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11 MIN DI LETTURA

Per anni è stato fin troppo facile prendere in giro i Creed.

La voce di Scott Stapp.

Le braccia aperte.

La spiritualità.

I ritornelli giganteschi.

Le chitarre enormi.

Quella sensazione costante che ogni canzone dovesse sembrare più importante della precedente.

Per una parte della critica erano troppo.

Troppo seri.

Troppo enfatici.

Troppo americani.

Troppo post-grunge.

Troppo religiosi per non essere sospetti.

Troppo commerciali per essere considerati davvero “credibili”.

E soprattutto troppo popolari.

Perché quando una band vende milioni di dischi, riempie le radio e arriva dappertutto, prima o poi qualcuno decide che bisogna iniziare a vergognarsene.

Con i Creed è successo.

Eccome.

Eppure, a distanza di anni, mi viene da fare una domanda molto semplice:

erano davvero così mediocri?

O semplicemente non avevano paura di essere enormi?

DENTRO QUESTA STORIA
  1. PRIMA DELL’IRONIA
  2. MY OWN PRISON
  3. IL PROBLEMA SCOTT STAPP
  4. ERANO UNA BAND CRISTIANA?
  5. HUMAN CLAY
  6. WITH ARMS WIDE OPEN
  7. MARK TREMONTI
  8. WEATHERED
  9. ONE LAST BREATH
  10. MY SACRIFICE
  11. IL SUCCESSO NON PROTEGGE DA NIENTE
  12. STAPP, INVECE, CADE DAVVERO
  13. FULL CIRCLE
  14. POI SUCCEDE QUALCOSA
  15. IL PROBLEMA DELLA CREDIBILITÀ
  16. E IO, OGGI, LI ASCOLTO ANCORA
  17. E QUINDI?
  18. CRASHVERSE VERDICT

PRIMA DELL’IRONIA

Oggi viviamo in un’epoca in cui tutto deve avere almeno un livello di distacco.

Una battuta.

Una strizzata d’occhio.

Una protezione.

Quasi come se prendere qualcosa completamente sul serio fosse diventato pericoloso.

I Creed arrivavano da un altro mondo.

Le loro canzoni non cercavano di essere cool.

Non cercavano di farti capire che loro sapevano perfettamente quanto fosse tutto esagerato.

Lo facevano e basta.

Scott Stapp cantava come se ogni frase potesse essere l’ultima.

Mark Tremonti costruiva riff che non volevano stare sullo sfondo.

La batteria entrava per farti sentire il peso.

E quando arrivava il ritornello, arrivava davvero.

Non bussava.

Entrava sfondando la porta.

MY OWN PRISON

Il primo album, My Own Prison, uscì nel 1997.

E già il titolo diceva molto.

Non era un disco leggero.

Dentro c’erano colpa.

Fede.

Conflitto.

Solitudine.

Responsabilità.

Domande.

Molte domande.

I Creed nascono in Florida attorno a Scott Stapp e Mark Tremonti, con Brian Marshall al basso e Scott Phillips alla batteria.

All’inizio erano una band che cercava semplicemente di trovare spazio.

Il disco venne registrato con mezzi limitati e inizialmente pubblicato in modo indipendente.

Poi qualcosa cominciò a muoversi.

My Own Prison.

Torn.

What’s This Life For.

One.

Quattro pezzi.

Quattro brani capaci di portare una band praticamente sconosciuta dentro le radio rock americane.

Il debutto finì per diventare multi-platino e trasformò i Creed da fenomeno locale a una delle band più visibili del rock americano di fine anni Novanta.

E qui iniziò anche il problema.

Perché quando cresci così velocemente, la gente non ti guarda più soltanto.

Comincia a giudicarti.

IL PROBLEMA SCOTT STAPP

Parliamone.

La voce.

Quella voce.

Bassa.

Nasale.

Profonda.

Teatrale.

Con quel modo di tirare le vocali che nel tempo sarebbe diventato materiale perfetto per imitazioni, meme e caricature.

Scott Stapp era facilissimo da prendere in giro.

Ed è successo.

Per anni.

Ma ridurre Stapp a una voce “alla Eddie Vedder” significa fermarsi alla superficie.

Perché dentro quella voce c’era una cosa che non puoi simulare facilmente:

convinzione.

Stapp cantava come se ci credesse davvero.

E probabilmente era proprio questo a infastidire alcuni.

Non c’era ironia.

Non c’era distacco.

Non c’era protezione.

Quando parlava di fede, dolore, salvezza, colpa o redenzione, lo faceva senza scherzare.

E in un mondo musicale che stava imparando a diffidare della sincerità troppo evidente, i Creed erano quasi indecentemente sinceri.

ERANO UNA BAND CRISTIANA?

Domanda inevitabile.

Per anni i Creed sono stati associati al Christian rock.

I testi di Stapp erano pieni di immagini spirituali.

Croci.

Redenzione.

Cielo.

Caduta.

Perdono.

Ma la band ha sempre cercato di prendere le distanze dall’etichetta di “Christian band”.

Ed è una distinzione importante.

La spiritualità nei Creed non era propaganda.

Era conflitto.

Stapp veniva da un ambiente religioso molto rigido.

Quel linguaggio era parte della sua vita, ma anche della sua ribellione.

Quindi nelle canzoni la fede non arrivava quasi mai come risposta semplice.

Arrivava come domanda.

Come bisogno.

Come lotta.

E forse è proprio questo il motivo per cui quei testi riuscivano a parlare anche a persone che non avevano alcuna intenzione di entrare in una chiesa.

HUMAN CLAY

Poi arrivò Human Clay.

1999.

E lì la questione cambiò completamente.

Perché non stiamo più parlando di una band rock che vende bene.

Stiamo parlando di un fenomeno.

Human Clay entrò direttamente al numero uno negli Stati Uniti e sarebbe diventato un successo gigantesco, trainato da pezzi come Higher, What If e With Arms Wide Open.

E basta ascoltare Higher per capire perché.

Quel riff.

Quell’apertura.

La voce che entra.

Il ritornello.

Tutto sembra progettato per andare verso l’alto.

E infatti ci va.

Higher è quasi una dichiarazione di intenti.

“Possiamo andare più in alto?”

Con i Creed la risposta era sempre:

SÌ.

Più grande.

Più aperto.

Più emotivo.

Più tutto.

WITH ARMS WIDE OPEN

Poi c’è With Arms Wide Open.

Ed è qui che succede qualcosa di interessante.

Perché il brano nasce dalla notizia che Stapp sarebbe diventato padre.

Una cosa semplicissima.

Personale.

Quasi domestica.

Ma i Creed la trasformano in qualcosa di enorme.

Una canzone sulla paura di diventare padre.

Sulla responsabilità.

Sul desiderio di offrire a un figlio qualcosa di migliore.

E funziona proprio perché non cerca di nascondere niente.

È sentimentale?

Sì.

È enorme?

Sì.

È quasi sfacciatamente emotiva?

Assolutamente sì.

E allora?

Il pezzo divenne uno dei più grandi successi della band.

E forse qui possiamo iniziare a capire il motivo per cui i Creed dividevano tanto.

Non avevano paura del sentimento.

E il sentimento, quando è esposto senza protezione, mette sempre qualcuno a disagio.

MARK TREMONTI

Però fermarsi a Stapp sarebbe un errore enorme.

Perché dietro moltissimo di ciò che rendeva i Creed riconoscibili c’era Mark Tremonti.

E Tremonti è uno di quei chitarristi che col tempo ha costretto parecchie persone a rivedere il proprio giudizio.

Nei Creed non suonava per dimostrare quanto fosse bravo.

Suonava per costruire canzoni.

Riff pesanti.

Accordature basse.

Spazi.

Arpeggi.

Melodie.

Chitarre che potevano diventare enormi senza perdere completamente il controllo.

La sua evoluzione successiva con Alter Bridge e con il progetto Tremonti avrebbe mostrato con ancora più chiarezza quanto fosse tecnicamente e musicalmente solido.

E allora guardando indietro diventa quasi divertente.

Per anni qualcuno trattava i Creed come semplice rock da radio.

Nel frattempo lì dentro c’era uno dei chitarristi più rispettati della sua generazione.

WEATHERED

Nel 2001 arriva Weathered.

E ancora una volta:

numero uno.

My Sacrifice.

One Last Breath.

Bullets.

Weathered.

Il suono cambia.

Diventa forse ancora più pesante in alcuni punti.

Più cupo.

Più stanco.

E non è solo impressione.

La band iniziava realmente a mostrare crepe.

Il successo era enorme.

La pressione pure.

E Scott Stapp stava entrando in una fase sempre più difficile della propria vita.

ONE LAST BREATH

Ci sono canzoni che non hanno bisogno di essere complicate per funzionare.

One Last Breath è una di quelle.

L’arpeggio iniziale è immediatamente riconoscibile.

Poi entra Stapp.

E il pezzo cresce.

Ancora una volta lentamente.

Ancora una volta verso qualcosa di più grande.

È quasi la formula Creed nella sua forma più pura.

Intimità.

Crescita.

Esplosione.

Ma il testo è tutt’altro che trionfale.

Parla di caduta.

Di solitudine.

Di essere arrivati sul bordo.

E forse è uno dei momenti in cui il contrasto tra l’enormità musicale e la fragilità del testo funziona meglio.

Non stanno celebrando la vittoria.

Stanno cercando qualcosa a cui aggrapparsi.

MY SACRIFICE

E poi c’è My Sacrifice.

Una di quelle canzoni che hanno continuato a vivere ben oltre il periodo in cui sono uscite.

La riconosci immediatamente.

Bastano pochi secondi.

E quel ritornello è esattamente ciò che alcuni odiavano dei Creed.

Gigantesco.

Solenne.

Senza vergogna.

Ma forse è proprio per questo che continua a funzionare.

Non cerca di farti pensare:

“che canzone intelligente”.

Cerca di farti sentire qualcosa.

E non sempre sono la stessa cosa.

IL SUCCESSO NON PROTEGGE DA NIENTE

A un certo punto i Creed erano giganteschi.

Eppure dentro la band le cose stavano crollando.

I problemi personali di Stapp.

Le tensioni.

Le difficoltà nei concerti.

La pressione.

La relazione tra i membri.

Nel 2004 tutto finisce.

O almeno così sembra.

Tremonti, Phillips e Marshall si uniscono a Myles Kennedy.

Nascono gli Alter Bridge.

E qui accade qualcosa che, col tempo, avrebbe finito quasi per riscrivere la reputazione dei Creed.

Perché gli Alter Bridge dimostrano con forza quanto fossero solidi i musicisti che stavano dietro quella band.

Tremonti diventa sempre più rispettato.

Scott Phillips conferma la propria qualità.

Brian Marshall continua a essere una presenza fondamentale.

E improvvisamente qualcuno comincia a guardare indietro e a pensare:

forse i Creed non erano proprio quella barzelletta che ci raccontavamo.

STAPP, INVECE, CADE DAVVERO

La storia di Scott Stapp è meno lineare.

Dipendenze.

Problemi psicologici.

Crisi pubbliche.

Momenti molto difficili.

Per anni la sua vita fuori dalla musica diventa quasi più visibile della musica stessa.

Ed è qui che rileggere certi testi diventa strano.

Perché molte delle cose che sembravano semplicemente liriche drammatiche iniziano ad assumere un peso diverso.

Cadere.

Chiedere aiuto.

Cercare redenzione.

Avere bisogno di qualcosa che ti tenga in piedi.

Forse Stapp stava raccontando certe battaglie molto prima che il pubblico capisse fino a che punto fossero reali.

E questo non rende automaticamente ogni canzone più bella.

Ma sicuramente la rende più difficile da liquidare con una battuta.

Ma fermare la sua storia lì sarebbe raccontarla a metà.

Perché Stapp ha raccontato anche il percorso per rimettersi in piedi.

Nell’intervista a GRAMMY.com del marzo 2024 parla della sobrietà come di un impegno quotidiano. Di ricadute, di cose imparate e della necessità di non sentirsi mai arrivato.

Un giorno alla volta.

Senza dare niente per scontato.

E racconta anche di aiutare artisti più giovani ad affrontare quelle stesse difficoltà, a costruirsi attorno un sostegno.

Questa parte conta.

Perché il crollo fa rumore.

Il lavoro per rialzarsi, molto meno.

E se scegliamo di raccontare il primo, vale la pena ascoltare anche il secondo.

FULL CIRCLE

Nel 2009 i Creed tornano.

Album nuovo.

Full Circle.

Reunion.

Tour.

Ma non dura.

La band si ferma di nuovo negli anni successivi.

E per parecchio tempo sembra davvero finita.

Creed appartiene a un’altra epoca.

Fine anni Novanta.

Inizio Duemila.

CD.

Radio rock.

MTV.

Un mondo musicale ormai lontanissimo.

POI SUCCEDE QUALCOSA

Internet, quello stesso posto che aveva trasformato i Creed in meme, comincia lentamente a rivalutarli.

La nostalgia cambia.

Una nuova generazione scopre pezzi che non aveva vissuto direttamente.

Altri smettono semplicemente di vergognarsi di dire che quelle canzoni gli piacevano.

I social riprendono Higher.

My Sacrifice.

One Last Breath.

E quella band che per anni era stata un bersaglio diventa improvvisamente qualcosa di diverso.

Un ricordo.

Un piacere non più così colpevole.

Poi arriva la reunion.

La band torna insieme.

E il ritorno si trasforma in qualcosa di molto più grande del semplice giro nostalgico.

Forse il tempo, alla fine, ha smesso di ridere.

IL PROBLEMA DELLA CREDIBILITÀ

Il rock ha sempre avuto un rapporto strano con il successo.

Vuoi essere ascoltato.

Vuoi vendere dischi.

Vuoi riempire arene.

Poi, quando succede, devi iniziare quasi a chiedere scusa.

I Creed non erano underground.

Non erano difficili.

Non erano oscuri.

Non erano una band da scoprire e tenere segreta.

Erano enormi.

E forse proprio per questo sono diventati facili da odiare.

Ma una canzone non diventa peggiore perché la conoscono milioni di persone.

Un riff non perde peso perché passa alla radio.

Un’emozione non diventa falsa perché è condivisa da troppi.

E IO, OGGI, LI ASCOLTO ANCORA

Questa è forse la prova più semplice.

I Creed non sono rimasti chiusi in un cassetto degli anni Novanta.

Non sono una band che riascolto una volta ogni cinque anni soltanto per nostalgia.

Li ascolto ancora oggi.

Alcuni brani stanno dentro più di una mia playlist.

E questa cosa, forse, dice più di tante analisi.

Perché non li metto soltanto per ricordare quel periodo.

Li metto perché ho ancora voglia di ascoltarli.

Higher.

My Sacrifice.

One Last Breath.

My Own Prison.

Quelle canzoni funzionano ancora.

Almeno con me.

Ed è forse questo il test più onesto che una canzone possa superare.

Passano gli anni.

Cambiano le mode.

Cambiano le piattaforme.

Cambiano i supporti.

Cambiano persino i nostri gusti.

Ma quando premi play e quella canzone riesce ancora a prenderti, tutto il resto conta relativamente poco.

A quel punto non stai facendo archeologia musicale.

Stai semplicemente ascoltando qualcosa che ti piace ancora.

E QUINDI?

Forse i Creed non sono mai stati la band più sofisticata del mondo.

Probabilmente nemmeno loro lo direbbero.

Ma erano estremamente bravi a fare una cosa.

Costruire canzoni che volevano arrivare.

Non restare lì.

ARRIVARE.

E quando funzionavano, arrivavano con una forza incredibile.

Higher.

With Arms Wide Open.

My Sacrifice.

One Last Breath.

My Own Prison.

Pezzi che, piaccia o meno, hanno attraversato decenni.

CRASHVERSE VERDICT

Per anni prendere in giro i Creed è stato quasi più facile che ascoltarli davvero.

La voce troppo grande.

I testi troppo seri.

I ritornelli troppo enormi.

Il successo troppo evidente.

Forse erano davvero eccessivi.

Ma oggi mi viene da pensare una cosa.

Almeno non avevano paura di sentire.

Non avevano paura di scrivere una canzone come se quella canzone contasse davvero.

Non avevano paura di un ritornello che sembrasse fatto per essere cantato da migliaia di persone.

Non avevano paura della vulnerabilità.

Non avevano paura della fede.

Non avevano paura di essere giudicati pomposi.

Erano grandi.

Rumorosi.

Emotivi.

A volte persino troppo.

Ma erano loro.

E forse, dopo anni passati a ridere di band che prendevano se stesse troppo sul serio, abbiamo scoperto che anche prendere tutto con ironia può diventare una posa.

Io, intanto, continuo ad ascoltarli.

E forse questa è la risposta più semplice che posso dare.

I Creed non chiedevano scusa.

Forse è proprio per questo che quelle canzoni sono ancora qui.


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