15 MIN DI LETTURA
FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

ECHOES DON’T DIE
An original CrashVerse track inspired by The Crow.
Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.
Scritto da cRASh
CI SONO FILM CHE FINISCONO
Partono i titoli di coda.
Ti alzi.
Spegni la televisione.
Esci dal cinema.
E lentamente rimangono indietro.
Poi esistono film che fanno qualcosa di diverso.
Restano.
Passano gli anni.
Cambia il modo in cui guardi il cinema.
Cambiano le persone.
Cambi tu.
Ma loro rimangono esattamente lì.
Il Corvo per me è uno di questi.
Anzi.
Forse è uno di quei rarissimi casi in cui parlare semplicemente di “film” non basta.
Perché dentro The Crow esistono contemporaneamente una storia d'amore, una storia di morte, una vendetta, un fumetto nato dal dolore, un attore morto mentre stava interpretando un uomo tornato dalla morte…
e qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto scrivere.
BRANDON LEE.
Perché dopo aver visto Il Corvo una volta…
Eric Draven e Brandon Lee diventano quasi impossibili da separare.
Ed è terribile.
Ed è bellissimo.
La leggenda raccontata dal film è semplice.
Quando una persona muore, il corvo accompagna la sua anima verso il mondo dei morti.
Ma qualche volta succede qualcosa di così ingiusto…
un dolore così forte…
che l'anima non riesce a trovare pace.
E allora il corvo può riportarla indietro.
Non per ricominciare.
Non per avere una seconda vita.
PER SISTEMARE CIÒ CHE È RIMASTO SPEZZATO.
È un'idea meravigliosa.
Perché il corvo non sconfigge davvero la morte.
Non la cancella.
Non promette l'immortalità.
Concede soltanto tempo.
Il tempo necessario per chiudere qualcosa.
Perché alcune storie finiscono.
Altre vengono interrotte.
E non è la stessa cosa.
Eric Draven e Shelly Webster.
Devono sposarsi.
Il giorno prima del matrimonio vengono aggrediti nella loro casa.
Eric viene ucciso.
Shelly morirà poco dopo.
Finisce tutto.
O almeno dovrebbe.
Un anno più tardi…
il corvo arriva.
Eric torna.
La tomba si apre.
La pioggia cade.
E da quel momento The Crow sembra raccontare una storia di vendetta.
In superficie lo è.
Eric cerca gli uomini che hanno distrutto la sua vita.
Li trova.
Uno dopo l'altro.
Ma se Il Corvo fosse soltanto questo…
non saremmo ancora qui a parlarne.
Questa per me è sempre stata la parte fondamentale.
Eric non torna perché odia.
Torna perché amava.
La rabbia viene dopo.
Prima c'è Shelly.
Ogni ricordo.
Ogni oggetto.
Ogni fotografia.
Ogni spazio della casa.
Quello che Eric ha perso è ovunque.
E forse è proprio per questo che il film riesce a essere contemporaneamente violentissimo e incredibilmente romantico.
Eric può essere brutale.
Può trasformarsi quasi in una creatura della notte.
Può dipingersi il volto.
Può diventare qualcosa che fa paura.
Ma sotto tutto quel nero…
c'è sempre un uomo che voleva semplicemente sposare la donna che amava.
IL MOSTRO NASCE DAL DOLORE.
NON DALL'ODIO.
Ed è una differenza enorme.
Questo film non è ingenuo.
Shelly muore.
Eric muore.
Non arriva nessuna magia a cancellare quello che è successo.
Non esiste il finale in cui tornano entrambi a casa e tutto riprende da dove si era fermato.
Il corvo non restituisce a Eric la sua vita.
Gli permette soltanto di completarla.
Ed è proprio lì che The Crow diventa qualcosa di diverso.
Perché l'amore non sconfigge la morte nel senso tradizionale.
SOPRAVVIVE ALLA MORTE.
È un concetto molto più potente.
Una persona può non esserci più…
e continuare comunque a esistere dentro tutto ciò che ha lasciato.
Un gesto.
Una frase.
Una fotografia.
Una canzone.
Un ricordo.
La forma in cui ti ha cambiato.
La morte può interrompere una presenza.
Non necessariamente ciò che quella presenza ha prodotto.
Ed è qui che diventa difficile.
Perché sappiamo cosa è successo.
Brandon Lee aveva 28 anni.
Era il figlio di Bruce Lee.
Aveva finalmente trovato il ruolo che avrebbe potuto cambiare completamente la sua carriera.
Eric Draven.
Durante le riprese, il 31 marzo 1993, una cartuccia a salve espulse dall’arma un proiettile rimasto nella canna: una tragica violazione delle procedure di sicurezza.
Brandon venne colpito.
Morì poche ore dopo.
L’indagine ricondusse la morte a un incidente e a gravi omissioni nelle procedure di sicurezza, non a un atto intenzionale. Non furono formulate accuse penali.
Aveva ventotto anni.
Ventotto.
Io non ci riesco.
Non credo di esserci mai riuscito davvero.
Perché sai che stai guardando un attore interpretare un uomo morto che ritorna dalla tomba…
e sai che quell'attore non arriverà vivo alla fine della produzione.
È una conoscenza che entra nelle immagini.
Non puoi espellerla.
Quando Eric parla di morte…
pensi a Brandon.
Quando Eric guarda Shelly…
pensi a Brandon.
Quando Eric viene ferito…
pensi a Brandon.
Quando cade…
pensi a Brandon.
E quando il film arriva alla fine…
COME CAZZO FAI A NON PENSARCI?
Chi ha visto Il Corvo conoscendo la storia di Brandon Lee sa esattamente cosa intendo.
Arrivi alla fine.
Hai seguito Eric per tutto il film.
Hai visto la rabbia.
La vendetta.
Il dolore.
La pioggia.
La città.
Il corvo.
Poi finalmente Eric può tornare.
Shelly è lì.
E quella scena dovrebbe appartenere soltanto a loro.
Eric e Shelly.
La conclusione di una storia d'amore spezzata.
Ma inevitabilmente entra qualcun altro.
BRANDON.
E improvvisamente non stai più guardando soltanto Eric Draven raggiungere Shelly.
Stai guardando l'ultima parte di un film interpretato da un ragazzo che non c'è più.
E ti arrabbi.
È inevitabile.
Perché non è giusto.
Perché aveva ventotto anni.
Perché aveva davanti una carriera.
Perché era giovane.
Perché guardandolo sullo schermo capisci perfettamente che c'era qualcosa.
Presenza.
Fisicità.
Carisma.
Dolcezza.
Rabbia.
E pensi:
questo doveva essere soltanto l'inizio.
Poi magari piangi.
Suvvia.
Come fai a non farlo?
Ed è importante dirlo.
Non voglio romanticizzare quello che è successo.
Non voglio trasformare un incidente reale in una leggenda maledetta.
Brandon Lee non era destinato a morire perché interpretava Eric Draven.
Non esiste nessuna poesia in un errore di sicurezza che uccide un ragazzo di ventotto anni.
È una tragedia.
Punto.
Proprio per questo dobbiamo stare attenti.
Il significato arriva dopo.
Lo costruiamo noi guardando il film.
Perché il cinema ha fatto qualcosa che nessuno aveva previsto.
Ha conservato Brandon.
Una persona muore.
Il tempo continua.
Il corpo non c'è più.
Ma premi Play…
e torna.
Cammina.
Parla.
Ride.
Combatte.
Suona.
Ti guarda.
Per cento minuti Brandon Lee è ancora lì.
Sempre ventotto anni.
Sempre Eric Draven.
Sempre in quella Detroit impossibile.
Sempre sotto quella pioggia.
IL CINEMA NON RESUSCITA LE PERSONE.
MA CONSERVA IL LORO TEMPO.
E forse non esiste film in cui questa cosa sia più evidente di The Crow.
Perché il film stesso parla esattamente di questo.
Qualcuno che torna.
E poi c'è un cognome.
Lee.
Impossibile ignorarlo.
Bruce Lee muore nel 1973.
Ha trentadue anni.
Enter the Dragon, il film che contribuirà definitivamente a trasformarlo in un'icona mondiale, arriverà nelle sale statunitensi poco dopo la sua morte.
Vent'anni dopo…
suo figlio Brandon muore a ventotto anni.
Anche lui prima dell'uscita del film che sarebbe diventato il titolo con cui il mondo lo avrebbe ricordato maggiormente.
Padre.
Figlio.
Due vite cortissime.
Due carriere interrotte.
Due uomini che continuano a esistere sullo schermo molto più a lungo del tempo che hanno avuto fuori dallo schermo.
È inevitabile sentire quel parallelismo.
Ma ancora una volta…
non serve parlare di maledizioni.
Le maledizioni servono a rendere narrativo qualcosa che nella realtà è soltanto doloroso.
A me interessa molto di più un'altra cosa.
L'ECO.
Bruce Lee non è rimasto vivo perché qualcuno ha costruito una leggenda attorno alla sua morte.
È rimasto perché ciò che ha fatto continuava ad avere qualcosa da dire.
Arti marziali.
Cinema.
Filosofia.
Fisicità.
Presenza.
Generazioni intere lo hanno scoperto dopo che non c'era già più.
E con Brandon succede qualcosa di simile.
Più piccolo, naturalmente.
La sua carriera non ha avuto il tempo di diventare quella del padre.
Non sappiamo cosa avrebbe fatto.
Ed è fondamentale non inventarlo.
Ma sappiamo una cosa.
ERIC DRAVEN È SUO.
Puoi rifare The Crow.
Puoi reinterpretarlo.
Puoi produrre sequel.
Puoi costruire nuovi universi.
Ma Brandon Lee dentro quel film rimane qualcosa che non puoi replicare.
Perché ormai attore e opera si sono saldati in un punto della storia che nessun casting può ricostruire.
E come se non bastasse…
anche The Crow nasce dal dolore.
James O'Barr comincia a creare il fumetto dopo aver perso la propria compagna, uccisa da un automobilista ubriaco.
Disegnare e scrivere The Crow diventa un modo per cercare di mettere sulla carta qualcosa che non riusciva a gestire diversamente.
Capite quanto è assurdo tutto questo?
Un uomo perde la persona che ama.
Trasforma quel dolore in una storia.
La storia parla di un uomo che perde la persona che ama.
Quel personaggio viene interpretato da Brandon Lee.
Brandon muore durante la realizzazione del film.
E il film diventa una delle opere cinematografiche più profondamente associate al lutto e alla memoria.
Non puoi inventare una stratificazione del genere.
E probabilmente non vorresti.
Questa è forse una delle cose che The Crow comprende meglio.
Esiste la tentazione di raccontare il dolore come un percorso lineare.
Succede qualcosa.
Soffri.
Elabori.
Superi.
Fine.
Non funziona sempre così.
Alcune cose non vengono superate.
Vengono incorporate.
Diventano parte di te.
Non fanno sempre male nello stesso modo.
Ma rimangono.
Eric non torna perché ha “superato” Shelly.
Torna proprio perché il legame esiste ancora.
E O'Barr non crea The Crow perché il proprio dolore è finito.
Lo crea perché quel dolore cerca una forma.
A VOLTE L'ARTE NON GUARISCE.
A VOLTE DÀ AL DOLORE UN POSTO DOVE STARE.
Ed è già tantissimo.
Poi c'è l'estetica.
Pioggia.
Fuoco.
Neon.
Palazzi marci.
Tetti.
Chiese.
Strade sporche.
Una città che sembra non conoscere il giorno.
Alex Proyas costruisce un mondo che non è realistico nel senso tradizionale.
È emotivo.
La città sembra come si sente Eric.
Buia.
Ferita.
Bagnata.
Fredda.
Quasi morta.
Il film veniva già descritto nel 1994 come una fantasia urbana gotica, adattata dal fumetto di O'Barr.
Ed è ancora bellissimo.
Perché The Crow non cerca di sembrare normale.
Possiede un'identità.
Un fotogramma.
Basta spesso un fotogramma.
Sai già dove sei.
Capelli neri.
Pelle bianca.
Le linee sul volto.
Il cappotto.
Il corpo sottile di Brandon.
Quel modo quasi felino di muoversi.
C'è qualcosa nel personaggio che riesce contemporaneamente a essere:
rockstar.
fantasma.
angelo.
demone.
innamorato.
assassino.
vittima.
Eric è tutto questo insieme.
E Brandon possedeva la fisicità necessaria per renderlo credibile.
Essere figlio di Bruce Lee naturalmente significava avere un rapporto con il movimento completamente particolare.
Ma Eric non è Bruce.
E Brandon non prova a esserlo.
Questa è una cosa che mi piace.
IL CORVO È IL MOMENTO IN CUI BRANDON SEMBRA TROVARE DAVVERO BRANDON.
E proprio lì tutto si ferma.
E poi quella soundtrack.
The Cure.
Nine Inch Nails.
Stone Temple Pilots.
Helmet.
Pantera.
Rage Against the Machine.
Violent Femmes.
Una colonna sonora che non accompagna semplicemente il 1994.
È 1994.
Alternative.
Industrial.
Metal.
Goth.
Rock.
Sporco.
Malinconico.
Quella musica entra completamente nel DNA del film.
E ancora oggi basta ascoltare certi brani per ritrovarsi immediatamente sotto quella pioggia.
Anche all'epoca la soundtrack era già diventata parte importante del fenomeno The Crow.
È diventata una delle frasi più associate al film.
Ed è facile capire perché.
Perché dentro un'opera così buia serve una piccola apertura.
Una possibilità.
Non la promessa che andrà tutto bene.
Qualcosa di più realistico.
NIENTE DURA PER SEMPRE.
Nemmeno la pioggia.
E la cosa meravigliosa è che The Crow costruisce quasi tutto sul paradosso opposto.
La pioggia finisce.
Le persone muoiono.
Le vite finiscono.
Eppure qualcosa può rimanere.
Un amore.
Un ricordo.
Un film.
Sarah è importantissima proprio per questo.
È la persona che rimane.
Eric e Shelly avevano costruito con lei qualcosa di simile a una famiglia.
Poi vengono uccisi.
Sarah continua.
Ed Eric, quando torna, non deve soltanto vendicarsi.
Deve anche occuparsi di ciò che la sua morte ha lasciato dietro.
Lei rappresenta il mondo dei vivi.
Quello che continua anche quando qualcuno non può più continuare con te.
E forse è proprio questo il passaggio finale che Eric deve compiere.
Non può rimanere.
Non deve.
Può soltanto sistemare ciò che riesce…
e poi andare.
Questa è la cosa.
Eric non torna per vivere per sempre.
Torna per poter finalmente morire.
Sembra una contraddizione.
Non lo è.
Perché esiste una differenza tra essere morti…
ed essere in pace.
La vendetta occupa gran parte del film.
Ma la destinazione finale non è Top Dollar.
È SHELLY.
Sempre.
Eric attraversa tutta quella violenza per poter arrivare nuovamente a lei.
Alla fine non deve più restare.
E il corvo ha terminato il proprio compito.
E qui torno alla prima visione.
Perché puoi essere duro quanto vuoi.
Puoi aver visto cento film.
Puoi sapere che è finzione.
Puoi sapere come è stato completato.
Puoi essere perfettamente consapevole della differenza tra Eric Draven e Brandon Lee.
Poi arrivi lì.
Shelly.
Eric.
La morte.
La pace.
E Brandon.
Ventotto anni.
Non c'è più.
Il film invece sì.
SUVVIA.
Come fai a non sentire qualcosa?
Come fai a non arrabbiarti pensando a quello che è successo?
Come fai a non chiederti cosa avrebbe fatto dopo?
Come fai a non guardare quell'ultima parte e sentire che improvvisamente il film sta parlando anche di lui?
Non dovrebbe.
Ma lo fa.
È inevitabile.
Ed è forse questa la cosa più dolorosa.
Non sappiamo chi sarebbe diventato Brandon Lee.
Forse una star enorme.
Forse avrebbe fatto altri cult.
Forse avrebbe cambiato completamente genere.
Forse sarebbe scomparso dal cinema.
Non lo sappiamo.
E non mi piace quando trasformiamo una persona morta giovane automaticamente nel più grande talento della propria generazione.
È troppo facile.
Brandon non ha bisogno di quella fantasia.
Ha The Crow.
Ed è abbastanza.
Perché in quel film possiamo vedere qualcosa di reale.
C'ERA.
C'era presenza.
C'era carisma.
C'era un'identità che stava emergendo.
Il resto gli è stato tolto.
Dopo la morte di Brandon, la possibilità di abbandonare il film fu presa seriamente in considerazione.
Mancava ancora parte delle riprese.
Alla fine la produzione decise di terminarlo utilizzando controfigure e tecniche digitali per alcune sequenze mancanti.
Si può discutere all'infinito se fosse la decisione giusta.
Io so soltanto una cosa.
Sono contento che esista.
Non per sfruttare la morte di Brandon.
Ma perché quel film oggi è il posto in cui il suo lavoro continua a vivere.
La campagna di Miramax cercò di non fare della tragedia il centro della promozione, privilegiando il personaggio e la storia.
Ed era giusto così.
The Crow esce nelle sale statunitensi nel maggio 1994.
Brandon non può vederlo.
Il pubblico sì.
Il film arriva al primo posto del box office statunitense nel weekend d'apertura.
Poi accade qualcosa di molto più importante dei numeri.
Diventa culto.
Il volto di Eric.
Le magliette.
I poster.
La musica.
Le frasi.
L'estetica.
Generazioni che magari nel 1994 non erano nemmeno nate scoprono Brandon Lee.
E ogni volta succede la stessa cosa.
Un ragazzo morto a ventotto anni…
ricomincia a muoversi.
Non perché lo diciamo noi.
Non per una maledizione.
Non per una teoria assurda.
Non perché suo padre era Bruce Lee.
Non perché il film parla di resurrezione.
PERCHÉ CONTINUIAMO A GUARDARLO.
Questa è forse l'unica forma di immortalità che il cinema può davvero offrire.
Finché qualcuno preme Play…
Brandon entra nuovamente nella stanza.
Eric apre nuovamente gli occhi.
Il corvo vola.
La pioggia ricomincia.
Shelly esiste.
La chitarra suona.
E per un'ora e quaranta…
il tempo torna indietro.
Bruce.
Brandon.
C'è qualcosa che continua a farmi strano anche soltanto scrivendoli uno sotto l'altro.
Entrambi morti giovani.
Entrambi diventati più grandi nel ricordo dopo la morte.
Ma non voglio chiudere questa storia con la morte.
Sarebbe troppo facile.
Preferisco pensare all'altra parte.
Bruce Lee continua a essere scoperto da persone che non erano ancora nate quando morì.
Brandon Lee continua a essere scoperto attraverso The Crow.
Generazioni differenti.
Stesso fenomeno.
L'ECO.
Una persona passa.
Quello che ha lasciato continua a viaggiare.
È successo al padre.
È successo al figlio.
In modi diversi.
Con dimensioni diverse.
Ma succede ancora.
Il Corvo è uno di quei film che per me non muore mai.
E forse non poteva essere altrimenti.
Nasce da un fumetto scritto per sopravvivere a un dolore reale.
Racconta un uomo che torna dalla morte perché l'amore non gli permette ancora di riposare.
Viene interpretato da un ragazzo di ventotto anni che morirà prima di completare il film.
E termina con Eric Draven che finalmente può raggiungere Shelly.
Potrei parlare dell'estetica.
Della fotografia.
Di Alex Proyas.
Della colonna sonora.
Del fumetto di James O'Barr.
Della Detroit gotica.
Del trucco.
Della pioggia.
Della vendetta.
Di quanto Brandon sia perfetto fisicamente dentro Eric.
Tutto vero.
Ma alla fine torno sempre nello stesso punto.
BRANDON.
Perché conoscendo la sua storia è impossibile vedere il film nello stesso modo.
Alla prima visione ti arrabbi.
Perché pensi:
non doveva finire così.
Poi arriva il finale.
Eric.
Shelly.
La pace.
E qualcosa si rompe.
Perché per qualche secondo la linea che separa il personaggio dall'attore diventa sottilissima.
Eric può raggiungere la persona che ama.
Brandon no.
E forse è proprio questo che fa così male.
Il film concede al personaggio la conclusione che la vita ha negato all'attore.
Ma poi succede qualcosa.
Passano gli anni.
Dieci.
Venti.
Trenta.
E Brandon continua a essere lì.
Sempre giovane.
Sempre Eric.
Sempre sotto quella pioggia.
E allora capisci che il significato del corvo ha finito involontariamente per uscire dal film.
Il corvo accompagna i morti.
Qualche volta li riporta indietro.
Il cinema fa qualcosa di incredibilmente simile.
Non riporta indietro Brandon Lee.
Non può.
Niente può.
Ma ogni volta che The Crow ricomincia…
CE LO RESTITUISCE PER UN PO'.
Ed è forse questa la ragione per cui il film continua ad avere una forza che nessun remake, sequel o passare del tempo può cancellare.
Brandon Lee non ha avuto una carriera lunga.
Ha avuto qualcosa di molto più strano.
Un personaggio che parla di morte.
Di ritorno.
Di amore che sopravvive.
Di memoria.
E quel personaggio è diventato il modo attraverso cui milioni di persone continuano a ricordarlo.
Un po' come suo padre.
Bruce riecheggia ancora.
Brandon riecheggia ancora.
Due vite interrotte troppo presto.
Due immagini che il cinema continua a rimandare indietro.
Come un'eco.
Come un ricordo.
COME UN CORVO CHE CONTINUA A TORNARE.
E forse è proprio questo che sento ogni volta che rivedo quel finale.
Non soltanto tristezza.
Non soltanto rabbia.
Qualcosa di più difficile da spiegare.
La consapevolezza che certe persone se ne vanno…
ma quello che hanno lasciato trova continuamente un modo per tornare.
Eric torna per Shelly.
Brandon torna attraverso Eric.
E noi, ogni volta,
siamo ancora lì ad aspettarlo.
Perché alcune storie finiscono.
Altre, semplicemente, non muoiono mai.


ORA DÌ LA TUA
Per partecipare ai commenti, accedi oppure crea il tuo account CrashVerse.