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TV & SERIES · DAVID LYNCH & MARK FROST

Scritto da cRASh

NON È UNA SERIE CHE HO GUARDATO

È una serie in cui sono cresciuto.

E questa differenza, per me, conta tantissimo.

Twin Peaks non è semplicemente uno dei titoli che amo di più.

È qualcosa che torna.

Continuamente.

La riguardo ancora oggi.

Due.

Tre volte l’anno.

E ogni volta succede la stessa cosa.

Parte quella musica.

Compare quella strada.

La nebbia.

Gli alberi.

Il cartello.

WELCOME TO TWIN PEAKS.

E io, in qualche modo, torno a casa.

DA BAMBINO VOLEVO ESSERE DALE COOPER

Letteralmente.

Kyle MacLachlan per me non era semplicemente un attore.

Era Dale Cooper.

Punto.

Lo imitavo.

Il modo di parlare.

L’atteggiamento.

Perfino il taglio di capelli.

A quell’età non pensi alla regia.

Non pensi alla scrittura.

Non pensi al surrealismo.

Vedi un personaggio e pensi:

voglio essere lui.

Cooper aveva qualcosa di completamente diverso dagli altri protagonisti televisivi.

Era intelligente.

Strano.

Gentile.

Attento.

Ironico.

Capace di entrare in una stanza piena di oscurità e fermarsi comunque a parlare del caffè.

Era serissimo.

E contemporaneamente assurdo.

Perfetto.

Dale Cooper, il Double R e un gufo nell’immagine promozionale di Twin Peaks
Twin Peaks, immagine promozionale ufficiale. Fonte: Paramount+. Diritti dei rispettivi titolari.

IL CAFFÈ

Twin Peaks ha fatto una cosa incredibile.

Ha trasformato un caffè in un simbolo.

Una fetta di cherry pie in un rito.

Un registratore in un compagno.

Una cittadina nel nulla in uno dei luoghi più riconoscibili della televisione.

Cooper non si limita a investigare.

Osserva.

Ascolta.

Assaggia.

Si ferma.

E in un mondo in cui tutti sembrano nascondere qualcosa, lui continua ad avere curiosità.

Forse è anche per questo che mi piace così tanto.

LAURA PALMER

Poi c’è lei.

Laura.

La ragazza morta.

La ragazza viva.

La ragazza che tutti conoscono.

E che nessuno conosce davvero.

Twin Peaks comincia con il suo corpo.

Ma non parla davvero della sua morte.

Parla di ciò che succede quando scopri che una persona può avere una vita che nessuno intorno a lei aveva mai compreso completamente.

“CHI HA UCCISO LAURA PALMER?”

È stata la domanda.

Quella che ha trascinato milioni di persone dentro Twin Peaks.

Ma col tempo capisci che non era la domanda più importante.

La vera domanda era:

chi era Laura Palmer?

E forse ancora più in profondità:

quanto possiamo conoscere davvero qualcuno?

LA CITTÀ

Twin Peaks sembra bellissima.

Boschi.

Montagne.

Acqua.

Case.

Diner.

Una piccola comunità.

Persone che si conoscono.

Tutto apparentemente tranquillo.

Poi inizi a entrare.

E scopri che sotto quella superficie c’è di tutto.

Tradimenti.

Violenza.

Paura.

Segreti.

Dipendenze.

Doppie vite.

Desideri.

Traumi.

È una delle cose che Lynch ha sempre saputo fare meglio.

Mostrarti una superficie perfetta.

E poi aprirla.

IL MALE NON ARRIVA DA FUORI

Questa è una delle parti più forti di Twin Peaks.

L’orrore non arriva semplicemente da un mostro che invade la città.

È già lì.

Dentro le case.

Dentro le persone.

Dentro le famiglie.

Dentro i ricordi.

Dentro i desideri.

BOB fa paura proprio per questo.

Perché non è soltanto una creatura.

È qualcosa che si insinua.

LA LOGGIA NERA

Poi arriva la Loggia Nera.

Ed è qui che Twin Peaks smette completamente di obbedire alle regole normali.

Tende rosse.

Pavimento bianco e nero.

Voci che sembrano arrivare da un altro posto.

Tempo che non funziona.

Doppi.

Sogni.

Presenze.

La sensazione che qualcosa abbia un significato anche quando non riesci a spiegarlo.

DOBBIAMO DAVVERO CAPIRE TUTTO?

È una domanda che Twin Peaks mi ha insegnato molto presto.

Forse no.

Forse non tutto deve essere risolto.

Non tutto deve essere spiegato.

Non tutto deve diventare una wiki.

Alcune cose devono essere sentite.

È una delle ragioni per cui David Lynch mi ha sempre preso così tanto.

Non ti consegna sempre una soluzione.

Ti consegna una sensazione.

E quella sensazione può restare molto più di una risposta.

I SOGNI

Twin Peaks tratta i sogni come se fossero informazioni.

Non metafore decorative.

Informazioni.

Cooper sogna.

Ascolta.

Interpreta.

Segue qualcosa che razionalmente non dovrebbe funzionare.

Eppure spesso funziona.

Questa fusione tra logica e intuizione è una delle cose che rendono Cooper così affascinante.

AUDREY

E poi c’è Audrey Horne.

Probabilmente uno dei personaggi che più hanno contribuito al fascino della serie.

Intelligente.

Provocatoria.

Curiosa.

Fragile.

Più adulta di quanto dovrebbe.

E contemporaneamente ancora ragazza.

Il rapporto con Cooper aveva qualcosa di particolarissimo.

Una tensione.

Una tenerezza.

Un limite.

Ricordo ancora quella scena in cui lei guarda Cooper e gli parla del giorno in cui crescerà.

Sono quei momenti che magari durano poco.

Ma restano per anni.

ANGELO BADALAMENTI

E poi arriva lui.

Perché Twin Peaks senza Angelo Badalamenti non sarebbe Twin Peaks.

Non completamente.

Ci sono musiche che accompagnano una scena.

E poi ci sono musiche che diventano il luogo.

Basta sentire poche note e non sei più nella stanza in cui ti trovi.

Sei lì.

Tra gli alberi.

Dentro il Double R.

Davanti a Laura.

Dentro un ricordo che magari non è nemmeno tuo.

QUELLA MUSICA MI FA ANCORA QUALCOSA

Ancora oggi.

Non è nostalgia semplice.

È fisica.

Ci sono brani di Twin Peaks che riescono ancora a farmi venire gli occhi lucidi.

Audrey’s Prayer.

Hook Rug Dance.

Shelly.

E naturalmente tutto quel mondo sonoro che Badalamenti ha costruito intorno alla serie.

Non so nemmeno se “colonna sonora” sia la definizione giusta.

Per me è memoria.

GLI ALBERI

Twin Peaks ha reso inquietanti gli alberi.

È una cosa quasi ridicola da dire.

Eppure è così.

Boschi.

Vento.

Rami.

Rumore.

La sensazione che qualcosa stia osservando.

“The owls are not what they seem.”

Anche una frase del genere, dentro Twin Peaks, diventa mito.

THE OWLS ARE NOT WHAT THEY SEEM

I gufi non sono ciò che sembrano.

È praticamente Twin Peaks condensata in una frase.

Nulla è davvero ciò che sembra.

Una famiglia.

Una ragazza.

Un agente.

Una città.

Un sogno.

Un volto.

Una stanza.

Tutto ha un altro strato.

IL GIGANTE

Poi il Gigante.

Apparizioni.

Messaggi.

Indizi.

Frasi che all’inizio sembrano assurde.

E che magari molti episodi dopo assumono un altro peso.

Twin Peaks ti insegna a prestare attenzione.

A ricordare.

A non liquidare immediatamente ciò che non capisci.

LOG LADY

Margaret Lanterman.

La Signora Ceppo.

Probabilmente in qualsiasi altra serie sarebbe stata una gag.

Qui no.

Qui una donna che parla con un ceppo diventa una delle figure più profonde e malinconiche dell’intero universo.

Perché Twin Peaks non ride mai veramente dei suoi personaggi strani.

Li ama.

QUESTA È UNA COSA IMPORTANTISSIMA

Lynch può essere assurdo.

Grottesco.

Surreale.

Ma raramente guarda la stranezza con superiorità.

Le persone strane meritano attenzione.

A volte sono proprio quelle che vedono più chiaramente.

IL MAGGIORE BRIGGS

Un altro personaggio che col tempo ho imparato ad apprezzare sempre di più.

Garland Briggs.

Militare.

Padre.

Uomo che conosce cose che non può spiegare completamente.

E poi quel discorso a Bobby.

Uno dei momenti più belli della serie.

Un padre che racconta a un figlio problematico di averlo visto in sogno.

Non come è.

Ma come potrebbe diventare.

Twin Peaks riesce a passare da un’entità soprannaturale a una scena di una delicatezza assurda senza sembrare incoerente.

BOBBY

E infatti Bobby cambia.

Questa è un’altra cosa bellissima.

I personaggi non rimangono sempre congelati.

Alcuni crescono.

Alcuni crollano.

Alcuni tornano.

Alcuni diventano quasi irriconoscibili.

Come le persone vere.

LA PRIMA VOLTA

Io Twin Peaks l’ho vissuta quando la televisione era ancora un rito.

Non potevi aprire una piattaforma e vedere l’episodio quando volevi.

Aspettavi.

La settimana.

L’orario.

La televisione.

E questa cosa cambiava completamente il rapporto con il mistero.

Tra un episodio e l’altro avevi tempo.

Pensavi.

Immaginavi.

Parlavi.

Costruivi teorie.

POI SONO CRESCIUTO

Ma Twin Peaks è rimasta.

E la cosa strana è che crescendo cambia.

Da bambino vedevo il mistero.

Poi ho iniziato a vedere il dolore.

Poi la violenza.

Poi la malinconia.

Poi il tempo.

Forse è questa la prova delle opere che contano davvero.

Non restano uguali mentre tu cambi.

Cambiano con te.

FIRE WALK WITH ME

Poi arriva il film.

Twin Peaks: Fire Walk with Me.

E improvvisamente tutto diventa ancora più duro.

Non è più soltanto il mistero su Laura Palmer.

È Laura Palmer.

La sua esperienza.

Il suo terrore.

La sua solitudine.

La sua ultima parte di vita.

È un film difficile.

Molto più doloroso della serie originale.

E secondo me fondamentale.

SHERYL LEE

Sheryl Lee fa qualcosa di enorme.

Laura smette definitivamente di essere “la ragazza morta”.

Diventa una persona.

Viva.

Spaventata.

Contraddittoria.

Distrutta.

E quando torni poi alla serie, la guardi in modo diverso.

IL TEMPO PASSA

Poi passano gli anni.

Tanti.

Twin Peaks diventa culto.

Diventa memoria.

Diventa una di quelle opere che tutti citano.

Serie influenzate da Twin Peaks compaiono ovunque.

Il mistero di provincia.

La comunità apparentemente tranquilla.

Il surreale.

Il soprannaturale.

La narrazione che non spiega tutto.

Una parte enorme della televisione moderna deve qualcosa a quella serie.

E POI SUCCEDE L’IMPOSSIBILE

Twin Peaks torna.

2017.

Twin Peaks: The Return.

Ventisei anni dopo la fine della serie originale.

Quando l’ho saputo non c’era possibilità che me lo perdessi.

Feci subito l’abbonamento a Sky.

E ogni venerdì ero lì.

Puntuale.

Come anni prima.

Di nuovo ad aspettare Twin Peaks.

QUESTA COSA MI HA FATTO UN EFFETTO STRANO

Perché ero cambiato io.

Era cambiata la televisione.

Era cambiato il mondo.

Ma c’era di nuovo quell’attesa.

Quell’appuntamento.

Quella sensazione che venerdì avrei riaperto una porta che conoscevo da tutta la vita.

E NATURALMENTE LYNCH NON CI HA DATO QUELLO CHE ASPETTAVAMO

Perché sarebbe stato troppo semplice.

The Return non è nostalgia.

Non è:

“guardate, è tornato Cooper, è tornato il Double R, siamo tutti felici.”

È molto più strana.

Più lenta.

Più oscura.

Più radicale.

A volte sembra quasi che Lynch stia combattendo contro la nostra stessa nostalgia.

COOPER NON È COOPER

E questa scelta è geniale e crudele.

Aspetti Dale Cooper.

Per anni.

E quando torna…

non è davvero lui.

Non come lo ricordavi.

Douglas Jones.

Dougie.

Un uomo quasi vuoto.

Un frammento.

E tu passi episodi interi aspettando.

Dai.

Torna.

“HELLOOOOO”

E nel frattempo succede qualcosa di assurdo.

Ti affezioni anche a Dougie.

Perché Twin Peaks riesce sempre a fregarti.

POI ARRIVA QUEL MOMENTO

E chi ha aspettato sa.

Non serve raccontarlo troppo.

Dale Cooper.

Di nuovo.

Per davvero.

E per qualche minuto sembra che tutto possa tornare al proprio posto.

MA TWIN PEAKS NON FUNZIONA COSÌ

Perché il passato non torna mai davvero identico.

Questa è forse una delle grandi idee di The Return.

Puoi tornare in un posto.

Puoi ritrovare persone.

Puoi ascoltare la stessa musica.

Ma il tempo è passato.

E il tempo lascia segni.

LA PUNTATA 8

Poi c’è l’episodio 8.

E qui siamo oltre.

Non sembra televisione.

Non sembra quasi nemmeno Twin Peaks.

Sembra Lynch che prende la storia americana, la bomba atomica, il male e la nascita di qualcosa e li trasforma in una specie di incubo cosmico.

“Gotta light?”

Chi l’ha vista sa.

Chi non l’ha vista…

buona fortuna.

IL FINALE

E naturalmente non potevamo avere una chiusura normale.

Cooper.

Laura.

Una casa.

Una domanda.

“What year is this?”

Poi un urlo.

Buio.

Fine.

E tu resti lì.

MA COSA CAZZO È SUCCESSO?

Probabilmente una delle frasi più pronunciate dopo il finale.

E forse è perfetta.

Perché Twin Peaks non nasce per essere chiusa dentro una spiegazione definitiva.

I SEGRETI DI TWIN PEAKS

Ed è per questo che ho chiamato questo articolo così.

Non perché voglia rivelarveli.

Non credo nemmeno che esista una lista definitiva dei segreti di Twin Peaks.

Il vero segreto è forse il modo in cui riesce a restare dentro di noi.

La sensazione.

Il mistero.

Le persone.

La musica.

La paura.

La tenerezza.

L’assurdo.

NON VOGLIO SAPERE TUTTO

Anzi.

Una parte di me spera di non capire mai completamente Twin Peaks.

Perché se un giorno riuscissi a ridurla a una spiegazione perfetta, forse perderebbe qualcosa.

VOGLIO ANDARCI

Ancora oggi.

Twin Peaks è uno dei luoghi che sogno di vedere davvero.

So perfettamente che Twin Peaks, come cittadina, non esiste esattamente come nella serie.

So che ci sono location reali.

North Bend.

Snoqualmie.

Il Salish Lodge.

Il diner.

Le cascate.

I boschi.

Ma nella mia testa esiste comunque.

E un giorno voglio arrivare lì.

FORSE FARÒ UNA COSA RIDICOLA

Magari mi fermerò.

Guarderò gli alberi.

Cercherò il Double R.

Prenderò un caffè.

E per qualche secondo probabilmente tornerò quel bambino che voleva essere Dale Cooper.

KYLE MACLACHLAN

Ecco perché ancora oggi, quando vedo Kyle MacLachlan in qualunque altra cosa, una parte di me pensa sempre la stessa cosa.

Cooper.

È successo anche recentemente con Fallout.

Può interpretare chi vuole.

Può essere Hank MacLean.

Può essere Jeffrey Beaumont in Velluto Blu.

Può fare mille personaggi.

Per me, da qualche parte, resterà sempre Dale Cooper.

DAVID LYNCH

Quando abbiamo raccontato Lynch su CrashVerse, Twin Peaks era inevitabilmente lì.

Non poteva non esserci.

Ma era impossibile contenerla dentro un articolo dedicato a lui.

Perché Twin Peaks merita uno spazio proprio.

Lynch l’ha creata insieme a Mark Frost.

Ma poi quella cittadina è diventata qualcosa di autonomo.

Un luogo culturale.

Una memoria condivisa.

Un universo.

MARK FROST

E infatti sarebbe sbagliato dimenticarlo.

Twin Peaks non è soltanto David Lynch.

Mark Frost è parte fondamentale della costruzione narrativa, della mitologia, delle connessioni e della struttura della serie.

Lynch porta una parte enorme della visione.

Frost contribuisce a costruire il mondo che la contiene.

Twin Peaks nasce da quell’incontro.

BADALAMENTI, ANCORA

Ma se devo scegliere qualcuno che completa davvero il triangolo emotivo, torno sempre a Badalamenti.

Perché puoi raccontarmi Twin Peaks.

Puoi mostrarmi Twin Peaks.

Ma quando sento quelle note…

io ci sono già.

CRASHVERSE VERDICT

Sono cresciuto con Twin Peaks.

Da bambino imitavo Dale Cooper.

Perfino i capelli.

Aspettavo gli episodi.

Ascoltavo quella musica.

Guardavo Laura Palmer.

La Loggia.

Audrey.

Groucho…

No.

Quello è un altro universo.

Ma vedete?

È proprio così che funzionano i ricordi.

Si contaminano.

Restano.

Tornano quando meno te lo aspetti.

Anni dopo ho fatto immediatamente Sky per poter seguire The Return.

Ogni venerdì.

Di nuovo davanti allo schermo.

Di nuovo Twin Peaks.

Ancora oggi la riguardo due o tre volte l’anno.

E ancora oggi ci sono cose che non so spiegare completamente.

Meno male.

Perché forse il vero segreto di Twin Peaks è proprio questo.

Non aver mai avuto bisogno di farsi capire completamente per diventare parte di noi.

Un giorno voglio andarci davvero.

Voglio vedere quelle cascate.

Quegli alberi.

Quel diner.

Bere un caffè.

Magari mangiare una fetta di cherry pie.

E poi fermarmi un attimo.

Ascoltare.

Perché dopo tutti questi anni, una parte di me è ancora convinta che dietro quegli alberi ci sia qualcosa.

Wonderful.

And strange.


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