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L’ho aspettato per anni. Quando finalmente arrivò era magnifico, ambizioso, rotto e a volte persino assurdo. Ma sotto tutti quei bug io vedevo già qualcosa che non riuscivo a non amare. Sei anni dopo, Night City è ancora lì. E io continuo a tornarci.

Prima ancora di Night City

Cyberpunk 2077 lo aspettavo da anni.

Molto prima di poter camminare per Night City, quella città esisteva già nella mia testa. Seguivo il progetto, gli annunci, i rinvii, ogni nuovo frammento che CD Projekt RED decideva di mostrarci.

Più passava il tempo, più aumentava quella sensazione che conosce bene chi ama davvero i videogiochi: non stai aspettando semplicemente una nuova uscita.

Stai aspettando quel gioco.

E Cyberpunk 2077, per me, era diventato quel gioco molto prima del 10 dicembre 2020.

Poi, nell’agosto di quello stesso anno, mentre continuavo ad aspettarlo, nella mia vita tornò una persona importante.

Per un periodo fece parte delle mie giornate e, inevitabilmente, finì per sentir parlare anche di Cyberpunk. Probabilmente molto più di quanto avrebbe voluto.

Night City. Le corporazioni. Il futuro. CD Projekt. Keanu Reeves. Le possibilità che sembravano infinite. I rinvii. Quanto mancava. Quando sarebbe finalmente uscito.

Finché successe una cosa che ancora oggi mi fa sorridere.

Si fece un account Xbox.

E quando Cyberpunk 2077 finalmente arrivò, cominciò a giocarci anche lei, da casa sua.

Non è la ragione per cui amo questo gioco. Non è nemmeno la ragione per cui lo aspettavo: la mia storia con Cyberpunk era cominciata molto prima.

È semplicemente una di quelle associazioni che il tempo costruisce senza chiederti il permesso.

Ci sono canzoni che diventano persone. Film che diventano periodi della nostra vita. Luoghi che basta rivedere per riportarti istantaneamente a qualcuno.

Qualche volta succede anche con un videogioco.

E così, quando penso alla mia prima Night City, insieme alle insegne al neon, a V, a Johnny Silverhand e a tutto quello che avevo aspettato per anni, da qualche parte c’è anche quel ricordo.

Poi le persone prendono le proprie strade.

Night City, invece, è rimasta.

Finalmente. E… ma che cazzo succede?

10 dicembre 2020.

Dopo anni di attesa, Cyberpunk 2077 era finalmente nelle mie mani.

E l’impatto fu comunque:

WOW.

Questa è la cosa che oggi, dopo tutto quello che è successo, rischia di andare perduta.

Cyberpunk 2077 al lancio aveva problemi. Tanti.

Bug grafici, personaggi che facevano cose improbabili, oggetti impazziti, comportamenti dell’IA che spezzavano completamente l’illusione, crash e prestazioni molto diverse a seconda della piattaforma. Sulle console della generazione precedente la situazione era particolarmente problematica.

Era impossibile ignorarlo.

Eppure mi successe qualcosa di apparentemente contraddittorio:

non riuscivo a non amarlo.

Potevo vedere un NPC fare qualcosa di completamente assurdo e pochi minuti dopo trovarmi fermo in mezzo a Night City semplicemente a guardare.

Le luci.

Le strade.

Le pubblicità.

Le automobili.

La pioggia sull’asfalto.

Gli enormi edifici che sembravano inghiottire i quartieri sotto di loro.

La quantità quasi soffocante di dettagli.

Quel mondo aveva problemi evidenti, ma aveva anche qualcosa che per me contava più di qualsiasi contatore di bug: aveva un’anima.

Non sto riscrivendo la storia dicendo che al lancio andasse tutto bene.

Non andava tutto bene.

Sto dicendo qualcosa di diverso.

Io, sotto quella montagna di problemi, vedevo già Night City.

E mi bastava per volerci restare.

Una città che non faceva da sfondo

Forse è qui che Cyberpunk mi conquistò definitivamente.

Night City non mi sembrava una mappa.

Mi sembrava un posto.

Una città oscena e meravigliosa, nella quale ricchezza e disperazione possono essere separate letteralmente da una strada.

Corpo, tecnologia, sesso, pubblicità, violenza, potere e consumo sono ovunque. Tutto può essere comprato, modificato, sostituito.

Persino parti di te.

Ed è questo uno degli aspetti che amo della fantascienza cyberpunk: sotto l’estetica fatta di neon, impianti e metallo c’è quasi sempre una domanda profondamente umana.

Quanto possiamo modificare un essere umano prima che smetta di esserlo?

Cyberpunk 2077 quella domanda te la mette davanti continuamente.

E poi arriva Johnny Silverhand.

C’è un terrorista morto nella mia testa

Keanu Reeves avrebbe potuto essere semplicemente il grande nome stampato sulla confezione.

Invece Johnny diventa progressivamente qualcosa di molto più interessante.

È arrogante. Insopportabile. Carismatico. Contraddittorio. A volte vorresti mandarlo affanculo e qualche ora dopo ti accorgi che stai aspettando che compaia.

Ma soprattutto Johnny rende concreta una delle idee fantascientifiche che trovo più affascinanti dell’intero gioco:

se la coscienza può essere trasformata in informazione, cosa significa morire?

E ancora:

se i ricordi possono sopravvivere al corpo, quella cosa sei ancora tu?

Cyberpunk prende queste domande enormi e invece di metterle dentro una lezione di filosofia le infila nella testa di V.

Letteralmente.

Da quel momento la storia non parla più soltanto di diventare una leggenda di Night City.

Parla del tempo che rimane.

Dell’identità.

Della paura di scomparire.

E di cosa siamo disposti a sacrificare pur di continuare a esistere.

Poi CD Projekt cominciò a ricostruirlo

Ed è qui che la storia di Cyberpunk 2077 diventa quasi unica.

CD Projekt RED avrebbe potuto sistemare i problemi più gravi, chiudere il capitolo e andare avanti.

Invece iniziò un lavoro durato anni.

Patch dopo patch il gioco cambiò.

Il momento che ricordo come uno dei primi veri spartiacque è l’aggiornamento 1.5 del febbraio 2022: arrivarono le versioni native Xbox Series X|S e PlayStation 5, miglioramenti grafici e prestazionali, modifiche all’IA della folla, all’open world, all’interfaccia, ai fixer e a numerosi sistemi di gioco.

Cyberpunk non stava più semplicemente venendo “riparato”.

Stava crescendo.

Poi arrivò il grande salto.

Cyberpunk 2.0

Qui il gioco cambiò pelle.

Perk e skill rivisti, cyberware ripensato, combattimento e progressione modificati, sistemi di polizia e gameplay trasformati.

Non era più soltanto la versione corretta del Cyberpunk del 2020.

Era diventato una versione molto più vicina alla promessa che avevamo aspettato per anni.

E contemporaneamente arrivò qualcosa che fece definitivamente capire che CD Projekt non aveva ancora finito con Night City.

Phantom Liberty

Dogtown.

Songbird.

Solomon Reed.

Idris Elba.

Phantom Liberty non mi sembrò il classico contenuto aggiuntivo costruito per allungare di qualche ora un gioco che aveva già detto tutto.

Sembrava quasi CD Projekt che dicesse:

“Adesso guardate cosa sappiamo fare con questo mondo.”

Un thriller di spionaggio inserito dentro Cyberpunk.

Più compatto. Più maturo. Più consapevole.

E soprattutto costruito quando lo studio aveva ormai capito fino in fondo cosa funzionava davvero nel proprio universo.

Dogtown non cerca di essere semplicemente un altro quartiere di Night City. Ha una propria identità, una propria brutalità, un proprio ritmo.

E Phantom Liberty diventa la dimostrazione definitiva di quanto fosse cambiato Cyberpunk rispetto a quel dicembre del 2020.

Il gioco che doveva essere morto

Questa è probabilmente la parte della sua storia che preferisco.

Per mesi Cyberpunk 2077 è stato quasi sinonimo di lancio disastroso.

Era diventato un meme.

Un esempio da utilizzare quando si voleva parlare di hype incontrollato, promesse eccessive e videogiochi pubblicati prima di essere pronti.

Eppure non è finita così.

Cyberpunk ha fatto qualcosa che pochissimi giochi riescono a fare:

ha cambiato la propria eredità mentre era ancora vivo.

Non ha cancellato il lancio del 2020.

Quello rimane parte della sua storia.

Ma non è più tutta la sua storia.

E nel 2026 Night City continua ancora a cambiare

Ed è questo che trovo incredibile.

Sono passati quasi sei anni.

E Cyberpunk 2077 continua a ricevere attenzione tecnica e aggiornamenti.

L’Update 2.3 del 2025 ha aggiunto AutoDrive, taxi Delamain autonomi, nuovi veicoli, ampliamenti della personalizzazione e del Photo Mode, oltre a nuove tecnologie grafiche su PC. La successiva 2.31 ha continuato a rifinire proprio AutoDrive e altre funzioni.

Nell’aprile 2026 è arrivato persino un aggiornamento specifico per PlayStation 5 Pro, con PSSR, ray tracing potenziato e nuove modalità grafiche.

Nel frattempo il gioco è arrivato anche su nuove piattaforme: Mac e Nintendo Switch 2 fanno ormai parte dell’ecosistema attuale di Cyberpunk 2077.

Quindi no: non possiamo dire che sia stata annunciata una nuova espansione dopo Phantom Liberty.

Ma possiamo dire qualcosa di altrettanto significativo:

Night City, nel 2026, non è stata abbandonata.

E soprattutto non è finito Cyberpunk.

Cyberpunk 2

Il seguito che inizialmente conoscevamo come Project Orion oggi viene chiamato ufficialmente Cyberpunk 2.

CD Projekt ha confermato nel 2025 il passaggio dalla fase concettuale alla pre-produzione, con il progetto sviluppato anche attraverso CD Projekt RED North America.

Quindi un giorno torneremo davvero in quell’universo.

Non sappiamo ancora esattamente quale forma avrà quel ritorno.

E forse è meglio così.

Perché dopo aver aspettato per anni il primo Cyberpunk, credo di conoscere abbastanza bene quella sensazione.

Ci risiamo.

E Night City continua anche fuori dal gioco

C’è poi qualcosa che nel 2020 non avrei immaginato nelle dimensioni attuali.

Cyberpunk è diventato molto più grande del gioco.

Edgerunners ha portato una nuova generazione dentro Night City e, mentre scrivo queste righe nel settembre 2026, Cyberpunk: Edgerunners 2 ha già una data: 20 ottobre 2026, dieci episodi e una nuova storia indipendente ambientata nello stesso universo.

Ed è bellissimo pensare che un universo che sembrava quasi destinato a essere ricordato per i problemi del proprio debutto sia diventato qualcosa che continua invece a espandersi.

Il mio Cyberpunk

Se dovessi giudicare Cyberpunk 2077 soltanto per quello che era il 10 dicembre 2020, racconterei una storia incompleta.

Se fingessi che quel lancio non sia mai esistito, mentirei.

La verità per me sta esattamente nel mezzo.

Era rotto.

E io ero lì.

Ho visto i bug.

Ho visto le cose assurde.

Probabilmente ne ho mandate a quel paese parecchie.

E contemporaneamente continuavo a pensare:

“Ma quanto cazzo è bella questa roba?”

Perché non riuscivo a separarmi da Night City.

E oggi, dopo patch, aggiornamenti, Phantom Liberty, nuove piattaforme e anni trascorsi, posso finalmente vedere quanto è diventato enorme il viaggio tra il Cyberpunk che avevo immaginato, quello che ricevetti nel 2020 e quello che posso avviare oggi.

Ma c’è una cosa che nessun aggiornamento può modificare.

La prima volta.

Quel periodo.

L’attesa.

Il momento della mia vita.

E quella persona che, dopo avermi sentito parlare per chissà quanto tempo di questo gioco che ancora non esisteva, alla fine si fece un account Xbox e partì anche lei per Night City.

Oggi le nostre strade sono diverse.

Cyberpunk è diverso.

Io sono diverso.

Ma ogni tanto torno lì.

E quando le porte dell’ascensore si aprono, quando parte una radio mentre guido senza una destinazione precisa, quando vedo le luci della città riflesse sull’asfalto…

per qualche secondo tornano insieme tutte le versioni di Night City che ho conosciuto.

Quella che aspettavo.

Quella imperfetta che ho amato comunque.

Quella legata a un ricordo.

E quella straordinaria che è diventata oggi.

Forse è proprio questo che fanno i videogiochi che rimangono davvero con noi.

Non conservano soltanto i nostri salvataggi.
Conservano pezzi della nostra vita.

Ci vediamo a Night City, choom.


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