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Ero ragazzino quando Canale 5 iniziò a trasmettere I SEGRETI DI TWIN PEAKS.

Probabilmente non avrei nemmeno dovuto guardarlo.

Ma mi domando:

chi non l’ha guardato, alla mia età?

Io poi ero già sulla buona strada per diventare quello che sarei diventato.

Jim Morrison in testa.

Un certo spirito di ribellione che iniziava a prendere forma.

E naturalmente, se qualcuno mi diceva che una cosa forse non era proprio adatta a me…

diventava automaticamente più interessante.

Scritto da cRASh

APPUNTAMENTO FISSO

Twin Peaks diventò un appuntamento.

Ogni settimana.

Non streaming.

Non “me la recupero domani”.

Dovevi esserci.

E io c’ero.

Poi finiva la puntata.

E iniziavano i problemi.

IL NANO

BOB.

Il Gigante.

La Loggia.

Le tende rosse.

Volti che non riuscivi a toglierti dalla testa.

Immagini che da ragazzino non avevi gli strumenti per interpretare.

E forse proprio per questo facevano ancora più paura.

GRAZIE, DAVID

Ricordo ancora la sensazione di dover entrare in una stanza buia.

O salire le scale di una casa senza che la luce fosse già accesa.

No.

Assolutamente no.

Prima la luce.

Poi si entrava.

E chi dovevo ringraziare?

David Lynch.

Quell’uomo era riuscito a fare una cosa incredibile.

Aveva mandato qualcosa in televisione…

e quella cosa aveva continuato a vivere dentro casa mia anche dopo che il televisore era stato spento.

NON CAPIVO COSA STESSE FACENDO

Ed è questa la cosa che oggi trovo più affascinante.

Da ragazzino non sapevo nulla di linguaggio cinematografico.

Surrealismo.

Inconscio.

Simbolismo.

Costruzione sonora.

Doppia identità.

Non sapevo nulla.

Sapevo soltanto che quelle immagini mi facevano qualcosa.

Ed era abbastanza.

POI SONO CRESCIUTO

E invece di scappare da Lynch, ho fatto la cosa più logica possibile.

Ho iniziato a cercarlo.

Film.

Interviste.

Aggiornamenti.

Qualunque cosa riuscissi a trovare.

Con Internet diventò ancora più facile.

Quel regista che da ragazzino mi aveva fatto accendere tutte le luci di casa era diventato qualcuno di cui volevo capire la mente.

ERASERHEAD

Poi arriva Eraserhead.

E capisci subito una cosa.

Lynch non è interessato a farti sentire comodo.

Rumore industriale.

Spazi impossibili.

Corpi.

Paura.

Paternità.

Ansia.

Un mondo che sembra malato senza bisogno di spiegarti esattamente perché.

È cinema che non ti prende per mano.

Ti lascia lì.

E pretende che tu senta qualcosa.

THE ELEPHANT MAN

Poi The Elephant Man.

E qui c’è una cosa che, secondo me, chi riduce Lynch al “regista strano” spesso dimentica.

L’empatia.

Profonda.

Dolorosa.

John Merrick non è un esercizio estetico.

È una persona.

E Lynch riesce a costruire intorno a lui qualcosa di enorme senza mai trasformarlo in un oggetto.

Il mostruoso, ancora una volta, non è necessariamente dove pensiamo.

BLUE VELVET

Poi Blue Velvet.

E lì torna una delle ossessioni più lynchiane.

La superficie perfetta.

Il prato.

La cittadina.

Il sorriso.

La normalità.

E sotto…

qualcosa pulsa.

Qualcosa marcisce.

Qualcosa aspetta.

Lynch aveva un talento particolare nel prendere ciò che consideriamo rassicurante e spostarlo di pochi centimetri.

Abbastanza da farlo diventare inquietante.

LA TENDA

Forse tutto Lynch è così.

Una tenda.

Sai che c’è qualcosa dall’altra parte.

La domanda è:

vuoi davvero aprirla?

TWIN PEAKS

E poi inevitabilmente torno lì.

Twin Peaks.

Laura Palmer.

Dale Cooper.

Il caffè.

La torta di ciliegie.

La segheria.

La nebbia.

Le tende rosse.

BOB.

La Loggia Nera.

Quel mondo che riusciva a essere assurdo, comico, tenero, spaventoso e profondamente triste nello stesso episodio.

CHI HA UCCISO LAURA PALMER?

All’inizio sembrava questa la domanda.

Chi ha ucciso Laura Palmer?

Ma Twin Peaks non era davvero soltanto quello.

Più andavi avanti, più capivi che il mistero era una porta.

Dietro c’erano famiglie.

Segreti.

Traumi.

Desideri.

Colpa.

Violenza.

Sogno.

Male.

E quella sensazione terribile che in una piccola comunità tutti sappiano qualcosa.

Ma nessuno sappia tutto.

DALE COOPER

Poi c’è Cooper.

Forse uno dei personaggi televisivi più strani e adorabili mai creati.

Agente FBI.

Intelligente.

Istintivo.

Quasi mistico.

Capace di parlare seriamente di un’indagine e pochi secondi dopo innamorarsi di una tazza di caffè.

E funzionava.

Perché Lynch non aveva paura del contrasto.

L’oscurità non annullava l’ironia.

La paura non cancellava la tenerezza.

La tragedia poteva convivere con l’assurdo.

BOB

E poi BOB.

Ancora oggi basta quel volto.

Non serve altro.

Forse una delle paure più potenti della mia infanzia televisiva.

Perché BOB non sembrava il classico mostro.

Sembrava qualcosa che potesse esistere dietro una porta.

In fondo a un corridoio.

In una stanza che non avevi ancora illuminato.

E lì torniamo a me ragazzino.

Grazie ancora, David.

IL NANO

Il Nano.

La stanza rossa.

Il pavimento.

Le parole.

Il movimento.

Quella sensazione che il sogno avesse regole proprie.

Ma non le tue.

Da piccolo non capivo.

Da adulto ho capito che forse non dovevo capire tutto.

IL GIGANTE

Poi il Gigante.

Frasi.

Indizi.

Visioni.

Ancora una volta Lynch usava figure quasi archetipiche senza mai consegnarti un manuale d’istruzioni.

Ti dava qualcosa.

Poi decidevi tu come tenerlo.

ANGELO BADALAMENTI

E poi c’era la musica.

Angelo Badalamenti.

E qui per me si apre un altro mondo.

Perché attraverso Lynch ho conosciuto la musica di Badalamenti.

E quella musica non accompagnava Twin Peaks.

Era Twin Peaks.

Quelle note.

Quella malinconia.

Quella sensazione di bellezza che aveva sempre una piccola ombra dietro.

A Badalamenti dedicheremo un articolo.

Promesso.

Perché alcune collaborazioni non sono semplicemente regista + compositore.

Diventano un linguaggio.

IL SUONO

Lynch aveva capito una cosa fondamentale.

La paura non vive soltanto nelle immagini.

Vive nei suoni.

Un ronzio.

Elettricità.

Un rumore industriale.

Un silenzio troppo lungo.

Qualcosa che non sai identificare ma che ti dice che non sei al sicuro.

E spesso, nei suoi lavori, il suono ti prepara prima ancora che l’immagine faccia qualcosa.

LOST HIGHWAY

Poi Lost Highway.

E lì la realtà comincia davvero a smettere di obbedire.

Identità che si spezzano.

Volti.

Corpi.

Storie che sembrano cambiare protagonista senza chiederti permesso.

E tu guardi.

Cerchi di capire.

Poi a un certo punto ti rendi conto che forse stai facendo la domanda sbagliata.

CHI È?

Cosa è successo?

È la stessa persona?

È un sogno?

È una fuga?

È una costruzione mentale?

Lynch non ti aiuta.

E paradossalmente proprio per questo inizi a partecipare di più.

MULHOLLAND DRIVE

Poi Mulholland Drive.

Hollywood.

Sogno.

Desiderio.

Fallimento.

Identità.

Una storia che all’inizio sembra voler seguire una direzione.

Poi si spezza.

E quando si spezza, qualcosa dentro di te inizia a ricomporla in modo diverso.

CLUB SILENCIO

No hay banda.

Non c’è banda.

Eppure la musica continua.

Solo questa idea contiene quasi tutto Lynch.

Ciò che percepisci non è necessariamente ciò che sta succedendo.

Ma l’emozione che provi è vera lo stesso.

IL SOGNO NON È UNA SCUSA

Questa è una cosa che ho sempre trovato importante.

Dire “è tutto un sogno” sarebbe troppo facile.

Lynch non usa il sogno per evitare il significato.

Lo usa per entrare in un luogo in cui il significato non deve essere lineare.

INLAND EMPIRE

Poi Inland Empire.

E lì quasi scompare la mappa.

Digitale.

Sporco.

Frammentato.

Un film che sembra più interessato a trascinarti dentro uno stato mentale che a raccontarti una storia tradizionale.

E ancora una volta:

interdetto.

Entusiasta.

NON HO MAI CHIUSO UN SUO FILM DICENDO “OK”

Questa è forse una delle cose che amo di più.

Lynch non mi ha quasi mai lasciato comodo.

Non mi dava una storia da consumare e mettere via.

Mi lasciava qualcosa di storto.

Un’immagine.

Un suono.

Una domanda.

Qualcosa che continuava a lavorare dopo.

IL CINEMA NON DEVE SEMPRE SPIEGARE

Forse una delle cose più importanti che Lynch mi ha insegnato è questa.

Non tutto deve essere tradotto.

Non tutto deve essere risolto.

Non tutto deve avere un finale che ti dice:

“Ecco cosa significava.”

A volte un’opera può lasciarti qualcosa anche se non riesci a spiegarla.

E QUESTO NON SIGNIFICA CHE NON ABBIA SIGNIFICATO

Significa soltanto che forse il significato non vive sempre nelle parole.

L’INQUIETUDINE

Lynch aveva una capacità particolare.

Prendere qualcosa di normale.

Una strada.

Una casa.

Un volto.

Una lampada.

Una tenda.

E trasformarlo in qualcosa che non vuoi guardare troppo a lungo.

Non perché succeda necessariamente qualcosa.

Ma perché senti che potrebbe.

IL MALE NON HA SEMPRE UN MOSTRO

A volte il male è una presenza.

Un’aria.

Un rumore.

Una crepa dentro una famiglia.

Una violenza nascosta sotto una comunità apparentemente normale.

E questa cosa, da adulto, fa forse ancora più paura di BOB.

IL RAGAZZINO CHE ACCENDEVA LA LUCE

Ogni tanto penso a quel ragazzino.

Finisce Twin Peaks.

Deve salire una scala.

È buio.

Aspetta.

Accende.

Poi sale.

Allora non sapeva nulla di David Lynch.

Sapeva soltanto che qualcosa dentro quella serie gli era entrato nella testa.

L’ADULTO CHE CERCA IL BUIO

Poi cresci.

E succede la cosa assurda.

Quello stesso buio inizi a cercarlo.

Blue Velvet.

Lost Highway.

Mulholland Drive.

Inland Empire.

Interviste.

Aggiornamenti.

Nuovi progetti.

Quel mondo che prima ti faceva paura diventa un posto in cui vuoi tornare.

FORSE È QUESTO ESSERE FAN

Non voler semplicemente vedere qualcosa di nuovo.

Voler tornare dentro una mente.

MA IO CREDO CHE CI SIA QUALCOSA DI PIÙ

Perché con Lynch, negli anni, è successo qualcosa.

Non era più soltanto ammirazione per un autore.

Era affetto.

QUANDO DAVID LYNCH È MORTO

Quando è morto, mi sono scese alcune lacrime.

E per un po’ mi sono incupito.

La cosa strana è che non l’avevo mai incontrato.

Non l’avevo mai visto dal vivo.

Non avevamo condiviso una stanza.

Una conversazione.

Un momento reale.

Eppure ho provato dolore.

Affetto vero.

QUESTO FA DI ME UN FANBOY?

Forse.

Ma credo ci sia qualcosa di più.

QUANDO QUALCUNO ENTRA NEL TUO QUOTIDIANO SENZA CONOSCERTI

Segui una persona per anni.

Aspetti quello che farà.

Cerchi interviste.

Leggi aggiornamenti.

Rivedi opere.

Parli di lui.

Lo associ a una parte della tua vita.

E lentamente quella persona finisce per occupare uno spazio.

Non sai chi sia davvero nella quotidianità.

Lui non sa nemmeno che tu esisti.

Ma conosci ciò che ti ha lasciato.

NON SERVE INCONTRARE QUALCUNO PER VOLERGLI BENE

È una delle cose più strane e belle dell’arte.

Puoi provare affetto per qualcuno che non hai mai incontrato.

Non necessariamente per la celebrità.

Per quello che ha fatto nascere dentro di te.

DAVID ERA GIÀ NELLA MIA VITA

Era nelle scale che non volevo salire al buio.

Era in BOB.

Nel Nano.

Nel Gigante.

Nelle tende rosse.

Era nei film che ho cercato crescendo.

Era nelle ore passate a cercare di capire qualcosa che forse non doveva essere capito fino in fondo.

Era nella musica di Badalamenti.

Era dentro immagini che non sono mai riuscito a dimenticare.

QUINDI NO

Quando è morto, non stavo piangendo semplicemente uno sconosciuto.

Stavo salutando qualcuno che, senza conoscermi, aveva comunque occupato un piccolo spazio della mia vita.

LA COSA PIÙ STRANA DELLA MORTE DI UN ARTISTA

Le opere restano.

Ed è forse proprio questo che rende il lutto così particolare.

Sai che potrai ancora guardare Twin Peaks.

Blue Velvet.

Mulholland Drive.

Potrai ancora sentire quelle musiche.

Quelle voci.

Rivedere quelle immagini.

E contemporaneamente sai che la persona che avrebbe potuto creare qualcosa di nuovo non c’è più.

UNA PORTA SI CHIUDE

Non quella sul passato.

Quella sul futuro.

E forse è proprio quella che fa più male.

NON CI SARÀ PIÙ UN “NUOVO LYNCH”

Non nel senso vero.

Ci saranno restauri.

Riedizioni.

Materiali.

Opere da riscoprire.

Persone influenzate da lui.

Ma non ci sarà più quel momento in cui arriva qualcosa e puoi chiederti:

“Che cazzo ha fatto stavolta?”

E QUESTA COSA MI MANCA GIÀ

Perché Lynch era anche quella possibilità.

La possibilità che da qualche parte stesse pensando a qualcosa che nessun altro avrebbe pensato nello stesso modo.

L’EREDITÀ

Eppure basta guardarsi intorno.

Cinema.

Televisione.

Musica.

Videoclip.

Videogiochi.

Fotografia.

L’espressione “lynchiano” esiste per un motivo.

Pochissimi autori riescono a trasformare il proprio nome in un aggettivo.

Significa che hai creato un linguaggio abbastanza riconoscibile da permettere alle persone di vedere qualcosa e dire:

“Questo mi ricorda Lynch.”

MA LYNCH ERA LYNCH

Ed è forse qui che bisogna fermarsi.

Puoi imitare le tende.

Il rosso.

Il rumore.

Il sogno.

L’assurdo.

Ma copiare gli elementi non significa avere quella mente.

IL MISTERO

Forse il vero regalo di Lynch è stato proprio questo.

Lasciarci il mistero.

In un mondo che vuole spiegare tutto.

Recap.

Video “ENDING EXPLAINED”.

Thread.

Teorie.

Lynch continuava quasi a dirci:

non avete bisogno di trasformare tutto in una risposta.

PUOI SENTIRLO

E basta.

CRASHVERSE VERDICT

David Lynch è entrato nella mia vita quando ero un ragazzino davanti a Canale 5.

I Segreti di Twin Peaks.

Un appuntamento settimanale.

Una serie che probabilmente non avrei dovuto guardare.

E naturalmente la guardavo.

BOB.

Il Nano.

Il Gigante.

Le tende rosse.

Poi spegnevo il televisore.

E una stanza buia diventava improvvisamente un posto da evitare.

Per anni ho potuto dare la colpa a David.

Poi sono cresciuto.

E invece di liberarmi di quella paura, sono andato a cercare l’uomo che me l’aveva regalata.

Ho attraversato i suoi film.

Sono rimasto interdetto.

Entusiasta.

Confuso.

Affascinato.

Ho scoperto Angelo Badalamenti grazie a lui.

Ho cercato interviste.

Aggiornamenti.

Qualunque cosa potesse farmi entrare ancora un po’ dentro quella mente.

Poi un giorno David Lynch è morto.

E ho pianto.

Poco importa che non l’avessi mai incontrato.

Perché l’arte crea rapporti strani.

Una persona può non sapere che esisti e comunque lasciare qualcosa dentro di te.

Forse questo fa di me un fanboy.

Va bene.

Ma io credo che sia qualcosa di più.

Credo sia gratitudine.

Affetto.

Il riconoscimento di quanto qualcuno, attraverso ciò che ha creato, possa entrare nella tua storia senza aver mai messo piede nella tua casa.

Anche se, a pensarci bene, Lynch nella mia casa c’era già entrato.

Ogni settimana.

Da quel televisore.

E aveva persino ottenuto il risultato di farmi accendere le luci prima di salire le scale.

Oggi quelle scale le salirei al buio.

Forse.

Ma se in fondo al corridoio vedessi una tenda rossa…

beh.

La luce la accenderei ancora.

DAVID LYNCH.

Dove la realtà smette di obbedire.


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