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Ci sono film che ami. Film che riguardi. E poi ci sono quelli che, inspiegabilmente, dopo anni riescono ancora a colpirti nello stesso punto. Per me Interstellar è uno di questi.
Non riesco semplicemente a “rivedere” Interstellar
Ci ho provato.
Davvero.
Metto il Blu-ray, mi accomodo e penso: questa volta è soltanto un film che conosco praticamente a memoria.
So cosa succederà. Conosco le immagini. Conosco le battute. So quando arriverà Hans Zimmer. So esattamente quali momenti Christopher Nolan utilizzerà per prendermi emotivamente per il collo.
E niente.
Ci casco ogni volta.
Sono passati più di dieci anni dalla prima volta che vidi Interstellar al cinema, alla sua uscita nel 2014. Da allora è diventato una specie di appuntamento ricorrente: ogni due o tre mesi, prima o poi, quel Blu-ray torna nel lettore. E se nel frattempo me lo ritrovo davanti su una piattaforma streaming, non è affatto detto che riesca a passare oltre.
Perché?
Probabilmente perché Interstellar sembra essere stato costruito mettendo insieme alcune delle cose che da sempre riescono ad accendere qualcosa dentro di me.
La fantascienza.
La fisica.
L'astrofisica.
Il tempo.
L'idea che l'Universo sia infinitamente più grande della nostra capacità di comprenderlo.
E soprattutto loro.
I buchi neri.
Pochi oggetti nell'Universo hanno esercitato su di me lo stesso fascino. Luoghi nei quali le nostre intuizioni quotidiane smettono semplicemente di funzionare. Dove spazio e tempo diventano qualcosa di diverso da ciò che siamo abituati a percepire.
Poi arriva Christopher Nolan e decide di prendere tutto questo — relatività, wormhole, dilatazione temporale, dimensioni superiori, gravità — e usarlo per raccontare una storia che, in fondo, parla di una cosa terribilmente semplice:
un padre che vuole tornare da sua figlia.
Ed è lì che sono fregato.
Prima viene il silenzio
La cosa straordinaria di Interstellar è che non comincia guardando le stelle.
Comincia guardando la polvere.
La Terra sta morendo lentamente. Non c'è l'apocalisse spettacolare alla quale il cinema ci ha abituati. Niente città vaporizzate, alieni nel cielo o eserciti schierati.
Ci sono campi.
Mais.
Polvere che entra nelle case.
Persone che hanno progressivamente smesso di guardare verso l'alto perché sopravvivere è diventato più importante che esplorare.
E Cooper non appartiene completamente a quel mondo.
È un pilota, un ingegnere, un uomo nato per cercare qualcosa oltre l'orizzonte e costretto invece a guidare un trattore.
È probabilmente la prima idea di Nolan che mi prende completamente.
L'umanità di Interstellar non sta morendo soltanto perché il pianeta sta diventando inabitabile.
Sta morendo perché ha smesso di essere curiosa.
A scuola si arriva perfino a riscrivere la storia delle missioni Apollo come propaganda. L'esplorazione è diventata quasi qualcosa di cui vergognarsi.
E per qualcuno che continua a guardare il cielo chiedendosi cosa ci sia là fuori, è un concetto quasi doloroso.
Poi Nolan apre una porta nell'Universo
Quando Interstellar lascia la Terra cambia dimensione.
Saturno.
Il wormhole.
Endurance.
Altri sistemi.
Altri mondi.
E finalmente Gargantua.
Ricordo ancora l'impatto della prima volta al cinema.
Non sembrava il classico buco nero cinematografico.
Sembrava qualcosa che non avremmo dovuto essere in grado di vedere.
Quella massa nera circondata dalla luce deformata aveva qualcosa di terrificante e magnifico contemporaneamente.
E la cosa meravigliosa è che dietro quell'immagine non c'era soltanto la fantasia di un reparto VFX.
C'era Kip Thorne.
Uno dei più importanti fisici teorici della nostra epoca, futuro premio Nobel per il lavoro legato alle onde gravitazionali, fu science advisor ed executive producer del film. Il progetto stesso di Interstellar affonda le proprie origini nel lavoro sviluppato da Thorne e dalla produttrice Lynda Obst anni prima che Nolan ne assumesse la regia.
Nolan aveva quindi accanto qualcuno che i buchi neri non li aveva semplicemente immaginati.
Li aveva studiati per una vita.
Gargantua non è soltanto un effetto speciale
Questa è forse una delle cose che amo maggiormente di Interstellar.
Per visualizzare Gargantua, il team di Double Negative lavorò con Thorne sviluppando il Double Negative Gravitational Renderer, un software che calcolava come i raggi luminosi si sarebbero propagati nello spazio-tempo deformato attorno a un buco nero rotante di Kerr.
In altre parole, non dissero semplicemente:
facciamo un buco nero che sembri figo.
Partirono dalle equazioni.
La gravità di Gargantua piega la traiettoria della luce proveniente dal disco di accrescimento. Per questo vediamo qualcosa che sembra avvolgersi sopra e sotto il buco nero.
È lensing gravitazionale.
La luce sta seguendo la geometria dello spazio-tempo.
Naturalmente il risultato cinematografico contiene delle semplificazioni: alcune caratteristiche fisicamente corrette vennero attenuate perché avrebbero reso l'immagine molto più difficile da interpretare per lo spettatore. Thorne ha raccontato proprio questo continuo compromesso fra rigore scientifico e leggibilità cinematografica.
Ma successe qualcosa di bellissimo.
Il lavoro realizzato per un film diventò abbastanza interessante da contribuire a un vero articolo scientifico sulla visualizzazione e sul lensing gravitazionale dei buchi neri rotanti.
Cinema che usa la fisica.
Fisica che riceve qualcosa indietro dal cinema.
Come fai a non innamorarti di una roba del genere?
Sette anni
E poi Nolan prende tutta quella fisica meravigliosa e decide di usarla per farci male.
Il pianeta di Miller.
Un mondo praticamente abbracciato a Gargantua.
La gravità estrema modifica lo scorrere del tempo rispetto a chi si trova lontano dal buco nero.
Nel film:
un'ora sulla superficie equivale a circa sette anni sulla Terra.
È una delle idee più terrificanti dell'intero film proprio perché non ha bisogno di mostri.
Il mostro è il tempo.
Ogni minuto costa qualcosa.
Ogni esitazione.
Ogni errore.
Ogni onda.
Quando Cooper e Brand riescono finalmente a tornare sull'Endurance, per Romilly sono trascorsi più di vent'anni.
E poi arrivano i videomessaggi.
Quella scena.
Quella maledetta scena.
Cooper guarda i propri figli crescere davanti a uno schermo.
Anni di vita compressi in pochi minuti.
Compleanni.
Scelte.
Dolori.
Un figlio diventa adulto.
Diventa padre.
Perde persone.
E Cooper è rimasto quasi immobile nel tempo.
Matthew McConaughey non ha bisogno di fare praticamente nulla di spettacolare. È seduto.
Guarda.
Piange.
E ogni volta penso di essere preparato.
Ogni volta mi sbaglio.
Interstellar ha capito una cosa fondamentale sul tempo
Normalmente nei film di fantascienza il tempo è un meccanismo narrativo.
Qui è una tragedia.
La relatività non serve semplicemente a far dire allo spettatore: che bella idea scientifica.
Serve a separare le persone.
Cooper non perde gli anni perché è distratto.
Li perde fisicamente.
Per lui passano ore.
Per Murph passa una vita.
Ed è probabilmente questo uno dei motivi per cui il film continua a funzionare emotivamente anche dopo che conosci ogni passaggio della storia.
Non puoi battere il tempo.
Puoi attraversare milioni di chilometri.
Puoi superare un wormhole.
Puoi orbitare attorno a un buco nero.
Puoi spingere la fisica fino ai limiti estremi della conoscenza umana.
Ma non puoi chiedere indietro gli anni che hai perso.
TARS
E devo fermarmi un momento anche su di lui.
Perché in un film pieno di meraviglie visive, Nolan realizza uno dei robot più memorabili della fantascienza usando praticamente…
un parallelepipedo.
TARS non ha occhi espressivi.
Non ha un volto.
Non cerca di sembrare umano.
È una macchina.
Eppure ha più personalità di molti personaggi umani che ho visto al cinema.
Umorismo regolabile.
Onestà configurabile.
Sarcasmo.
Competenza.
Lealtà.
E quel modo meravigliosamente pragmatico di affrontare qualsiasi situazione.
Il rapporto tra Cooper e TARS funziona proprio perché Nolan non prova continuamente a convincerci che il robot sia “quasi umano”.
TARS rimane TARS.
Ed è sufficiente.
Mann: il pianeta più pericoloso è quello dove siamo noi
Poi arriva il dottor Mann.
E Interstellar cambia ancora.
Abbiamo attraversato il cosmo.
Abbiamo affrontato distanze inconcepibili.
Siamo arrivati vicino a Gargantua.
E scopriamo che una delle minacce peggiori rimane qualcosa di tremendamente terrestre:
la paura di morire.
Mann era stato presentato come uno dei migliori tra loro.
Eppure cede.
Non perché sia un cattivo nel senso tradizionale.
Perché è umano.
Solo.
Spaventato.
Disperato.
Ed è proprio questo a renderlo molto più interessante.
Nolan mette l'umanità davanti all'immensità del cosmo e non la idealizza.
Possiamo essere coraggiosi.
Possiamo sacrificarci.
Possiamo attraversare le stelle.
Ma possiamo anche mentire pur di non morire soli.
E poi Cooper decide di cadere
Arriviamo a Gargantua.
Ed è qui che il mio amore per l'astrofisica e quello per questo film praticamente collidono.
Cooper si separa.
Cade.
Supera l'orizzonte.
Entra nel luogo dal quale, secondo la relatività classica, nessuna informazione dovrebbe riuscire a tornare all'esterno.
Da qui Interstellar abbandona progressivamente il territorio della fisica verificata e comincia la propria speculazione.
Ed è giusto dirlo.
Il tesseract non è “quello che sappiamo esserci dentro un buco nero”.
La possibilità di comunicare attraverso dimensioni superiori non è qualcosa che abbiamo osservato.
Lo stesso Thorne distingue nel materiale dedicato al film tra scienza consolidata, deduzioni ragionevoli e speculazioni. Il cuore del problema — cosa accada realmente alle singolarità quando relatività generale e meccanica quantistica devono convivere — rimane una delle grandi frontiere della fisica.
Ed è proprio questo che mi entusiasma.
Nolan arriva fino al confine di ciò che conosciamo.
Poi guarda oltre.
Il buco nero diventa una stanza
Questa idea è folle.
Cooper entra in uno degli oggetti più estremi dell'Universo…
e Nolan lo riporta nella cameretta di Murph.
Non sulla Terra.
Non esattamente nel passato.
In una rappresentazione dimensionale nella quale differenti momenti della stanza sono accessibili contemporaneamente.
L'immensità cosmica viene compressa nel luogo più intimo dell'intero film.
La libreria.
L'orologio.
La polvere.
Murph.
Ed ecco che capiamo che alcuni eventi che sembravano soprannaturali all'inizio del film erano sempre stati parte della stessa struttura.
STAY.
Resta.
La prima volta che capisci cosa significa davvero quella parola è una pugnalata.
Cooper aveva attraversato l'Universo per salvare l'umanità.
E arrivato oltre ogni confine possibile vuole soltanto impedire a se stesso di partire.
«L'amore» — la parte che divide tutti
Lo so.
È probabilmente uno degli elementi più discussi di Interstellar.
L'idea che l'amore possa in qualche modo trascendere spazio e tempo.
Se la prendi letteralmente come affermazione scientifica, naturalmente non funziona.
Ma io non credo che Nolan stia dicendo che l'amore sia una quinta forza fondamentale da aggiungere a gravità, elettromagnetismo e interazioni nucleari.
Per me sta facendo qualcosa di molto più interessante.
La fisica determina come Cooper possa comunicare.
Il legame con Murph determina perché sappia dove guardare.
La gravità è il mezzo.
L'amore è l'informazione umana che dà un significato al mezzo.
Ed è lì che Interstellar smette definitivamente di essere soltanto fantascienza scientifica.
Murph
Perché alla fine questa è la sua storia quanto quella di Cooper.
Murph passa gran parte della propria vita convivendo con un'assenza.
Prima aspetta.
Poi odia.
Poi cerca di capire.
Infine continua il lavoro che Cooper ha lasciato indietro.
E quando comprende l'orologio…
ogni pezzo torna al proprio posto.
La bambina che pensava ci fosse un fantasma nella libreria aveva ragione.
Solo che il fantasma era suo padre.
E Nolan mi distrugge un'ultima volta
Cooper torna.
Ma il tempo ha già vinto.
Murph è anziana.
Lui praticamente no.
Un padre entra in una stanza e trova la propria bambina alla fine della sua vita.
È una delle inversioni emotive più crudeli che la fantascienza abbia regalato al cinema.
Un genitore non dovrebbe vedere morire il proprio figlio.
Ma Murph ha vissuto un'intera esistenza mentre per Cooper è trascorso molto meno tempo.
E lei gli dice, sostanzialmente, di andare.
Non deve assistere alla sua morte.
Ha mantenuto la promessa.
È tornato.
Basta.
Ed ecco di nuovo i lacrimoni.
Anche se conosco la scena.
Anche se so esattamente quando arriverà.
Anche dopo tutti questi anni.
E poi c'è Hans Zimmer
Non riesco a immaginare Interstellar senza quella musica.
L'organo.
Il respiro.
La ripetizione.
L'aumento progressivo della pressione.
Zimmer non accompagna semplicemente lo spazio.
Gli dà una dimensione quasi religiosa.
Non nel senso della fede.
Nel senso del sublime: trovarsi davanti a qualcosa talmente enorme da farci sentire minuscoli.
Ci sono momenti nei quali immagini e musica diventano inseparabili.
L'Endurance che ruota.
Cooper che tenta l'aggancio.
Il tempo che corre.
Gargantua sullo sfondo.
E quella frase:
«No. It's necessary.»
Ogni volta.
Ogni.
Singola.
Volta.
Un film di fantascienza che ama davvero la scienza
Questa è forse la ragione per cui Interstellar occupa un posto particolare per me.
Non perché sia scientificamente perfetto.
Non lo è.
E non vuole esserlo fino in fondo.
Ma rispetta la scienza.
Thorne raccontò che alla base del progetto c'era proprio il principio di non violare gratuitamente le leggi fisiche consolidate; dove il racconto aveva bisogno di andare oltre, si cercava di entrare nel territorio della speculazione plausibile anziché usare semplicemente la magia travestita da tecnicismo.
Questa differenza si sente.
Interstellar non utilizza relatività, buchi neri e wormhole perché fanno scena.
Vuole che tu esca dal cinema e ti chieda:
- Cos'è veramente un buco nero?
- Il tempo può davvero scorrere diversamente?
- Cos'è una singolarità?
- Un wormhole potrebbe esistere?
- Cosa succede all'interno dell'orizzonte degli eventi?
E quando un film riesce a farti venire voglia di aprire un libro di astrofisica dopo i titoli di coda, per me ha già ottenuto qualcosa di enorme.
Dieci anni dopo, continuo a premere Play
Ci sono film che appartengono a un periodo.
Li hai amati.
Li ricordi con affetto, ma sai che appartengono a una versione precedente di te.
Interstellar no.
Ogni volta che torno a bordo dell’Endurance trovo qualcosa di diverso. Non perché il film sia cambiato, ma perché nel frattempo sono cambiato io.
Cambiano gli anni. Cambia il modo in cui guardo i miei genitori, il tempo che passa, le promesse fatte e quelle che non siamo riusciti a mantenere. Cambia perfino il peso di un addio.
Eppure il cuore del film rimane lì, ostinato e semplicissimo, sotto tutta la relatività, i wormhole e le dimensioni superiori.
Interstellar non mi chiede soltanto quanto lontano siamo disposti ad andare.
Mi chiede per chi lo faremmo.
Per questo, dopo più di dieci anni, continuo a premere Play.
E ogni volta, puntualmente, l’Universo torna a spezzarmi il cuore.
Fonti essenziali
- Nobel Prize in Physics 2017 — comunicato ufficiale
- Building Interstellar’s black hole: the gravitational renderer — CaltechAUTHORS
- Gravitational lensing by spinning black holes… — Classical and Quantum Gravity


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