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10 MIN DI LETTURA

Avevo tredici anni.

E Jim Morrison era ancora lì.

Ben piantato nella mia testa.

I Doors mi avevano già fatto capire che la musica poteva essere qualcosa di molto più grande di una canzone.

Poteva essere immagine.

Personalità.

Oscurità.

Ribellione.

Un modo di guardare il mondo.

A quell’età Jim era ancora una presenza enorme nel mio immaginario.

Poi, praticamente dietro la porta di casa, ce n’era un’altra.

LA PORTA ACCANTO

Uno dei miei cugini abitava porta a porta con me.

E ascoltava gli Iron Maiden.

Prima ancora di capire davvero cosa stessi ascoltando, furono due cose ad attirarmi.

Il logo.

Ed Eddie.

Quel nome scritto con quelle lettere così riconoscibili da sembrare già un marchio appartenente a un altro universo.

IRON MAIDEN.

E poi lui.

Eddie.

Mostruoso.

Inquietante.

A volte morto.

A volte soldato.

A volte faraone.

A volte cyborg.

A volte qualcosa che non riuscivi nemmeno a definire.

Ogni copertina sembrava raccontare una storia prima ancora di mettere il disco nel lettore.

Per un ragazzino di tredici anni era impossibile non essere incuriosito.

Sembrava quasi qualcosa che non avresti dovuto guardare troppo a lungo.

E naturalmente proprio per questo volevi guardarlo ancora.

POI HO ASCOLTATO

Il problema — o forse la fortuna — è che dopo aver guardato quelle copertine, prima o poi dovevi ascoltare la musica.

E lì cambiò qualcosa.

Non ho smesso di avere Jim Morrison nella testa.

Non è andata così.

Semplicemente, improvvisamente, nella mia testa c’era molto più spazio.

Perché gli Iron Maiden mi aprirono una porta.

E dietro quella porta c’era l’heavy metal.

Subito dopo sarebbe arrivato l’hard rock.

Poi altre band.

Altre chitarre.

Altri dischi.

Altre copertine.

Altri suoni.

Un intero universo musicale che fino a quel momento avevo soltanto intravisto da lontano.

Avevo tredici anni.

E il volume stava per salire.

NON ERA SOLO RUMORE

Da fuori, soprattutto per chi non ascoltava quel tipo di musica, il metal sembrava spesso ridursi a una definizione molto semplice:

rumore.

Chitarre distorte.

Capelli lunghi.

Teschi.

Volume alto.

Poi iniziavi ad ascoltare davvero gli Iron Maiden.

E scoprivi che dentro quelle canzoni c’era molto altro.

C’era la storia.

C’era la guerra.

C’era la letteratura.

C’era la mitologia.

C’erano il bene e il male.

C’erano il tempo, la morte, la religione, la follia, la paura.

C’erano mondi interi.

E quella fu forse una delle cose che mi colpirono di più.

Gli Iron Maiden non sembravano semplicemente scrivere canzoni.

Sembravano costruire scenari.

STEVE HARRIS

Prima di tutto, però, gli Iron Maiden hanno un centro.

Steve Harris.

Fondatore della band.

Bassista.

Motore.

Quel basso che spesso non sembra stare dietro alle chitarre.

Corre insieme a loro.

A volte sembra addirittura trascinarle.

Quel famoso galoppo che diventa immediatamente riconoscibile.

Tum-ta-ta.

Tum-ta-ta.

Tum-ta-ta.

Una volta che inizi a sentirlo, non puoi più non sentirlo.

È una delle firme sonore dei Maiden.

E forse parte della loro forza nasce proprio da lì.

Dal fatto che il basso non si limita a sostenere.

Spinge.

Corre.

Ti porta dentro il pezzo.

LE CHITARRE

Poi arrivano le chitarre.

Quelle armonizzazioni.

Quelle melodie gemelle capaci di essere pesanti e allo stesso tempo incredibilmente musicali.

Non era soltanto distorsione.

C’era qualcosa di epico.

Qualcosa che potevi quasi canticchiare anche quando le chitarre stavano correndo a tutta velocità.

Era metal.

Ma aveva melodia.

Ed è forse anche questo che rese gli Iron Maiden così importanti per me quando iniziai ad avvicinarmi a quel mondo.

Non sembravano chiederti di rinunciare alla musica per avere potenza.

Ti davano entrambe.

PAUL DI’ANNO

Prima di Bruce Dickinson, però, c’era stato Paul Di’Anno.

E quella parte della storia dei Maiden ha un’identità precisa.

Più grezza.

Più sporca.

Più vicina alla strada.

I primi Iron Maiden hanno qualcosa di diverso rispetto alla gigantesca macchina epica che sarebbero diventati dopo.

È importante ricordarlo.

Perché una band non nasce già leggenda.

Cresce.

Cambia.

Trova la propria forma.

E poi, a un certo punto, arriva una voce.

BRUCE

Io l’ho sempre saputo.

Team Bruce Dickinson.

Sempre.

Non perché tutto ciò che era venuto prima non avesse valore.

E nemmeno perché gli altri membri contassero meno.

Gli Iron Maiden sono una band nel senso più vero del termine.

Ma per me quella voce era qualcosa di diverso.

Bruce non cantava soltanto.

Sembrava raccontare.

Sembrava entrare fisicamente dentro quello che stava cantando.

La sua voce poteva salire, allargarsi, esplodere.

E improvvisamente una canzone non sembrava più soltanto una canzone.

Diventava una battaglia.

Un racconto.

Una fuga.

Una profezia.

Un volo.

Una guerra.

Bruce Dickinson aveva quella capacità di trasformare il palco in qualcosa di enorme.

Correva.

Saltava.

Agitava bandiere.

Indossava costumi.

Interpretava.

Non era soltanto il cantante degli Iron Maiden.

Era il frontman degli Iron Maiden.

E per me quella differenza contava.

THE NUMBER OF THE BEAST

Quando Bruce entra nella band, all’inizio degli anni Ottanta, succede qualcosa.

Nel 1982 arriva The Number of the Beast.

E lì gli Iron Maiden diventano definitivamente qualcosa di enorme.

Basta il titolo.

Basta la copertina.

Basta Eddie.

Basta l’introduzione parlata di The Number of the Beast.

Poi parte tutto.

Ma dentro quel disco c’è anche Run to the Hills.

C’è Hallowed Be Thy Name.

Ed è proprio con brani come Hallowed Be Thy Name che capisci quanto fosse riduttivo considerare questa musica semplicemente “pesante”.

Un uomo aspetta la propria esecuzione.

Il tempo si accorcia.

La paura cambia.

I pensieri cambiano.

La musica cresce insieme a lui.

È teatro.

Solo che invece del sipario ci sono amplificatori Marshall e chitarre.

HALLOWED BE THY NAME

Ci sono canzoni che appartengono a una band.

E poi ce ne sono alcune che sembrano riassumerla.

Per me Hallowed Be Thy Name appartiene alla seconda categoria.

Parte quasi in silenzio.

Poi cresce.

Corre.

Esplode.

E Bruce racconta.

Non sta semplicemente cantando una storia.

La sta vivendo davanti a te.

Forse è anche lì che ho capito una cosa importante del metal.

La potenza non sta soltanto nel volume.

Sta nella tensione.

Nell’attesa.

Nel momento in cui senti che qualcosa sta per succedere.

E poi succede.

PIECE OF MIND

Poi Piece of Mind.

The Trooper.

Eddie diventa soldato.

La Union Jack.

La cavalcata.

Le chitarre.

Il basso.

Bruce.

Se dovessi scegliere un’immagine per spiegare cosa significa “Iron Maiden” a qualcuno che non li ha mai ascoltati, probabilmente potrei iniziare proprio da lì.

The Trooper non è soltanto uno dei loro brani più riconoscibili.

È quasi un manifesto.

Velocità.

Melodia.

Storia.

Immagine.

Palco.

Identità.

Tutto insieme.

POWERSLAVE

E poi Powerslave.

Una copertina che a tredici, quattordici anni potevi guardare per minuti.

Eddie trasformato in faraone.

Geroglifici.

Piramidi.

Simboli.

Quasi un poster prima ancora che una copertina.

E dentro:

Aces High.

2 Minutes to Midnight.

Powerslave.

Rime of the Ancient Mariner.

Ed eccola di nuovo.

La letteratura.

Samuel Taylor Coleridge trasformato in heavy metal.

Una poesia di fine Settecento che entra dentro un disco dei Maiden e diventa una composizione monumentale.

A quel punto il messaggio era chiarissimo.

Dentro questo genere poteva esserci qualsiasi cosa.

SOMEWHERE IN TIME

Poi il futuro.

Somewhere in Time.

Eddie diventa cyborg.

Una città futuristica.

Neon.

Citazioni nascoste.

Dettagli ovunque.

Una copertina che oggi potremmo quasi definire cyberpunk.

Ancora una volta gli Iron Maiden prendevano un disco e lo trasformavano in un oggetto da esplorare.

Non bastava ascoltarlo.

Dovevi guardarlo.

Studiare la copertina.

Cercare riferimenti.

Notare dettagli.

Era già cultura nerd prima ancora che molti di noi iniziassero a usare quella parola con orgoglio.

SEVENTH SON

Poi Seventh Son of a Seventh Son.

Concept.

Misticismo.

Profezie.

Destino.

Ancora una volta la sensazione che gli Iron Maiden non volessero semplicemente registrare dieci canzoni.

Volevano costruire un mondo.

Ed è forse proprio questa una delle ragioni per cui il loro immaginario ha resistito così bene.

Puoi entrare negli Iron Maiden da una canzone.

Ma dopo un po’ scopri che sei entrato in un universo.

EDDIE

E al centro di quell’universo c’è sempre lui.

Eddie.

La cosa geniale è che Eddie non ha una forma definitiva.

Può essere qualsiasi cosa.

Soldato.

Faraone.

Cyborg.

Mostro.

Dio.

Morto.

Vivo.

Alieno.

Demente.

Demone.

Eppure lo riconosci sempre.

È la mascotte di una band, certo.

Ma è diventato qualcosa di molto più grande.

Una delle immagini più riconoscibili della storia della musica.

E nel mio caso fu addirittura uno dei motivi per cui mi avvicinai agli Iron Maiden.

Prima mi incuriosì Eddie.

Poi scoprii la musica.

E alla fine rimasi per entrambi.

IL LOGO

Lo stesso vale per quel logo.

Ci sono nomi di band che vengono semplicemente scritti.

IRON MAIDEN invece sembra disegnato.

Puoi riconoscerlo da lontano.

Puoi vederne anche soltanto una parte e sapere immediatamente cosa stai guardando.

E per un tredicenne quella identità visiva contava.

Eccome se contava.

Perché prima ancora di conoscere la discografia, iniziavi ad appartenere a quel mondo attraverso una maglietta.

Una toppa.

Una copertina.

Un poster.

Una scritta su uno zaino.

La musica iniziava nelle casse.

Ma continuava addosso.

DALLA PORTA DEI MAIDEN

E da lì iniziai ad andare oltre.

Perché spesso funziona così.

Una band non ti dà soltanto la propria musica.

Ti dà una chiave.

Gli Iron Maiden furono una delle mie chiavi per entrare nell’heavy metal e nell’hard rock.

Una volta aperta quella porta, volevo sapere cosa ci fosse dietro.

Altre band.

Altri suoni.

Altri chitarristi.

Altri cantanti.

Altre storie.

E improvvisamente quello che prima sembrava un genere musicale diventava una genealogia infinita.

Ogni nome portava a un altro nome.

Ogni disco a un altro disco.

Ogni chitarrista a un’altra band.

Era praticamente Internet prima di Internet.

Solo che i link erano sulle cassette e sulle copertine dei dischi.

JIM ERA ANCORA LÌ

La cosa importante, però, è che Jim Morrison non era sparito.

E questa forse è una delle cose più belle che impari crescendo musicalmente.

Non devi sostituire necessariamente una passione con un’altra.

Non funziona come aggiornare un software.

Non disinstalli The Doors per installare Iron Maiden.

Le cose si sommano.

Jim mi aveva mostrato un lato della musica.

Oscuro.

Poetico.

Sensuale.

Pericoloso.

I Maiden me ne mostrarono un altro.

Potente.

Epico.

Fisico.

Narrativo.

E improvvisamente capii che potevo abitare entrambi.

BRUCE TEAM. SEMPRE.

Negli anni ho ascoltato diverse epoche degli Iron Maiden.

Ho conosciuto meglio la storia.

Le formazioni.

Gli album.

I cambiamenti.

Gli allontanamenti.

I ritorni.

Ma su una cosa non ho mai avuto dubbi.

Bruce Dickinson Team.

Sempre.

Ci sono voci che riconosci.

E poi ci sono voci che associ immediatamente a un mondo.

Per me Bruce è quella degli Iron Maiden.

Quando parte quella voce, il resto arriva subito dopo.

Eddie.

Le luci.

Le chitarre.

Il basso di Harris.

Le copertine.

Quel logo.

E probabilmente, da qualche parte, anche il ragazzino di tredici anni che stava ascoltando dalla porta accanto.

GLI IRON MAIDEN NON SONO MAI STATI SOLO UNA BAND

Forse è questa la conclusione a cui sono arrivato negli anni.

Gli Iron Maiden non sono semplicemente una band.

Sono un sistema visivo.

Un immaginario.

Un modo di raccontare storie.

Un simbolo.

Un mondo abitabile.

Puoi riconoscerli senza ascoltare una nota.

Puoi riconoscerli da Eddie.

Dal logo.

Da una copertina.

Da un basso che galoppa.

Da due chitarre che iniziano a inseguirsi.

Da Bruce che apre le braccia davanti a migliaia di persone.

Pochissime band sono riuscite a costruire un’identità così completa.

E ancora meno sono riuscite a conservarla per decenni.

IL RAGAZZINO DELLA PORTA ACCANTO

Ogni tanto penso a quanto siano casuali certe cose.

Un cugino.

Una casa accanto alla tua.

Un disco.

Una copertina.

Un logo.

Un mostro chiamato Eddie.

Forse se mio cugino non avesse ascoltato quella musica proprio lì, in quel periodo, avrei scoperto gli Iron Maiden comunque.

Probabile.

Ma non nello stesso modo.

Perché una cosa è conoscere una band.

Un’altra è incontrarla nel momento esatto in cui sei pronto a cambiare.

Avevo tredici anni.

Avevo ancora Jim Morrison nella testa.

E dalla porta accanto arrivavano delle chitarre.

Ho aperto quella porta.

E dietro c’era un mondo.

VERDICT

Gli Iron Maiden sono stati il mio vero ingresso nell’heavy metal.

Non perché siano stati l’unica band importante.

Non perché tutto sia iniziato e finito con loro.

Ma perché furono la porta.

Prima arrivarono il logo ed Eddie.

Poi la curiosità.

Poi la musica.

Poi Bruce.

Poi Steve Harris.

Poi le chitarre.

Poi i dischi.

E da lì un intero universo fatto di heavy metal e hard rock cominciò ad aprirsi davanti a me.

Jim Morrison rimase nella mia testa.

Per fortuna.

Ma accanto a lui comparve qualcosa di nuovo.

Più veloce.

Più rumoroso.

Più epico.

Avevo tredici anni.

E senza rendermene conto avevo appena scoperto che la musica non era una stanza.

Era una casa piena di porte.

Gli Iron Maiden ne aprirono una.

E dall’altra parte c’era l’heavy metal.

IRON MAIDEN.

Quando l’heavy metal diventò un mondo da abitare.

cRASh


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