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9 MIN DI LETTURA

Prima che Internet diventasse normale, collegarsi era già un evento.

Non prendevi il telefono dalla tasca.

Non aprivi un’app.

Non eri sempre online.

Entravi.

E quando entravi, lo sentivi.

Il modem iniziava a fare quel rumore che oggi sarebbe quasi impossibile spiegare a chi non l’ha vissuto.

La linea telefonica si occupava.

Il tempo cominciava a costare.

Letteralmente.

E da quel momento iniziava tutto.

Una premessa: questo è solo l’inizio.

Qui voglio raccontarvi quelle notti e cosa mi spingeva a restare davanti a uno schermo fino a perdere la cognizione del tempo.

Ci sarà un seguito. Entreremo nella parte più tecnica, per chi vuole imparare, conoscere quell’arte e capire cosa succede dietro un comando.

Ma prima vi porto dove, per me, è cominciato tutto.

INTERNET AVEVA UN PREZZO

Per chi è nato con la fibra, il Wi-Fi e le connessioni flat può sembrare quasi assurdo.

Noi compravamo i voucher Aruba in tabaccheria.

Ore di connessione.

Minuti.

Credito.

Perché restare troppo tempo online significava rischiare bollette da infarto.

E io, con questa cosa, avevo un rapporto piuttosto complicato.

Una volta arrivò a casa una bolletta Telecom da circa un milione e ottocentomila lire.

Mio padre entrò immediatamente in modalità WAR.

Telecom staccata.

Passaggio a Infostrada.

Problema risolto.

Almeno così pensavamo.

Poi arrivò una bolletta da circa due milioni di lire.

E poi ci fu Wind.

Due milioni e duecentomila lire.

A quel punto il colpevole era abbastanza evidente.

Non era Telecom.

Non era Infostrada.

Non era Wind.

Ero io.

Perché riuscivo a passare anche più di ventiquattro ore consecutive in rete.

Ventiquattro ore.

A volte di più.

Non sto esagerando.

UNA DROGA.

Ma non era soltanto stare davanti a Internet.

Era la sensazione che da qualche parte, dietro quello schermo, esistesse un mondo gigantesco che non avevamo ancora capito.

E poi arrivò anche un avviso della Polizia Postale, legato alle scansioni che effettuavo in rete.

Questa volta non era una bolletta.

NON VOLEVAMO SOLTANTO USARE I COMPUTER

Volevamo capire cosa c’era dietro.

Questa, secondo me, è la differenza più importante.

Oggi moltissima tecnologia è progettata per nascondere la complessità.

Ed è giusto così.

Premi un pulsante.

Funziona.

Apri un’app.

Funziona.

Sincronizzi qualcosa.

Funziona.

Allora, invece, spesso dovevi capire.

Directory.

Utenti.

Gruppi.

Permessi.

Processi.

Daemon.

Porte.

Log.

File di configurazione.

Protocolli.

Servizi.

Un sistema operativo non era soltanto qualcosa che avviavi.

Era qualcosa che potevi esplorare.

E Unix, Linux e tutto quel mondo avevano un fascino particolare.

Perché sembravano dirti:

“Qui dentro c’è un ordine.

Se vuoi capire la macchina, devi imparare quell’ordine.”

IL TERMINALE

Ancora oggi, quando vedo un terminale nero con un cursore lampeggiante, provo qualcosa.

Non nostalgia nel senso banale del termine.

Più una specie di richiamo.

Perché lì dentro non c’erano icone.

Non c’erano animazioni.

Non c’erano pulsanti colorati.

C’eri tu.

E c’era la macchina.

whoami
uname -a
ls -la
ps aux
top
ping
traceroute
tail
grep

Non erano formule magiche.

Erano domande fatte alla macchina.

Chi sono?

Dove sono?

Cosa sta girando?

Chi sta usando cosa?

Dove passa questo traffico?

Cosa è successo?

Cosa sta scrivendo questo processo?

Ed era questo il bello.

Più imparavi, più ti rendevi conto che un computer non era una scatola misteriosa.

Aveva una logica.

E quella logica poteva essere letta.

QUANDO UNA SHELL RISPONDEVA

C’era poi un momento difficile da spiegare a chi non ha vissuto quella cultura.

Quello in cui il terminale cambiava.

Prima osservavi.

Poi arrivava un prompt.

Una shell.

Poche lettere.

Niente grafica.

Niente effetti speciali.

Eppure poteva essere uno dei momenti più elettrizzanti di tutta la notte.

Perché una shell rappresentava il dietro le quinte.

Non vedevi più quello che il sistema mostrava al pubblico.

Vedevi il sistema.

Utenti.

Processi.

Directory.

Permessi.

Configurazioni.

Log.

Servizi.

Il cuore della macchina.

E quando eri giovane, curioso e completamente assorbito da quel mondo, il solo fatto di essere arrivato fino a quel punto poteva provocare una scarica di adrenalina assurda.

Non serviva rompere qualcosa.

Non serviva cancellare.

Non serviva dimostrare niente a nessuno.

A volte il traguardo era proprio quello:

esserci arrivato.

Capire.

Guardare.

E magari uscire senza toccare nulla.

NON CERCAVI LA MAGIA

Cercavi l’errore umano dentro una macchina perfettamente logica.

Questa, secondo me, è una delle frasi che racconta meglio quella cultura.

Perché un sistema poteva essere progettato benissimo.

Ma poi qualcuno lasciava un account dimenticato.

Una password ridicola.

Un servizio esposto.

Un software vecchio.

Un permesso configurato male.

Una fiducia concessa troppo facilmente.

Un log ignorato.

Una macchina non aggiornata.

E improvvisamente capivi una cosa.

Il problema raramente era “il computer”.

Il problema era ciò che una persona aveva deciso di fargli fare.

O di non fargli fare.

HACKER NON SIGNIFICAVA CRIMINALE

Oggi la parola hacker viene usata praticamente per tutto.

Account rubato?

Hacker.

Profilo social violato?

Hacker.

Truffa online?

Hacker.

Malware?

Hacker.

Ma quella parola nasce da una cultura molto più ampia.

Un hacker, nel senso originale del termine, era soprattutto qualcuno ossessionato dal capire come funzionavano le cose.

Smontarle.

Ricombinarle.

Trovare una soluzione non prevista.

Usare qualcosa in un modo che il progettista magari non aveva immaginato.

Pensare lateralmente.

Poi esistevano quelli che facevano danni.

Quelli che rubavano.

Quelli che distruggevano.

Quelli che entravano nei sistemi per profitto o per ego.

La rete li avrebbe chiamati in tanti modi.

Cracker.

Black hat.

Criminali informatici.

Ma ridurre tutta la cultura hacker a questo sarebbe come raccontare l’automobile parlando soltanto delle rapine in banca.

La curiosità veniva prima.

PHREAKING, BBS E QUEL MONDO STRANO

Prima ancora che Internet diventasse quello che conosciamo oggi, esisteva già un sottobosco incredibile.

BBS.

Modem.

Numeri telefonici.

Sistemi Unix.

Università.

Server.

Mailing list.

Documentazione passata di mano in mano.

Riviste.

Fotocopie.

Testi salvati in file che diventavano quasi libri sacri.

E poi il phreaking.

La curiosità applicata alle reti telefoniche.

Capire segnali, centrali, sistemi di instradamento.

Un mondo oggi quasi archeologico, ma fondamentale per capire da dove arrivi una parte della cultura hacker.

Non voglio romanticizzare tutto.

C’erano comportamenti illegali.

C’erano danni.

C’erano persone che superavano limiti che non avrebbero dovuto superare.

Ma c’era anche una fame di conoscenza incredibile.

E spesso quella fame spingeva una persona a imparare molto più di quanto avrebbe mai imparato seguendo semplicemente un manuale.

PER CAPIRE DOVE UN SISTEMA POTEVA CEDERE DOVEVI PRIMA CAPIRE COME FUNZIONAVA

Ed è questa la parte che mi affascina ancora oggi.

Per capire una vulnerabilità dovevi conoscere il sistema.

Reti.

TCP/IP.

DNS.

Porte.

Permessi.

Memoria.

Processi.

Servizi.

Autenticazione.

Unix.

Programmazione.

Logging.

Architetture.

Non bastava premere un bottone.

Non c’era sempre un tool che faceva tutto per te.

Dovevi sapere cosa stavi guardando.

E questa cosa, nel bene e nel male, ti obbligava a imparare.

A volte imparavi perché volevi costruire qualcosa.

A volte perché volevi capire come proteggerlo.

A volte perché volevi semplicemente vedere fin dove arrivava.

IL CINEMA CI FECE IMPAZZIRE

Poi arrivava il cinema.

WarGames.

Sneakers.

Hackers.

E più tardi Matrix.

Film diversissimi.

Alcuni più realistici.

Altri completamente sopra le righe.

Ma per noi non importava.

Perché avevano capito una cosa:

il computer poteva diventare una porta.

La rete poteva diventare un territorio.

Il terminale poteva diventare avventura.

Hackers, in particolare, trasformò quella cultura in estetica.

Colori.

Musica.

Nickname.

Computer.

Ribellione.

“Hack the planet.”

Era esagerato?

Certo.

Era realistico?

Molto meno di quanto avremmo voluto ammettere.

Ma aveva energia.

E quell’energia raccontava perfettamente come una parte della nostra generazione vedeva la rete.

Un posto nuovo.

Ancora non completamente colonizzato.

Ancora non completamente commercializzato.

Ancora pieno di porte.

NON VOLEVAMO DISTRUGGERE INTERNET

Volevamo capire cosa c’era dietro.

Dietro un server.

Dietro una porta.

Dietro un servizio.

Dietro un sistema operativo.

Dietro un indirizzo IP.

Dietro un nome host.

Dietro un prompt.

Dietro quella macchina che rispondeva da qualche parte nel mondo.

E quella sensazione era potentissima.

Perché la rete sembrava enorme.

E contemporaneamente vicinissima.

Digitavi qualcosa.

Aspettavi.

E dall’altra parte arrivava una risposta.

Era quasi magia.

Solo che più imparavi, più capivi che magia non era.

Ed era ancora più bello.

POI INTERNET È DIVENTATO NORMALE

Oggi siamo sempre connessi.

Non entriamo più in Internet.

Ci viviamo dentro.

Il telefono è online.

La TV è online.

La macchina è online.

L’orologio è online.

La casa è online.

Il lavoro è online.

La musica è online.

Le amicizie sono online.

Perfino il nostro frigorifero, se proprio vogliamo esagerare, può essere online.

La rete ha vinto.

È diventata infrastruttura.

Ed è una conquista enorme.

Ma quando qualcosa diventa invisibile, smetti anche di chiederti come funziona.

Ed è forse questo che mi manca di più.

Non la lentezza.

Non le bollette.

Non il rumore del modem.

Non le connessioni che cadevano.

Mi manca quella curiosità quasi patologica.

Quella sensazione che ogni sistema avesse qualcosa da raccontarti.

Bastava sapere dove guardare.

IL VERO HACK

Forse oggi il vero spirito hacker non è “entrare” da qualche parte.

Forse è continuare a chiedersi:

come funziona?

Perché funziona così?

Chi l’ha costruito?

Quali sono i suoi limiti?

Posso migliorarlo?

Posso comprenderlo meglio?

Posso usarlo in un modo diverso?

Quella mentalità non è morta.

È dentro l’open source.

È dentro Linux.

È dentro chi smonta hardware.

È dentro chi scrive codice.

È dentro chi studia sicurezza.

È dentro chi costruisce software per il semplice piacere di vedere se riesce a farlo funzionare.

È dentro chi non accetta una scatola nera soltanto perché qualcuno gli ha detto:

“Non ti serve sapere cosa c’è dentro.”

CRASHVERSE VERDICT

Non rimpiango la bolletta da un milione e ottocentomila lire.

E mio padre sicuramente non rimpiange quella da due milioni arrivata dopo il passaggio a Infostrada.

Né quella da due milioni e duecentomila lire con Wind.

Non rimpiango le connessioni a consumo.

Non rimpiango le ore perse aspettando un download.

Non rimpiango ogni singola limitazione di quel mondo.

Ma rimpiango il modo in cui lo guardavamo.

Con fame.

Con curiosità.

Con entusiasmo.

Con quella piccola scarica di adrenalina ogni volta che una macchina rispondeva in un modo che finalmente iniziavi a capire.

Io potevo restare online più di ventiquattro ore consecutive.

UNA DROGA.

Ma non era soltanto Internet.

Era la scoperta.

Era sapere che dietro ogni schermata esisteva un altro livello.

E poi un altro.

E un altro ancora.

Oggi la tecnologia è infinitamente più potente.

Più veloce.

Più semplice.

Più accessibile.

Ma ogni tanto penso che ci farebbe bene recuperare almeno una parte di quella mentalità.

Non limitarsi a usare.

Capire.

Non limitarsi a cliccare.

Chiedersi cosa succede dietro.

Non limitarsi ad accettare la macchina.

Parlarci.

Interrogarla.

Smontarla mentalmente.

Perché forse il vero significato di HACK THE WORLD non è mai stato distruggere il mondo.

Era volerlo capire abbastanza da poterlo cambiare.

Copertina creata con IA su concept di cRASh.


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