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12 MIN DI LETTURA

La prima volta che vidi Il Signore degli Anelli al cinema ero con alcuni dei miei amici storici.

Cineplex di Avellino.

Prima uscita.

Tre ore di film davanti.

E diciamo che non entrammo esattamente lucidissimi.

Anzi.

Avevamo anche fatto scorta di dolce e salato, perché la fame chimica, in quelle condizioni, non era un dettaglio secondario.

Eravamo pronti.

O almeno pensavamo.

Risultato?

Dopo un po’, una buona parte di loro russava.

Io no.

A me successe l’esatto contrario.

Mi misi lucido.

Completamente.

Perché da un certo punto in poi non ero più seduto in una sala.

Ero dentro qualcosa di enorme.

La Contea.

Moria.

Gran Burrone.

Lothlórien.

La Compagnia.

Le montagne.

La musica.

Quel senso continuo che ogni cosa fosse stata pensata, costruita e resa reale con una cura quasi folle.

Jackson mi aveva catturato.

E non mi lasciò più andare.

Quella sera capii una cosa molto semplice:

portare Tolkien al cinema non significava adattare un libro.

Significava provare a dare forma a un mondo che, per milioni di persone, esisteva già da anni nella testa.

DENTRO QUESTA STORIA
  1. TOLKIEN AVEVA GIÀ COSTRUITO TUTTO
  2. COME SI FILMA QUALCOSA CHE ESISTE GIÀ NELLA TESTA DI MILIONI DI PERSONE?
  3. PETER JACKSON — DARE UN VOLTO ALL’IMPOSSIBILE
  4. LA TERRA DI MEZZO DOVEVA AVERE PESO
  5. LA NUOVA ZELANDA DIVENTÒ LA TERRA DI MEZZO
  6. LA CONTEA
  7. MORIA
  8. GANDALF
  9. ARAGORN
  10. FRODO E SAM
  11. GOLLUM
  12. HOWARD SHORE — QUANDO LA TERRA DI MEZZO IMPARÒ A SUONARE
  13. PRIMA ANCORA CHE IL LUOGO APPARISSE, LA MUSICA TI AVEVA GIÀ DETTO DOVE ERI
  14. E POI C’È ENYA
  15. ROHAN
  16. LA COMPAGNIA
  17. NON È UNA COLONNA SONORA. È MEMORIA
  18. DAL LIBRO AL FILM SENZA UCCIDERE IL LIBRO
  19. LA COSA PIÙ DIFFICILE ERA NON RIDURRE TUTTO A “FANTASY”
  20. E ANCORA OGGI CI TORNO
  21. CRASHVERSE VERDICT
Elijah Wood nel ruolo di Frodo nella Compagnia dell’Anello
Elijah Wood è Frodo: il viaggio nella Terra di Mezzo passa attraverso lo sguardo di un Hobbit. Foto di scena © New Line Cinema. Fonte: press kit Fathom Entertainment.

TOLKIEN AVEVA GIÀ COSTRUITO TUTTO

Il punto da cui partire è questo.

J.R.R. Tolkien non aveva semplicemente scritto una storia.

Aveva costruito un mondo.

E lo aveva fatto con una profondità quasi ossessiva.

Lingue.

Genealogie.

Popoli.

Mappe.

Miti.

Leggende.

Religioni.

Guerre.

Dinastie.

Calendari.

Canzoni.

Poemi.

Nomi.

Ogni cosa sembrava avere un passato.

E questa è una delle ragioni per cui la Terra di Mezzo non dà mai la sensazione di essere stata costruita soltanto per servire la trama.

Esisteva prima dei personaggi.

E avrebbe continuato a esistere dopo di loro.

Questo è il vero miracolo di Tolkien.

Non ti racconta semplicemente cosa succede.

Ti fa sentire che stai entrando in un luogo che ha migliaia di anni di storia alle spalle.

E quando un mondo è costruito così bene, il problema dell’adattamento diventa enorme.

Perché non devi solo mostrare una storia.

Devi rendere visibile qualcosa che i lettori avevano già immaginato.

COME SI FILMA QUALCOSA CHE ESISTE GIÀ NELLA TESTA DI MILIONI DI PERSONE?

Questa era la sfida.

E anche il pericolo.

Perché ogni lettore aveva la propria Contea.

Il proprio Gandalf.

Il proprio Aragorn.

La propria Moria.

La propria Mordor.

Il proprio Gollum.

Quando un libro entra così profondamente nell’immaginario, il cinema rischia sempre di sembrare troppo concreto.

Troppo definito.

Troppo diverso da ciò che avevamo costruito dentro.

Peter Jackson doveva fare una cosa quasi impossibile:

scegliere un volto per qualcosa che aveva milioni di volti diversi.

E invece successe qualcosa di raro.

Per una quantità enorme di persone, quelle immagini finirono per diventare definitive.

PETER JACKSON — DARE UN VOLTO ALL’IMPOSSIBILE

Oggi è facile guardare quella trilogia e pensare che fosse inevitabile.

Non lo era.

Era una scommessa gigantesca.

Tre film.

Anni di lavorazione.

Una produzione enorme.

Un universo considerato quasi inadattabile.

E un regista che doveva tenere insieme spettacolo, rispetto del materiale originale, esigenze cinematografiche e aspettative quasi ingestibili.

Jackson non fece un lavoro perfetto.

Nessun adattamento lo è.

Tagliò.

Spostò.

Semplificò.

Modificò personaggi e situazioni.

Ma capì la cosa fondamentale.

Non doveva trasformare Tolkien in qualcosa di più moderno.

Doveva convincerci che la Terra di Mezzo esistesse davvero.

LA TERRA DI MEZZO DOVEVA AVERE PESO

Ed è qui che la trilogia continua ancora oggi a essere impressionante.

Le cose pesano.

Le armature pesano.

Le spade pesano.

Le porte pesano.

Le città sembrano costruite.

I vestiti sembrano indossati da anni.

Gli oggetti hanno graffi.

Le superfici hanno sporco.

I luoghi hanno storia.

Gran parte di quella sensazione nasce dall’enorme lavoro artigianale dietro i film.

Set reali.

Costumi.

Protesi.

Miniature.

Armi.

Modelli.

Location naturali.

Effetti digitali usati insieme a elementi fisici.

Weta Workshop contribuì a dare a quel mondo una consistenza che ancora oggi si sente.

Non guardavi un rendering.

Guardavi qualcosa che sembrava poter essere toccato.

LA NUOVA ZELANDA DIVENTÒ LA TERRA DI MEZZO

E poi c’erano i paesaggi.

La Nuova Zelanda non era soltanto uno sfondo.

Era parte del racconto.

Montagne.

Valli.

Pianure.

Boschi.

Fiumi.

Spazi enormi.

Tolkien aveva costruito una geografia immaginaria.

Jackson trovò un luogo reale capace di farcela credere.

E questa è una delle ragioni per cui quei film hanno ancora oggi una qualità difficilmente replicabile.

Non sembrano ambientati “davanti a uno sfondo”.

Sembrano ambientati in un mondo.

LA CONTEA

La Contea è forse il miglior esempio.

Non deve impressionarti.

Deve farti sentire bene.

Verde.

Piccola.

Calda.

Quasi ingenua.

Un posto che non ha bisogno di essere straordinario perché il suo valore è proprio nella normalità.

Casa.

E questa cosa diventa fondamentale perché tutto ciò che succede dopo ha senso soltanto se capisci cosa rischia di essere perduto.

Frodo non parte per conquistare qualcosa.

Parte per proteggere ciò che ama.

E la Contea rappresenta quello.

MORIA

Poi arriva Moria.

Ed è l’opposto.

Il mondo si chiude.

Diventa pietra.

Buio.

Eco.

Silenzio.

Profondità.

Improvvisamente percepisci quanto sia antica la Terra di Mezzo.

Quanto sia grande.

E quanto piccola sia la Compagnia dentro di essa.

Le miniere non sembrano soltanto un luogo per una sequenza d’azione.

Sembrano le rovine di una civiltà.

E quando un film riesce a farti percepire la storia di un luogo senza dovertela spiegare continuamente, il worldbuilding ha funzionato.

Ian McKellen e Elijah Wood come Gandalf e Frodo a Moria
Gandalf e Frodo a Moria: nel buio, le parole acquistano un peso diverso. Foto di scena © New Line Cinema. Fonte: press kit Fathom Entertainment.

GANDALF

E poi c’è Gandalf.

Ian McKellen.

Ancora oggi faccio fatica a separare le due cose.

Questo è uno dei casi in cui il casting smette quasi di sembrare casting.

Gandalf non è semplicemente il mago potente.

È ironico.

È affettuoso.

È severo.

È stanco.

È enorme e contemporaneamente umano.

E quando pronuncia certe parole, hai la sensazione che dietro ci siano centinaia di anni di esperienza.

Non è soltanto ciò che dice.

È il peso con cui lo dice.

ARAGORN

Viggo Mortensen fece qualcosa di simile.

Aragorn poteva diventare facilmente il classico eroe fantasy.

Bello.

Forte.

Spada.

Destino.

Invece è pieno di dubbio.

Ha paura del proprio sangue.

Ha paura della propria eredità.

Non corre verso il trono.

Quasi lo evita.

Ed è proprio per questo che, quando finalmente lo accetta, il momento ha peso.

La sua forza non arriva dalla certezza.

Arriva dal fatto che sceglie comunque di andare avanti.

FRODO E SAM

Ma al centro di tutto, alla fine, ci sono due Hobbit.

Ed è forse questa una delle cose più belle dell’intera storia.

Non il guerriero più forte.

Non il re.

Non il mago.

Due creature piccole.

Uno porta il peso.

L’altro porta lui.

Frodo e Sam sono il cuore emotivo del viaggio.

Perché il male, nella storia di Tolkien, non viene sconfitto soltanto dalla forza.

Viene affrontato attraverso lealtà.

Amicizia.

Resistenza.

E la capacità di continuare quando non hai più niente.

GOLLUM

Poi arrivò Gollum.

Ed è difficile ricordare oggi quanto fosse rivoluzionario.

Andy Serkis non prestò semplicemente una voce.

Prestò un corpo.

Un modo di muoversi.

Un volto.

Una psicologia.

Il lavoro di motion capture e animazione digitale trasformò Gollum in qualcosa che il pubblico poteva percepire come personaggio, non come effetto speciale.

E questa distinzione è fondamentale.

Perché quando guardi Gollum, dopo pochi minuti smetti di pensare alla tecnologia.

Vedi lui.

La tecnologia sparisce.

Rimane il personaggio.

Ed è esattamente quello che dovrebbe fare un grande effetto visivo.

HOWARD SHORE — QUANDO LA TERRA DI MEZZO IMPARÒ A SUONARE

Poi c’è Howard Shore.

E qui, per me, bisogna fermarsi.

Perché la colonna sonora de Il Signore degli Anelli non accompagna semplicemente la Terra di Mezzo.

La completa.

Tolkien ha costruito il mondo con parole.

Jackson gli ha dato un volto.

Howard Shore gli ha dato un suono.

E quel suono oggi è inseparabile da quel mondo.

La Contea.

La Compagnia.

Rohan.

Gondor.

Mordor.

Gli Elfi.

Gollum.

Ogni luogo, ogni popolo, ogni idea ha un’identità musicale.

Non è semplice “musica epica”.

È narrazione.

PRIMA ANCORA CHE IL LUOGO APPARISSE, LA MUSICA TI AVEVA GIÀ DETTO DOVE ERI

Questo è il potere dei temi di Shore.

A volte bastano poche note.

Non hai bisogno dell’immagine.

La Contea arriva prima nella testa.

Vedi il verde.

Le colline.

Le case.

Il fumo dei camini.

Poi cambia tutto.

Rohan.

Le corde.

Quel senso di vento.

Di spazio.

Di qualcosa di antico e fiero.

E sei già altrove.

La musica costruisce geografia.

Costruisce memoria.

Costruisce identità.

E POI C’È ENYA

Dentro quella costruzione musicale gigantesca c’è anche una voce che arriva da un altro luogo.

Enya.

May It Be.

Un brano che chiude La Compagnia dell’Anello con una delicatezza quasi sospesa.

Non è il tema della battaglia.

Non è il peso di Mordor.

Non è la marcia della Compagnia.

È qualcosa di diverso.

È quasi un saluto.

Una preghiera.

Un ultimo respiro dopo il viaggio.

La voce di Enya entra in quel mondo senza forzarlo.

Anzi.

Sembra appartenere da sempre alla Terra di Mezzo.

E poi c’è Aníron.

Più intima.

Più legata ad Aragorn e Arwen.

Quasi un frammento d’amore custodito dentro un mondo enorme.

È uno di quei brani che non cercano di imporsi.

Ti avvolgono.

E forse è proprio questo il punto.

Howard Shore costruisce l’architettura musicale della Terra di Mezzo.

Enya ci mette dentro qualcosa di etereo.

Di fragile.

Di lontano.

Qualcosa che sembra arrivare da un tempo che non esiste più.

Dopo tre ore di viaggio, pericoli, perdita e meraviglia, non serviva chiudere con qualcosa di più grande.

Serviva qualcosa di più umano.

May It Be fa esattamente questo.

Ti accompagna fuori dalla Terra di Mezzo senza farti sentire davvero pronto a lasciarla.

ROHAN

Il tema di Rohan, per me, è uno degli esempi più belli.

Non ha bisogno di urlare.

Ha qualcosa di malinconico.

Nobile.

Antico.

Senti quasi il vento delle pianure dentro quelle note.

Ed è incredibile quanto velocemente il cervello colleghi quel suono a un luogo che non esiste.

O almeno non nel nostro mondo.

È lì che capisci che la Terra di Mezzo ormai non è più soltanto immagine.

Ha un odore.

Ha una luce.

Ha un suono.

LA COMPAGNIA

Poi c’è il tema della Compagnia.

Quello sì che cresce.

E ogni volta che arriva senti il viaggio.

La missione.

L’unità.

Il peso di qualcosa di più grande dei singoli personaggi.

Ma la cosa più bella è che Shore non lo usa semplicemente come bottone emotivo.

Lo trasforma.

Lo frammenta.

Lo fa crescere.

Lo fa scomparire.

Perché anche la Compagnia cambia.

E quindi cambia anche la sua musica.

NON È UNA COLONNA SONORA. È MEMORIA

Ed è questo il punto.

Certi brani non appartengono più soltanto ai film.

Appartengono ai nostri ricordi.

Puoi ascoltarli anni dopo.

Mentre guidi.

Mentre lavori.

Mentre sei a casa.

E per qualche secondo succede qualcosa.

Non sei più lì.

Sei da qualche altra parte.

La musica ha questa capacità.

E Howard Shore, con Il Signore degli Anelli, l’ha usata per costruire una delle identità sonore più riconoscibili del cinema moderno.

DAL LIBRO AL FILM SENZA UCCIDERE IL LIBRO

Questo è forse il risultato più grande di Jackson.

I film non sostituiscono Tolkien.

Non potrebbero.

Il libro ha ritmi differenti.

Tempi differenti.

Profondità differenti.

Ci sono parti eliminate.

Personaggi sacrificati.

Passaggi modificati.

Scelte che ancora oggi fanno discutere i lettori.

Ed è giusto così.

Ma il cinema non ha distrutto il mondo immaginato.

Gli ha dato una seconda vita.

E in certi casi libro e film hanno finito persino per rafforzarsi a vicenda.

Leggi Tolkien.

Vedi Jackson.

Torni a Tolkien.

Riguardi Jackson.

E ogni volta trovi qualcosa che l’altra versione ti aveva fatto notare.

Frodo tende la mano verso l’Unico Anello
Frodo e l’Unico Anello: la tentazione del potere attraversa tutta la storia. Foto di scena © New Line Cinema. Fonte: press kit Fathom Entertainment.

LA COSA PIÙ DIFFICILE ERA NON RIDURRE TUTTO A “FANTASY”

Perché Il Signore degli Anelli non è soltanto draghi, spade, maghi e mostri.

È perdita.

Potere.

Corruzione.

Amicizia.

Morte.

Tempo.

Nostalgia.

Sacrificio.

Il male che entra lentamente.

La tentazione.

La paura.

La speranza.

E soprattutto quella sensazione che alcune cose belle siano destinate a finire.

Questo elemento è ovunque in Tolkien.

Gli Elfi se ne vanno.

Un’epoca finisce.

La magia diminuisce.

Il mondo cambia.

La vittoria non restituisce tutto ciò che è stato perduto.

Ed è probabilmente per questo che il finale ha ancora così tanto peso.

E ANCORA OGGI CI TORNO

La cosa più bella è che, dopo tutti questi anni, non ho bisogno di una ricorrenza particolare per rivederlo.

Mi basta avere voglia di uscire per qualche ora dal mondo reale.

E allora so già dove andare.

Terra di Mezzo.

Rigorosamente in 4K UHD.

TV OLED.

Impianto Sonos Dolby Atmos.

Popcorn.

Patatine.

Birre.

E si viaggia.

Perché ormai non è più soltanto “rivedere un film”.

È quasi un rito.

Conosci le scene.

Conosci i dialoghi.

Sai cosa sta per succedere.

Eppure funziona ancora.

La Contea continua a sembrarti casa.

Moria continua a stringerti lo stomaco.

Rohan continua ad avere il vento dentro.

Mordor continua a pesare.

E quando parte Howard Shore, spesso basta quello.

Non serve nemmeno vedere l’immagine.

Sei già lì.

Forse è questa la misura vera di un’opera diventata immortale.

Non quanto riesca a sorprenderti la prima volta.

Ma quanto riesca ancora a riportarti indietro, anche quando conosci perfettamente la strada.

Io quella strada la conosco.

E ogni tanto, molto volentieri, la rifaccio tutta.

CRASHVERSE VERDICT

Il Signore degli Anelli era uno di quei mondi che sembravano troppo grandi per entrare dentro uno schermo.

E forse è proprio questo che rende ancora oggi così straordinario ciò che Peter Jackson e la sua squadra riuscirono a fare.

Non costruirono semplicemente tre film.

Costruirono un luogo.

Un luogo nel quale milioni di persone hanno creduto.

Tolkien aveva fatto la parte più difficile.

Aveva immaginato tutto.

Jackson ha preso quell’immaginazione e le ha dato peso.

Weta le ha dato materia.

Gli attori le hanno dato un volto.

Howard Shore le ha dato una voce.

Enya le ha dato qualcosa di ancora più fragile:

un respiro.

E noi abbiamo fatto il resto.

Ci siamo entrati.

E alcuni di noi, ogni tanto, ci tornano ancora.

Io sicuramente sì.

Quando ho voglia di entrare in un altro mondo, non devo scegliere.

So già dove andare.


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