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FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

NOT YET
An original CrashVerse track inspired by Frankenweenie.
Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.
MOVIES · FILMS · 2012
Ci sono cose che amiamo così tanto da non riuscire a lasciarle morire.
Scritto da cRASh
Questo articolo racconta anche il finale di Frankenweenie.
IO CON QUESTO FILM HO UN PROBLEMA
Piango.
Praticamente sempre.
Posso sapere perfettamente cosa succederà.
Posso conoscere ogni scena.
Posso prepararmi.
Posso dirmi:
stavolta no.
Niente.
Frankenweenie arriva in quel punto preciso…
e mi distrugge.
Perché naturalmente c'è Sparky.
Un cane.
Victor.
Un bambino.
Un legame purissimo.
Ma se fosse soltanto la storia di un bambino che perde il proprio cane sarebbe già abbastanza dolorosa.
Tim Burton fa qualcosa di più.
Prende quel dolore semplicissimo e gli costruisce intorno un intero film sull'impossibilità di accettare che qualcosa che amiamo…
POSSA NON ESSERCI PIÙ.
E non vale soltanto per gli animali.
Vale per le persone.
Per le relazioni.
Per le amicizie.
Per alcuni periodi della nostra vita.
Per quelle cose che finiscono mentre noi, dentro, non abbiamo ancora finito con loro.
Frankenweenie prende quel desiderio e lo rende letterale.
Victor non ricorda Sparky.
LO RIPORTA INDIETRO.
Ed è proprio lì che il film diventa pericoloso.
Perché, suvvia…
chi non lo farebbe?
PRIMA DELLA MORTE
La cosa importante è che Burton ci fa conoscere Sparky prima di perderlo.
Non ci dice semplicemente:
Victor ama il suo cane.
Ce lo mostra.
Victor realizza piccoli film.
Sparky è il protagonista.
Giocano.
Stanno insieme.
Per Victor, che è un bambino intelligente ma solitario, Sparky non è un accessorio della famiglia.
È il suo migliore amico.
La sua compagnia.
Il pubblico dei suoi esperimenti.
L'attore dei suoi film.
Quello con cui non deve sforzarsi di essere diverso.
Victor non ha molti amici.
Ma non sembra nemmeno sentirne disperatamente la mancanza.
PERCHÉ HA SPARKY.
Ed è proprio questo che rende quello che succede dopo così brutale.
UNA PALLA
Victor gioca a baseball perché suo padre vorrebbe vederlo uscire un po' dal proprio mondo.
Scienza.
Film.
Sparky.
Vorrebbe che facesse qualcosa con gli altri ragazzi.
Victor prova.
Finalmente colpisce la palla.
Home run.
E Sparky fa esattamente quello che un cane farebbe.
Corre dietro alla palla.
Poi arriva la macchina.
Questa scena mi ha sempre fatto malissimo proprio perché non ha bisogno di niente di complicato.
Non c'è un cattivo.
Non c'è una scelta sbagliata.
Non c'è qualcuno da odiare.
Un secondo prima Sparky corre.
Un secondo dopo…
non c'è più.
È QUESTO CHE RENDE ALCUNE PERDITE COSÌ DIFFICILI DA ACCETTARE.
Non hanno una logica emotiva.
Succedono.
E basta.
Victor torna a casa senza il proprio migliore amico.
E improvvisamente tutto quello che facevano insieme diventa memoria.
IL CIMITERO
C'è una lapide.
Un piccolo cimitero per animali.
Sparky sotto terra.
E Victor sopra.
Un bambino davanti alla prima grande assenza della propria vita.
Non può comprenderla.
Forse nessuno può davvero farlo la prima volta.
Gli adulti gli possono spiegare che Sparky vivrà nei suoi ricordi.
Che ha avuto una bella vita.
Che il dolore passerà.
Tutte cose vere.
Tutte cose completamente inutili quando vuoi soltanto una cosa.
IL TUO CANE.
Non il ricordo.
Non una fotografia.
Non una frase consolatoria.
Lui.
Ed è proprio per questo che ciò che succede a scuola diventa tanto importante.
MR. RZYKRUSKI
Victor assiste alla lezione del suo insegnante di scienze.
Mr. Rzykruski.
Nella versione originale, Martin Landau gli presta una voce perfetta.
Strano.
Teatrale.
Appassionato.
Uno di quei professori che probabilmente da bambino ricorderesti per tutta la vita.
E durante una dimostrazione Victor vede l'elettricità provocare una reazione nei muscoli di una rana morta.
Per tutti gli altri è un esperimento.
Per Victor no.
Victor non vede una rana.
VEDE UNA POSSIBILITÀ.
Ed è lì che il dolore incontra la scienza.
Non vuole vincere una fiera.
Non vuole diventare famoso.
Non vuole dimostrare di essere un genio.
Vuole Sparky.
Solo Sparky.
IL LABORATORIO
E allora lo va a prendere.
Questa cosa va sentita.
Victor torna al cimitero.
Scava.
Riporta a casa il corpo del suo cane.
Lo porta nella soffitta.
Costruisce il laboratorio.
Macchine.
Cavi.
Antenne.
Fulmini.
Tutta l'iconografia di Frankenstein passa attraverso gli occhi di un bambino che sta facendo una cosa enorme per una ragione piccolissima.
GLI MANCA IL SUO AMICO.
E forse è proprio questa la differenza più bella rispetto al Victor Frankenstein di Mary Shelley.
L'altro Victor vuole creare la vita.
Questo Victor vuole recuperare una vita precisa.
Non vuole essere Dio.
Vuole soltanto che Sparky riapra gli occhi.
E LI RIAPRE

Questa è la crudeltà meravigliosa del film.
Funziona.
Sparky torna.
Cuciture.
Bulloni.
Segni sul corpo.
Ma è lui.
Scodinzola.
Corre.
Riconosce Victor.
Lo ama esattamente come prima.
E per qualche minuto Burton realizza la fantasia impossibile di chiunque abbia perso qualcosa che amava.
ABBIAMO VINTO.
La morte aveva preso qualcuno.
Glielo abbiamo tolto dalle mani.
Tutto può ricominciare.
Victor non deve imparare a vivere senza Sparky.
Sparky è di nuovo lì.
E ogni volta che guardo quella felicità…
capisco perfettamente perché Victor abbia fatto quello che ha fatto.
LE CUCITURE
Ma Sparky non torna identico.
Ed è importante.
È pieno di cuciture.
Ci sono bulloni.
Il corpo racconta quello che gli è successo.
Burton non cancella la morte.
La lascia addosso a Sparky.
E questa immagine per me vale tantissimo.
Perché quando qualcosa si rompe davvero, anche se riesci a salvarlo…
RARAMENTE TORNA COME PRIMA.
Vale per noi.
Vale per le relazioni.
Vale per alcune amicizie.
Puoi ricucire.
Puoi riprovare.
Puoi voler bene di nuovo.
Puoi persino costruire qualcosa di migliore.
Ma le cuciture restano.
E non devono necessariamente essere brutte.
Sono la prova che lì…
qualcosa è successo.
VICTOR LO NASCONDE
E questa parte è bellissima.
Sparky è tornato.
Ma Victor sa che il mondo non è pronto a vedere ciò che ha fatto.
Quindi prova a tenerlo nascosto.
Solo che Sparky è sempre Sparky.
Vuole uscire.
Correre.
Seguire gli odori.
Vedere Persephone.
Essere un cane.
Victor ha realizzato il proprio desiderio…
e immediatamente scopre qualcosa.
NON PUOI RIPORTARE INDIETRO QUALCUNO E POI PRETENDERE CHE ESISTA SOLTANTO COME TU VUOI.
Se Sparky è vivo…
deve vivere.
E vivere significa anche uscire dal controllo di Victor.
Questa cosa sembra piccola.
Non lo è affatto.
PERSEPHONE
Poi c'è lei.
La barboncina di Elsa.
Persephone.
Sparky la vede.
E ovviamente si interessa a lei.
La sua pettinatura finirà per richiamare direttamente La moglie di Frankenstein.
È una gag.
È un omaggio.
È Burton che gioca con il cinema horror che ama.
Ma c'è anche qualcosa di tenero.
Victor ha riportato Sparky indietro perché voleva riavere il rapporto che avevano prima.
Sparky invece, una volta tornato…
CONTINUA A VIVERE.
Vuole esplorare.
Incontra qualcun altro.
Crea qualcosa di nuovo.
Il ritorno non significa semplicemente ripetizione del passato.
La vita, appena riparte, torna immediatamente a muoversi.
POI SPARKY TORNA ALLA PROPRIA TOMBA
Questa immagine per me è una delle più forti dell'intero film.
Sparky scappa.
Victor lo cerca.
E dove lo ritrova?
Al cimitero degli animali.
Vicino alla propria lapide.
Pensateci.
Un cane morto.
Riportato alla vita.
Che torna a dormire vicino al posto in cui è sepolto.
Non servono dialoghi.
Non serve spiegare niente.
È una creatura che appartiene contemporaneamente a due posti.
Quello dei vivi.
E quello da cui è tornato.
E forse è lì che Frankenweenie smette definitivamente di essere soltanto una favola simpatica.
SPARKY È TORNATO.
MA CIÒ CHE È SUCCESSO NON PUÒ ESSERE CANCELLATO.
Victor può averlo riportato indietro.
Non può fare in modo che non sia mai morto.
E c'è una differenza enorme.
SUCCEDE ANCHE A NOI
È qui che per me il film arriva alle relazioni.
Non perché una relazione sia “morta” come Sparky.
Ma perché a volte desideriamo la stessa cosa che desidera Victor:
TORNARE A PRIMA.
Prima della frase.
Prima della distanza.
Prima della separazione.
Prima che qualcosa cambiasse.
Pensiamo che, se riuscissimo a riaccendere tutto, potremmo ricominciare esattamente dal punto precedente.
Ma le persone non sono macchine.
E anche quando qualcosa torna…
non torna senza memoria.
Le cuciture ci sono.
La lapide esiste.
Il passato è successo.
Puoi costruire ancora?
Certo.
A volte sì.
Ma devi amare ciò che è tornato…
non pretendere che sia la copia perfetta di ciò che avevi perso.
GLI ALTRI BAMBINI

Poi il segreto viene scoperto.
Ed ecco un passaggio fondamentale.
Gli altri bambini vedono ciò che Victor ha fatto.
E vogliono farlo anche loro.
Solo che manca qualcosa.
Victor non ha riportato in vita Sparky per vincere.
Gli altri esperimenti vengono contaminati dalla competizione, dall'ambizione, dalla voglia di battere gli altri alla fiera scientifica.
Stessa tecnica.
Intenzione completamente diversa.
E il risultato cambia.
Animali riportati indietro che diventano creature mostruose.
Shelley, la tartaruga di Toshiaki, diventa gigantesca.
Mr. Whiskers finisce trasformato in una creatura vampirica.
Gli esperimenti invadono New Holland.
Ed è qui che, per come lo leggo, Burton inserisce una cosa bellissima.
NON È IL FULMINE A FARE LA DIFFERENZA.
È QUELLO CHE C'È DIETRO IL GESTO.
Victor fa qualcosa di folle.
Ma nasce dall'amore.
Gli altri copiano il risultato…
senza capire il motivo.
NON PUOI COPIARE UN LEGAME
Questo vale anche fuori dal film.
Puoi imitare una relazione.
I rituali.
I posti.
Le parole.
Puoi provare a ricostruire esattamente ciò che funzionava con qualcun altro.
Ma il legame non era nella formula.
Come Sparky non torna semplicemente perché esistono elettricità e fulmini.
Il film suggerisce continuamente che c'è qualcosa di più.
Mr. Rzykruski stesso lega la buona scienza non soltanto alla tecnica, ma al cuore e alle intenzioni con cui la si pratica.
E Burton prende questa idea e la rende narrativa.
Victor e Sparky funzionano perché lì esiste già qualcosa.
AMORE.
Gli altri hanno copiato l'esperimento.
Non potevano copiare quello.
NEW HOLLAND HA PAURA
Poi arriva la cosa più classica del cinema horror.
La comunità vede qualcosa che non comprende.
E ne ha paura.
Sparky.
Il cane che noi conosciamo.
Il cane che abbiamo visto giocare con Victor.
Il cane che sappiamo essere buono.
Per loro è una creatura innaturale.
Il mostro.
E Burton fa ancora una volta quello che gli riesce meglio.
Prende qualcosa che sembra mostruoso…
e ti mostra che il vero problema spesso è lo sguardo di chi lo considera tale.
Sparky non ha smesso di essere Sparky.
Sono gli altri che hanno smesso di vederlo.
IL MULINO
E poi arriva il finale.
Il caos della festa del Dutch Day.
Le creature.
Persephone in pericolo.
Elsa.
Il mulino.
Il fuoco.
Sparky viene inseguito da persone convinte che sia lui il problema.
Poi accade quello che dovrebbe finalmente spiegare tutto a tutti.
Victor rimane intrappolato.
E SPARKY TORNA DENTRO.
Pensateci.
Victor lo aveva salvato dalla morte.
Adesso Sparky salva Victor.
Non perché glielo debba.
Non perché sia stato addestrato.
Perché lo ama.
Fine.
Tutto il film è lì.
Victor era disposto a sfidare la morte per Sparky.
Sparky è disposto ad attraversare il fuoco per Victor.
E SPARKY MUORE DI NUOVO
Ed eccoci.
Questo è il punto.
Quello in cui io crollo.
Il mulino viene distrutto.
Victor è salvo.
Sparky no.
Per la seconda volta.
Suvvia, Burton.
Una volta non bastava?
Victor è di nuovo davanti al corpo del proprio cane.
Solo che questa volta è peggio.
Perché adesso sa già come fa male.
HA GIÀ IMPARATO COSA SIGNIFICA PERDERLO.
E deve farlo di nuovo.
Questo è forse uno dei dolori più terribili.
Dopo la prima grande perdita non perdiamo soltanto qualcosa.
Perdiamo anche l'innocenza di pensare che certe cose non possano succedere.
Da quel momento sappiamo.
Una relazione nuova può finire.
Una persona nuova può andarsene.
Un animale che amiamo un giorno non ci sarà.
Eppure continuiamo ad affezionarci.
Continuiamo ad amare.
Forse è questa la vera forma di coraggio.
SAPERE CHE PUOI PERDERE…
E APRIRTI COMUNQUE.
MA QUESTA VOLTA VICTOR NON È SOLO
Ed è qui che il finale cambia completamente il significato del film.
La prima volta Sparky muore…
e Victor affronta il dolore praticamente da solo.
La seconda volta tutta New Holland ha visto chi è davvero Sparky.
Ha visto cosa ha fatto.
Ha visto che il “mostro” ha salvato Victor.
E allora succede qualcosa.
Le persone si avvicinano.
Automobili.
Batterie.
Cavi.
Tutti insieme.
Victor aveva riportato Sparky in vita da solo.
LA SECONDA VOLTA LO FA UN'INTERA COMUNITÀ.
Questa cosa è enorme.
All'inizio Victor è il bambino isolato con il proprio cane.
Alla fine il suo dolore non appartiene più soltanto a lui.
Gli altri lo vedono.
Lo comprendono.
E decidono di aiutarlo.
Forse è questa la vera trasformazione del film.
Non Sparky.
LE PERSONE INTORNO A VICTOR.
IL DOLORE CONDIVISO
Non possiamo sempre riportare indietro ciò che perdiamo.
Naturalmente.
Ma possiamo fare quello che gli abitanti di New Holland fanno nel finale.
Avvicinarci.
Collegare la nostra batteria.
Mettere un po' della nostra energia dentro il dolore di qualcun altro.
Non per cancellarlo.
Non per dire:
“Passerà.”
Ma semplicemente:
NON DEVI STARE QUI DA SOLO.
E improvvisamente quel finale che sembra soltanto un lieto fine Disney diventa molto più bello.
Victor non ha più bisogno di nascondere Sparky.
La comunità finalmente lo vede per quello che è.
E Sparky può tornare davvero nel mondo dei vivi.
Non soltanto biologicamente.
Socialmente.
È accettato.
E POI PERSEPHONE
Sparky riapre gli occhi.
Di nuovo.
Persephone gli si avvicina.
I loro nasi si toccano.
Una piccola scintilla.
Burton non resiste.
E meno male.
Dopo tutto quel dolore ci concede una cosa semplicissima.
Sparky non deve soltanto tornare da Victor.
Può continuare.
Può avere qualcosa che prima non aveva.
La resurrezione finalmente non significa:
RIPRISTINARE IL PASSATO.
Significa:
AVERE ANCORA UN FUTURO.
Ed è forse questa la differenza più importante di tutto il film.
RIPORTARE INDIETRO NON BASTA
Questa cosa vale anche per noi.
Se una relazione torna…
la domanda non dovrebbe essere:
“Possiamo farla diventare identica a prima?”
Forse la domanda è:
“POSSIAMO COSTRUIRE QUALCOSA DOPO QUELLO CHE È SUCCESSO?”
Perché il passato non lo cancelli.
La macchina è passata.
Le cuciture rimangono.
La lapide esiste.
Ma questo non significa automaticamente che non possa esserci qualcosa dopo.
A volte sì.
A volte no.
Ed è qui che la metafora deve fermarsi.
La vita non è un film di Tim Burton.
Non tutto deve essere resuscitato.
Non ogni relazione deve essere recuperata.
Non ogni porta va riaperta.
Ma Frankenweenie mi ricorda che una cosa rotta non è necessariamente una cosa senza valore.
Dipende da cosa c'è ancora dentro.
IL CORTO DEL 1984
E poi c'è un'altra cosa che rende questo film ancora più Burton.
Perché Frankenweenie non nasce nel 2012.
Burton aveva già raccontato Victor e Sparky nel suo cortometraggio live action del 1984.
Quasi trent'anni dopo torna alla propria storia.
Non per copiarla semplicemente.
La espande.
La trasforma in stop-motion.
La gira in bianco e nero.
La riempie di riferimenti al cinema horror che lo ha formato.
Victor.
Frankenstein.
Il mulino.
Persephone come piccola Sposa di Frankenstein.
È quasi Tim Burton che fa con il proprio film ciò che Victor fa con Sparky.
TORNA A QUALCOSA CHE AMAVA.
E GLI DÀ UNA NUOVA VITA.
Solo questo renderebbe già Frankenweenie perfettamente coerente con il proprio tema.
STOP-MOTION

E poi c'è la materia.
Pupazzi.
Set.
Oggetti.
Movimenti costruiti fotogramma dopo fotogramma.
Sparky non è un'immagine che semplicemente appare.
Qualcuno deve muoverlo.
Un gesto minuscolo alla volta.
Il BFI racconta che i pupazzi e molti set furono realizzati fisicamente e ripresi in bianco e nero; il pupazzo di Sparky possedeva centinaia di articolazioni per riuscire a restituirne la personalità e il movimento.
E questa cosa mi sembra perfetta per un film che parla di riportare qualcosa alla vita.
UN OGGETTO INANIMATO CHE, FOTOGRAMMA DOPO FOTOGRAMMA, COMINCIA A SEMBRARE VIVO.
Che cos'è la stop-motion…
se non una piccola forma di resurrezione cinematografica?
Burton non poteva scegliere tecnica migliore.
BIANCO E NERO
E naturalmente il bianco e nero.
Non è semplice estetica.
È memoria cinematografica.
Frankenstein.
Bride of Frankenstein.
I mostri Universal.
Le ombre.
I laboratori.
L'elettricità.
Il cinema che Burton ha amato da ragazzo.
Ma rende anche New Holland un posto strano.
Normale e irreale insieme.
Una suburbia americana piena di bambini, genitori, scuole e giardini…
che sembra già appartenere a un vecchio film dell'orrore.
È praticamente il posto perfetto per Sparky.
Qualcosa di familiare…
diventato leggermente impossibile.
FRANKENWEENIE E FRANKENSTEIN
E dopo aver scritto di Mary Shelley questa cosa mi colpisce ancora di più.
Nel romanzo Victor crea la vita…
e scappa.
In Frankenweenie, Victor riporta Sparky alla vita…
e lo abbraccia.
Quasi due risposte opposte alla stessa immagine.
La Creatura di Shelley apre gli occhi e trova rifiuto.
Sparky li apre e trova Victor.
ECCO LA DIFFERENZA.
Non è soltanto ciò che creiamo.
È cosa facciamo quando quella cosa ci guarda.
Burton prende l'iconografia di Frankenstein e cambia completamente il cuore della storia.
La domanda non diventa:
“Avremmo dovuto creare la vita?”
Diventa:
“COSA PUÒ FARE L'AMORE DOPO CHE LA VITA È GIÀ STATA FERITA?”
Ed è molto più vicino a me.
E LE RELAZIONI?
Sono lì.
Ma non voglio appoggiarle sopra il film.
Voglio farle uscire da Victor e Sparky.
Perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto qualcosa che avremmo voluto riportare indietro.
Un rapporto.
Un momento.
Una persona.
Non necessariamente perché dovesse davvero tornare.
Perché nel momento della perdita…
NON ERAVAMO PRONTI.
Victor possiede il fulmine.
Noi possediamo memoria.
Messaggi.
Fotografie.
Luoghi.
Canzoni.
Film.
A volte utilizziamo tutto questo nello stesso modo.
Piccole scariche elettriche.
Per qualche secondo qualcosa riapre gli occhi.
Eccolo.
È ancora qui.
Poi il momento passa.
E dobbiamo capire che cosa farne.
NON SEMPRE BISOGNA RESUSCITARE
Questa è la parte che voglio tenere molto chiara.
Il film non deve diventare una giustificazione per inseguire eternamente ciò che è finito.
Anzi.
Victor riesce a riportare Sparky indietro perché Sparky è ancora Sparky.
Il loro legame è intatto.
Il problema degli altri esperimenti è proprio che copiano il gesto senza possedere ciò che lo rendeva vero.
E nella vita succede anche questo.
A volte proviamo a recuperare qualcosa soltanto perché non sopportiamo il vuoto che ha lasciato.
Ma il vuoto e l'amore non sono la stessa cosa.
NON TUTTO QUELLO CHE CI MANCA DEVE TORNARE.
Questa frase Frankenweenie non la dice.
Ma è quella che il film, crescendo, mi fa venire voglia di aggiungere.
PERÒ NON DOBBIAMO NEMMENO FINGERE CHE NON CI MANCHI
Questa è l'altra metà.
Per andare avanti non dobbiamo necessariamente trasformare ciò che abbiamo perso in qualcosa di brutto.
Non dobbiamo dire:
“Non contava.”
“È stato un errore.”
“Era tutto falso.”
A volte no.
A volte era bellissimo.
A volte ci ha dato tantissimo.
A volte avremmo voluto sinceramente altri dieci anni.
O altri dieci minuti.
E non li abbiamo avuti.
ACCETTARE UNA FINE NON SIGNIFICA RISCRIVERE CIÒ CHE C'ERA PRIMA.
Victor ama Sparky prima della morte.
Durante l'assenza.
Dopo la resurrezione.
Quell'amore non cambia perché il corpo cambia.
È questa la purezza che rende il film così doloroso.
IL FILM CHE MI FA PIANGERE
E quindi torno lì.
A Sparky.
Al mulino.
Al fuoco.
Victor salvo.
Il piccolo corpo immobile.
La seconda volta.
Ogni volta so che arriverà.
Ogni volta penso:
no.
Ogni volta mi prende.
Poi arrivano le macchine.
I cavi.
Le batterie.
La città.
La corrente.
E Burton, bastardo, ti concede ancora una volta quello che nella vita quasi mai puoi avere.
UN ALTRO TENTATIVO.
Sparky riapre gli occhi.
E per un momento…
va tutto bene.
CRASHVERSE VERDICT
Frankenweenie è uno dei miei film d'animazione preferiti.
E sì.
Mi fa piangere.
Ancora.
Forse perché, sotto tutta la meravigliosa estetica di Tim Burton, racconta una fantasia che conosco troppo bene.
Non perdere.
O, almeno…
poter dire:
“NON ANCORA.”
Victor perde Sparky davanti ai propri occhi.
Una palla.
Una strada.
Una macchina.
Fine.
Il film avrebbe potuto essere semplicemente la storia di un bambino che impara ad accettare la morte del proprio cane.
Burton decide di fare qualcosa di più crudele.
Gli dà la possibilità di rifiutarla.
Mr. Rzykruski mostra un esperimento.
Victor guarda.
Capisce.
Va al cimitero.
Scava.
Costruisce.
Aspetta il fulmine.
E Sparky torna.
Questa scena funziona perché non c'è niente di realmente mostruoso in ciò che Victor desidera.
È soltanto un bambino che non vuole perdere il proprio migliore amico.
E quando Sparky apre gli occhi…
per qualche minuto vinciamo tutti con lui.
Poi guardi le cuciture.
E capisci.
Non puoi cancellare ciò che è successo.
Puoi soltanto decidere cosa fare con quello che torna.
Sparky continua a essere Sparky.
Corre.
Gioca.
Si innamora di Persephone.
Esce.
Vive.
E addirittura torna vicino alla propria lapide, come se anche lui sapesse di appartenere ormai a qualcosa di impossibile da separare nettamente.
Vita.
Morte.
Prima.
Dopo.
Quella scena per me contiene tutto.
Perché anche noi qualche volta torniamo nei nostri piccoli cimiteri.
Un posto.
Una fotografia.
Una canzone.
Un messaggio.
Qualcosa che apparteneva a una relazione ormai diversa.
Non necessariamente perché vogliamo viverci di nuovo.
A volte semplicemente perché lì è sepolta una parte di noi.
Poi Victor deve perdere Sparky una seconda volta.
E lì il film diventa insopportabile.
Il cane che Victor aveva salvato dalla morte entra in un mulino in fiamme…
per salvare Victor.
È quasi un cerchio perfetto.
Victor aveva detto alla morte:
“Non puoi prendermelo.”
Sparky, senza una parola, risponde:
“Nemmeno tu puoi prendere lui.”
E resta dentro.
Quando lo tirano fuori…
non si muove.
Di nuovo.
Io lì crollo.
Perché la seconda perdita è diversa.
La prima ti insegna che puoi perdere ciò che ami.
La seconda ti ricorda che averlo ritrovato non ti garantisce niente.
Eppure il film non chiude nel dolore.
Questa volta Victor non è più da solo nella soffitta.
Non deve nascondere quello che ama.
Tutta New Holland ha finalmente visto Sparky.
Ha visto il cane.
Non il mostro.
E allora ognuno porta qualcosa.
Una macchina.
Una batteria.
Un cavo.
Un po' di corrente.
Tutti insieme fanno per Victor ciò che lui aveva fatto da solo all'inizio.
Provano ancora una volta.
Ed è forse questo il passaggio che oggi amo di più.
IL DOLORE ALL'INIZIO ISOLA VICTOR.
ALLA FINE LO COLLEGA AGLI ALTRI.
Sparky torna.
Persephone si avvicina.
Scintilla.
Fine.
È un lieto fine?
Sì.
Burton ce lo concede.
La vita reale quasi mai funziona così.
Lo sappiamo.
Non esiste un laboratorio in soffitta.
Non abbiamo un fulmine pronto.
Non possiamo riaccendere ogni cosa che perdiamo.
E forse è proprio per questo che Frankenweenie mi fa tanto male.
Perché per un'ora e mezza mi lascia vivere la fantasia.
E se potessimo?
E se per una volta potessimo dire:
torna.
E se la persona…
il cane…
la relazione…
il momento…
riaprisse davvero gli occhi?
Non so cosa farei.
Probabilmente le stesse cose di Victor.
Correrei ad abbracciarlo.
Poi, crescendo, arriva l'altra domanda.
Non:
“Vorrei che tornasse?”
Ma:
“SE TORNASSE, SAPREI AMARE CIÒ CHE È ADESSO… O CERCHEREI DISPERATAMENTE QUELLO CHE ERA PRIMA?”
Forse è lì che Frankenweenie smette di essere soltanto la storia di un cane.
Perché le cose che attraversano la morte metaforica di una relazione non tornano senza cuciture.
Se tornano.
E quelle cuciture non sono necessariamente una condanna.
Ma devi vederle.
Devi accettarle.
Non puoi fare finta che la macchina non sia mai passata.
Non puoi cancellare la lapide.
Puoi soltanto guardare ciò che hai davanti…
e chiederti se lì dentro c'è ancora qualcosa di vivo.
Con Sparky la risposta è semplice.
C'è.
È lui.
Scodinzola.
Corre.
Ama Victor.
E quindi, ogni volta che arrivo alla fine,
piango.
Per il cane.
Per Victor.
Per quella seconda morte.
Per le macchine collegate insieme.
Per Persephone.
Ma probabilmente piango anche per tutte quelle volte in cui la vita non ci ha concesso il finale di Tim Burton.
Quelle volte in cui abbiamo avuto il fulmine…
ma non abbastanza da far riaprire gli occhi.
O quelle in cui abbiamo capito che continuare a dare corrente non avrebbe riportato davvero indietro ciò che stavamo cercando.
E va bene.
Perché forse non tutto ciò che amiamo deve tornare…
per continuare a essere parte di noi.
Ma lasciatemi almeno Frankenweenie.
Lasciatemi Victor.
Lasciatemi il temporale.
Lasciatemi quella soffitta.
Lasciatemi, per un film,
credere che un bambino possa amare abbastanza il proprio cane
da guardare la morte negli occhi,
accendere la macchina
e dirle:
“QUESTO NO. QUESTO ME LO RIDAI.”


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