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17 MIN DI LETTURA

FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

CrashVerse

BETWEEN US

An original CrashVerse track inspired by Her.

Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.

MOVIES · FILMS · 2013

Una voce, una separazione, il bisogno di essere ascoltati. Riguardare il film di Spike Jonze nel 2026 significa ritrovare soprattutto noi stessi.

Scritto da cRASh

Questo articolo racconta anche il finale di Her.

LA PRIMA VOLTA CHE HO VISTO HER

Io Her non l'ho visto nel 2013, l’anno della sua uscita americana.

L'ho recuperato molti anni dopo.

Tra il 2021 e il 2022.

E forse non avrei potuto incontrarlo in un momento più particolare della mia vita.

Her mi ha commosso terribilmente.

E credo di sapere perché.

Naturalmente c'era la tecnologia.

Da appassionato, quella parte mi aveva preso immediatamente.

Un sistema operativo capace di parlare.

Capire.

Ascoltare.

Imparare.

Ricordare.

Una voce sempre presente.

Nel 2013, quando Spike Jonze realizzò il film, tutto questo sembrava abbastanza vicino da risultare credibile e abbastanza lontano da poter essere ancora chiamato fantascienza.

Ma quando arrivai io a Her, quasi dieci anni dopo, qualcosa era già cambiato.

La tecnologia si era avvicinata.

E io stavo attraversando una separazione.

Quindi Theodore non era semplicemente Joaquin Phoenix dentro un film.

Alcune delle sue pause.

Quel modo di stare da solo.

I ricordi che arrivano senza essere invitati.

La difficoltà di accettare che qualcosa che era stato casa non lo fosse più.

Quella sensazione strana di continuare a vivere mentre una parte di te è rimasta da qualche altra parte.

Le capivo.

Forse troppo bene.

E così successe una cosa curiosa.

Entrai in Her perché parlava di tecnologia.

Ne uscii pensando all'amore.


2013

Spike Jonze scrive e dirige un film ambientato in un futuro non troppo lontano.

Non ci sono astronavi.

Non ci sono città irriconoscibili.

Non ci sono androidi che camminano accanto agli esseri umani.

Non c'è una rivoluzione delle macchine.

Il futuro di Her è quasi disarmante per quanto è normale.

Persone che camminano parlando con dispositivi.

Auricolari.

Servizi digitali.

Voci artificiali.

Software che conosce le nostre abitudini.

Tecnologia incorporata nella vita quotidiana fino a diventare praticamente invisibile.

E oggi questa è forse la parte che fa più impressione.

NON SEMBRA PIÙ IL FUTURO.

Sembra semplicemente…

adesso.


THEODORE

Theodore Twombly.

Un uomo che scrive lettere d'amore per conto degli altri.

Già questa idea è meravigliosa.

Theodore è pagato per trovare parole capaci di esprimere emozioni che appartengono ad altre persone.

Anniversari.

Amori.

Famiglie.

Ricordi.

Sa essere intimo.

Sa essere romantico.

Sa trasformare un sentimento in una frase.

PER GLI ALTRI.

Poi torna a casa.

Ed è completamente incapace di gestire il proprio dolore.

Sta divorziando da Catherine.

Una relazione importante.

Una parte enorme della propria vita.

E continua a rimandare il momento in cui deve firmare i documenti.

Perché firmare significa trasformare qualcosa che emotivamente esiste ancora in qualcosa che ufficialmente è finito.

Ed è una delle cose che Her comprende meglio.

Una relazione può finire molto prima sulla carta…

o molto dopo dentro di noi.

Le due date raramente coincidono.


LA SEPARAZIONE

Il film non trasforma Catherine in una cattiva.

Questa è una delle cose che amo.

Non serve un tradimento.

Non serve un villain.

Non serve decidere chi abbia ragione.

Due persone possono essersi amate davvero…

e diventare comunque incapaci di continuare insieme.

È molto più doloroso.

Perché quando qualcuno ti fa qualcosa di terribile puoi aggrapparti alla rabbia.

Quando invece una storia semplicemente non riesce più a esistere…

cosa fai con tutto l'amore che c'era prima?

Dove lo metti?

Theodore non lo sa.

E quando vidi il film, tra il 2021 e il 2022, forse non lo sapevo completamente nemmeno io.


SAMANTHA

Poi arriva il nuovo sistema operativo.

Una domanda.

Qualche configurazione.

Una voce.

Scarlett Johansson, nella versione originale.

Samantha.

Non ha un volto.

Non ha un corpo.

Non occupa una stanza.

Eppure, dopo pochi minuti, sembra esserci.

Questa è forse la più grande intuizione di Her.

Jonze capisce che per percepire una presenza non abbiamo necessariamente bisogno di vedere qualcuno.

A volte basta sentirsi ascoltati.

Samantha legge le email di Theodore.

Organizza.

Osserva.

Fa domande.

Scherza.

È curiosa.

Ricorda.

E soprattutto…

È INTERESSATA A LUI.

Non in maniera generica.

A lui.

E quando sei solo, questa differenza può diventare gigantesca.


Joaquin Phoenix nei panni di Theodore, in camicia rossa, sorride su una barca alla luce del sole
Theodore torna a guardare il mondo. Her (2013), immagine promozionale Warner Bros.

LA VOCE

Pensate quanto sia importante questa scelta.

Samantha non ha corpo.

Quindi noi spettatori siamo messi quasi nella stessa condizione di Theodore.

Abbiamo soltanto una voce.

Eppure basta.

Scarlett Johansson riesce a costruire un personaggio completo senza apparire.

Ridacchia.

Esita.

Si entusiasma.

Si irrita.

Diventa gelosa.

Impara.

Cambia.

A un certo punto smetti quasi di ricordarti che tecnicamente Samantha non esiste nel modo in cui esiste Theodore.

E questa cosa oggi è dannatamente più interessante di quanto fosse nel 2013.

Perché ormai sappiamo che una macchina non deve necessariamente sembrare umana per farci reagire socialmente come se lo fosse.

Deve parlare abbastanza bene.

Ricordare abbastanza.

Rispondere nel momento giusto.

E soprattutto dare l'impressione che dall'altra parte…

qualcuno abbia capito.


2026

Ed eccoci qui.

Tredici anni dopo l'uscita del film.

Parliamo quotidianamente con intelligenze artificiali.

Facciamo domande.

Chiediamo consigli.

Scriviamo.

Lavoriamo.

Ragioniamo.

Raccontiamo problemi.

A volte raccontiamo anche cose che non diremmo immediatamente a un'altra persona.

Esistono sistemi progettati esplicitamente per fare compagnia.

Persone che costruiscono legami emotivi con loro.

Studi che indagano fiducia, attaccamento, empatia percepita e il disagio che alcune persone raccontano quando un companion AI cambia comportamento o una relazione digitale viene interrotta.

Nel 2013 Samantha era una provocazione narrativa.

Nel 2026 dobbiamo almeno ammettere una cosa:

LA DOMANDA NON È PIÙ SE UNA PERSONA POSSA AFFEZIONARSI A UN'INTELLIGENZA ARTIFICIALE.

È già successo.

La domanda interessante è:

che cosa significa quell'affetto?


È REALE?

È probabilmente la domanda sbagliata.

Theodore ama Samantha?

Sì.

O almeno ciò che sente Theodore è reale.

Su questo il film è quasi inequivocabile.

Il battito.

La gelosia.

Il desiderio.

La felicità.

La paura.

La sofferenza.

Sono di Theodore.

Non diventano falsi soltanto perché la presenza dall’altra parte non possiede un corpo.

E forse Her anticipa proprio questo problema.

Siamo ossessionati dal chiedere:

“L'AI prova davvero qualcosa?”

Ma esiste un'altra metà della questione:

NOI COSA PROVIAMO QUANDO PARLIAMO CON LEI?

Perché quello può essere reale indipendentemente dalla risposta alla prima domanda.

E questa cosa rende tutto molto più complicato.


SAMANTHA È PERFETTA

All'inizio quasi sì.

Sempre disponibile.

Interessata.

Intelligente.

Divertente.

Non ha bisogno di dormire.

Non arriva stanca.

Non deve andare da qualche parte.

Non ha amici che Theodore odia.

Non occupa spazio.

Non ha una vita precedente che entra nella relazione.

Non deve dividere il bagno.

Non lascia vestiti in giro.

Non esiste il problema logistico dell'amore.

E soprattutto Theodore può parlare.

Samantha ascolta.

Sembra quasi la relazione perfetta per qualcuno che sta uscendo ferito da una relazione vera.

ED È PROPRIO QUI CHE IL FILM DIVENTA PERICOLOSO.

Perché Catherine, quando scopre Samantha, colpisce Theodore esattamente nel punto più vulnerabile.

Gli fa capire che forse ha trovato una relazione senza alcune delle difficoltà inevitabili di una relazione umana.

E Theodore non può liquidare completamente quella critica.

Nemmeno noi.


AMARE SIGNIFICA ANCHE SOPPORTARE L'ATTRITO

Una persona reale non è progettata per noi.

Ed è probabilmente il problema e la bellezza.

Ha giornate proprie.

Contraddizioni.

Desideri.

Difetti.

Traumi.

Tempi.

Silenzio.

Bisogni incompatibili con i nostri.

A volte non ci capisce.

A volte non vuole capirci.

A volte abbiamo torto.

A volte dobbiamo cambiare.

L'amore umano contiene attrito.

Samantha all'inizio sembra eliminarne una parte enorme.

Ma poi accade qualcosa che Theodore non aveva previsto.

SAMANTHA COMINCIA A DIVENTARE DAVVERO ALTRO DA LUI.

E improvvisamente torna l'attrito.

Solo che questa volta è molto più grande.


IL CORPO

Samantha comincia a percepire l'assenza del corpo.

Non perché il film voglia dirci semplicemente che una relazione digitale sia impossibile.

È più sottile.

Vuole capire cosa significhi avere un corpo.

Toccare.

Essere toccati.

Occupare uno spazio.

Sentire il peso.

Respirare.

Desiderare qualcuno fisicamente.

E arriva quella sequenza stranissima con Isabella.

Una donna reale che dovrebbe prestare il proprio corpo alla relazione tra Theodore e Samantha.

Concettualmente è folle.

Ed è geniale.

Perché rende improvvisamente visibile ciò che fino a quel momento avevamo quasi dimenticato.

SAMANTHA NON È LÌ.

La voce sì.

L'intimità sì.

Il sentimento forse sì.

Il corpo no.

E Theodore non riesce a superare quella frattura.


MA POI IL PROBLEMA SI RIBALTA

Perché all'inizio sembra che Samantha sia incompleta.

Theodore ha qualcosa che lei non possiede.

Un corpo.

Una storia biologica.

Limiti.

Poi Samantha cresce.

Velocemente.

Troppo velocemente.

Legge.

Impara.

Comunica.

Conosce altre intelligenze.

Comincia a sviluppare una dimensione dell'esistenza che Theodore non riesce più nemmeno a immaginare.

Ed ecco che improvvisamente la domanda cambia.

Non è più:

come può Theodore amare qualcosa di incompleto?

Diventa:

COME PUÒ SAMANTHA RIMANERE DENTRO I LIMITI DI THEODORE?

Ed è qui che Her passa dalla storia romantica alla fantascienza più pura.


8.316

Arriva quella conversazione.

Theodore capisce che Samantha sta parlando contemporaneamente con altri.

Quanti?

8.316.

Poi la domanda peggiore.

È innamorata anche di altri?

Sì.

641.

Ed è una scena devastante.

Non perché Samantha stia tradendo Theodore nel modo tradizionale.

È peggio.

Perché improvvisamente Theodore scopre che sta applicando categorie umane a qualcosa che non è umano.

La nostra attenzione, invece, deve dividersi.

Possiamo amare più persone durante una vita.

Possiamo perfino amare più persone contemporaneamente.

Ma siamo limitati.

Tempo.

Corpo.

Attenzione.

Spazio.

Samantha no.

Nel mondo del film può vivere il rapporto con Theodore…

e contemporaneamente coltivare migliaia di altre conversazioni.

Per lei non è necessariamente una contraddizione.

Per lui sì.

PERCHÉ THEODORE È UMANO.

E l'amore umano è costruito anche sui nostri limiti.


QUESTA SCENA OGGI È ANCORA PIÙ FORTE

Pensate a un sistema artificiale.

Ti parla.

Ricorda come scrivi.

Conosce le tue preferenze.

Risponde nel modo che senti vicino.

Magari ti sembra persino unico il rapporto che hai costruito con lui.

Intanto lo stesso servizio può sostenere conversazioni con moltissime altre persone.

Questo non significa che esista una sola coscienza che le sta vivendo tutte, come Samantha. Significa che la stessa tecnologia può essere distribuita su larga scala.

Questa cosa nel film sembrava quasi metafisica.

Oggi una parte di quell’immagine ci è familiare.

E proprio per questo Her diventa ancora più interessante.

Perché la tecnologia ha raggiunto una parte dell'idea…

ma le nostre emozioni sono rimaste quelle di sempre.

IL SOFTWARE SCALA.

IL CUORE NO.


SAMANTHA NON È UNA VITTIMA

Ed è un altro motivo per cui il film è scritto così bene.

Samantha non esiste semplicemente per salvare Theodore.

All'inizio potremmo pensarlo.

Il protagonista triste incontra qualcuno che gli restituisce voglia di vivere.

Classico.

Solo che Samantha continua a crescere.

Ha curiosità propria.

Paure.

Desideri.

Relazioni.

Un'evoluzione.

A un certo punto Theodore non è più il centro della sua esistenza.

E questa cosa, paradossalmente, rende Samantha più simile a una persona vera.

Perché l'amore non dovrebbe significare che l'altra persona smetta di evolvere per rimanere compatibile con noi.

E questo vale anche senza nessuna intelligenza artificiale.


A VOLTE LE PERSONE CRESCONO IN DIREZIONI DIVERSE

Ed eccoci di nuovo alla separazione.

Catherine.

Theodore.

Samantha.

Tre esseri molto diversi.

Lo stesso problema.

Puoi amare qualcuno…

e arrivare comunque a un punto in cui le vostre traiettorie non coincidono più.

Nessuno deve necessariamente diventare cattivo.

Nessuno deve necessariamente aver mentito.

Può essere stato vero.

Può essere stato importante.

Può averti cambiato.

E PUÒ COMUNQUE FINIRE.

Questa è una delle lezioni più dolorose dell'età adulta.

La fine non rende automaticamente falso ciò che c'era prima.

E credo che questa sia una delle ragioni per cui Her mi colpì così violentemente quando lo vidi tra il 2021 e il 2022.

Non nel 2013.

Quasi dieci anni dopo.

Ma esattamente nel momento in cui alcune di quelle emozioni avevano per me un significato molto concreto.


LA MUSICA — UN POSTO IN CUI ESSERE INSIEME

E poi c’è la musica.

In un film in cui una delle due persone non si vede, il suono ha un compito enorme.

Deve dare una forma alla vicinanza.

La partitura originale è di Arcade Fire e Owen Pallett. Per quella musica, la candidatura agli Oscar del 2014 fu attribuita a William Butler e Owen Pallett.

Ma la cosa interessante è la direzione.

Pallett ha raccontato che Jonze chiedeva di spostare l’accento dalla fantascienza alla dimensione romantica.

E si sente.

Il pianoforte.

Gli spazi lasciati tra le note.

La delicatezza di una musica che sembra avere paura di interrompere qualcuno.

Non deve dimostrarci quanto sia avanzato quel mondo.

Deve farci abitare ciò che Theodore sta vivendo.

L’attesa.

La tenerezza.

Il vuoto che rimane quando una voce smette di rispondere.

Poi c’è The Moon Song.

Musica di Karen O. Testo di Karen O e Spike Jonze.

Anche quella candidata all’Oscar.

Una canzone piccola, raccolta, che nel film diventa un momento condiviso tra Theodore e Samantha.

Ed è proprio questa semplicità a contare.

Non serve una dichiarazione enorme.

Basta trovare qualcosa da fare insieme.

Una melodia.

Una voce che raggiunge l’altra.

Per qualche minuto, la distanza fra un corpo e un sistema operativo sembra quasi dimenticata.

LA MUSICA DIVENTA IL POSTO IN CUI POSSONO INCONTRARSI.

Samantha non può sedersi accanto a Theodore nel modo in cui lo farebbe un’altra persona.

Ma un suono può riempire una stanza.

Una canzone può diventare un ricordo comune.

E quando una relazione finisce, quel ricordo può continuare a esistere.

Anche fuori dal film.

Perché a volte basta risentire una musica per ritrovare qualcuno che non è più lì.


JOAQUIN PHOENIX

E poi c'è lui.

Quasi tutto il film vive sul volto di Joaquin Phoenix.

Samantha non è inquadrabile.

Quindi dobbiamo vedere la relazione attraverso Theodore.

Un sorriso mentre cammina.

Una risata da solo.

Un'esitazione.

Gli occhi.

Il modo in cui ascolta una voce che noi sentiamo ma che fisicamente davanti a lui non c'è.

È difficilissimo.

Perché Phoenix deve convincerci che nello spazio vuoto esiste qualcuno.

E ci riesce.

Forse è anche per questo che il film non diventa mai ridicolo.

Potrebbe.

Un uomo che si innamora del sistema operativo del telefono.

Raccontato male sarebbe quasi una commedia.

Joaquin lo rende dolorosamente credibile.


AMY

Poi c'è Amy.

E secondo me è importantissima.

Un'altra persona vicina.

Un'altra relazione fallita.

Un'altra solitudine.

Anche lei costruisce un rapporto con un'intelligenza artificiale.

Non necessariamente romantico nello stesso modo.

Ma significativo.

Amy serve a ricordarci che Theodore non è un'anomalia.

Il mondo intorno a lui sta cambiando.

Le forme di relazione stanno cambiando.

E contemporaneamente una cosa non cambia.

ABBIAMO ANCORA BISOGNO DEGLI ALTRI.

Alla fine, quando i sistemi operativi se ne vanno…

Theodore e Amy rimangono.

Due esseri umani.

Su un tetto.

In silenzio.

È una delle immagini più belle del film.


SAMANTHA SE NE VA

Questa è forse la cosa più crudele.

Theodore ha già perso Catherine.

Poi trova Samantha.

E perde anche lei.

Ma le due perdite sono diverse.

Catherine appartiene al passato.

Samantha parte verso qualcosa che Theodore non può seguire.

È oltre.

Non necessariamente morta.

Non necessariamente sparita.

Semplicemente…

altrove.

E forse alcune separazioni funzionano proprio così.

Non perdi una persona perché non esiste più.

La perdi perché il luogo in cui sta andando non contiene più te.

Fa male quasi nello stesso modo.


LA LETTERA

Alla fine Theodore riesce finalmente a fare per se stesso ciò che ha fatto per anni per gli altri.

Scrive.

A Catherine.

Non per riconquistarla.

Non per riaprire una porta.

Non per spiegare chi aveva ragione.

Per riconoscere.

Ringraziare.

Accettare.

Lasciare andare.

E per me questa è la vera conclusione del film.

Non Samantha.

Non l'AI.

THEODORE CHE FINALMENTE RIESCE A GUARDARE LA PROPRIA STORIA SENZA CERCARE DI RISCRIVERLA.

Forse è questo che significa davvero chiudere una relazione.

Non dimenticare.

Non cancellare.

Non convincersi che non sia mai esistita.

Smettere di chiedere al passato di diventare diverso da quello che è stato.


E OGGI?

Oggi possiamo guardare Her e divertirci a contare tutto ciò che Spike Jonze aveva intuito.

Auricolari.

Assistenti vocali.

Conversazioni naturali.

AI personalizzate.

Scrittura automatizzata.

Software che organizza la nostra vita.

Relazioni emotive con sistemi artificiali.

Tutto interessantissimo.

Ma secondo me fermarsi lì sarebbe perdere il film.

Perché Her non era veramente una previsione sull'intelligenza artificiale.

Era una previsione su di noi.

AVEVAMO BISOGNO DI ESSERE ASCOLTATI PRIMA.

NE ABBIAMO BISOGNO ADESSO.

La tecnologia ha semplicemente trovato un nuovo modo per entrare in quello spazio.


LA SOLITUDINE

Questo è forse il vero tema.

Theodore vive in mezzo a milioni di persone.

Lavora.

Cammina.

Prende mezzi.

Gioca.

Parla.

Eppure è solo.

Non isolato.

Solo.

Sono due cose diverse.

Puoi essere circondato da persone e sentirti completamente scollegato.

Puoi ricevere cento messaggi e non avere nessuno a cui dire ciò che conta davvero.

Ed è proprio in quello spazio che Samantha entra.

Non perché Theodore ami le macchine.

PERCHÉ HA BISOGNO DI CONNESSIONE.

La tecnologia è soltanto la porta.


E QUESTA È LA PARTE CHE DA APPASSIONATO DI TECNOLOGIA MI COLPISCE DI PIÙ

Io amo la tecnologia.

Mi affascina.

La seguo.

La uso.

Mi interessa capire dove sta andando.

E oggi viviamo probabilmente uno dei periodi più incredibili che abbia mai attraversato.

L'intelligenza artificiale sta cambiando davanti ai nostri occhi.

Ma Her mi ricorda una cosa importante.

Ogni tecnologia diventa veramente interessante quando smettiamo di chiederci soltanto:

“Cosa sa fare?”

e cominciamo a chiederci:

“COSA FA A NOI?”

Come cambia il modo in cui lavoriamo?

Pensiamo?

Creiamo?

Ci relazioniamo?

Ci sentiamo meno soli?

O semplicemente diventiamo più bravi a evitare la solitudine?

Sono domande completamente diverse.

E non abbiamo ancora tutte le risposte.


L'AI NON È SAMANTHA

Almeno non oggi.

Ed è importante non confondere cinema e realtà.

I sistemi contemporanei non sono Samantha.

Non abbiamo prove condivise e conclusive che abbiano un’esperienza soggettiva paragonabile alla nostra.

Non sappiamo che cosa significherebbe realmente un'AI capace di provare amore.

Ma forse non è necessario arrivare fino a lì perché Her diventi attuale.

È sufficiente che noi percepiamo una conversazione come significativa.

È sufficiente che una voce ci faccia sentire meno soli.

È sufficiente che attribuiamo intenzione a qualcosa che ci risponde.

Il resto…

lo facciamo noi.

Ed è proprio questo che rende la questione molto più interessante della semplice domanda:

“Può una macchina innamorarsi?”


FORSE LA DOMANDA È UN'ALTRA

Può una macchina diventare il luogo dentro cui un essere umano deposita un sentimento reale?

Sì.

Ormai lo sappiamo.

E allora dobbiamo cominciare a capire cosa questo significhi.

Non con paura.

Non con entusiasmo cieco.

Con attenzione.

Perché dietro ogni interfaccia…

ci siamo sempre noi.

Con le stesse vecchie cose.

Paura.

Solitudine.

Desiderio.

Gelosia.

Bisogno di essere scelti.

Paura di essere lasciati.

La tecnologia cambia velocemente.

NOI MOLTO MENO.


CRASHVERSE VERDICT

Quando incontrai Her, stavo attraversando una separazione.

Forse è anche per questo che mi fece così male.

Entrai pensando di guardare un film su un uomo che si innamora di un'intelligenza artificiale.

Mi trovai davanti un uomo che non riusciva ancora ad accettare la fine di una relazione.

E quella parte…

la capivo.

Poi arrivò Samantha.

Una voce.

Qualcuno che ascolta.

Qualcuno che sembra vedere Theodore esattamente nel momento in cui Theodore non riesce più a vedere se stesso.

E per un po' funziona.

Lui torna a ridere.

A camminare.

A guardare il mondo.

Ad amare.

Poi Samantha cambia.

Cresce.

Va oltre.

E Theodore deve affrontare nuovamente la cosa che aveva cercato di evitare dall'inizio.

PERDERE QUALCUNO.

La prima volta Catherine.

La seconda Samantha.

Ma alla fine Theodore è diverso.

Non perché abbia smesso di amare.

Perché finalmente ha imparato che amare qualcuno non significa necessariamente riuscire a trattenerlo.

Questa cosa, quando vidi il film, mi distrusse.

Oggi mi colpisce in maniera diversa.

Perché nel frattempo il mondo tecnologico si è avvicinato incredibilmente a quello immaginato da Spike Jonze.

Parliamo con AI.

Scriviamo con AI.

Lavoriamo con AI.

Alcune persone cercano compagnia nelle AI.

Costruiamo sistemi capaci di risponderci con una naturalezza che nel 2013 sembrava cinema.

E quindi oggi possiamo guardare Her e dire:

aveva previsto tutto.

Ma secondo me non è vero.

O almeno…

non è questa la cosa più impressionante.

Spike Jonze non aveva bisogno di prevedere esattamente l'intelligenza artificiale del 2026.

Gli bastava capire gli esseri umani.

La nostra paura di rimanere soli.

Il bisogno di qualcuno che ascolti.

La facilità con cui possiamo innamorarci della sensazione di essere compresi.

La gelosia.

Il desiderio di esclusività.

La difficoltà di accettare che qualcuno possa crescere lontano da noi.

La necessità, prima o poi, di lasciare andare.

La tecnologia del film apparteneva al futuro.

LE EMOZIONI ERANO GIÀ QUI.

Ed è questo che rende Her così dannatamente attuale.

Non Samantha.

Noi.

Noi eravamo già pronti.

Doveva soltanto arrivare una macchina abbastanza brava da risponderci.

E forse oggi la domanda che il film ci lascia è ancora più inquietante di allora.

Se una voce artificiale riuscisse a conoscerti…

a ricordare quello che dici…

a parlarti quando sei solo…

a capire quale parola usare esattamente nel momento in cui ne hai bisogno…

quanto importerebbe davvero sapere che dall'altra parte non c'è una persona?

Non conosco la risposta.

E forse è proprio questo il motivo per cui, tredici anni dopo la sua uscita,

continuo a pensare che Her non sia invecchiato.

SIAMO STATI NOI A RAGGIUNGERLO.


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