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8 MIN DI LETTURA

Dai libri a Hogwarts, dal cinema ai LEGO: cRASh racconta come Harry Potter sia diventato un immaginario condiviso, anche senza essere Potterhead irriducibili.

Scritto da cRASh

Harry Potter mi piace.

Molto.

Ma non sono mai stato quello che conosce ogni dettaglio a memoria, ogni genealogia, ogni formula, ogni minima differenza tra libro e film.

Non sono un Potterhead integralista.

E forse è proprio per questo che mi affascina ancora di più il fenomeno.

Perché Harry Potter è riuscito a fare qualcosa che pochissime saghe hanno fatto davvero:

uscire dalla storia.

Diventare linguaggio.

Diventare immaginario.

Diventare cultura pop.

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TUTTO PARTE DA UN LIBRO

Prima dei film.

Prima di Hogwarts sul grande schermo.

Prima dei parchi.

Prima dei LEGO.

Prima dei videogiochi.

Prima delle bacchette vendute ovunque.

C’erano i libri.

J.K. Rowling costruisce un mondo che parte da un’idea semplicissima e fortissima:

e se esistesse davvero una comunità magica nascosta accanto a noi?

Non in un altro universo.

Non in un altro pianeta.

Qui.

Dietro una parete.

Dietro una stazione.

Dietro una porta che non sappiamo vedere.

Ed è proprio questa vicinanza a rendere tutto così potente.

Il mondo di Harry Potter non sembra irraggiungibile.

Sembra nascosto.

E questa differenza cambia tutto.

IL BINARIO 9¾

Basta questo.

Un binario che non dovrebbe esistere.

Una barriera.

Una corsa.

E dall’altra parte un treno.

Il fascino di Harry Potter sta tutto lì.

Nel trasformare un luogo ordinario in una porta.

Una stazione.

Un castello.

Una scuola.

Un corridoio.

Una sala da pranzo.

Un bosco.

Tutto può essere normale.

Finché non smette di esserlo.

POI ARRIVA IL CINEMA

Ed è lì che la sfida diventa enorme.

Perché adattare Harry Potter non significava solo raccontare la storia di un ragazzo mago.

Significava prendere un mondo che milioni di lettori avevano già costruito nella testa e dargli una forma definitiva.

Hogwarts.

Diagon Alley.

Il Quidditch.

Le case.

Le uniformi.

Le bacchette.

Le creature.

I professori.

Tutto doveva diventare reale senza perdere quella sensazione di meraviglia.

E la cosa incredibile è che, per moltissime persone, il cinema ce l’ha fatta.

HOGWARTS

Hogwarts non è semplicemente una location.

È una macchina visiva perfetta.

Scale.

Corridoi.

Torri.

Quadri.

Candele.

Sale immense.

Biblioteche.

Passaggi segreti.

Pietra.

Legno.

Buio.

Luce calda.

Ogni cosa sembra costruita per dare la sensazione di stare dentro un posto antico, vivo, stratificato.

Non una scuola inventata.

Una scuola che, per qualche motivo, sembra esistere da secoli.

Ed è uno dei motivi per cui Harry Potter continua a funzionare così bene anche visivamente.

Hogwarts non sembra un set.

Sembra un luogo.

Il modello cinematografico di Hogwarts esposto a Leavesden
Il modello cinematografico di Hogwarts a Leavesden (2012). Foto Karen Roe, CC BY 2.0; originale non modificato.

IL CASTING

Poi c’è il cast.

E qui il lavoro è stato quasi chirurgico.

Daniel Radcliffe.

Emma Watson.

Rupert Grint.

Tre ragazzi che non dovevano soltanto interpretare Harry, Hermione e Ron.

Dovevano crescere insieme a loro.

E questa cosa, oggi, la diamo quasi per scontata.

Ma è enorme.

Li abbiamo visti cambiare davvero.

Volto.

Voce.

Corpo.

Modo di stare in scena.

E mentre i personaggi crescevano, crescevano anche loro.

È una delle ragioni per cui la saga ha una continuità emotiva così forte.

Non stai solo guardando otto film.

Stai guardando persone cambiare nel tempo.

ALAN RICKMAN

E poi c’è lui.

Severus Snape.

Alan Rickman.

Uno di quei casi in cui il personaggio e l’attore diventano quasi impossibili da separare.

La voce.

Il ritmo.

Le pause.

Quel modo di entrare in una stanza e far capire subito che l’aria è cambiata.

Snape è uno dei personaggi più complessi della saga.

All’inizio sembra quasi semplice da leggere.

Freddo.

Ostile.

Inquietante.

Poi il tempo cambia tutto.

E quando capisci davvero chi è, molte scene precedenti cambiano significato.

È questo che fanno i personaggi scritti bene.

Ti costringono a tornare indietro.

MCGRANITT, HAGRID, SILENTE

Maggie Smith.

Robbie Coltrane.

Richard Harris.

Michael Gambon.

Il cast adulto ha dato al mondo di Harry Potter una solidità enorme.

Non sembravano personaggi messi lì per riempire Hogwarts.

Sembravano persone che ci vivevano davvero.

McGranitt aveva autorità.

Hagrid aveva calore.

Silente aveva peso.

E questo equilibrio tra giovani protagonisti e attori adulti di enorme esperienza ha aiutato tantissimo la saga a non sembrare mai soltanto cinema per ragazzi.

JOHN WILLIAMS

E poi parte quella musica.

Bastano poche note.

Hedwig’s Theme.

Fine.

Non serve vedere il logo.

Non serve vedere Hogwarts.

Non serve vedere Harry.

Sai già dove sei.

E questa è una delle cose più potenti che una colonna sonora possa fare.

Diventare identità.

John Williams non ha semplicemente scritto musica per Harry Potter.

Ha dato alla saga un codice sonoro.

Mistero.

Meraviglia.

Magia.

Una specie di curiosità infantile mescolata a qualcosa di leggermente inquietante.

Perfetto.

IL TONO CAMBIA

Una delle cose che mi piace di più della saga cinematografica è che non resta uguale a se stessa.

I primi film sono più caldi.

Più luminosi.

Più vicini alla favola.

Poi qualcosa cambia.

Il colore.

La fotografia.

Il ritmo.

La paura.

La morte.

La crescita.

Il mondo magico perde progressivamente quella sensazione di rifugio.

Diventa più pericoloso.

Più adulto.

Più sporco.

E questa evoluzione funziona proprio perché segue quella dei personaggi.

NON È SOLO MAGIA

Il punto è che, sotto le bacchette e gli incantesimi, Harry Potter parla di cose molto semplici.

Amicizia.

Paura.

Scelta.

Lealtà.

Perdita.

Famiglia.

Pregiudizio.

Potere.

Responsabilità.

Morte.

Ed è proprio questa base umana che rende credibile tutto il resto.

La magia funziona perché sotto c’è qualcosa di reale.

HARRY POTTER È DIVENTATO CULTURA POP

Ed è qui che secondo me la saga ha fatto il salto definitivo.

A un certo punto Harry Potter ha smesso di essere semplicemente una serie di libri e film.

È diventato riconoscibile anche per chi non li ha mai letti tutti.

Le quattro case.

Grifondoro.

Serpeverde.

Tassorosso.

Corvonero.

La bacchetta.

La cicatrice.

La civetta.

La sciarpa.

Il binario 9¾.

La burrobirra.

Il Quidditch.

La parola Hogwarts.

Sono diventati simboli.

Oggetti.

Citazioni.

Meme.

Costumi.

Regali.

Collezionismo.

Identità.

E SÌ, QUALCOSA COLLEZIONO ANCH’IO

Non sono il tipo che deve avere tutto.

Ma qualcosa di Harry Potter lo tengo.

Perché certi oggetti funzionano come piccoli frammenti di immaginario.

Una bacchetta.

Un LEGO.

Un pezzo particolare.

Non serve riempire una stanza.

Basta qualcosa che, guardandolo, ti riporti immediatamente lì.

Ed è questo il bello del merchandising quando funziona davvero.

Non stai comprando soltanto un oggetto.

Stai comprando un pezzetto di mondo.

LEGO

E Harry Potter con LEGO funziona in maniera quasi naturale.

Perché Hogwarts è perfetta da costruire.

Torri.

Sale.

Castello.

Personaggi.

Scene.

È uno di quei casi in cui il merchandising non sembra nemmeno forzato.

Il mondo è già modulare.

Già fatto di luoghi.

Già pieno di oggetti riconoscibili.

E quindi ricostruirlo fisicamente ha senso.

I VIDEOGIOCHI

Poi c’è il gaming.

Harry Potter ha avuto videogiochi per anni.

Ma con Hogwarts Legacy è successa una cosa interessante.

Il mondo ha dimostrato di poter funzionare anche senza Harry come centro assoluto.

E questa è forse una delle prove più forti della solidità dell’universo.

Perché quando un mondo riesce a sopravvivere al protagonista, allora significa che è diventato davvero grande.

Hogwarts non ha bisogno di Harry per essere interessante.

È Harry che, a un certo punto, è diventato parte di qualcosa di più grande.

I LUOGHI REALI

Questa è una cosa che capisco perfettamente.

Andare nei luoghi dove Harry Potter è stato girato.

Vedere certi castelli.

Certi corridoi.

Le stazioni.

I paesaggi.

I set.

Perché?

Perché Harry Potter ha costruito un mondo abbastanza forte da farti venire voglia di cercarlo anche fuori dallo schermo.

E questa cosa mi piace tantissimo.

Non perché io debba vivere fingendo che Hogwarts esista davvero.

Ma perché il cinema, quando funziona bene, crea un legame con i luoghi.

E quando poi quei luoghi esistono davvero, andarci diventa quasi un modo per toccare un pezzo dell’immaginario.

I PARCHI

Poi arrivano i parchi.

E lì il confine si rompe del tutto.

Diagon Alley.

Hogsmeade.

Hogwarts.

La burrobirra.

Le vetrine.

Le bacchette.

A quel punto non stai più guardando il mondo.

Ci cammini dentro.

È questo che la cultura pop sa fare quando raggiunge il livello massimo.

Trasforma un’idea in spazio fisico.

NON SERVE ESSERE FANATICI

Ed è forse questa la cosa che mi interessa di più.

Non serve essere ossessionati da Harry Potter per capirne il peso.

Non serve sapere ogni incantesimo.

Non serve ricordare ogni personaggio secondario.

Puoi semplicemente guardare quello che è successo.

Libri.

Cinema.

Musica.

Videogiochi.

LEGO.

Parchi.

Moda.

Cosplay.

Turismo.

Collezionismo.

Intere generazioni che continuano a usare simboli nati dentro quella storia.

Questa non è più soltanto una saga.

È cultura.

LA MAGIA FUNZIONA PERCHÉ HA REGOLE

E forse questa è una delle ragioni per cui quel mondo regge ancora.

Non è magia casuale.

Ha regole.

Scuole.

Oggetti.

Gerarchie.

Storia.

Leggi.

Ministeri.

Sport.

Economia.

Famiglie.

Conflitti.

Il mondo magico sembra avere una struttura.

E quando costruisci bene le regole di un universo, il pubblico comincia a credere che possa continuare a esistere anche quando la storia principale finisce.

CRASHVERSE VERDICT

Harry Potter mi piace.

Mi fa sognare.

Ogni tanto ci torno.

Qualcosa lo colleziono.

E capisco perfettamente chi decide di prendere un aereo e andare a vedere uno dei luoghi in cui quel mondo è stato costruito.

Ma non devo essere un fanatico per riconoscere ciò che è successo.

Harry Potter ha fatto qualcosa di enorme.

Ha preso la magia e l’ha resa quotidiana.

Ha trasformato una scuola immaginaria in uno dei luoghi più riconoscibili della cultura pop.

Ha fatto diventare una colonna sonora un passaporto.

Una bacchetta un simbolo.

Una casa un’identità.

Un binario una porta.

E forse questa è la cosa che mi affascina di più.

La saga è finita da anni.

Ma il mondo continua a funzionare.

Continua a produrre storie.

Oggetti.

Giochi.

Viaggi.

Ricordi.

Curiosità.

E ogni volta che partono quelle prime note di John Williams succede ancora una cosa molto semplice.

Per qualche secondo, anche senza essere un Potterhead irriducibile, ti viene voglia di vedere se quella lettera è arrivata anche per te.


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