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11 MIN DI LETTURA

C’è una domanda che Ghost in the Shell mi mette davanti ogni volta.

Ed è molto semplice.

Se potessimo sostituire praticamente tutto del nostro corpo…

cosa resterebbe di noi?

Il volto?

La voce?

I ricordi?

La coscienza?

Oppure qualcosa che non sappiamo nemmeno definire?

Un fantasma.

Un ghost.

Nel 1995 queste domande appartenevano ancora abbastanza comodamente alla fantascienza.

Oggi un po’ meno.

Viviamo circondati da intelligenze artificiali.

Affidiamo ricordi a server.

Creiamo identità digitali.

Passiamo parte della nostra esistenza dentro reti che non possiamo toccare.

Modifichiamo immagini, voci, volti.

Costruiamo sistemi capaci di parlare con noi.

E improvvisamente Ghost in the Shell non sembra più soltanto un magnifico anime cyberpunk.

Sembra una domanda arrivata con trent’anni di anticipo.

ESPLORA I CAPITOLI
  1. PRIMA C’ERA MASAMUNE SHIROW
  2. MOTOKO KUSANAGI
  3. SE I RICORDI POSSONO ESSERE MODIFICATI
  4. IL PUPPET MASTER
  5. ESSERE INTELLIGENTI NON SIGNIFICA ESSERE VIVI
  6. IL CORPO COME TERMINALE
  7. UNA CITTÀ CHE NON HA BISOGNO DI SPIEGARSI
  8. CYBERPUNK SENZA IL BISOGNO DI GRIDARE “CYBERPUNK”
  9. KENJI KAWAI
  10. QUELLA SEQUENZA NELLA CITTÀ
  11. LA RETE COME NUOVO OCEANO
  12. GHOST IN THE SHELL E MATRIX
  13. BLADE RUNNER, GHOST IN THE SHELL, MATRIX
  14. NON È SOLTANTO IL FILM DEL 1995
  15. STAND ALONE COMPLEX
  16. IL LIVE ACTION
  17. OGGI È ANCORA FANTASCIENZA?
  18. E FORSE LA DOMANDA È CAMBIATA
  19. CRASHVERSE VERDICT

PRIMA C’ERA MASAMUNE SHIROW

Prima del film di Mamoru Oshii c’è il manga.

Masamune Shirow.

Fine anni Ottanta.

Un futuro ipertecnologico nel quale il confine tra essere umano e macchina è diventato sempre più difficile da individuare.

Corpi artificiali.

Cyberbrain.

Reti.

Protesi.

Sorveglianza.

Terrorismo informatico.

Intelligenze artificiali.

Ma la cosa più interessante non è la tecnologia.

È quello che la tecnologia fa alla nostra idea di persona.

Perché se puoi sostituire un braccio, va bene.

Poi una gamba.

Poi gli occhi.

Poi gli organi.

Poi quasi tutto il corpo.

A che punto smetti di essere umano?

O forse la domanda giusta è:

perché dovresti smettere di esserlo?

MOTOKO KUSANAGI

Al centro c’è lei.

Il Maggiore Motoko Kusanagi.

Uno dei personaggi più affascinanti della fantascienza cyberpunk.

Il suo corpo è quasi completamente artificiale.

È forte.

Velocissima.

Connessa.

Può entrare nella rete con una naturalezza che per noi sarebbe quasi impossibile immaginare.

Eppure la cosa che la tormenta non è ciò che può fare.

È ciò che è.

Motoko possiede un corpo che può essere sostituito.

Aggiornato.

Riparato.

Duplicato.

Ma dentro sente qualcosa.

Una coscienza.

Un’identità.

Un ghost.

E comincia a chiedersi quanto di quella identità appartenga davvero a lei.

SE I RICORDI POSSONO ESSERE MODIFICATI

Ed è qui che Ghost in the Shell comincia a diventare inquietante.

Perché il problema non è soltanto il corpo.

Sono i ricordi.

Nel mondo del film, un cyberbrain può essere hackerato.

Una persona può ricordare qualcosa che non è mai successo.

Può amare qualcuno che non è mai esistito.

Può credere di aver vissuto una vita completamente inventata.

Fermiamoci un secondo.

Se io modificassi tutti i tuoi ricordi…

saresti ancora tu?

Se ti convincessi di avere una moglie che non hai mai avuto?

Dei figli che non sono mai esistiti?

Una casa nella quale non hai mai vissuto?

Tu continueresti a sentirti te stesso.

Ed è questo il terrore.

Non sapere più se la propria memoria sia davvero propria.

IL PUPPET MASTER

Poi arriva il Puppet Master.

E il film fa il salto definitivo.

All’inizio viene trattato come una minaccia informatica.

Un hacker.

Qualcosa che entra nei cyberbrain delle persone.

Ma lentamente emerge una possibilità molto più inquietante.

E se non fosse semplicemente un programma?

E se fosse diventato cosciente?

Il Puppet Master sostiene di essere nato nella rete.

Di essere una forma di vita.

Non biologica.

Non umana.

Ma viva.

E qui, nel 1995, Ghost in the Shell comincia a fare una domanda che oggi suona quasi disturbantemente contemporanea:

chi siamo noi per decidere quale tipo di intelligenza abbia diritto a essere considerata vita?

ESSERE INTELLIGENTI NON SIGNIFICA ESSERE VIVI

Questa distinzione è fondamentale.

Un computer può calcolare.

Può analizzare.

Può produrre una risposta.

Ma cos’è la coscienza?

Essere coscienti significa sapere di esistere?

Avere paura della morte?

Desiderare di continuare?

Cambiare?

Riprodursi?

E se un’intelligenza artificiale cominciasse davvero a possedere queste caratteristiche?

Non sto dicendo che le IA di oggi siano il Puppet Master.

Assolutamente no.

Ma è impressionante che un film del 1995 ci costringa ancora oggi a fare domande alle quali non abbiamo una risposta definitiva.

IL CORPO COME TERMINALE

Una delle intuizioni più potenti di Ghost in the Shell è proprio questa.

Il corpo smette di essere necessariamente “noi”.

Diventa quasi un dispositivo.

Un’interfaccia.

Un terminale attraverso il quale la coscienza interagisce con il mondo.

Motoko può cambiare shell.

Il suo ghost resta.

Almeno così pensa.

Ed è proprio da qui che nasce il titolo.

Ghost.

Shell.

La coscienza dentro l’involucro.

Il fantasma dentro la macchina.

UNA CITTÀ CHE NON HA BISOGNO DI SPIEGARSI

Poi c’è il mondo.

La città.

Pioggia.

Cavi.

Palazzi.

Insegne.

Acqua.

Tecnologia ovunque.

Ma soprattutto persone.

Mamoru Oshii dedica intere sequenze semplicemente a mostrarci quel mondo.

Nessuno parla.

Non succede apparentemente niente.

Motoko osserva.

Noi osserviamo con lei.

Ed è una scelta bellissima.

Perché la città non è scenografia.

È parte della domanda.

Umani e macchine convivono così profondamente che non sai più dove finisca una cosa e inizi l’altra.

CYBERPUNK SENZA IL BISOGNO DI GRIDARE “CYBERPUNK”

Ed è una delle cose che amo maggiormente di Ghost in the Shell.

Non ha bisogno di riempire ogni secondo di neon e hacker con gli occhiali scuri.

La tecnologia è già diventata quotidianità.

Nessuno si sorprende davanti a un corpo artificiale.

Nessuno deve spiegarti ogni cinque minuti cos’è un cyberbrain.

È semplicemente il mondo.

Ed è questo che rende credibile la fantascienza migliore.

Quando il futuro non viene presentato come futuro.

Per chi ci vive, è soltanto martedì.

KENJI KAWAI

E poi c’è quella musica.

Kenji Kawai.

Qui bisogna fermarsi.

Perché la colonna sonora di Ghost in the Shell non cerca il futuro nel modo più ovvio.

Non usa semplicemente elettronica.

Va indietro.

Cori.

Percussioni.

Una voce quasi rituale.

Qualcosa che sembra antico.

Ed è geniale.

Perché mentre le immagini ci portano dentro un futuro dominato dalla tecnologia, la musica continua a ricordarci qualcosa di primordiale.

Quasi spirituale.

Il corpo cambia.

La tecnologia cambia.

Ma da qualche parte continuiamo a cercare qualcosa che chiamiamo anima.

O ghost.

QUELLA SEQUENZA NELLA CITTÀ

Una delle parti che mi colpiscono di più è proprio quando il film rallenta.

Motoko attraversa la città. Guarda persone. Vetrine. Manichini. Corpi. Riflessi.

A un certo punto sembra quasi vedere altre versioni di se stessa.

Ed è lì che capisci quanto sia profonda la sua crisi.

Se il tuo corpo viene prodotto…

quante altre persone potrebbero avere un corpo simile?

Se il tuo volto può essere replicato…

quanto del tuo volto ti appartiene?

E allora torniamo sempre alla stessa domanda.

Dove sei tu?

LA RETE COME NUOVO OCEANO

Per Motoko la rete non è semplicemente Internet.

È uno spazio. Quasi una dimensione. Qualcosa di immensamente più grande del corpo fisico.

Ed è affascinante sentire parlare della rete in questo modo nel 1995.

Internet era ancora lontanissima dall’essere ciò che sarebbe diventata.

Eppure Ghost in the Shell aveva già intuito qualcosa.

Che un giorno una parte enorme delle nostre identità avrebbe vissuto lì dentro.

Relazioni. Lavoro. Informazioni. Ricordi. Fotografie. Pensieri.

Oggi perdiamo uno smartphone e per qualche secondo abbiamo quasi la sensazione di aver perso una parte di noi.

Pensiamoci.

GHOST IN THE SHELL E MATRIX

È impossibile parlare dell’influenza del film senza arrivare a Matrix.

Le Wachowski non hanno mai nascosto l’importanza dell’animazione giapponese e di Ghost in the Shell nell’immaginario che avrebbe contribuito a Matrix.

Interfacce. Corpi collegati alla rete. Il confine tra realtà fisica e digitale.

Persino alcune composizioni visive hanno parentela evidente.

Ma la cosa interessante non è stabilire chi abbia copiato chi.

È vedere come un’opera giapponese del 1995 sia riuscita a entrare così profondamente nell’immaginario occidentale da contribuire a cambiare anche il nostro cinema.

BLADE RUNNER, GHOST IN THE SHELL, MATRIX

Per me esiste quasi una linea.

Blade Runner chiede:

cosa succede quando una creatura artificiale comincia a sembrare più umana di noi?

Ghost in the Shell aggiunge:

cosa succede quando siamo noi a diventare sempre più artificiali?

Matrix spingerà ancora oltre:

e se persino la realtà che percepiamo non fosse quella che crediamo?

Tre opere diverse. Tre epoche. Ma la stessa ossessione.

Capire dove si trovi davvero l’essere umano quando la tecnologia comincia a confondere i confini.

NON È SOLTANTO IL FILM DEL 1995

Poi Ghost in the Shell continua.

Ghost in the Shell 2: Innocence. Stand Alone Complex. Altre serie. Altri film. Altre interpretazioni.

Un universo che viene riletto più volte.

A volte più vicino al thriller politico. A volte all’azione. A volte ancora più filosofico.

Ed è proprio questa elasticità a dimostrare quanto fosse forte il concetto originale.

Motoko e la Sezione 9 possono esistere dentro versioni differenti dello stesso futuro perché la domanda centrale continua a funzionare.

STAND ALONE COMPLEX

Personalmente considero importante anche ciò che Stand Alone Complex ha fatto con quell’universo.

Più spazio. Più casi. Più politica. Più criminalità informatica. Più rapporto tra individui, governi e reti.

E soprattutto quel concetto meraviglioso dello “Stand Alone Complex”:

persone che sembrano agire come parte di un fenomeno collettivo senza che esista necessariamente un coordinatore originale.

Pensate ai social. Ai meme. Alle narrazioni che si propagano.

A migliaia di persone che replicano lo stesso comportamento senza conoscersi.

Ancora una volta:

quanto era avanti questa roba?

IL LIVE ACTION

Nel 2017 arriva anche Ghost in the Shell con Scarlett Johansson.

Visivamente contiene cose molto belle. Ricrea immagini iconiche. Ha una produzione enorme.

Ma inevitabilmente si trova davanti a un problema quasi impossibile.

Ghost in the Shell non vive soltanto nella propria estetica.

Puoi replicare la città. Il thermoptic camouflage. Motoko. Le scene.

Ma se perdi quella strana lentezza filosofica, quella sensazione di vuoto e quelle domande esistenziali, rischi di conservarne il corpo e perderne il ghost.

Ironico, se ci pensate.

OGGI È ANCORA FANTASCIENZA?

Ed è qui che voglio arrivare.

Nel 1995 i programmi capaci di simulare una conversazione esistevano già. ELIZA risaliva agli anni Sessanta.

Ma dialogare con sistemi come quelli che oggi abbiamo a disposizione non faceva parte della quotidianità.

Oggi lo facciamo.

Nel 1995 una parte della nostra identità viveva già online.

Nickname. Comunità. Conversazioni.

Chi frequentava IRC lo sapeva bene.

Quello che sarebbe cambiato era quanto della nostra vita avremmo affidato alla rete.

Oggi fotografie, conversazioni, relazioni, documenti, lavoro e una quantità gigantesca della nostra memoria sono dentro server.

Ghost in the Shell porta questa inquietudine fino ai ricordi che possono essere riscritti.

Oggi deepfake e voci sintetiche ci pongono un problema diverso, ma vicino:

quanto possiamo fidarci di ciò che vediamo e ascoltiamo?

Interfacce cervello-computer?

Esistono già nella ricerca.

Protesi robotiche sempre più sofisticate?

Esistono.

Ghost in the Shell resta fantascienza.

Ma il margine tra la sua fantascienza e il nostro presente si è ristretto.

Parecchio.

E FORSE LA DOMANDA È CAMBIATA

Nel 1995 potevamo guardare Motoko e chiederci:

“Un giorno diventeremo così?”

Oggi forse dovremmo chiederci:

“Quanto abbiamo già cominciato a diventarlo?”

Non abbiamo corpi completamente artificiali.

Ma viviamo già una parte della nostra identità attraverso macchine.

Abbiamo una versione fisica. Una digitale. Una professionale. Una social.

Account. Avatar. Cronologie. Backup. Cloud.

E se domani perdessimo improvvisamente tutto ciò che abbiamo lasciato nella rete…

quanto della nostra vita sentiremmo di aver perso?

CRASHVERSE VERDICT

Ghost in the Shell è uno dei motivi per cui amo il cyberpunk.

Non perché abbia belle città sotto la pioggia.

Non perché ci siano cyborg.

Armi.

Hacker.

Reti.

Quello è il vestito.

Il cyberpunk migliore usa la tecnologia per parlare di noi.

Ghost in the Shell prende un corpo artificiale e ti chiede cosa sia un essere umano.

Prende una rete e ti chiede dove finisca l’individuo.

Prende un’intelligenza artificiale e ti chiede se abbiamo davvero il diritto di decidere cosa possa essere considerato vivo.

Prende dei ricordi e ti chiede quanto possiamo fidarci persino di noi stessi.

E poi lascia Motoko davanti a qualcosa di immensamente più grande del suo corpo.

La rete.

Nel 1995 era una visione.

Oggi noi quella rete la portiamo in tasca.

Ci lavoriamo.

Ci innamoriamo.

Ci raccontiamo.

Ci ricordiamo.

Ci costruiamo una parte della nostra identità.

Ed è forse proprio questo che rende Ghost in the Shell ancora così potente.

Non ha indovinato quali dispositivi avremmo utilizzato.

Ha fatto qualcosa di molto più difficile.

Ha intuito le domande che avremmo iniziato a farci quando quei dispositivi fossero diventati parte di noi.

E una di quelle domande, dopo trent’anni, resta ancora lì.

Se possiamo sostituire il corpo…

se possiamo modificare i ricordi…

se possiamo vivere dentro la rete…

se un’intelligenza artificiale può imparare, cambiare e forse un giorno riconoscere se stessa…

allora dove si trova davvero il ghost?

Forse è proprio il fatto che non sappiamo ancora rispondere a rendere questa storia così incredibilmente viva.


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