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DEEP DIVE · CLUB CULTURE

Prima era The Wizard alla radio di Detroit. Poi Underground Resistance, Axis, Berlino, Tokyo, Metropolis, orchestre, pianeti, cinema e club di mezzo mondo. Jeff Mills non ha trascorso quarant’anni cercando di prevedere il futuro della techno. Ha continuato a comportarsi come se fosse già arrivato.

Scritto da cRASh

Dentro l’articolo

Ci sono DJ che aspettano il momento giusto per mettere un disco.

Jeff Mills sembra aspettare il momento giusto per toglierlo.

Pochi secondi.

Un passaggio.

Una cassa.

Un altro disco.

Una mano sul mixer.

L’altra è già altrove.

Nessuna pausa inutile.

Nessun bisogno di costruire quell’immagine teatrale del DJ che alza le braccia mentre il pubblico aspetta il drop.

Perché quando guardi Jeff Mills lavorare, la prima sensazione non è quella di vedere qualcuno che “mette musica”.

Sembra qualcuno che sta pilotando qualcosa.

E forse non è un caso che gran parte della sua vita artistica sia ossessionata proprio da quello.

Macchine.

Spazio.

Orbita.

Tempo.

Astronauti.

Fantascienza.

Movimento.

Il futuro.

Jeff Mills ha trascorso più di quarant’anni davanti a strumenti elettronici e continua ancora oggi a comportarsi come se non avessimo minimamente esplorato tutto ciò che possono fare.

Per questo chiamarlo semplicemente “leggenda della techno” è corretto.

Ma insufficiente.

Perché Jeff Mills non è importante soltanto per la musica che ha prodotto.

È importante per l’idea di cosa possa essere un DJ.

Jeff Mills alla console nel 2010
Jeff Mills, 2010. Foto: Basic Sounds, Wikimedia Commons · CC BY-SA 2.0.

The Wizard: tutto comincia alla radio

E tutto comincia a Detroit.

Non nel club.

Alla radio.

Negli anni Ottanta Mills entra nell’immaginario della città come The Wizard.

Il nome non è un vezzo costruito dopo la fama.

È quello con cui migliaia di persone lo conoscono prima ancora che il suo volto diventi riconoscibile.

WJLB.

Radio.

Mix rapidissimi.

House.

Electro.

Hip hop.

New wave.

Quello che sarebbe diventato techno.

Dischi trattati non come opere intoccabili da riprodurre dall’inizio alla fine, ma come materiale.

Taglia.

Mescola.

Sovrapponi.

Interrompi.

Riparti.

Il DJ non è una persona che presenta musica prodotta da altri.

È qualcuno che può trasformarla in tempo reale.

La Detroit Historical Society ricorda proprio quell’inizio: Mills costruisce il proprio seguito come The Wizard attraverso un programma radiofonico fatto di techno, house e hip hop mischiati praticamente senza interruzione. Poco dopo entrerà nella produzione e alla fine degli anni Ottanta, insieme a “Mad” Mike Banks, darà vita a Underground Resistance.

Underground Resistance: la musica prima dei volti

Il nome dice già tutto.

Underground Resistance.

Non suona come il nome di un’etichetta.

Suona come un’organizzazione clandestina.

Ed è esattamente quello che vogliono.

Volti nascosti.

Passamontagna.

Abiti neri.

Immaginario militare.

Niente culto della celebrity.

La musica prima delle persone che la producono.

Underground Resistance prende l’estetica futurista della techno di Detroit e la carica di qualcosa di più duro.

Indipendenza.

Identità.

Controllo.

Rifiuto dell’industria tradizionale.

Non bisogna dimenticare dove succede tutto questo.

Detroit.

Una città che aveva costruito una parte enorme del sogno industriale americano e che stava osservando le conseguenze della deindustrializzazione.

Fabbriche.

Automazione.

Macchine.

Lavoro.

Declino.

Futuro.

In moltissima techno di Detroit la tecnologia non è mai semplicemente decorazione.

È ambiente.

È ciò che la città era stata.

È ciò che avrebbe potuto diventare.

È promessa e minaccia contemporaneamente.

Forse è anche per questo che nella musica di Jeff Mills la macchina non sembra mai fredda.

Può essere brutale.

Ripetitiva.

Implacabile.

Ma è sempre profondamente umana.

Perché dietro la Roland c’è qualcuno.

Dietro il sequencer c’è qualcuno.

Dietro ogni ripetizione c’è una scelta.

E Jeff Mills ha sempre trattato la tecnologia come uno strumento da controllare, non come qualcosa dietro cui nascondersi.

Axis: un universo indipendente

Poi esce da Underground Resistance.

E nel 1992 nasce Axis Records.

Il logo è costituito da quattro frecce triangolari rivolte verso un centro invisibile.

Già quello potrebbe bastare.

Non una faccia.

Non il nome Mills scritto enorme.

Un simbolo.

Un sistema.

Axis diventa il laboratorio nel quale Jeff Mills può costruire il proprio universo senza dover continuamente chiedere il permesso a qualcun altro.

La label nasce nel 1992 e negli anni si espande attraverso sottoetichette e progetti diversi, mantenendo quella stessa idea di autonomia creativa.

E qui la techno di Mills diventa ancora più essenziale.

Non minimal nel senso di vuota.

Minimal nel senso di necessaria.

Togli quello che non serve.

Una cassa.

Una sequenza.

Un hi-hat.

Una figura.

Qualcosa che entra.

Qualcosa che scompare.

Movimento.

È quasi architettura.

Non hai bisogno di una melodia enorme se una variazione microscopica può cambiare completamente ciò che percepisci.

Non hai bisogno di una voce che ti dica cosa provare.

Non hai nemmeno bisogno di sapere il titolo.

Devi entrare.

Ed è qui che Jeff Mills diventa uno dei DJ più tecnicamente riconoscibili del pianeta.

Velocità.

Precisione.

Tre giradischi.

TR-909.

Mix che durano molto meno di quanto la cultura DJ aveva insegnato ad aspettarsi.

Una traccia non viene necessariamente “suonata”.

Viene utilizzata.

Può apparire per un minuto.

Trenta secondi.

Pochissimo.

Poi viene sostituita.

Quello che conta non è rispettare il disco.

È costruire il set.

Il disco diventa una parola.

La performance è la frase.

Jeff Mills mixa vinili con un mixer Vestax PMC-500
Il lavoro alla console: Jeff Mills con un mixer Vestax PMC-500. Foto: Angie Linder, Wikimedia Commons · CC BY-SA 2.0.

Liquid Room: il rischio di essere vivi

Nell’ottobre del 1995 Mills arriva al Liquid Room di Tokyo.

Quella notte diventerà una delle registrazioni più famose della storia della techno.

Tre ore condensate successivamente in poco più di un’ora.

Decine di tracce.

Passaggi rapidissimi.

Errori.

Impulso.

Scratch.

Rewind.

Vinile.

Nessuna ricerca della perfezione sterile che oggi possiamo ottenere sincronizzando digitalmente qualsiasi cosa.

È vivo.

Pericoloso.

Sembra continuamente sul punto di perdere il controllo.

E non lo perde.

Live at the Liquid Room, Tokyo diventa un riferimento generazionale e nel 2025-2026 Mills è tornato proprio a quel momento con un tour per il trentesimo anniversario, accompagnato anche da materiale documentario e da un libro dedicato a quella notte.

Pensateci.

Trent’anni dopo.

Una performance elettronica registrata dentro un club.

Ancora studiata.

Ancora ristampata.

Ancora discussa.

Non perché fosse tecnicamente perfetta.

Forse proprio perché non lo era.

Dentro si sente un essere umano che prende decisioni a velocità folle.

È questo che spesso dimentichiamo parlando di musica elettronica.

La tecnologia può diventare più precisa.

Gli strumenti più potenti.

Il software più intelligente.

La sincronizzazione perfetta.

Ma la precisione non coincide automaticamente con la vita.

Jeff Mills ha sempre lasciato nella macchina abbastanza spazio perché qualcosa potesse ancora andare storto.

The Bells: bastano quelle note

E poi c’è The Bells.

Quattro minuti e qualcosa.

Una sequenza che chiunque abbia attraversato abbastanza dancefloor riconosce praticamente prima ancora di riuscire a darle un nome.

Non serve un testo.

Non serve una voce.

Non serve un video musicale.

Partono quelle note.

E succede qualcosa.

Axis stessa la definisce una delle composizioni techno più suonate e riconoscibili, un brano diventato negli anni un punto culminante di rave e club in tutto il mondo.

Ma ridurre Jeff Mills a The Bells sarebbe un po’ come ridurre Kubrick a una singola scena.

Perché mentre una parte del mondo club lo consacra come uno dei DJ definitivi, Mills continua a cercare porte da cui uscire.

Cinema.

Arte.

Orchestra.

Fantascienza.

Metropolis: macchine che guardano altre macchine

E a un certo punto arriva Fritz Lang.

Metropolis.

1927.

Una delle rappresentazioni definitive della città futuristica.

Macchine gigantesche.

Classi sociali separate.

Corpi trasformati in componenti del sistema.

Utopia e distopia.

È quasi inevitabile che Jeff Mills finisca lì.

Nel 2000 costruisce una nuova colonna sonora per Metropolis.

Non cerca di modernizzare banalmente il film.

Succede qualcosa di più interessante.

Un uomo che per tutta la propria carriera ha utilizzato suoni futuristici entra in dialogo con un film che aveva immaginato il futuro più di settant’anni prima.

Passato che immagina futuro.

Futuro che rilegge passato.

Macchine che guardano altre macchine.

È Jeff Mills perfetto.

E da quel momento il confine si allarga ulteriormente.

Orchestre.

Installazioni.

Film.

Musei.

Performance.

Progetti legati allo spazio.

Mills porta la techno in luoghi nei quali per anni qualcuno aveva implicitamente deciso che non dovesse stare.

Non per renderla rispettabile.

Non ha bisogno di esserlo.

Per dimostrare che il linguaggio funziona anche lì.

Nel progetto Blue Potential, la musica elettronica incontra la Montpellier Philharmonic Orchestra.

Una composizione come The Bells può esistere nel club e poi essere ricostruita attraverso un’orchestra.

La stessa idea.

Un corpo completamente diverso.

Spiral Deluxe e Tomorrow Comes the Harvest

Poi arriva il jazz.

Spiral Deluxe.

L’improvvisazione.

Musicisti reali che comunicano nel momento.

Mills racconta che l’idea di fondere techno, house e jazz gli girava in testa già dai primi anni Novanta.

Poi Tony Allen.

Tomorrow Comes the Harvest.

Afrobeat.

Percussione.

E ancora una volta Jeff Mills utilizza la ripetizione non come gabbia ma come terreno sul quale qualcosa può cambiare continuamente.

Questa è forse la cosa più importante per capire davvero il suo lavoro.

Jeff Mills non sembra interessato alla techno come genere.

È interessato alla techno come metodo.

Ripetizione.

Tecnologia.

Improvvisazione.

Tempo.

Spazio.

Pattern.

Movimento.

Puoi applicare quelle idee dentro un warehouse.

Dentro un teatro.

Con un’orchestra.

Davanti a un film muto.

Con musicisti jazz.

Dentro un museo.

Funzionano ancora.

Napoli: questa parte non si scrive da lontano

E poi c’è Napoli.

Questa parte, per me, non può essere scritta da lontano.

Perché Jeff Mills a Napoli non è soltanto il nome di un artista internazionale passato qualche volta per una consolle.

Fa parte di una stagione.

Di una scena.

Di quella geografia notturna in cui certi posti non erano semplicemente locali.

Erano punti della città.

EnnenCì.

Golden Gate.

E tutto ciò che c’era intorno.

Io Jeff Mills l’ho incontrato proprio a Napoli.

E ci sono persone che quando le incontri sembrano diverse dall’immagine che ti sei costruito ascoltandole.

Con lui ricordo soprattutto il contrasto.

Sul palco: velocità.

Pressione.

Macchine.

Precisione.

Fuori: una presenza molto più composta.

Quasi l’opposto del rumore che riesce a produrre.

E forse proprio per questo mi è rimasto.

Perché avevo davanti qualcuno che non aveva bisogno di comportarsi da “Jeff Mills”.

La musica aveva già fatto tutto il lavoro.

Napoli, del resto, con Mills ha un rapporto lungo.

Nel 2016, dopo una performance di Spiral Deluxe al Politeama, raccontò a Repubblica di frequentare la città dall’inizio degli anni Novanta e di avere con il pubblico campano un’intesa particolare. La storia della techno napoletana conferma quella presenza: Mills è uno dei grandi nomi internazionali transitati ripetutamente nella scena cittadina, dal circuito underground degli anni Novanta al Golden Gate e oltre.

Nel 2019 era ancora al Golden Gate.

Nel 2025 è tornato a Napoli per l’unica data italiana di Tomorrow Comes the Harvest, alla ex Base NATO di Bagnoli.

E nell’agosto 2026 era nuovamente nell’area napoletana per Mutate.

Non è una coincidenza.

Detroit e Napoli sono diversissime.

Ma entrambe hanno prodotto scene elettroniche nelle quali il suono non era semplicemente una moda importata.

È stato trasformato.

Riadattato.

Reso locale.

A Napoli la techno ha trovato una città che capisce istintivamente il ritmo.

Una città caotica.

Percussiva.

Contraddittoria.

Una città dove negli anni Novanta e Duemila potevi ritrovarti davanti a DJ che altrove erano trattati come avanguardia estrema e vedere una pista rispondere come se quella musica fosse sempre stata lì.

Non a caso DJ Mag, raccontando la storia della scena techno napoletana, ricorda proprio l’arrivo di figure come Jeff Mills e Richie Hawtin intorno al 2000 e la nascita di un suono riconoscibile persino agli artisti internazionali come “Napoli style”.

Ed è una connessione che mi interessa molto.

Perché la techno funziona davvero quando smette di appartenere alla città che l’ha creata.

Detroit inventa qualcosa.

Berlino la trasforma.

Tokyo la assorbe.

Napoli la interpreta.

E poi tutto ritorna in circolo.

Nessuno possiede più completamente il linguaggio.

È diventato globale.

Ma le radici rimangono.

E Jeff Mills non ha mai smesso di ricordarle.

Tomorrow: il passato non basta

Nel 2026 potrebbe tranquillamente vivere di celebrazioni.

Ha più di sessant’anni.

Ha contribuito a definire una cultura.

Ha fondato Underground Resistance.

Axis esiste da oltre trent’anni.

The Bells è diventata un classico.

Liquid Room viene trattato come un documento storico.

Ci sarebbero tutti gli ingredienti per passare il resto della carriera a suonare il proprio passato.

Mills continua invece a utilizzare una parola.

Tomorrow.

Domani.

Una delle sue etichette porta quel nome.

Uno dei suoi progetti più importanti si chiama Tomorrow Comes the Harvest.

Il sito di Axis continua a presentare progetti dedicati alla relazione tra musica elettronica, spazio, futuro e creatività.

The Escape Velocity è diventato persino un magazine digitale attraverso cui Axis vuole discutere musica, creatività, immagini e idee oltre il semplice disco.

Questa cosa mi piace molto.

Perché quando una persona viene definita “pioniere”, spesso significa implicitamente che il suo lavoro più importante appartiene al passato.

Ha aperto la strada.

Altri l’hanno percorsa.

Fine.

Jeff Mills sembra non avere mai accettato quella parte del contratto.

Non vuole essere il monumento all’ingresso della strada.

Vuole sapere dove porta.

Il club come una piccola navicella

È forse per questo che continua a parlare dello spazio.

Non soltanto perché ama la fantascienza.

Lo spazio è la più grande rappresentazione possibile di qualcosa che non abbiamo ancora finito di capire.

È lontano.

Oscuro.

Infinito.

Tecnologico.

Scientificamente reale e contemporaneamente ancora capace di produrre immaginazione.

È il luogo perfetto per Mills.

Anche musicalmente.

Perché la sua techno non ha mai raccontato davvero città futuristiche piene di neon.

Quella sarebbe scenografia.

La sua idea di futuro è più astratta.

Coordinate.

Orbita.

Segnali.

Distanza.

Tempo.

Ripetizione.

Cicli.

Corpi che si muovono nello spazio.

In fondo è esattamente ciò che accade su una pista.

Una stanza buia.

Persone.

Luce intermittente.

Tempo scandito artificialmente.

Ripetizione.

E per qualche ora la percezione del mondo esterno cambia.

Forse il club è sempre stato una piccola navicella.

E il DJ quello che decide la traiettoria.

Con Mills questa metafora diventa quasi troppo facile.

Basta guardarlo.

Testa bassa.

Mani sugli strumenti.

Niente bisogno di occupare il centro della scena con il corpo.

Lui lavora.

È una cosa che oggi, nell’epoca in cui il DJ è diventato spesso anche performer visivo, influencer, volto, brand e contenuto social, sembra quasi radicale.

Jeff Mills non ti chiede continuamente di guardare Jeff Mills.

Ti chiede di ascoltare cosa sta succedendo.

Ed è curioso.

Perché l’uomo soprannominato The Wizard ha costruito parte del proprio mito proprio cercando di togliere il volto dal centro.

Prima alla radio.

Poi con Underground Resistance.

Poi con Axis.

Simboli.

Concept.

Macchine.

La persona esiste.

Ma non è necessariamente il prodotto.

Quarant’anni dopo, questa posizione sembra persino più moderna di allora.

Cosa possiamo ancora fare con il suono?

Viviamo in un momento nel quale l’artista viene continuamente spinto a diventare contenuto.

Mostrare.

Parlare.

Pubblicare.

Raccontare.

Documentare.

Spiegarsi.

Essere riconoscibile.

Jeff Mills continua invece a sembrare interessato principalmente a una domanda:

cosa possiamo ancora fare con il suono?

È una domanda molto più difficile.

Perché non finisce mai.

Puoi diventare più famoso.

Puoi vendere più biglietti.

Puoi avere più follower.

Puoi ottenere un premio.

Queste cose hanno un numero.

La ricerca no.

Non esiste il giorno nel quale qualcuno ti consegna un certificato e dice:

abbiamo finito di esplorare la musica elettronica.

Ed è probabilmente questo che tiene vivo Jeff Mills.

Non la nostalgia.

Non il titolo di leggenda.

La curiosità.

Nel 1995 suonava al Liquid Room come se il futuro dovesse arrivare il giorno dopo.

Nel 2026 torna su quella stessa registrazione trent’anni dopo e non la tratta soltanto come reliquia: la usa per riflettere su cosa fosse la techno in quel momento e su quello che potrebbe diventare adesso. Axis ha persino pubblicato un libro con una lunga intervista dedicata alla filosofia DJ di Mills e al contesto di quella performance.

Ed è lì che capisci la differenza.

Il passato per Jeff Mills non è un posto nel quale tornare.

È materiale.

Esattamente come un disco sul giradischi.

Lo prendi.

Lo ascolti.

Ne utilizzi una parte.

Poi vai avanti.

Continuare a suonare domani

Forse è per questo che quando penso a Jeff Mills non mi viene in mente una singola epoca.

Non gli anni Novanta.

Non Underground Resistance.

Non Axis.

Non The Bells.

Non Tokyo.

Non Berlino.

Non Napoli.

Mi viene in mente un movimento.

Qualcuno che sta sempre andando verso qualcosa.

Una mano prende il disco.

Lo mette.

Pochi secondi.

L’altra mano sta già cercando il successivo.

E mentre noi proviamo ancora a capire cosa abbiamo appena ascoltato,

Jeff Mills è già altrove.

Forse questa è l’unica definizione che davvero gli somiglia.

Non il padre della techno.

Non la leggenda.

Non il pioniere.

Quelle sono parole che guardano indietro.

Jeff Mills ha passato la vita facendo l’opposto.

Ha continuato a suonare domani.


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