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Deadpool davanti al camino: Il bastardo che non doveva funzionare

DEADPOOL — Il bastardo che non doveva funzionare

Ci sono personaggi che ami perché vorresti essere come loro.

E poi ce ne sono altri nei quali, con un po’ di preoccupazione, ti riconosci già.

Deadpool per me appartiene decisamente alla seconda categoria.

I fumetti li leggevo già.

Conoscevo Wade Wilson.

Conoscevo quella sua capacità di trasformare praticamente qualsiasi situazione in una battuta.

La violenza.

Il sarcasmo.

Il modo in cui prendeva in giro gli altri personaggi, il lettore, gli autori e perfino il fumetto nel quale si trovava.

Deadpool non rispettava niente.

Nemmeno la pagina.

Ed era proprio questo il problema.

Perché quando annunciarono il primo film, io ero scettico.

Molto.

Portare Deadpool al cinema non significava semplicemente mettere un costume rosso addosso a un attore e fargli sparare qualche battuta.

Dovevi portare sullo schermo qualcosa di molto più difficile.

La sua testa.

Il suo ritmo.

La sua follia.

Quella consapevolezza costante di essere dentro una storia.

Quell’umorismo che può diventare infantile, volgare, intelligente e terribilmente cattivo nel giro di trenta secondi.

Io arrivavo dai fumetti.

E quindi, come spesso succede in questi casi, ero già pronto a lamentarmi.

Naturalmente fui anche uno dei primi a comprare il biglietto.

DENTRO QUESTA STORIA
  1. WADE WILSON NON È UN SUPEREROE
  2. RIDERE PRIMA CHE POSSA FAR MALE
  3. IL PERSONAGGIO CHE SA DI ESSERE UN PERSONAGGIO
  4. E POI ARRIVÒ RYAN REYNOLDS
  5. IL GIORNO DEL BIGLIETTO
  6. VIOLENZA, SESSO, PAROLACCE
  7. NON TUTTE LE BATTUTE FUNZIONANO
  8. IL DOLORE SOTTO LA MASCHERA
  9. IO E DEADPOOL
  10. DEADPOOL 2
  11. POI È ARRIVATO WOLVERINE
  12. E POI PARTE MADONNA
  13. DAI FUMETTI AL CINEMA
  14. CRASHVERSE VERDICT

WADE WILSON NON È UN SUPEREROE

O almeno non nel modo in cui siamo abituati a intendere quella parola.

Deadpool nasce nei fumetti Marvel all’inizio degli anni Novanta, creato da Fabian Nicieza e Rob Liefeld.

All’inizio era molto diverso dal personaggio che oggi conosciamo.

Mercenario.

Assassino.

Maschera.

Katane.

Armi.

Una presenza che inevitabilmente ricordava Deathstroke della DC persino nel nome:

Slade Wilson.

Wade Wilson.

La provocazione era evidente.

Ma Deadpool avrebbe lentamente trovato qualcosa di completamente suo.

Una voce.

Ed è quella voce che lo avrebbe reso speciale.

Perché Wade non è semplicemente un mercenario capace di rigenerarsi.

È un uomo distrutto che ha deciso di rispondere al dolore prendendo in giro praticamente tutto.

Compreso se stesso.

RIDERE PRIMA CHE POSSA FAR MALE

È forse questa la parte di Deadpool nella quale mi riconosco di più.

L’ironia come armatura.

Quella tendenza a fare una battuta proprio nel momento in cui forse sarebbe più normale stare zitti.

A trasformare qualcosa di pesante in qualcosa che possa almeno essere sopportato.

Deadpool lo porta all’estremo.

Dietro le battute c’è un personaggio profondamente tragico.

Wade Wilson è malato.

Il suo corpo viene trasformato.

Il suo volto viene devastato.

La sua capacità rigenerativa gli permette di sopravvivere a praticamente tutto, ma non gli restituisce ciò che ha perso.

E allora scherza.

Sempre.

Non perché non senta il dolore.

Forse proprio perché lo sente più degli altri.

È facile guardare Deadpool e vedere soltanto il buffone.

Secondo me è molto più interessante guardarlo e chiedersi:

quanto bisogna aver sofferto per decidere di non prendere più niente completamente sul serio?

IL PERSONAGGIO CHE SA DI ESSERE UN PERSONAGGIO

Poi c’è la quarta parete.

Quella cosa che nei fumetti funzionava meravigliosamente e che al cinema poteva diventare un disastro.

Deadpool sa.

Sa di essere dentro un fumetto.

Sa quando qualcuno sta leggendo.

Commenta gli autori.

Parla al pubblico.

Critica la trama.

Fa riferimenti ad altri personaggi Marvel.

Prende in giro l’industria che lo pubblica.

A volte sembra conoscere persino le decisioni editoriali che stanno dietro la storia nella quale si trova.

Questa caratteristica lo rende quasi impossibile da contenere.

Perché Deadpool non appartiene veramente all’universo narrativo nel quale viene inserito.

Lo osserva da fuori mentre ci sta dentro.

È contemporaneamente personaggio e spettatore.

Ed è una delle ragioni per cui, quando iniziarono a parlare seriamente del film, pensai:

questa cosa possono rovinarla in cinque minuti.

E POI ARRIVÒ RYAN REYNOLDS

In realtà il rapporto tra Ryan Reynolds e Deadpool era iniziato prima.

Molto prima del film del 2016.

E non esattamente nel modo che i fan avrebbero voluto ricordare.

In X-Men Origins: Wolverine avevamo già visto una versione di Wade Wilson interpretata da Reynolds.

Poi successe qualcosa.

Qualcuno decise che Deadpool — il personaggio famoso soprattutto perché non smette mai di parlare — avrebbe funzionato meglio con la bocca cucita.

Ancora oggi sembra una battuta scritta da Deadpool stesso.

Solo che non faceva ridere.

Quella versione fu praticamente tutto ciò che Deadpool non avrebbe dovuto essere.

Ma Reynolds non mollò il personaggio.

E questo, col senno di poi, fu fondamentale.

Perché quando finalmente arrivò Deadpool nel 2016, la sensazione fu che non stessimo guardando semplicemente un attore interpretare Wade Wilson.

Ryan Reynolds aveva capito il ritmo.

Le pause.

L’arroganza.

L’autoironia.

La stupidità deliberata.

La capacità di passare da una battuta da tredicenne a qualcosa di sorprendentemente umano.

Non so quanto Deadpool abbia incontrato Ryan Reynolds.

O quanto Ryan Reynolds abbia incontrato Deadpool.

A un certo punto hanno semplicemente smesso di essere facilmente separabili.

IL GIORNO DEL BIGLIETTO

Io, comunque, ero ancora sospettoso.

I trailer mi piacevano.

L’atteggiamento sembrava quello giusto.

Il costume finalmente era Deadpool.

Ma io venivo dai fumetti.

E chi viene dai fumetti conosce quella strana malattia.

Vuoi vedere il personaggio che ami diventare famoso.

E contemporaneamente hai paura che, per renderlo famoso, lo trasformino in qualcosa che non ami più.

Quando uscì il film comprai il biglietto.

Non potevo fare diversamente.

Dovevo vedere cosa avevano combinato.

E credo che una delle sensazioni più belle arrivò molto presto.

Avevano capito.

Non tutto.

Non potevano.

Il Deadpool dei fumetti aveva anni di follia, autori diversi, versioni diverse, storie impossibili da condensare.

Ma avevano capito la cosa fondamentale.

Non bisognava rendere Deadpool rispettabile.

Bisognava lasciarlo essere Deadpool.

VIOLENZA, SESSO, PAROLACCE

Sembrano dettagli.

Non lo erano.

Deadpool aveva bisogno di un film che non avesse paura del proprio personaggio.

Un adattamento troppo ripulito avrebbe distrutto parte della sua identità.

Il rating più adulto permise invece al film di fare qualcosa che all’epoca sembrava quasi una provocazione nel cinema supereroistico mainstream.

Essere apertamente volgare.

Violento.

Sessualmente esplicito.

Irresponsabile.

E contemporaneamente romantico.

Perché sotto tutto quel casino, il primo Deadpool è anche una storia d’amore.

Wade e Vanessa funzionano proprio perché non vengono costruiti come coppia perfetta.

Sono due persone strane che trovano nell’altra qualcuno abbastanza strano da sentirsi finalmente normale.

NON TUTTE LE BATTUTE FUNZIONANO

E qui viene la parte che amo del personaggio ma che bisogna anche avere il coraggio di dire.

Deadpool può essere estenuante.

È parte del suo fascino.

E anche del suo limite.

Non tutte le battute fanno ridere.

Non tutti i riferimenti funzionano.

Non ogni momento ha bisogno di essere interrotto da una punchline.

Il rischio di Deadpool è sempre lo stesso:

che il rumore diventi più forte del personaggio.

Nei fumetti succede.

Nei film succede.

Ma quando l’equilibrio funziona, succede qualcosa di particolare.

Ridi.

E improvvisamente, tra una parolaccia e una decapitazione, scopri che ti importa davvero di Wade Wilson.

È lì che il personaggio vince.

IL DOLORE SOTTO LA MASCHERA

Deadpool può rigenerarsi.

Questa dovrebbe essere una benedizione.

In realtà può essere quasi una condanna.

Il suo corpo continua a ricostruirsi.

Il dolore rimane.

La mente rimane.

Le cicatrici rimangono.

È una specie di immortalità sbagliata.

Ed è forse per questo che Wade è così affascinante.

Non è invulnerabile.

È quasi il contrario.

È continuamente vulnerabile.

Solo che non muore.

Può essere fatto a pezzi e tornare.

Fisicamente.

Emotivamente è tutta un’altra storia.

E forse la maschera serve anche a questo.

Non soltanto a nascondere il volto.

A permettergli di essere qualcun altro.

O magari di essere finalmente se stesso.

IO E DEADPOOL

Non mi riconosco in Wade Wilson perché giro con due katane sulla schiena.

Per fortuna.

Mi riconosco in un certo modo di affrontare le cose.

Nell’ironia.

Nel sarcasmo.

Nel non riuscire sempre a prendere completamente sul serio ciò che tutti gli altri considerano serissimo.

Nel bisogno di rompere il tono.

Di dire la cosa che magari sarebbe meglio non dire.

Di utilizzare una battuta per alleggerire qualcosa che leggero non è.

Deadpool porta tutto questo a un livello patologico.

Io spero di essere ancora qualche gradino sotto.

Ma quella parte la capisco.

Forse è anche per questo che mi è sempre stato così vicino.

DEADPOOL 2

Il secondo film aveva un problema diverso.

Non doveva più dimostrare che Deadpool potesse funzionare.

Lo sapevamo.

Doveva dimostrare che non fosse stato un caso.

E fece qualcosa di intelligente.

Allargò il mondo.

Cable.

Domino.

X-Force.

Più universo.

Più azione.

Più personaggi.

Ma mantenendo Wade al centro.

E soprattutto continuando a giocare con il cinema supereroistico dall’interno.

Deadpool poteva ormai prendere in giro gli X-Men, Wolverine, DC, Marvel, gli stessi film nei quali appariva.

Aveva ottenuto qualcosa di rarissimo:

il permesso ufficiale di insultare il franchise che lo stava facendo guadagnare milioni.

POI È ARRIVATO WOLVERINE

E a un certo punto è successa una cosa che qualche anno prima sarebbe stata difficile anche soltanto immaginare.

Deadpool è entrato ufficialmente nel Marvel Cinematic Universe.

E non da solo.

Con Wolverine.

Deadpool & Wolverine è praticamente la collisione tra fan service, metacinema, nostalgia, multiverso e due personaggi costruiti quasi apposta per irritarsi reciprocamente.

E ancora una volta la domanda era la stessa:

adesso che Disney possiede tutto, lo addomesticheranno?

Era una paura legittima.

Perché Deadpool funziona proprio quando sembra che nessuno riesca davvero a controllarlo.

Ma vedere Wade giocare apertamente con Marvel, Disney, Fox, MCU e persino con la storia produttiva dei personaggi dimostrava una cosa.

La quarta parete non era più un problema da risolvere.

Era diventata la sua arma principale.

E POI PARTE MADONNA

Ci sono momenti in cui il cinema smette di essere soltanto racconto e diventa sensazione.

Per me, in Deadpool & Wolverine, uno di quei momenti arriva quando parte Like a Prayer.

Madonna.

Una canzone che conosci da una vita.

Un brano che non avrebbe bisogno di essere spiegato.

Eppure messo lì, in quel momento, cambia.

Wolverine.

Deadpool.

Il combattimento.

La nostalgia.

La musica che cresce.

E improvvisamente non stai più semplicemente guardando una scena d’azione.

La senti.

Immagine.

Musica.

Memoria.

Personaggio.

Emozione.

Tutto insieme.

E io, lo ammetto, lì mi sono emozionato davvero.

È una cosa curiosa, se ci pensi.

Stai guardando Deadpool.

Uno che ha passato buona parte del film a insultare tutto ciò che gli capita davanti.

Uno che trasforma praticamente qualsiasi momento in una battuta.

E poi basta una canzone.

Quella canzone.

Nel momento giusto.

E improvvisamente tutta la corazza ironica lascia passare qualcosa.

Forse è anche per questo che quella scena funziona così bene.

Perché Deadpool può rompere la quarta parete quanto vuole.

Può prendere in giro Disney.

Marvel.

Fox.

Wolverine.

Il pubblico.

Perfino se stesso.

Ma poi arriva la musica.

E la musica non ha bisogno di fare battute.

Ti prende e basta.

DAI FUMETTI AL CINEMA

Ci sono adattamenti che cercano disperatamente di essere fedeli al materiale originale.

E poi ci sono adattamenti che capiscono lo spirito.

Deadpool appartiene soprattutto alla seconda categoria.

Il cinema ha cambiato cose.

Ha semplificato.

Ha ricostruito.

Ha creato una versione del personaggio inevitabilmente diversa da decenni di fumetti.

Ma ha conservato ciò che davvero contava.

La voce.

Il caos.

Il dolore.

L’ironia.

E quella sensazione costante che Wade sappia perfettamente che noi siamo lì a guardarlo.

CRASHVERSE VERDICT

Quando comprai quel primo biglietto ero pronto a essere deluso.

Forse è proprio questo che rende il ricordo ancora più bello.

Entrai pensando:

“Vediamo cosa hanno combinato.”

Uscii pensando:

“Questo bastardo ce l’ha fatta.”

Deadpool era arrivato al cinema senza diventare improvvisamente educato.

Senza chiedere scusa.

Senza perdere completamente la propria identità.

E Ryan Reynolds aveva trovato uno di quei ruoli che capitano raramente nella carriera di un attore.

Quello nel quale, dopo un po’, smetti di capire dove finisca il personaggio e cominci la persona.

Io continuerò probabilmente a riconoscermi in Wade per tutte le ragioni meno raccomandabili.

Il sarcasmo.

L’ironia nei momenti sbagliati.

La tendenza a rompere la serietà quando diventa troppo pesante.

Quella convinzione che, qualche volta, una battuta possa essere anche un modo per sopravvivere.

Deadpool non è l’eroe che vorrei diventare.

È quello che ogni tanto mi guarda dalla pagina — o dallo schermo — e mi fa pensare:

“Cazzo.

Questa l’avrei detta anch’io.”


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