cambiare significato.
NEL 2026 CONVERSE È DI NUOVO SUL PARQUET
Cominciamo da oggi.
La pagina basket di Converse è tornata a parlare apertamente di performance, NBA e atleti.
Al centro c’è la SHAI 001, prima signature shoe di Shai Gilgeous-Alexander, mentre per l’autunno 2026 sono già presenti nuove colorazioni e una linea dedicata.
È interessante soprattutto per una ragione.
Perché Converse nasce esattamente lì.
Nel basket.
Quindi vedere nel 2026 il marchio tornare a investire su una vera scarpa da performance non è semplicemente un’altra operazione sneaker.
È un cerchio che si riapre.
E per capire quanto sia grande, bisogna tornare indietro.

PRIMA DELLA SNEAKER C’ERANO LE GALOSCE
Marquis Mills Converse fonda la Converse Rubber Shoe Company nel 1908 a Malden, Massachusetts.
All’inizio produce soprattutto calzature in gomma.
Galosce.
Stivali impermeabili.
Prodotti inevitabilmente legati al freddo.
Il problema è semplice: quando arriva l’estate, la domanda cala.
Così nel 1910 l’azienda comincia a produrre anche scarpe in tela, mantenendo attivi gli operai durante tutto l’anno.
Non c’è ancora nessuna icona.
C’è un problema industriale.
E una soluzione pratica.
Come spesso accade, la storia arriva dopo.
POI ARRIVA UNO SPORT NUOVO
Il basket era nato soltanto nel 1891.
Nel 1917 Converse presenta una scarpa chiamata Non-Skid, pensata specificamente per quel gioco ancora giovane.
Due anni dopo il modello prende il nome All Star.
Oggi siamo abituati a considerare normale l’idea di una scarpa progettata per uno specifico sport.
All’epoca lo era molto meno.
E soprattutto non esisteva ancora quel gigantesco sistema culturale costruito intorno alle sneaker.
Non c’erano drop.
Non c’erano resale.
Non c’erano collaborazioni settimanali.
C’era una scarpa che doveva funzionare sul parquet.
CHUCK TAYLOR
Poi arriva Charles H. Taylor.
Chuck.
Nel 1922 entra in Converse come venditore.
Ma definirlo semplicemente venditore è riduttivo.
Taylor gira gli Stati Uniti.
Gioca.
Allena.
Tiene clinic.
Promuove il basket e contemporaneamente le scarpe Converse.
Era praticamente un ambasciatore prima che il marketing sportivo inventasse il linguaggio con cui oggi definiamo gli ambasciatori.
Nel 1934 la sua firma viene aggiunta alla All Star.
Ed ecco una cosa enorme.
Un uomo finisce con il proprio nome sopra una scarpa.
Poi muore.
Passano decenni.
E milioni di persone continuano a comprare qualcosa chiamato Chuck Taylor senza necessariamente sapere chi fosse Chuck Taylor.
Il nome supera la persona.
Diventa prodotto.
Poi diventa quasi genere.

PER UN PERIODO IL BASKET ERA CONVERSE
Non stiamo parlando semplicemente di un marchio presente nello sport.
Verso la fine degli anni Sessanta Converse controllava, secondo lo Smithsonian, quasi il 90% del mercato delle scarpe da basket.
È una cifra difficile persino da immaginare oggi.
Nel 1936 Converse aveva già fornito una colorazione bianca con dettagli rossi e blu alla squadra maschile statunitense per le Olimpiadi.
Nel primo torneo NCAA del 1939 entrambe le squadre finaliste indossavano All Star.
Per decenni quella scarpa era basket.
Poi il basket cambia.
E proprio lì comincia la seconda vita di Converse.
LA TECNOLOGIA SUPERA LA TELA
Negli anni Settanta e Ottanta le scarpe sportive cambiano rapidamente.
Pelle.
Ammortizzazione.
Nuove suole.
Nuovi materiali.
Adidas.
Puma.
Nike.
Reebok.
Il mercato della performance comincia a richiedere qualcosa che una scarpa di tela nata decenni prima non può più offrire allo stesso livello.
La Chuck Taylor perde il ruolo dominante sul parquet.
In teoria potrebbe essere l’inizio della fine.
Succede invece qualcosa di molto più interessante.
La gente continua a indossarla anche quando non serve più per vincere una partita.
E quando un oggetto sopravvive alla funzione per cui era stato creato, spesso significa che è diventato qualcos’altro.
DALLO SPORT ALLA CULTURA
La Chuck non deve essere tecnologicamente superiore.
Anzi.
È semplice.
Tela.
Gomma.
Lacci.
Una forma quasi elementare.
Ed è proprio quella semplicità a permetterle di cambiare proprietario culturalmente.
Rock.
Punk.
Grunge.
Hip-hop.
Skate.
Streetwear.
Converse stessa ricorda come negli anni Ottanta e Novanta la Chuck Taylor fosse ormai presente nella musica e nelle sottoculture, associata a mondi molto diversi tra loro, dai Ramones ai Sex Pistols fino a Nirvana.
E qui c’è un passaggio fondamentale.
Una scarpa progettata per uniformare una squadra sportiva diventa uno degli oggetti preferiti di chi vuole dichiarare una propria identità.
È quasi il contrario della funzione iniziale.
PERCHÉ PROPRIO LE CONVERSE?
Probabilmente anche perché lasciano spazio.
Una Chuck nera è quasi una pagina bianca.
Puoi tenerla perfetta.
Distruggerla.
Scriverci sopra.
Disegnarla.
Cambiare i lacci.
Indossarla con un jeans.
Con un vestito.
Con una giacca.
Con una maglietta di una band.
Non ti impone completamente un linguaggio.
Lo assorbe.
E con il tempo questo diventa uno dei vantaggi più grandi del marchio.
Non devi necessariamente vestirti “da Converse”.
Le Converse imparano a vestirsi da te.
LA ONE STAR FA UN PERCORSO ANCORA PIÙ STRANO
La One Star nasce da un’altra traiettoria sportiva.
La Leather All Star del 1969 anticipa quella silhouette, che poi sparisce dal catalogo con l’arrivo della Pro Leather.
Negli anni Novanta ritorna in suede e viene ribattezzata One Star.
E invece di tornare realmente al basket viene adottata dalla cultura skate e dal grunge.
È quasi la storia di Converse in miniatura.
Nasci per il campo.
Esci dal campo.
Trovi un’altra comunità.
Quella comunità ti cambia significato.

NON È SOLO MUSICA
Poi arriva la moda.
Ed è un altro punto in cui Converse avrebbe potuto sembrare fuori posto.
Nel 2000 arriva la prima collaborazione fashion del marchio con John Richmond.
Nel 2009 comincia quella con Comme des Garçons PLAY, diventata secondo Converse la collaborazione contemporanea più longeva del brand.
Il cuore rosso con gli occhi sopra una Chuck 70 oggi sembra quasi ovvio.
Ma è precisamente questo il punto.
Converse riesce a entrare nella moda senza trasformare completamente la scarpa.
A volte cambia pochissimo.
Un logo.
Un materiale.
Una proporzione.
Una grafica.
La silhouette rimane leggibile.
IL PARADOSSO DELLE COLLABORAZIONI
Oggi quasi ogni marchio sneaker vive anche di collaborazioni.
Il rischio è evidente.
Quando collabori con tutti, puoi finire per non rappresentare più niente.
Converse in parte evita questo problema perché possiede una forma estremamente stabile.
Puoi metterci sopra Comme des Garçons.
Billie Eilish.
Tyler, The Creator.
Dragon Ball.
Hello Kitty.
Collina Strada.
E continua comunque a esserci qualcosa che riconosci immediatamente come Converse. Il catalogo attuale delle collaborazioni mette insieme proprio mondi di questo tipo.
La collaborazione non sostituisce necessariamente l’oggetto.
Gli cambia accento.
TYLER, THE CREATOR HA CAPITO PERFETTAMENTE L’ARCHIVIO
La collaborazione con Tyler comincia nel 2017 con GOLF le FLEUR*.
Ma la parte interessante oggi è come si sia evoluta.
Nel 2026 Tyler non sta soltanto mettendo colori nuovi sulle Chuck.
Sta entrando negli archivi Converse e recuperando silhouette meno ovvie.
La nuova linea Converse 1908 ha riportato, per esempio, la Jogger del 1976 trasformandola attraverso GOLF le FLEUR*.
Questa è una strategia molto più interessante del semplice:
“prendiamo la scarpa famosa e cambiamo colore.”
Perché significa usare oltre un secolo di archivio come materiale creativo.
E Converse di archivio ne ha parecchio.

JACK PURCELL
C’è poi Jack Purcell.
Altro nome diventato scarpa.
Altro sport.
Badminton.
Il modello viene sviluppato nel 1933 insieme a B.F. Goodrich; Converse acquisirà i diritti nel 1972.
Anche qui la performance iniziale viene lentamente superata dalla vita casual del prodotto.
Ed è interessante perché Converse possiede diversi esempi dello stesso fenomeno:
oggetti tecnici che smettono di essere principalmente tecnici e diventano stile.

POI CONVERSE RISCHIA DAVVERO DI FINIRE
Tutta questa mitologia non rende un’azienda immortale.
Nel 2001 Converse arriva alla bancarotta.
Il mercato sportivo è cambiato.
La concorrenza è gigantesca.
L’oggetto culturale sopravvive, ma l’impresa fa molta più fatica.
Due anni dopo arriva Nike.
Nel luglio 2003 Nike firma l’accordo per acquistare Converse per 305 milioni di dollari in contanti.
A prima vista sembra quasi ironico.
Uno dei marchi simbolo della sneaker americana assorbito dall’azienda che aveva contribuito a cambiare completamente il mercato delle scarpe sportive.
Ma è anche ciò che permette a Converse di entrare in una fase nuova.
NON DIVENTA NIKE CON UN ALTRO LOGO
Questa è probabilmente una delle cose più importanti della storia recente del marchio.
Nike avrebbe potuto spingere Converse semplicemente verso la performance.
Oppure trasformarla in un’estensione del proprio linguaggio.
Non è quello che succede.
Converse continua invece a lavorare proprio sulla propria ambiguità.
Heritage.
Moda.
Musica.
Skate.
Collaborazioni.
Lifestyle.
E, lentamente, di nuovo basket.
CHUCK 70
Nel 2013 arriva la Chuck 70.
Non è una rivoluzione grafica.
È quasi il contrario.
Converse torna alla propria storia e recupera il linguaggio delle All Star degli anni Settanta, utilizzando materiali più curati e una costruzione più premium.
È una cosa molto contemporanea.
Non reinventare necessariamente l’icona.
Reinterpretare meglio ciò che l’icona era già.
E funziona proprio perché la Chuck non ha bisogno di essere ridisegnata completamente ogni tre anni per continuare a esistere.

LE SCARPE CHE INVECCHIANO BENE PERCHÉ POSSONO INVECCHIARE
Forse c’è anche un motivo fisico.
Una Converse può essere bella nuova.
Ma non è obbligata a rimanere nuova.
La tela si piega.
La gomma si sporca.
Il bianco cambia.
Compaiono segni.
E spesso non hai la sensazione che l’oggetto sia “rovinato”.
Sembra semplicemente più tuo.
È un rapporto diverso da quello che abbiamo con molte sneaker moderne, dove ogni piega sembra quasi un danno economico.
La Chuck tollera la vita.
Forse addirittura la migliora.
SKATE
Anche qui il passaggio non è casuale.
Converse lancia ufficialmente il team CONS skateboard a livello globale nel 2009.
Nel 2019 Alexis Sablone entra nel team come prima skater donna e nel 2023 arriva la AS-1 Pro, sviluppata insieme a lei.
La cosa interessante è che skate e Converse sembrano quasi essersi trovati naturalmente.
Una silhouette semplice.
Una storia street.
Una scarpa che non ha paura di sporcarsi.
E un’altra comunità aggiunge un significato.
E INFINE IL BASKET TORNA
Nel 2019 Converse lancia la All Star Pro BB e torna ufficialmente nel basket performance, affiancando atleti NBA.
Nel 2020 Shai Gilgeous-Alexander entra nel roster Converse.
E arriviamo di nuovo al presente.
SHAI 001.
Prima scarpa signature di Shai.
Performance vera.
Tecnologia contemporanea.
Design che deve funzionare sia sul parquet sia fuori.
La cosa divertente è che dopo oltre un secolo Converse sembra tornare nel punto da cui era partita.
Ma non è più la stessa azienda.
E soprattutto il basket non è più l’unica lingua che parla.
È QUESTO CHE LA RENDE STRANA
Se oggi nascesse un marchio che vende contemporaneamente:
una signature NBA,
scarpe da skate,
icone punk,
collaborazioni fashion,
anime,
Hello Kitty,
archivio running anni Settanta,
probabilmente qualcuno gli direbbe:
scegli un’identità.
Converse può permettersi di non farlo.
Perché la sua identità, paradossalmente, è proprio essere stata adottata da identità diverse.
NON È SOLTANTO UNA SCARPA “CHE VA CON TUTTO”
Quella sarebbe la lettura più superficiale.
La cosa interessante è che Converse continua a essere riconoscibile anche quando cambia contesto.
Non scompare dentro chi la indossa.
Ma non lo sovrasta nemmeno.
È presente.
Riconoscibile.
Poi lascia spazio.
Ed è molto più difficile di quanto sembri.
IL DESIGN QUASI IMMOBILE
Guardiamo una Chuck Taylor.
Puntale.
Tela.
Suola.
Patch.
Lacci.
Proporzioni.
La base visiva è ancora immediatamente leggibile come qualcosa che arriva da un altro secolo.
Eppure non sembra necessariamente un costume vintage.
Questa è una delle più grandi vittorie possibili per un oggetto di design.
Invecchiare senza dover sembrare vecchio.
NON SERVE CONOSCERE CHUCK TAYLOR
E questo forse dimostra quanto il prodotto abbia superato la propria origine.
Puoi comprare una Chuck senza sapere niente del basket degli anni Venti.
Senza conoscere Marquis Converse.
Senza sapere chi fosse Chuck Taylor.
Senza sapere che il marchio è di Nike.
Senza conoscere la One Star.
La compri perché ti piace.
E funziona comunque.
Ma se poi cominci a guardare dietro quella forma, trovi una quantità impressionante di cultura.
Sport.
Industria.
Musica.
Skate.
Moda.
Design.
Marketing.
Subculture.
CRASHVERSE VERDICT
Converse nasce cercando di produrre scarpe anche quando finiva l’inverno.
Poi trova il basket.
Trova Chuck Taylor.
Per decenni domina i parquet.
Il mercato cambia.
La tecnologia sportiva la supera.
E proprio quando sembra perdere il luogo in cui era nata, la Chuck Taylor comincia a vivere praticamente ovunque.
Punk.
Rock.
Grunge.
Skate.
Moda.
Strada.
Collaborazioni.
Poi Nike.
Poi ancora archivi.
Poi ancora basket.
Oggi Shai Gilgeous-Alexander corre sul parquet con una signature Converse mentre, nello stesso momento, qualcuno compra una Chuck 70 con un cuore rosso, qualcun altro una collaborazione con un anime e qualcun altro indossa un paio nero consumato da anni.
Sono tutti Converse.
Ed è questa la cosa più difficile da spiegare del marchio.
Non ha passato più di un secolo difendendo una sola identità.
Ha costruito una forma abbastanza forte da permettere agli altri di metterci dentro la propria.
È nata per il basket.
Poi ha imparato a vivere ovunque.


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