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Viviamo probabilmente nel momento tecnologicamente più straordinario della storia dell’uomo.
Abbiamo in tasca dispositivi capaci di fare cose che, quando ero ragazzino, avrei considerato fantascienza.
Possiamo parlare in tempo reale con una persona dall’altra parte del mondo.
Possiamo accedere a biblioteche intere.
Imparare una lingua.
Studiare programmazione.
Guardare una lezione universitaria.
Ascoltare praticamente tutta la musica mai pubblicata.
Visitare virtualmente un museo.
Creare un film.
Registrare un disco.
Scrivere software.
Costruire un’azienda.
Usare un’intelligenza artificiale capace di aiutarci a trasformare un’idea in qualcosa di reale.
Abbiamo quasi tutta la conoscenza del mondo dentro un rettangolo che pesa duecento grammi.
E poi apro Instagram.
Scorro.
Un reel.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
E ogni tanto mi viene spontanea una domanda:
ma davvero?
Siamo arrivati fin qui per questo?
DENTRO QUESTO PUNTO
- IL PROBLEMA NON È IL TRASH
- DAL RIONE AL MONDO
- SIAMO NOI
- IL SUCCESSO DIVENTA IL MESSAGGIO
- GLI ARTICOLI CHE NON DICONO PIÙ NULLA
- E QUI SALVO SEMPRE LA PACE DI CHI…
- LA CULTURA DELLO SWIPE
- PIÙ TECNOLOGIA, MENO PROFONDITÀ?
- NON È SNOBISMO
- LA COMPETENZA È DIVENTATA POCO SEXY?
- FORSE IL PROBLEMA SIAMO DAVVERO NOI
- IO MI ASPETTAVO ALTRO
- CRASHVERSE VERDICT
IL PROBLEMA NON È IL TRASH
Il trash è sempre esistito.
Non facciamo finta che prima di TikTok l’umanità trascorresse le serate leggendo Dostoevskij.
Abbiamo sempre avuto televisione spazzatura.
Gossip.
Personaggi improbabili.
Fenomeni da bar.
Fenomeni da quartiere.
Persone conosciute perché facevano ridere, urlavano più forte degli altri o semplicemente riuscivano a catalizzare l’attenzione.
E va bene così.
Una società ha anche bisogno del leggero.
Dell’assurdo.
Della risata stupida.
Del contenuto che guardi per trenta secondi senza pretendere che ti cambi la vita.
Il problema non è che il trash esista.
Il problema è la dimensione che gli abbiamo concesso.
DAL RIONE AL MONDO
E qui, paradossalmente, devo difendere la tecnologia.
Perché Internet e i social hanno fatto qualcosa di incredibile.
Hanno democratizzato la visibilità.
Una persona che venticinque anni fa sarebbe stata conosciuta nel proprio quartiere, nel proprio paese o nel proprio rione oggi può raggiungere milioni di persone.
Non hai più bisogno di una rete televisiva.
Non hai bisogno di un produttore.
Non hai bisogno di qualcuno che ti dica:
“Tu puoi parlare.”
Prendi un telefono.
Accendi la fotocamera.
Pubblica.
E potenzialmente il mondo ti guarda.
È straordinario.
È una delle più grandi rivoluzioni culturali prodotte dalla tecnologia.
Ha dato voce a persone che prima non ne avevano.
Ha permesso a musicisti sconosciuti di trovare un pubblico.
A piccoli imprenditori di farsi conoscere.
Ad artisti di mostrare il proprio lavoro.
A persone brillanti, magari lontane dai grandi centri culturali, di essere ascoltate.
Ma la stessa porta è aperta a tutti.
Ed ecco che personaggi come Rita De Crescenzo — la cito soltanto perché è uno degli esempi più immediatamente riconoscibili dalle mie parti — possono passare dalla dimensione locale a quella nazionale attraverso la macchina perfetta della viralità.
E sia chiaro:
non è lei il punto.
Potrei mettere cento nomi diversi.
Napoli.
Milano.
Roma.
New York.
Londra.
Il fenomeno è identico.
Il mio problema non è chi prende la visibilità che gli viene offerta.
Il mio problema è chi gliela concede.
SIAMO NOI
Perché possiamo dare tutta la colpa agli algoritmi.
E una parte di colpa ce l’hanno.
Eccome.
Gli algoritmi imparano velocemente che cosa ci trattiene davanti allo schermo.
La polemica.
L’esagerazione.
La provocazione.
La risata facile.
Lo scontro.
La curiosità morbosa.
Il contenuto che non richiede sforzo.
Più guardiamo, più ce ne mostrano.
Più ce ne mostrano, più guardiamo.
È una macchina quasi perfetta.
Ma a un certo punto dobbiamo avere il coraggio di dirci una cosa.
L’algoritmo non ha inventato il nostro gusto.
Lo misura.
Lo alimenta.
Lo esaspera.
Ma da qualche parte, prima dell’algoritmo, c’è sempre stato un essere umano che si è fermato a guardare.
Poi un altro.
Poi centomila.
Poi un milione.
E allora il problema non è più soltanto tecnologico.
Diventa culturale.
LA TECNOLOGIA HA DEMOCRATIZZATO LA VISIBILITÀ.
SIAMO NOI AD AVER DEMOCRATIZZATO LA MEDIOCRITÀ.
È una frase dura.
Lo so.
IL PUNTO DI cRASh non nasce per essere morbido.
Perché quello che mi lascia davvero perplesso non è vedere contenuti mediocri.
È vedere quanto spesso vengano premiati.
Con visualizzazioni.
Condivisioni.
Collaborazioni.
Interviste.
Presenze televisive.
Cachet.
Fama.
Emulazione.
A quel punto non stiamo più semplicemente osservando il trash.
Lo stiamo trasformando in aspirazione.
E questa cosa, personalmente, mi preoccupa.
IL SUCCESSO DIVENTA IL MESSAGGIO
Perché ogni volta che milioni di persone premiano un certo tipo di contenuto, il messaggio che mandiamo a chi osserva è semplicissimo:
QUESTO FUNZIONA.
E se funziona, viene copiato.
Qualcuno vede una persona urlare davanti alla fotocamera e ottenere milioni di visualizzazioni.
La copia.
Qualcuno vede una provocazione diventare virale.
La copia.
Qualcuno vede il nulla trasformato in successo.
E pensa:
perché dovrei studiare?
Perché dovrei approfondire?
Perché dovrei imparare a scrivere?
Perché dovrei costruire qualcosa?
Perché dovrei passare dieci anni a diventare bravo in ciò che faccio?
Posso accendere una fotocamera.
Fare rumore.
E magari funziona.
Non sto dicendo che succeda sempre.
Sto dicendo che il modello esiste.
Ed è potentissimo.
GLI ARTICOLI CHE NON DICONO PIÙ NULLA
La stessa cosa la vedo nell’informazione.
Apro alcuni siti.
Leggo un articolo.
Poi ne apro un altro.
Stesso titolo.
Stesse informazioni.
Stessa struttura.
A volte quasi le stesse parole.
Cambia qualche frase.
Cambia l’ordine.
Fine.
Una catena infinita di contenuti costruiti non perché qualcuno avesse realmente qualcosa da dire, ma perché quella keyword andava coperta.
Perché Google la cercava.
Perché serviva il click.
Perché bisognava pubblicare.
Perché qualcuno aveva già pubblicato.
E allora pubblico anch’io.
Copia.
Riscrivi.
Ottimizza.
Pubblica.
Prossimo.
Non c’è una voce.
Non c’è una posizione.
Non c’è esperienza.
Non c’è quasi più nemmeno curiosità.
Solo produzione.
E QUI SALVO SEMPRE LA PACE DI CHI…
…continua a studiare.
Di chi approfondisce.
Di chi scrive perché ha realmente qualcosa da raccontare.
Di chi passa giorni su un pezzo.
Di chi crea video che richiedono ricerca.
Di chi costruisce documentari.
Di chi insegna.
Di chi divulga.
Di chi prende un argomento complesso e prova a renderlo comprensibile senza renderlo stupido.
Di chi mette online arte.
Musica.
Fotografia.
Codice.
Ricerca.
Pensiero.
Internet è ancora pieno di persone straordinarie.
Ed è importante dirlo.
Forse sono proprio loro il motivo per cui continuo ad amare questo mondo.
Il problema è che oggi devono spesso competere per l’attenzione con qualcosa che richiede tre secondi, una faccia, un urlo e una scritta enorme sullo schermo.
LA CULTURA DELLO SWIPE
Il pollice è diventato uno degli organi più potenti del nostro corpo.
Su.
Su.
Su.
Su.
Ogni contenuto ha pochi secondi per convincerti a non andare via.
E quindi tutto accelera.
Le parole.
I montaggi.
La musica.
I sottotitoli.
Le facce.
Le reazioni.
Persino le emozioni.
Devi ridere subito.
Arrabbiarti subito.
Commuoverti subito.
Indignarti subito.
Se ci metti troppo, hai perso.
Swipe.
Il problema è che alcune cose hanno bisogno di tempo.
Un libro ha bisogno di tempo.
Un film ha bisogno di tempo.
La musica, qualche volta, ha bisogno di tempo.
Un ragionamento ha bisogno di tempo.
Persino una persona ha bisogno di tempo per essere capita.
E noi stiamo costruendo un ambiente culturale che considera il tempo quasi un difetto.
PIÙ TECNOLOGIA, MENO PROFONDITÀ?
È questo il paradosso che non riesco a togliermi dalla testa.
Abbiamo strumenti infinitamente migliori.
Connessioni infinitamente migliori.
Telecamere migliori.
Microfoni migliori.
Computer migliori.
Software migliori.
Accesso alla conoscenza migliore.
E persino intelligenze artificiali capaci di aiutarci a imparare praticamente qualsiasi cosa.
Mi sarei aspettato una specie di esplosione culturale.
Una società più curiosa.
Più informata.
Più preparata.
Più capace di distinguere.
E invece a volte ho la sensazione opposta.
La tecnologia progredisce.
Noi non sempre.
NON È SNOBISMO
E questa è una precisazione necessaria.
Non sto dicendo che tutti debbano guardare documentari sulla fisica quantistica.
Non sto decidendo che cosa sia “cultura alta” e cosa sia “cultura bassa”.
Adoro cose stupidissime.
Rido.
Guardo meme.
Perdo tempo.
E qualche volta probabilmente guardo anch’io esattamente il reel che sto criticando.
Il punto non è eliminare il leggero.
Il punto è quando il leggero occupa tutto.
Quando l’eccezione diventa dieta quotidiana.
Quando smettiamo di cercare altro.
Quando essere superficiali diventa più conveniente che essere competenti.
Quando sapere meno non è più un limite.
Diventa quasi un vantaggio comunicativo.
LA COMPETENZA È DIVENTATA POCO SEXY?
Questa domanda me la faccio spesso.
Quando è successo?
Quando abbiamo iniziato a considerare chi approfondisce “pesante”?
Chi parla con precisione “noioso”?
Chi dice “non lo so” debole?
Chi prova a spiegare qualcosa troppo lungo?
Nel frattempo il personaggio che semplifica tutto in quindici secondi diventa autorevole.
Non perché sappia.
Perché viene visto.
E abbiamo iniziato a confondere le due cose.
VISIBILITÀ.
AUTOREVOLEZZA.
Non sono sinonimi.
Un milione di follower non trasforma automaticamente una persona in qualcuno che sa di cosa sta parlando.
Ma nel nostro modo di percepire il mondo digitale, spesso lo fa.
FORSE IL PROBLEMA SIAMO DAVVERO NOI
E questa è la parte meno comoda.
Perché è facile prendersela con Meta.
TikTok.
Instagram.
YouTube.
Gli algoritmi.
I creator.
I media.
Ma quelle aziende costruiscono sistemi che inseguono una cosa:
la nostra attenzione.
Se domani milioni di persone iniziassero a passare ore guardando lezioni di astrofisica, probabilmente l’algoritmo ci sommergerebbe di astrofisica.
Invece gli diciamo continuamente cosa vogliamo.
Ogni visualizzazione è un voto.
Ogni secondo trascorso su un video è un voto.
Ogni condivisione è un voto.
Ogni commento indignato sotto un contenuto che diciamo di odiare è comunque un voto.
“Mostramene ancora.”
E poi ci lamentiamo perché ce ne mostra ancora.
IO MI ASPETTAVO ALTRO
Forse è proprio questo il punto più personale.
Io Internet l’ho visto crescere.
Ho visto cosa significava entrare in rete quando non era ancora normale.
Ho visto comunità nascere dal nulla.
Persone conoscersi.
Conoscenza circolare.
Ho visto Linux.
IRC.
Forum.
Siti personali.
Persone che passavano ore a spiegare gratuitamente qualcosa a uno sconosciuto dall’altra parte d’Italia.
Ho sempre pensato che quella tecnologia avrebbe reso il mondo più grande.
E lo ha fatto.
Ma pensavo anche che ci avrebbe resi culturalmente più grandi.
Ed è qui che, qualche volta, resto deluso.
Perché abbiamo costruito una rete capace di contenere praticamente tutto il sapere umano.
E una parte enorme di noi la apre per guardare qualcuno litigare davanti a una telecamera.
CRASHVERSE VERDICT
Non voglio un Internet elitario.
Non voglio decidere chi merita di parlare e chi no.
La libertà di pubblicare è una delle cose più belle che la rete ci abbia dato.
E voglio che rimanga.
Ma libertà di parlare non significa obbligo di ascoltare.
Siamo noi a scegliere ciò che premiamo.
Siamo noi a decidere chi rendere visibile.
Siamo noi a stabilire, collettivamente, quale contenuto merita un altro milione di visualizzazioni.
La tecnologia ci ha consegnato gli strumenti più potenti che una generazione abbia mai avuto.
Forse è arrivato il momento di chiederci se li stiamo usando all’altezza delle possibilità che ci hanno dato.
Perché il problema non è Rita De Crescenzo.
Non è TikTok.
Non è il reel stupido che mi compare mentre scorro.
Quelli sono sintomi.
Il problema vero è una società che, avendo a disposizione quasi tutta la conoscenza del mondo, troppo spesso sceglie volontariamente ciò che non le chiede nulla.
Nessuno sforzo.
Nessun dubbio.
Nessuna profondità.
E allora sì.
La tecnologia ha democratizzato la visibilità.
È stata una conquista enorme.
Ma se abbiamo trasformato la mediocrità in spettacolo, il merito — o la colpa — non possiamo darla soltanto a un algoritmo.
Quella parte è nostra.
Copertina creata con IA su concept di cRASh.


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