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MUSIC · GUNS N’ ROSES
Scritto da cRASh
ESPLORA I CAPITOLI
- ANCHE LORO ARRIVARONO DA MIO CUGINO
- USE YOUR ILLUSION I
- CAVA DE’ TIRRENI, IL CONCERTO CHE NON CI FU
- AXL
- SLASH
- WELCOME TO THE JUNGLE
- APPETITE FOR DESTRUCTION
- SWEET CHILD O’ MINE
- PATIENCE
- DON’T CRY
- NOVEMBER RAIN
- ESTRANGED
- USE YOUR ILLUSION
- YOU COULD BE MINE
- IL PROBLEMA AXL
- IZZY, DUFF, STEVEN
- IL CAOS LI HA CREATI. IL CAOS LI HA DISTRUTTI.
- CHINESE DEMOCRACY
- E POI SLASH TORNA
- IMOLA, QUASI VENTIQUATTRO ANNI DOPO
- IO NON LI HO MAI LASCIATI DAVVERO
- SE LI ODI, PROVA AD ASCOLTARE L’ALTRA METÀ
- CRASHVERSE VERDICT
I Guns N’ Roses non devo presentarveli.
Li conoscete.
Axl.
Slash.
Il cilindro.
La bandana.
La voce.
Le chitarre.
Gli eccessi.
Le risse.
Le storie.
Il caos.
Quello che mi interessa è altro.
Mi interessa parlare soprattutto a chi pensa di non sopportarli.
A chi li ha sempre liquidati come una band rumorosa, sopra le righe, arrogante, sporca.
Perché se vi fermate un attimo e li ascoltate davvero, dentro quella confusione c’è una quantità enorme di fragilità.
Ed è proprio quella parte che, da ragazzo, mi prese.
ANCHE LORO ARRIVARONO DA MIO CUGINO
I Guns N’ Roses entrarono nella mia vita attraverso la stessa persona che mi aveva già aperto la porta degli Iron Maiden.
Mio cugino.
Ma l’effetto fu completamente diverso.
Con i Maiden avevo trovato l’epica.
La potenza.
Le immagini.
Quel senso di grandezza quasi mitologica.
Con i Guns trovai qualcosa di più vicino alla pelle.
Più sporco.
Più umano.
E, sorprendentemente, più dolce.
Sempre rock.
Sempre volume.
Sempre chitarre.
Ma dentro quelle canzoni sentivo qualcosa che mi arrivava in un punto diverso.
USE YOUR ILLUSION I
Li scoprii proprio negli anni in cui uscì Use Your Illusion I.
E questa cosa, per me, conta.
Non li ho recuperati vent’anni dopo.
Non li ho studiati come un pezzo di storia del rock.
Li ho vissuti mentre erano enormi.
E appena li scoprii partì la classica malattia.
Tutti gli album.
Poster.
Gadget.
Qualsiasi cosa riuscissi a trovare.
E poi la giacca rossa.
Perché a una certa età la musica non la ascolti soltanto.
La indossi.
La appendi alle pareti.
La porti in giro.
Diventa un modo di dire chi sei ancora prima di parlare.
Io con i Guns ero così.
CAVA DE’ TIRRENI, IL CONCERTO CHE NON CI FU
Ero piccolo quando arrivò la notizia: i Guns N’ Roses avrebbero suonato a Cava de’ Tirreni. Il concerto era previsto per il 2 luglio 1993, allo stadio Lamberti.
Io dovevo esserci.
Dovevo andarci con mio cugino. A casa feci una guerra, perché volevo andarci a tutti i costi. Alla fine riuscii a convincere i miei genitori. Comprammo anche i biglietti.
Poi arrivò l’altra notizia.
Il concerto non si sarebbe fatto più.
Dopo tutta quella battaglia, dopo essere riuscito finalmente a ottenere quel sì, non dipendeva più da noi. I biglietti c’erano. Il concerto no.
Per vederli dal vivo avrei dovuto aspettare ancora. Molto più di quanto potessi immaginare allora.
AXL
E poi c’era Axl.
Dopo Jim Morrison, è stato uno dei frontman per cui ho avuto più fascinazione.
E non perché fosse perfetto.
Anzi.
Forse proprio per il contrario.
Axl era ingestibile.
Imprevedibile.
Arrogante.
Fragile.
Furioso.
Teatrale.
A volte sembrava completamente fuori controllo.
Ma appena saliva sul palco era impossibile guardare altrove.
La voce.
Quel modo di muoversi.
La tensione.
La sensazione che da un momento all’altro potesse accadere qualsiasi cosa.
Morrison aveva il mistero.
Axl aveva l’esplosione.
E io ero fan di entrambi.
In modi completamente diversi.
SLASH
Poi dall’altra parte c’era Slash.
Che quasi non aveva bisogno di parlare.
Cilindro.
Capelli.
Les Paul.
Sigaretta.
E quella chitarra.
È una delle cose che amo dei Guns.
Axl poteva riempire tutto con la propria presenza.
Slash riusciva a fare la stessa cosa con poche note.
Non aveva bisogno di dimostrare continuamente quanto fosse tecnico.
La sua chitarra aveva una voce.
La riconoscevi.
E questa, per me, vale molto più di mille esercizi.
WELCOME TO THE JUNGLE
Se vuoi capire il lato sporco dei Guns, puoi partire da lì.
Welcome to the Jungle non ti invita.
Ti prende.
Chitarre.
Urlo.
Ritmo.
Los Angeles trasformata quasi in una bestia.
È una canzone che ti mette immediatamente davanti ciò che la band sapeva fare meglio nei primi anni:
pericolo.
Sesso.
Strada.
Eccesso.
Una città che può darti tutto e contemporaneamente mangiarti vivo.
APPETITE FOR DESTRUCTION
Appetite for Destruction resta uno dei debutti più devastanti della storia del rock.
Non perché fosse elegante.
Proprio perché non lo era.
Welcome to the Jungle.
It’s So Easy.
Nightrain.
Mr. Brownstone.
Paradise City.
Sweet Child O’ Mine.
È sporco.
Diretto.
Pericoloso.
Ma dentro, già lì, c’è qualcosa che rompe l’immagine della semplice band di delinquenti con le chitarre.
Sweet Child O’ Mine.
SWEET CHILD O’ MINE
Quel riff lo riconoscono praticamente tutti.
Anche quelli che dicono di odiare i Guns.
E forse proprio questo dovrebbe farci riflettere.
Perché Sweet Child O’ Mine è dolce.
Davvero.
C’è tenerezza.
C’è stupore.
C’è quella sensazione quasi adolescenziale di guardare qualcuno e pensare che, almeno per un momento, il resto possa stare fuori.
E la cosa incredibile è che arriva dalla stessa band di Welcome to the Jungle.
Questo è il punto.
I Guns potevano mordere.
E pochi minuti dopo potevano diventare incredibilmente vulnerabili.
PATIENCE
Poi c’è Patience.
E se ancora pensate che i Guns siano solo casino, ascoltate questa.
Fischio.
Chitarre acustiche.
Voce.
Spazio.
Niente muro di suono.
Niente bisogno di dimostrare qualcosa.
Solo una canzone.
E lì Axl cambia.
Non è più la furia.
È quasi fragile.
Quasi trattenuto.
È questo lato dei Guns che mi ha sempre conquistato.
DON’T CRY
Don’t Cry per me appartiene allo stesso territorio.
Non è semplicemente una ballad.
È una richiesta.
Qualcosa che si sta rompendo e che qualcuno prova ancora a tenere insieme.
E ancora una volta il rock duro sparisce.
Resta l’emozione.
Ed è qui che capisci che il successo dei Guns non arrivava soltanto perché erano rumorosi.
Arrivava perché sapevano stare anche dall’altra parte.
NOVEMBER RAIN
Poi arriva November Rain.
E lì non fanno più nulla in piccolo.
Piano.
Orchestra.
Chitarre.
Video monumentale.
Axl al pianoforte.
Slash davanti alla chiesa.
Tutto è gigantesco.
Potrebbe essere ridicolo.
E invece funziona.
Perché sotto tutta quella grandezza resta una cosa molto semplice.
La paura che qualcosa finisca.
La consapevolezza che nemmeno l’amore, a volte, riesca a durare come vorremmo.
Ed è proprio il contrasto tra quella fragilità e la dimensione enorme del pezzo a renderlo così potente.
ESTRANGED
E poi c’è Estranged.
Questa per me merita un posto a parte.
Perché se November Rain è il romanticismo che si rompe, Estranged arriva dopo.
È più adulta.
Più sola.
Meno “resta”.
Più:
“non so nemmeno più dove siamo finiti.”
C’è distanza.
Alienazione.
Quella sensazione terribile di sentirsi estranei dentro qualcosa che un tempo conoscevi perfettamente.
È lunga.
Strana.
Non ha bisogno del classico ritornello che torna continuamente.
Si muove.
Cambia.
Respira.
E Slash, lì dentro, fa parlare la chitarra in un modo quasi doloroso.
Estranged è una di quelle canzoni che ti fanno capire quanto i Guns potessero andare molto più lontano rispetto alla caricatura della band da sesso, droga e rock’n’roll.
USE YOUR ILLUSION
Ed è forse proprio nei due Use Your Illusion che questa cosa esplode.
Una band ormai gigantesca decide di non limitarsi a replicare Appetite.
Piano.
Orchestra.
Cover.
Pezzi lunghi.
Esperimenti.
Ballate.
Hard rock.
Punk.
Eccessi.
Tutto.
Sono album pieni anche di imperfezioni.
Forse proprio per questo hanno personalità.
Non sembra una band che cerca di stare composta.
Sembra una band che vuole mettere dentro tutto ciò che ha.
YOU COULD BE MINE
E naturalmente non sparisce mai il lato duro.
You Could Be Mine.
Chitarre.
Batteria.
Velocità.
Axl che torna a mordere.
Terminator 2.
MTV.
Una delle collisioni perfette tra cinema, rock e cultura pop dei primi anni Novanta.
I Guns potevano diventare vulnerabili.
Ma non avevano smesso di essere pericolosi.
IL PROBLEMA AXL
Poi c’è tutto ciò che viene fuori dal palco.
Ritardi.
Concerti interrotti.
Scontri.
Capricci.
Problemi interni.
Una personalità spesso difficilissima.
Non serve riscrivere la storia per trasformarlo in un santo.
Axl Rose non lo era.
E non credo che bisogni neanche provare a giustificare ogni comportamento perché amiamo le canzoni.
Ma c’è sempre stata una parte di fragilità dentro quella furia.
Ed è forse proprio quel contrasto ad averlo reso così magnetico.
Non sapevi mai se stessi guardando una rockstar invincibile o una persona che rischiava di rompersi davanti a tutti.
IZZY, DUFF, STEVEN
E sarebbe ingiusto ridurre tutto ad Axl e Slash.
Izzy Stradlin era fondamentale nella scrittura e nell’equilibrio della band.
Duff McKagan portava un’altra personalità ancora.
Steven Adler aveva quel modo di suonare che contribuiva al groove sporco dei primi Guns.
Quella formazione funzionava proprio perché sembrava quasi impossibile che riuscisse a stare insieme.
Forse infatti non poteva durare.
IL CAOS LI HA CREATI. IL CAOS LI HA DISTRUTTI.
A un certo punto la stessa tensione che rendeva la band così viva comincia a consumarla.
Cambi di formazione.
Rapporti distrutti.
Slash che se ne va.
Duff.
Anni di silenzio.
Chinese Democracy che diventa quasi una leggenda prima ancora di uscire.
E i Guns smettono lentamente di essere una band nel senso in cui li avevamo conosciuti.
CHINESE DEMOCRACY
Quando finalmente esce, nel 2008, Chinese Democracy è qualcosa di strano.
Porta il nome Guns N’ Roses.
Ma è inevitabilmente un’altra creatura.
C’è Axl.
Ci sono anni di produzione.
Strati.
Esperimenti.
Ambizione.
Ma manca quella chimica originale.
E forse è proprio questo il punto.
Puoi tenere il nome.
Puoi costruire una produzione gigantesca.
Ma certe alchimie non si programmano.
E POI SLASH TORNA
Per anni sembrava impossibile.
Axl e Slash di nuovo insieme?
No.
Poi succede.
2016.
Slash e Duff tornano sul palco con Axl.
E indipendentemente da qualsiasi giudizio sulla voce, sull’età, sulle performance o sul business enorme dietro la reunion, per chi aveva vissuto i Guns negli anni Novanta quella immagine aveva un significato.
Erano di nuovo lì.
IMOLA, QUASI VENTIQUATTRO ANNI DOPO
Per me quel ritorno diventò qualcosa di concreto il 10 giugno 2017, all’Autodromo Enzo e Dino Ferrari di Imola.
La prima volta che vedevo davvero i Guns N’ Roses dal vivo.
Ci andai con un gruppo di amici e con la madre di mia figlia, la mia ex compagna. Avevo preso il pacchetto VIP. Il cuore era a mille.
Quasi ventiquattro anni dopo Cava, la stessa emozione.
Era il coronamento di un sogno. Quel ragazzo che aveva fatto una guerra a casa per ottenere il permesso di andarli a vedere, finalmente era lì.
Certo, erano un tantino diversi. Il tempo era passato anche per loro.
Ma furono tre ore di musica bellissime.
E c’è una cosa che, ripensandoci, racconta meglio di qualsiasi discorso il senso di questo articolo: alla mia ex compagna quella musica non piaceva. Dopo il concerto era diventata fan.
Io avevo finalmente realizzato un sogno. Lei aveva scoperto qualcosa che prima non sentiva.
Se pensi che siano solo rumore, riascoltali.
IO NON LI HO MAI LASCIATI DAVVERO
Poi naturalmente cambiano i gusti.
Arrivano altre band.
Altri generi.
Altri periodi.
La musica nella vita si accumula.
Ma i Guns non sono mai spariti del tutto.
Perché alcune canzoni hanno ormai superato il gruppo stesso.
Patience.
Don’t Cry.
Sweet Child O’ Mine.
November Rain.
Estranged.
Le puoi riascoltare dopo anni.
E non hai bisogno di indossare di nuovo la giacca rossa per ricordarti perché ti piacevano.
SE LI ODI, PROVA AD ASCOLTARE L’ALTRA METÀ
È questo che vorrei dire soprattutto a chi non li ha mai sopportati.
Lasciate perdere per un attimo l’immagine.
Axl che urla.
Slash col cilindro.
Gli scandali.
Il sesso.
Le droghe.
I concerti problematici.
Tutto il folklore.
Mettete le cuffie.
Ascoltate Patience.
Poi Don’t Cry.
November Rain.
Estranged.
E ditemi se lì dentro c’è soltanto rumore.
Per me no.
C’è una fragilità enorme.
E forse proprio perché arriva da persone che sembravano costruite per non mostrarne mai, arriva ancora più forte.
CRASHVERSE VERDICT
I Guns N’ Roses sono stati caos.
Eccesso.
Talento.
Ego.
Bellezza.
Autodistruzione.
Sono stati una delle ultime band capaci di incarnare fino in fondo l’idea quasi mitologica della rockstar.
Ma se fossero stati soltanto questo, probabilmente oggi non starei ancora parlando di loro.
Io li ho conosciuti negli anni di Use Your Illusion I.
Grazie a mio cugino.
Ero già entrato nel metal attraverso gli Iron Maiden.
Poi arrivarono loro.
E mi mostrarono un’altra cosa.
Che il rock poteva essere durissimo e incredibilmente dolce nello stesso momento.
Che una voce capace di urlare Welcome to the Jungle poteva diventare fragile dentro Patience.
Che lo stesso Slash che costruiva riff giganteschi poteva fare piangere una chitarra dentro Estranged.
E poi c’era Axl.
Dopo Morrison, uno dei personaggi musicali che più mi avevano affascinato.
Il mistero da una parte.
L’esplosione dall’altra.
Album.
Poster.
Gadget.
La giacca rossa.
Un pezzo della mia adolescenza appeso alle pareti e portato addosso.
Ma oggi non vi sto raccontando questo per dirvi quanto fossi fan.
Vi sto raccontando i Guns perché magari voi non lo siete.
Magari non li avete mai sopportati.
Magari per voi sono sempre stati soltanto rumore.
E allora vi chiedo soltanto una cosa.
Riascoltateli.
Non tutto.
Cinque pezzi.
Sweet Child O’ Mine.
Patience.
Don’t Cry.
November Rain.
Estranged.
Poi decidete.
Perché dietro tutto quel rumore, almeno io, ho sempre sentito qualcosa di molto più delicato.
Ed è probabilmente per questo che, dopo tutti questi anni, sono ancora qui.


ORA DÌ LA TUA
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