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IL PUNTO DI cRASh · HALLOWEEN

Ogni ottobre torna la stessa frase: “Halloween non è una festa nostra. L’abbiamo importata dall’America.” Vero. E allora? Io, da American Dreamer, non ho nessun problema ad ammettere che quella cultura mi abbia affascinato anche attraverso Halloween. Il problema, semmai, è un altro: spesso abbiamo importato la festa senza importare davvero il rito.

Scritto da cRASh

ENTRA NELLA NOTTE · 16 CAPITOLI
  1. HALLOWEEN, DA NOI, ERA SOPRATTUTTO UNA SERATA
  2. HALLOWEEN NON COMINCIA ALLE UNDICI DI SERA
  3. IL QUARTIERE DIVENTA PARTE DELLA FESTA
  4. IO CASA LA ADDOBBO
  5. NON È UNA QUESTIONE DI COPIARE L’AMERICA
  6. LE ORIGINI SONO PIÙ COMPLESSE DI UNO SLOGAN
  7. DOLCETTO O SCHERZETTO NON È UN DETTAGLIO
  8. HALLOWEEN È ANCHE HORROR
  9. E POI ANDIAMO PURE A BALLARE
  10. LE FESTE SERVONO A SEGNARE IL TEMPO
  11. “MA È UNA FESTA PER BAMBINI”
  12. ANCHE GLI ADULTI HANNO BISOGNO DI GIOCARE
  13. IL RITO INTERROMPE LA NORMALITÀ
  14. LA CASA SI TRAVESTE CON TE
  15. QUINDI SÌ, L’ABBIAMO IMPORTATA
  16. SE DOBBIAMO IMPORTARLA, IMPORTIAMOLA DAVVERO

Ogni ottobre leggo più o meno la stessa cosa.

“Halloween non è una festa italiana.”

Oppure:

“Abbiamo importato un’altra americanata.”

E ogni volta penso la stessa cosa.

Sì.

In buona parte è vero.

La forma con cui oggi immaginiamo Halloween — le case decorate, le zucche illuminate, i costumi, trick or treat, i quartieri pieni di bambini, le feste, i film horror, quell’arancione che per qualche settimana invade tutto — ci è arrivata soprattutto attraverso la cultura americana.

Cinema.

Serie TV.

Musica.

Pubblicità.

Cartoni animati.

Videogiochi.

E sapete una cosa?

A me va benissimo.

Probabilmente sono anche la persona meno indicata per scandalizzarsi.

Mi definisco da sempre un American Dreamer.

Sono cresciuto assorbendo pezzi di cultura americana attraverso cinema, musica, tecnologia, televisione, moda e immaginari che inevitabilmente hanno finito per diventare anche parte del mio.

Halloween è uno di questi.

Il problema non è averla importata.

Il problema, secondo me, è che per molti anni ne abbiamo importato soprattutto la superficie.

01 / HALLOWEEN, DA NOI, ERA SOPRATTUTTO UNA SERATA

Lo dico anche da persona che quella parte l’ha vissuta direttamente.

Per anni abbiamo organizzato grandi eventi in discoteca per Halloween.

Halloween Day.

Allestimenti.

Produzioni.

Migliaia di persone.

Artisti importanti.

Costumi.

Musica.

Notte.

Erano appuntamenti enormi.

E mi sono divertito.

Molto.

Non rinnego una sola di quelle serate.

Facevano parte del mio mondo e della cultura dei club che ho vissuto.

Ma oggi, guardandole con un po’ di distanza, mi rendo conto di una cosa.

Erano spesso grandi feste a Halloween.

Non necessariamente erano Halloween.

E la differenza, per me, sta tutta lì.

02 / HALLOWEEN NON COMINCIA ALLE UNDICI DI SERA

Quando penso all’Halloween americano che mi ha sempre affascinato, non penso prima alla discoteca.

Penso alle case.

Ai vialetti.

Alle decorazioni.

Alle zucche.

Ai bambini che preparano il costume giorni prima.

Alle famiglie che comprano caramelle perché sanno che qualcuno potrebbe bussare.

Alle porte illuminate.

Ai quartieri che per una sera diventano qualcosa di differente.

A quella frase che abbiamo sentito un milione di volte nei film:

Trick or treat?

Dolcetto o scherzetto?

È semplice.

Quasi banale.

Eppure dentro c’è una cosa enorme.

Partecipazione.

Halloween funziona davvero quando non è soltanto qualcosa che vai a vedere.

È qualcosa a cui il posto in cui vivi decide di partecipare.

03 / IL QUARTIERE DIVENTA PARTE DELLA FESTA

È questo che vorrei vedere molto di più anche qui.

Non soltanto la discoteca piena.

Non soltanto il locale che mette due ragnatele finte all’ingresso e scrive HALLOWEEN PARTY sul flyer.

Vorrei vedere la strada.

Le case.

Le famiglie.

I bambini.

I negozi.

Il quartiere.

Non serve trasformare ogni città italiana in un set cinematografico americano.

Non sto chiedendo questo.

Ma mi piacerebbe che il 31 ottobre fosse davvero percepibile fuori dai locali.

Che un bambino potesse indossare il proprio costume e sapere che bussando a qualche porta troverà qualcuno che ha deciso di stare al gioco.

Perché è proprio questo il significato che trovo bello.

Stare al gioco.

Per una notte.

04 / IO CASA LA ADDOBBO

Io lo faccio.

Halloween a casa mia deve vedersi.

Non una zucca messa lì perché oggi è il 31 ottobre.

Mi piace preparare l’atmosfera.

Decorazioni.

Luci.

Horror.

Colori.

Quel tipo di estetica che per una vita ho visto attraverso cinema e televisione.

Per qualche giorno voglio che casa cambi.

Che sembri appartenere alla festa.

E probabilmente qualcuno potrà dire:

“Ma quanti anni hai?”

Abbastanza per sapere che non mi interessa.

Perché a un certo punto della vita capisci che esistono pochissime ragioni valide per rinunciare a qualcosa che ti diverte senza fare male a nessuno.

Addobbare casa per Halloween è sicuramente una di quelle cose alle quali non vedo alcun motivo di rinunciare.

05 / NON È UNA QUESTIONE DI COPIARE L’AMERICA

E qui secondo me nasce l’equivoco.

Accogliere una tradizione proveniente da un’altra cultura non significa necessariamente cancellare la propria.

Le culture hanno sempre viaggiato.

Si sono incontrate.

Contaminate.

Modificate.

Abbiamo adottato musica.

Cibo.

Abiti.

Parole.

Film.

Tecnologie.

Forme di intrattenimento.

È praticamente impossibile immaginare una cultura moderna completamente impermeabile al resto del mondo.

Halloween non deve diventare improvvisamente una festa “italianissima” per avere il diritto di essere festeggiata.

Possiamo tranquillamente dire:

questa cosa viene da fuori e mi piace.

Fine.

Anzi, personalmente trovo molto più onesto questo che inventarsi genealogie improbabili pur di dimostrare che in fondo era già tutto nostro.

06 / LE ORIGINI SONO PIÙ COMPLESSE DI UNO SLOGAN

Naturalmente Halloween non nasce semplicemente a Hollywood.

Le sue radici attraversano secoli.

Tradizioni legate a Samhain.

La vigilia cristiana di Ognissanti.

Usanze europee.

Immigrazione irlandese e scozzese.

Trasformazioni successive negli Stati Uniti.

Come quasi tutte le grandi feste popolari, non nasce in un singolo giorno e non appartiene a una singola origine perfettamente isolabile.

Poi l’America fa quello che spesso l’America ha saputo fare benissimo con la cultura popolare.

La trasforma.

La codifica.

La rende visibile.

La esporta.

Zucche.

Costumi.

Trick or treat.

Cinema.

Televisione.

Merchandising.

E quell’immagine finisce per diventare quella che gran parte del mondo riconosce immediatamente come Halloween.

Va bene.

Ma se abbiamo scelto di prendere quella forma…

prendiamone anche la parte più interessante.

07 / DOLCETTO O SCHERZETTO NON È UN DETTAGLIO

Perché secondo me è proprio trick or treat a spiegare la differenza tra una festa e un evento commerciale.

Un bambino esce.

Un genitore lo accompagna.

Bussa.

Dall’altra parte qualcuno ha comprato delle caramelle sapendo che potrebbe succedere.

Si apre una porta.

Due persone che magari normalmente non avrebbero alcun motivo di parlarsi condividono per pochi secondi lo stesso rito.

Fine.

Piccolo.

Ma è così che una ricorrenza entra dentro una comunità.

Non deve essere spettacolare.

Deve essere condivisa.

Ed è questo che spesso abbiamo saltato.

Abbiamo preso il costume.

Abbiamo preso il party.

Abbiamo preso la grafica horror.

Abbiamo preso il marketing.

E qualche volta ci siamo dimenticati della porta alla quale bussare.

08 / HALLOWEEN È ANCHE HORROR

Naturalmente poi c’è quella parte.

La mia.

Film.

Maschere.

Mostri.

Michael Myers.

Jason.

Freddy.

Ghostface.

Tim Burton.

The Nightmare Before Christmas.

Zucche.

Case infestate.

Storie di fantasmi.

È il periodo dell’anno in cui qualcosa che normalmente dovrebbe inquietarci diventa divertimento.

E trovo bellissimo anche questo.

Per una sera prendiamo ciò che culturalmente associamo alla paura e lo trasformiamo in gioco.

La morte diventa scheletro di plastica appeso alla porta.

Il fantasma diventa costume.

Il mostro diventa maschera.

Il buio diventa decorazione.

Non eliminiamo la paura.

La addomestichiamo.

09 / E POI ANDIAMO PURE A BALLARE

Certo.

Non voglio assolutamente trasformare questa cosa in una guerra contro le serate Halloween.

Figurarsi.

Io ne ho organizzate alcune enormi.

E rifarei tranquillamente una grande notte di Halloween con produzione, artisti e migliaia di persone.

La discoteca è parte della festa.

Quello che dico è:

non dovrebbe essere tutta la festa.

Prima del club può esserci casa.

Prima della mezzanotte può esserci il quartiere.

Prima del DJ può esserci un film horror sul divano.

Prima del cocktail può esserci una ciotola piena di caramelle vicino alla porta.

E magari proprio quella combinazione rende la giornata diversa da una normale serata in maschera.

10 / LE FESTE SERVONO A SEGNARE IL TEMPO

Forse è questo che dimentichiamo.

Le feste non servono soltanto a commemorare qualcosa.

Servono a spezzare l’anno.

Natale non è soltanto il 25 dicembre.

È tutto quello che succede prima.

L’albero.

Le luci.

Le canzoni.

I regali.

L’attesa.

Halloween può funzionare allo stesso modo, in scala differente.

Prepari.

Decori.

Scegli un film.

Pensi al costume.

Compri le caramelle.

Aspetti il 31.

Il rito comincia prima della festa.

E senza rito rimane soltanto la data.

11 / “MA È UNA FESTA PER BAMBINI”

C’è poi un’altra frase che sento spesso.

“Halloween è una festa per bambini.”

No.

O almeno:

non soltanto.

I bambini probabilmente possiedono la parte più evidente.

Costumi.

Dolci.

Giochi.

La libertà di diventare qualcun altro per una sera.

Ma crescendo non perdiamo il bisogno dei rituali.

Diventiamo semplicemente molto più bravi a fingere di non averne bisogno.

Lavoro.

Responsabilità.

Scadenze.

Famiglia.

Problemi.

Conti.

Giornate che cominciano ad assomigliarsi.

A un certo punto anche un adulto ha bisogno di una data sul calendario che dica:

oggi possiamo fare qualcosa di diverso.

12 / ANCHE GLI ADULTI HANNO BISOGNO DI GIOCARE

Questa è una cosa che dovremmo ricordarci più spesso.

Giocare non significa necessariamente essere infantili.

Travestirsi non significa regredire.

Decorare casa non significa aver perso il contatto con la realtà.

Anzi.

Forse serve proprio perché con la realtà abbiamo fin troppo contatto.

Per una sera puoi indossare qualcosa che normalmente non indosseresti.

Guardare tre horror di fila.

Organizzare una cena a tema.

Andare a ballare.

Portare i bambini fuori.

Ridire.

Spaventarti volontariamente.

Mangiare metà delle caramelle che avevi comprato teoricamente per chi avrebbe bussato.

Spegnere la luce normale.

Accendere quella arancione.

Non serve giustificarlo con qualcosa di più profondo.

Ma una cosa profonda c’è comunque.

13 / IL RITO INTERROMPE LA NORMALITÀ

È questo che fanno i riti.

Segnano un confine.

Prima.

Durante.

Dopo.

Ci ricordano che il tempo non deve essere soltanto una sequenza indistinta di giornate produttive.

Qualcosa arriva.

Lo aspetti.

Lo prepari.

Lo vivi.

Poi finisce.

E proprio perché finisce, aspetterai il prossimo anno.

Forse Halloween mi piace anche per questo.

Perché è temporaneo.

Non voglio vivere tutto l’anno con scheletri alle finestre.

Ma per qualche giorno?

Assolutamente sì.

14 / LA CASA SI TRAVESTE CON TE

Ed è probabilmente questa l’immagine che più rappresenta la mia idea di Halloween.

Non basta il costume della persona.

Si traveste anche il posto.

La casa.

Il bar.

Il negozio.

La strada.

Il quartiere.

Per qualche ora il mondo quotidiano accetta di diventare qualcos’altro.

E questo produce atmosfera.

L’atmosfera produce memoria.

È la stessa ragione per cui alcune scene dei film rimangono dentro di noi.

Non ricordiamo soltanto cosa è successo.

Ricordiamo come ci faceva sentire quel luogo.

Halloween fa esattamente questo alla realtà.

15 / QUINDI SÌ, L’ABBIAMO IMPORTATA

E lo ripeto senza alcun problema.

Sì.

Abbiamo importato moltissimo dell’Halloween contemporaneo dalla cultura americana.

Benissimo.

Per me non è un’accusa.

È una descrizione.

Il punto è cosa decidiamo di farne una volta che arriva qui.

Possiamo ridurla a:

una serata.

una locandina.

un costume comprato alle sette di sera.

un drink chiamato Bloody Something.

Oppure possiamo prendere una parte in più.

L’attesa.

Il gioco.

Le famiglie.

I bambini.

Le case.

Il cinema.

Le decorazioni.

Il quartiere.

La comunità.

16 / SE DOBBIAMO IMPORTARLA, IMPORTIAMOLA DAVVERO

Non mi interessa convincere qualcuno ad amare Halloween.

Non devono piacere a tutti le stesse cose.

Se per qualcuno è una festa inutile, va benissimo.

Io invece la condivido.

La vivo.

La porto anche dentro casa mia.

E mi piacerebbe vedere sempre più persone fare la stessa cosa.

Non perché dobbiamo diventare americani.

Ma perché trovo bella l’idea che per una sera una comunità intera si dia il permesso di partecipare allo stesso gioco.

Addobba la casa.

Metti una zucca fuori.

Compra qualche caramella.

Porta fuori i bambini.

Guardati un horror.

Travestiti.

Vai a ballare.

Rimani a casa.

Fai ciò che vuoi.

Ma fallo sapendo che quella sera non deve essere per forza identica alle altre.

E soprattutto smettiamo di pensare che queste cose abbiano un limite d’età.

I bambini hanno bisogno di fantasia.

Gli adulti non smettono improvvisamente di averne bisogno.

Anzi.

Qualche volta ne hanno ancora di più.

Perché anche agli adulti servono tematiche.

Riti.

Appuntamenti.

Piccole interruzioni.

Qualcosa che spezzi la normalità.

Qualcosa che non abbia necessariamente un’utilità.

Qualcosa da aspettare soltanto perché ci diverte.

Per una notte possiamo essere meno seri.

Possiamo permetterci il buio sapendo che riaccenderemo la luce.

Possiamo aprire la porta ai mostri sapendo che, quasi certamente, dall’altra parte troveremo soltanto un bambino vestito male da vampiro.

E quando busserà, avremo una scelta.

Dolcetto o scherzetto?

Forse Halloween funziona ancora proprio perché, almeno una volta all’anno, ci ricorda che non dobbiamo scegliere sempre la risposta adulta.

Ogni tanto possiamo scegliere lo scherzetto.

Anche alla vita di tutti i giorni.

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