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ART & PHOTOGRAPHY · DAVID LACHAPELLE
Scritto da cRASh
WOW
A volte non serve sapere tutto.
Non serve conoscere la storia della fotografia.
Non serve distinguere una corrente da un’altra.
Non serve essere critici.
A volte guardi un’immagine e succede qualcosa.
Ti fermi.
La guardi meglio.
E pensi:
wow.
Con David LaChapelle, per me, è sempre stato così.
NON È UNA FOTO NORMALE
Una fotografia di LaChapelle raramente sembra soltanto una fotografia.
Sembra un set.
Un sogno.
Una pubblicità impazzita.
Un videoclip congelato.
Un quadro pop portato oltre il limite.
Colori saturi.
Corpi.
Luci.
Oggetti.
Religione.
Moda.
Celebrità.
Simboli.
Eccesso.
Tutto sembra troppo.
Ed è proprio lì che funziona.
IL POP, MA SPINTO PIÙ IN LÀ
LaChapelle prende il pop e non lo fotografa semplicemente.
Lo amplifica.
Lo esaspera.
Lo trasforma.
Se una celebrità è già costruita come icona, lui prende quell’icona e la mette dentro un’altra dimensione.
Più colorata.
Più assurda.
Più teatrale.
Più disturbante.
Più bella.
A volte tutte queste cose insieme.
ANDY WARHOL
E questa storia, inevitabilmente, passa anche da Andy Warhol.
LaChapelle entra giovanissimo nel mondo della fotografia e viene notato proprio da Warhol, che gli offre spazio su Interview.
È un incontro quasi perfetto.
Warhol aveva capito prima di molti altri che il confine tra arte, celebrità, pubblicità e cultura pop poteva essere distrutto.
LaChapelle prende quella intuizione e la porta dentro la fotografia con una forza visiva completamente sua.
LE CELEBRITÀ COME PERSONAGGI
Madonna.
Elton John.
David Bowie.
Britney Spears.
Christina Aguilera.
Tupac.
Eminem.
Lady Gaga.
Naomi Campbell.
Leonardo DiCaprio.
Kanye West.
La lista potrebbe andare avanti per pagine.
Ma il punto non è quante persone famose abbia fotografato.
Il punto è cosa succede quando le fotografa.
Perché spesso non sembrano più semplicemente loro.
Diventano personaggi.
Simboli.
Maschere.
Versioni esasperate di ciò che rappresentano.
NON CERCA IL REALISMO
Ed è una delle cose che mi piace di più.
LaChapelle non sembra interessato a dire:
“Ecco com’è davvero questa persona.”
Fa quasi il contrario.
Dice:
“Vediamo fin dove possiamo portare questa immagine.”
E allora costruisce.
Colora.
Illumina.
Mette in scena.
Carica tutto.
Non nasconde l’artificio.
Lo celebra.
PRIMA DELLO SCATTO, C’È IL SET
Una cosa importante è che gran parte della forza di LaChapelle nasce dalla costruzione reale dell’immagine.
Set enormi.
Scenografie.
Costumi.
Luci.
Oggetti.
Composizioni.
La fotografia nasce già come mondo.
Non è soltanto una foto presa e poi trasformata in qualcosa di spettacolare.
Lo spettacolo è spesso già davanti all’obiettivo.
PUBBLICITÀ O ARTE?
È una domanda che con LaChapelle viene quasi naturale.
Moda.
Magazine.
Celebrità.
Campagne.
Videoclip.
Arte.
Dove finisce una cosa e inizia l’altra?
Forse il punto è che lui non ha mai avuto troppo interesse per quel confine.
E meno male.
Perché alcune delle immagini più forti della cultura contemporanea sono nate proprio quando qualcuno ha smesso di preoccuparsi di restare dentro una categoria.
COLORI CHE URLANO
Ci sono fotografi che lavorano con la sottrazione.
LaChapelle no.
Lui aggiunge.
Aggiunge colore.
Aggiunge simboli.
Aggiunge oggetti.
Aggiunge corpi.
Aggiunge luce.
Aggiunge contrasti.
Finché l’immagine sembra quasi sul punto di esplodere.
Eppure, in qualche modo, resta leggibile.
È caos controllato.
BELLEZZA E DISAGIO
Poi arriva la parte più interessante.
Perché dietro tutta quella bellezza c’è spesso qualcosa che non è affatto rassicurante.
Consumismo.
Religione.
Desiderio.
Fama.
Corpo.
Morte.
Eccesso.
Decadenza.
Apocalisse.
Il pop diventa una superficie bellissima.
Ma sotto quella superficie c’è quasi sempre qualcosa che si muove.
IL SACRO E IL PROFANO
LaChapelle usa spesso immagini religiose.
Madonne.
Cristi.
Angeli.
Inferni.
Resurrezioni.
Simboli.
E poi li mette accanto a corpi, moda, celebrità, sesso, pubblicità.
Il risultato può essere provocatorio.
Ma non sembra mai provocazione fine a se stessa.
Sembra piuttosto il tentativo di mettere insieme due mondi che nella cultura contemporanea convivono continuamente:
il bisogno di credere in qualcosa.
E il bisogno di essere guardati.
DELUGE

Tra i suoi lavori più celebri c’è Deluge.
Un’immagine monumentale del 2006, ispirata al Diluvio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina.
Ma al posto di un mondo antico trovi elementi della nostra cultura.
Loghi.
Insegne.
Consumo.
Corpi.
Caos.
La sensazione è quasi apocalittica.
Ma anche bellissima.
Ed è proprio questo contrasto che LaChapelle usa spesso.
Ti attira con il colore.
Poi ti lascia dentro qualcosa di molto meno leggero.
IL POP COME RELIGIONE
A un certo punto sembra quasi che il suo lavoro dica una cosa:
abbiamo sostituito alcune divinità con altre.
Celebrità.
Brand.
Moda.
Corpi.
Immagini.
Fama.
E allora fotografare il pop diventa quasi fotografare una nuova religione.
Con le sue icone.
I suoi rituali.
I suoi altari.
E anche i suoi sacrifici.
E POI SI ALLONTANA
A un certo punto LaChapelle si stanca.
Della macchina.
Dell’industria.
Delle celebrity.
Della pubblicità.
Si allontana.
Va alle Hawaii.
Riduce il lavoro commerciale.
E torna sempre di più a progetti personali e artistici.
Questa parte mi piace molto.
Perché dopo aver costruito per anni immagini gigantesche intorno alla cultura pop, a un certo punto sembra chiedersi:
“E adesso?”
Ed è proprio lì che il suo lavoro cambia ancora.
LA NATURA

Nelle opere successive la natura entra con sempre più forza.
Foreste.
Paesaggi.
Fiori.
Corpi dentro ambienti quasi irreali.
Ma LaChapelle resta LaChapelle.
Non diventa improvvisamente minimalista.
La visione resta enorme.
Solo che il centro si sposta.
Dalla celebrità al mondo.
Dall’industria alla natura.
Dal pop a qualcosa di più spirituale.

NON DEVI SAPERE SE È ARTE
E qui torno al punto da cui siamo partiti.
Noi non siamo critici.
Non dobbiamo decidere se ogni fotografia di David LaChapelle sia un capolavoro.
Non dobbiamo assegnare stelle.
Non dobbiamo convincerti che devi amarlo.
Possiamo semplicemente guardare.
E riconoscere una cosa:
quando una sua immagine passa davanti agli occhi, spesso è difficile ignorarla.
PERCHÉ È QUESTO CHE FA
Ti costringe a guardare.
Anche quando è troppo.
Anche quando è kitsch.
Anche quando è esagerato.
Anche quando pensi:
“Non so se mi piace.”
Se ti sei fermato, qualcosa ha già funzionato.
FOTOGRAFIA O CINEMA?
Alcune fotografie di LaChapelle sembrano fotogrammi di film che non esistono.
C’è un prima.
C’è un dopo.
Tu non li vedi.
Ma li immagini.
E questa è forse una delle qualità più forti della sua fotografia.
Non ti mostra soltanto una persona.
Ti suggerisce un mondo.
ART & PHOTOGRAPHY
Ed è esattamente per questo che volevo David LaChapelle dentro questa sezione.
Perché ART & PHOTOGRAPHY non deve diventare un posto dove qualcuno ci spiega perché un’immagine è importante.
Voglio che sia un posto dove guardiamo immagini che ci hanno fatto fermare.
Che ci hanno incuriosito.
Che ci hanno disturbato.
Che ci hanno fatto pensare.
O che, molto più semplicemente, ci hanno fatto dire:
wow.
CRASHVERSE VERDICT
David LaChapelle non fotografa il pop.
Lo prende.
Lo riempie di colore.
Lo mette sotto luci impossibili.
Lo circonda di simboli.
Lo rende bellissimo.
Poi lo spinge ancora un po’.
Fino al punto in cui smette di sembrare realtà.
E diventa visione.
Non so se davanti alle sue fotografie la prima reazione debba essere una spiegazione.
La mia non lo è mai stata.
La mia è molto più semplice.
Mi fermo.
Guardo.
E ancora oggi, certe volte, penso soltanto:
wow.
Copertina: illustrazione editoriale originale CrashVerse realizzata con IA. Le opere riprodotte nel testo sono di David LaChapelle e accompagnano il commento critico.
Riferimenti: biografia ufficiale · After the Deluge, Palazzo delle Esposizioni · Deluge, 2006.


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