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9 MIN DI LETTURA

Ci sono film che finiscono quando partono i titoli di coda.

E poi ci sono film che continuano.

Continuano mentre torni a casa.

Continuano mentre provi a spiegare a qualcuno cosa hai appena visto.

Continuano quando, ore dopo, ti ritrovi a pensare a una scena senza nemmeno sapere perché.

Inception è uno di quelli.

Anzi, forse Inception non finisce davvero mai.

Perché Christopher Nolan costruisce un film sui sogni, ma alla fine riesce a fare qualcosa di molto più fastidioso.

Ti costringe a dubitare della realtà.

Non della realtà di Cobb.

Della tua.

ENTRARE NEL SOGNO

All’inizio sembra quasi semplice.

Esiste una tecnologia che permette a più persone di condividere lo stesso sogno.

Puoi entrare nella mente di qualcuno.

Puoi costruire ambienti.

Puoi manipolare lo spazio.

Puoi rubare un’idea.

Ed è già abbastanza assurdo.

Ma Nolan non si accontenta.

Perché rubare un’idea non è il vero problema.

Il vero problema è metterne una dentro la testa di qualcuno.

L’Inception.

Fare in modo che una persona si svegli convinta che quella decisione sia nata da lei.

Ed è lì che il film comincia davvero a diventare inquietante.

Perché cosa rende un pensiero nostro?

Il fatto che lo abbiamo pensato?

Il fatto che lo ricordiamo?

Il fatto che siamo convinti di averlo scelto?

E se qualcuno avesse semplicemente piantato quel pensiero abbastanza in profondità?

Quanto della nostra identità dipende dalle idee che crediamo di aver avuto da soli?

COBB NON STA CERCANDO DI TORNARE A CASA

Apparentemente Cobb vuole una cosa molto semplice.

Tornare dai suoi figli.

Tornare a casa.

Cancellare il passato.

Ma più il film va avanti, più diventa evidente che Cobb non sta semplicemente cercando una strada per tornare a casa.

Sta cercando una strada per uscire da se stesso.

Il vero labirinto non è quello costruito da Ariadne.

È la sua memoria.

Mal è ovunque.

Compare quando non dovrebbe.

Distrugge piani.

Interferisce con i sogni.

Trasforma il subconscio di Cobb in qualcosa di pericoloso.

Ma Mal non è davvero Mal.

È il ricordo che Cobb ha di lei.

Ed è forse questa una delle idee più dolorose di Inception.

Noi non conserviamo veramente le persone.

Conserviamo la versione che abbiamo costruito di loro.

Un’immagine.

Un tono di voce.

Un momento.

Una colpa.

E quella versione può diventare più forte della realtà stessa.

QUANTO È AFFIDABILE UN RICORDO?

Pensiamo alla memoria come a un archivio.

Apriamo un cassetto e recuperiamo qualcosa che è successo.

Ma funziona davvero così?

Oppure ogni volta che ricordiamo qualcosa lo ricostruiamo?

Modifichiamo dettagli.

Aggiungiamo emozioni.

Togliamo pezzi.

Trasformiamo lentamente un evento in una storia che raccontiamo a noi stessi.

Cobb vive dentro questa trappola.

Ha costruito un’intera città mentale fatta dei suoi ricordi.

Ascensori.

Stanze.

Momenti che continua a visitare.

Come se potesse conservare il passato impedendogli di morire.

Ma più cerca di conservarlo, più ne diventa prigioniero.

E allora arriva una domanda che Inception lascia lì, senza rispondere:

quando smettiamo di ricordare qualcuno e iniziamo invece a ricordare il nostro ricordo di quella persona?

MAL

Mal è probabilmente l’elemento più importante del film.

Non perché sia l’antagonista.

Non lo è.

Mal è una ferita.

Cobb e Mal hanno vissuto troppo a lungo nel Limbo.

Hanno costruito un mondo insieme.

Una vita intera dentro uno spazio che non esisteva.

E per riuscire a convincerla a tornare nella realtà, Cobb ha fatto qualcosa di terribile.

Ha inserito nella sua mente un’idea.

Che il suo mondo non fosse reale.

L’Inception.

Ha funzionato.

Troppo bene.

Perché quell’idea non è rimasta confinata nel sogno.

Ha continuato a crescere.

E quando Mal è tornata nel mondo reale, non riusciva più a credere che fosse davvero reale.

Ed eccoci al cuore del film.

Una volta che inizi a dubitare della realtà…

come fai a smettere?

IL TOTEM

Per questo esistono i totem.

Piccoli oggetti personali.

Regole conosciute soltanto da chi li possiede.

Un’ancora.

Un modo per dire:

questo è reale.

Ma persino qui Nolan lascia una crepa.

Perché Cobb usa la trottola.

E la trottola apparteneva a Mal.

Quindi possiamo davvero fidarci di quello strumento?

Possiamo davvero fidarci di Cobb?

Possiamo fidarci di quello che vediamo?

O stiamo semplicemente accettando le sue regole perché il film ci ha insegnato a farlo?

Inception gioca continuamente con questa cosa.

Ti spiega le regole.

E subito dopo ti insegna a dubitare delle regole stesse.

UN SOGNO DENTRO UN SOGNO

Poi arrivano i livelli.

Un sogno.

Dentro un altro sogno.

Dentro un altro sogno.

E il tempo cambia.

Pochi minuti possono diventare ore.

Ore possono diventare giorni.

E più si scende, più il tempo si dilata.

È una trovata narrativa straordinaria.

Ma è anche qualcosa che conosciamo tutti.

Perché nei sogni il tempo non funziona come dovrebbe.

Puoi vivere una storia intera e svegliarti scoprendo che sono passati pochi minuti.

Puoi incontrare persone che non vedi da anni.

Puoi tornare in luoghi che non esistono più.

E mentre sogni, quasi mai ti chiedi se tutto abbia senso.

Lo accetti.

Ed è forse questo l’aspetto più inquietante.

Quando sogni, quanto spesso sai davvero di stare sognando?

IL CALCIO

Per tornare indietro serve un kick.

Una caduta.

Un movimento improvviso.

Qualcosa capace di trascinarti verso il livello superiore.

Ed è magnifico come Nolan trasformi persino una sensazione banalissima — quella di cadere mentre dormiamo — in una regola narrativa.

Quante volte ci siamo svegliati di colpo con quella sensazione?

Il corpo che reagisce.

Il cuore che accelera.

Per un secondo non sai dove sei.

Poi riconosci la stanza.

Il soffitto.

Il letto.

La realtà.

Ma quanto tempo ci vuole perché il cervello decida:

“Ok. Questo è il mondo vero”?

LA SCENA DELL’HOTEL

Ci sono sequenze che restano impresse perché sono spettacolari.

La lotta nel corridoio dell’hotel è una di quelle.

La gravità scompare.

Le pareti diventano pavimenti.

Il pavimento diventa soffitto.

I corpi continuano a combattere mentre lo spazio smette di rispettare le regole.

Ma la cosa più bella è che non sembra una scena costruita semplicemente per impressionarti.

È la conseguenza diretta di ciò che sta succedendo nel livello superiore.

Un furgone sta cadendo.

Quindi il sogno perde gravità.

Causa.

Effetto.

Sogno dentro sogno.

Tempo dentro tempo.

Nolan riesce a trasformare una struttura complicatissima in qualcosa che percepiamo quasi fisicamente.

HANS ZIMMER

E poi c’è la musica.

Inception senza Hans Zimmer sarebbe un film diverso.

La colonna sonora non accompagna semplicemente le immagini.

Le schiaccia.

Le spinge.

Le rende enormi.

Ogni nota sembra dire che il tempo sta finendo.

Che qualcosa sta arrivando.

Che dobbiamo svegliarci.

Il suono diventa parte della struttura stessa del film.

La musica che attraversa i livelli del sogno cambia velocità insieme alla percezione del tempo.

Non è solo soundtrack.

È architettura.

È quasi un altro livello del sogno.

ARIADNE

Non è casuale nemmeno il nome Ariadne.

Nella mitologia Arianna aiuta Teseo a uscire dal labirinto.

E qui Ariadne costruisce labirinti.

Ma soprattutto cerca di aiutare Cobb a uscire dal suo.

È lei che capisce per prima che il problema non è la missione.

È Cobb.

È la sua mente.

È Mal.

È ciò che continua a nascondere agli altri e soprattutto a se stesso.

E forse ognuno di noi possiede un piano dell’ascensore che preferisce non visitare.

Un ricordo che teniamo chiuso.

Una stanza in cui torniamo quando nessuno ci vede.

Una cosa che diciamo di aver superato.

Ma che continua a vivere da qualche parte.

IL LIMBO

Poi c’è il Limbo.

Uno spazio mentale senza struttura.

Un luogo dove il tempo può diventare infinito.

Dove puoi costruire città.

Vivere decenni.

Invecchiare.

Creare una realtà abbastanza convincente da dimenticare che ne esiste un’altra.

Ed è qui che Inception smette definitivamente di essere soltanto fantascienza.

Perché cos’è una realtà?

È reale qualcosa perché esiste oggettivamente?

Oppure diventa reale perché la viviamo?

Se passi cinquant’anni in un mondo costruito dalla tua mente…

quei cinquant’anni valgono meno?

Le emozioni provate lì sono false?

L’amore è falso?

La paura è falsa?

Il dolore è falso?

Se il cervello li ha vissuti, dove passa esattamente il confine?

SAITO

Quando Cobb ritrova Saito nel Limbo, il tempo ha completamente distrutto ogni riferimento.

Un uomo che poco prima conoscevamo è diventato vecchio.

Una vita sembra essere passata.

E basta una frase, un ricordo, qualcosa che riemerge da una profondità quasi impossibile, per riaccendere la consapevolezza.

“Dobbiamo tornare.”

Ma tornare dove?

Quando hai attraversato così tanti livelli, cosa significa ancora “tornare”?

IL FINALE

E poi arriviamo lì.

All’aeroporto.

Cobb passa il controllo.

Nessuno lo ferma.

Torna a casa.

Rivede i figli.

Posa la trottola.

La fa girare.

Noi la guardiamo.

Cobb no.

E questa è probabilmente la cosa più importante.

Per tutto il film Cobb ha avuto bisogno di sapere.

Reale.

Sogno.

Reale.

Sogno.

Alla fine decide di non guardare.

I suoi figli sono lì.

Lui va da loro.

La trottola continua a girare.

Forse vacilla.

Forse no.

Schermo nero.

MA È REALE?

È la domanda che tutti abbiamo fatto.

La trottola sarebbe caduta?

Cobb sta ancora sognando?

È tornato davvero?

Nolan non risponde.

Ed è giusto così.

Perché forse quella non è nemmeno la domanda corretta.

La domanda potrebbe essere:

importa?

Se Cobb finalmente accetta quella realtà, se smette di controllare continuamente il totem, se decide di vivere ciò che ha davanti…

quanto cambia sapere se è un sogno?

E qui il film diventa pericoloso.

Perché puoi spostare la domanda su di te.

Come sai che questo momento è reale?

Perché ricordi di esserti svegliato stamattina?

Ma se anche quello fosse parte del sogno?

Perché le cose seguono delle regole?

Anche i sogni le seguono, finché non smettiamo di accettarle.

Perché le persone attorno a noi confermano la nostra realtà?

Nel sogno fanno esattamente la stessa cosa.

FORSE IL TOTEM SIAMO NOI

E allora forse abbiamo tutti un totem.

Non una trottola.

Qualcosa che usiamo per riconoscere la nostra realtà.

Una routine.

Una casa.

Una persona.

Una canzone.

Un oggetto.

Un ricordo.

Qualcosa che ci dice:

sei qui.

Questa è la tua vita.

Ma Inception lascia una domanda ancora più grande.

E se un giorno quel totem smettesse di funzionare?

Se scoprissimo che una cosa che abbiamo sempre considerato vera non lo era?

Quanto del resto comincerebbe a crollare?

VERDICT

Inception è stato definito un film complicato.

Lo è.

Ha livelli, regole, sogni, tempi diversi, proiezioni, totem, kick, Limbo.

Ma la sua vera complessità non è lì.

È nelle domande che lascia.

Quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi?

Quanto delle nostre idee appartiene davvero a noi?

Può una convinzione cambiare completamente la nostra percezione della realtà?

Quanto siamo disposti a vivere dentro una memoria pur di non perdere qualcuno?

E soprattutto:

abbiamo davvero bisogno di sapere se ciò che viviamo è reale per considerarlo importante?

Alla fine Cobb smette di guardare la trottola.

Forse è questa la risposta.

O forse è solo un altro livello.

La trottola gira.

Vacilla.

E prima che possiamo sapere la verità…

Nolan ci sveglia.

INCEPTION.

Il sogno dentro il sogno che non ha mai smesso di girare.

E forse, da qualche parte nella nostra testa, sta ancora girando adesso.

cRASh


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