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Ci sono persone che inventano prodotti.
E poi ci sono persone che cambiano il modo in cui il mondo pensa quei prodotti.
Steve Jobs.
Bill Gates.
Linus Torvalds.
Tre nomi.
Tre caratteri quasi incompatibili.
Tre filosofie differenti.
Tre modi diversi di guardare un computer e immaginare cosa sarebbe potuto diventare.
Non sono stati gli unici.
Sarebbe persino ingiusto raccontare la storia dell’informatica moderna come se tutto fosse nato soltanto dalle loro mani.
Prima di loro c’erano ricercatori, ingegneri, università, laboratori, aziende, hacker, programmatori.
Attorno a loro c’erano migliaia di persone.
E dopo di loro altrettante hanno continuato a costruire.
Ma se oggi prendiamo in mano un telefono, accendiamo un computer, apriamo un browser, lavoriamo nel cloud, utilizziamo un server remoto o semplicemente tocchiamo un’icona sullo schermo, da qualche parte, dentro quel gesto, esiste ancora una parte delle loro idee.
Non hanno costruito lo stesso futuro.
Hanno costruito tre pezzi diversi dello stesso futuro.
BILL GATES — IL SOFTWARE DOVEVA ARRIVARE OVUNQUE
C’è stato un momento in cui il computer era ancora qualcosa che apparteneva agli appassionati.
Macchine da capire.
Comandi da imparare.
Manuali da leggere.
Un oggetto che spesso richiedeva più pazienza di quanto la maggior parte delle persone fosse disposta a concedergli.
Bill Gates vide qualcosa che oggi sembra ovvio.
All’epoca non lo era affatto.
Il vero potere del personal computer non sarebbe stato soltanto nella macchina.
Sarebbe stato nel software.
Microsoft nacque nel 1975 con Gates e Paul Allen.
E la visione cominciò presto a diventare gigantesca:
un computer su ogni scrivania.
E, soprattutto, software Microsoft dentro quei computer.
MS-DOS prima.
Windows poi.
Il successo di Microsoft non fu soltanto tecnologico.
Fu una questione di scala.
Compatibilità.
Licenze.
Distribuzione.
Il PC poteva essere costruito da aziende differenti.
Ma milioni di quelle macchine finivano per parlare lo stesso linguaggio.
Windows.
Poi arrivò Office.
Word.
Excel.
PowerPoint.
Strumenti che per una generazione intera finirono quasi per diventare sinonimi delle attività che svolgevano.
Scrivere voleva dire Word.
Fare un foglio di calcolo voleva dire Excel.
Preparare una presentazione voleva dire PowerPoint.
Microsoft riuscì a fare qualcosa di enorme:
rendere il computer normale.
Non necessariamente affascinante.
Non sempre elegante.
Non sempre semplice.
Ma presente.
Ovunque.
Nelle aziende.
Nelle scuole.
Negli uffici.
Nelle case.
Gates comprese che il software avrebbe avuto valore solo quando avrebbe raggiunto una quantità enorme di persone.
E quella filosofia ha lasciato una traccia enorme.
Ancora oggi.
STEVE JOBS — LA TECNOLOGIA DOVEVA SMETTERE DI SEMBRARE TECNOLOGIA
Steve Jobs guardava lo stesso oggetto da un’altra prospettiva.
Non bastava che un computer funzionasse.
Doveva essere qualcosa che una persona desiderava usare.
Forse persino desiderava possedere.
Questa distinzione sembra minuscola.
Ha cambiato un’industria.
Apple nacque nel 1976 con Steve Jobs, Steve Wozniak e Ronald Wayne.
Wozniak era il genio tecnico.
Jobs aveva un’altra ossessione.
L’esperienza.
Il Macintosh del 1984 raccontava perfettamente quella filosofia.
Interfaccia grafica.
Mouse.
Finestre.
Icone.
Non perché Apple avesse inventato ogni singola idea presente dentro quella macchina.
Molte di quelle intuizioni avevano radici precedenti, soprattutto nel lavoro dei laboratori Xerox PARC.
Ma Jobs aveva capito una cosa decisiva:
la tecnologia non doveva essere mostrata.
Doveva essere resa utilizzabile.
E possibilmente desiderabile.
Questa idea avrebbe seguito Apple per decenni.
Il computer come esperienza.
Il prodotto come oggetto.
Il software e l’hardware pensati insieme.
Poi Jobs lasciò Apple.
Fondò NeXT.
Acquistò quella che sarebbe diventata Pixar.
E quando tornò ad Apple, alla fine degli anni Novanta, l’azienda era molto diversa da quella che aveva lasciato.
Da quel ritorno cominciò una delle trasformazioni aziendali più importanti della storia della tecnologia.
iMac.
iPod.
iTunes.
Mac OS X.
E poi arrivò il 2007.
AVETE CAPITO QUANTO L’iPHONE CI HA CAMBIATO?
Non quanto ha cambiato il mercato.
Quanto ha cambiato noi.
È una distinzione fondamentale.
Prima dell’iPhone esistevano già smartphone.
Esistevano telefoni con touchscreen.
Esistevano dispositivi capaci di navigare su Internet.
Esistevano PDA.
BlackBerry dominava interi ambienti professionali.
Nokia costruiva telefoni straordinari.
Palm aveva anticipato numerosi concetti.
Apple non inventò lo smartphone.
Fece qualcosa di forse ancora più importante.
Definì il riferimento dello smartphone moderno.
Una superficie quasi interamente dedicata allo schermo.
Il dito come interfaccia principale.
Il multitouch.
Un browser che cercava di portare il Web vero su un dispositivo tascabile.
Poi arrivò l’App Store.
E improvvisamente quel rettangolo non era più semplicemente un telefono.
Era una piattaforma.
Fotocamera.
Lettore musicale.
Navigatore.
Console.
Agenda.
Browser.
Terminale bancario.
Strumento di lavoro.
Telecamera.
Biglietto.
Telecomando.
Porta d’ingresso per i social network.
Il dispositivo che avrebbe lentamente assorbito decine di oggetti che prima portavamo separatamente.
L’iPhone non ci ha semplicemente dato uno smartphone migliore.
Ha spostato Internet dalla scrivania alla tasca.
E da quel momento abbiamo iniziato a cambiare anche noi.
Il modo in cui fotografiamo.
Il modo in cui ascoltiamo musica.
Il modo in cui ci orientiamo.
Il modo in cui comunichiamo.
Il modo in cui lavoriamo.
Il modo in cui aspettiamo.
Persino il modo in cui ci annoiamo.
Prima c’erano momenti vuoti.
Oggi, quasi automaticamente, prendiamo qualcosa dalla tasca.
Avete capito quanto l’iPhone ci ha cambiato?
Non il telefono.
Noi.
L’iPHONE MERITA UNA STORIA A PARTE
E infatti l’ho già iniziata.
Perché provare a comprimere dentro poche righe ciò che l’iPhone ha rappresentato sarebbe quasi ingiusto.
Il 2007.
Il multitouch.
L’App Store.
La fotografia.
La musica.
Le mappe.
Internet sempre con noi.
Il modo in cui abbiamo iniziato a comunicare, lavorare, perderci, orientarci e perfino annoiarci.
Qui mi interessa soltanto ricordare una cosa:
l’iPhone non ha cambiato soltanto il mercato degli smartphone.
Ha cambiato il comportamento delle persone.
Al resto dedicheremo lo spazio che merita.
LINUS TORVALDS — IL MONDO CHE FUNZIONA DIETRO LO SCHERMO
E poi c’è il terzo uomo.
Probabilmente quello che una persona comune riconoscerebbe meno facilmente per strada.
Ma forse quello la cui creazione incontriamo più volte al giorno senza saperlo.
Linus Torvalds.
Nel 1991 era uno studente finlandese.
Cominciò a lavorare a un kernel.
Un progetto personale.
Quasi un esperimento.
Quel progetto sarebbe diventato Linux.
Quel kernel sarebbe diventato uno dei pilastri tecnologici del mondo moderno.
Qui serve una precisazione importante.
Linux non nacque dal nulla.
E Torvalds non costruì da solo tutto ciò che oggi chiamiamo comunemente “sistema Linux”.
Anni prima Richard Stallman aveva fondato il progetto GNU e la Free Software Foundation.
GNU aveva già prodotto una quantità enorme di strumenti necessari a costruire un sistema operativo libero.
Compiler.
Shell.
Utility.
Librerie.
Mancava un kernel maturo capace di completare il quadro.
Linux arrivò dentro quel mondo.
Da lì nacquero le distribuzioni GNU/Linux che conosciamo.
E soprattutto prese forza un modello.
Collaborazione.
Codice sorgente aperto.
Contributi provenienti da sviluppatori di tutto il pianeta.
Non una macchina costruita dietro le porte chiuse di un’unica azienda.
Un organismo tecnologico in continua evoluzione.
È difficile spiegare quanto Linux sia presente nel mondo moderno proprio perché spesso non lo vediamo.
Server.
Data center.
Cloud.
Supercomputer.
Router.
Sistemi embedded.
Televisori.
Automobili.
Dispositivi industriali.
Android.
Internet stesso poggia in larghissima parte su infrastrutture che utilizzano Linux.
È curioso.
Windows ha conquistato le scrivanie.
Apple ha conquistato l’esperienza personale.
Linux ha conquistato una quantità enorme delle macchine che lavorano quando noi non le vediamo.
Dietro le applicazioni.
Dietro i servizi.
Dietro molti siti.
Dietro il cloud.
Dietro una parte enorme dell’infrastruttura digitale mondiale.
Torvalds avrebbe poi creato anche Git.
Sì.
Quel Git.
Il sistema di versionamento distribuito che oggi è alla base di una parte enorme dello sviluppo software moderno.
Un altro strumento nato per risolvere un problema concreto e diventato infrastruttura globale.
NO, macOS NON È LINUX
Vale la pena dirlo perché Internet ama trasformare concetti tecnici complessi in frasi troppo semplici.
macOS non è Linux.
Linux utilizza il kernel Linux.
macOS utilizza Darwin e il kernel XNU, nato dall’unione di tecnologie Mach e componenti BSD.
Sono storie differenti.
Architetture differenti.
Kernel differenti.
Apple costruì OS X anche partendo dall’esperienza tecnologica maturata con NeXT.
Quindi no:
sotto macOS non “gira Linux”.
Ma sotto la superficie patinata di Apple batte comunque un cuore Unix.
Ed è proprio qui che la storia diventa interessante.
Perché mentre il grande pubblico percepiva Windows, Mac e Linux come mondi contrapposti, negli anni quei mondi hanno cominciato lentamente a contaminarsi.
ALLA FINE SI SONO INCONTRATI
Per decenni abbiamo raccontato l’informatica quasi come una guerra.
PC contro Mac.
Windows contro Linux.
Open source contro software proprietario.
Microsoft contro Apple.
Eppure il mondo moderno è molto meno semplice.
Microsoft oggi utilizza Linux dentro una parte enorme della propria infrastruttura cloud.
Azure ospita Linux ovunque.
Windows integra WSL, permettendo di utilizzare ambienti Linux direttamente dentro Windows.
Microsoft contribuisce a progetti open source.
Git è ovunque.
Apple continua a costruire sopra fondamenta Unix.
Android utilizza il kernel Linux.
I servizi che utilizziamo sui nostri iPhone possono tranquillamente essere ospitati su server Linux.
Un’app sviluppata su un Mac può essere caricata su Git, compilata attraverso servizi cloud e comunicare con backend ospitati su Linux.
Il mondo che per anni abbiamo raccontato come una guerra è diventato una gigantesca rete di dipendenze reciproche.
Ed è forse questa la parte più bella della storia.
TRE VISIONI
Se dovessimo ridurre brutalmente tre carriere enormi a una sola idea, potremmo quasi dire:
Bill Gates:
IL SOFTWARE DEVE ARRIVARE OVUNQUE.
Steve Jobs:
LA TECNOLOGIA DEVE SPARIRE DENTRO L’ESPERIENZA.
Linus Torvalds:
COSTRUIAMO QUALCOSA E LASCIAMO CHE GLI ALTRI POSSANO COSTRUIRCI SOPRA.
Tre filosofie.
Nessuna completamente sufficiente da sola.
Forse nessuna completamente corretta.
Ma insieme hanno contribuito a costruire il mondo digitale nel quale viviamo.
CRASHVERSE VERDICT
Non credo che questa storia abbia bisogno di stabilire chi fosse il più grande.
Sarebbe persino poco interessante.
Gates comprese la scala.
Jobs comprese l’esperienza.
Torvalds comprese il potere della collaborazione.
Uno portò il software su milioni di scrivanie.
Uno trasformò la tecnologia in qualcosa che volevamo toccare.
Uno costruì una delle fondamenta invisibili sulle quali continua a funzionare buona parte del mondo digitale.
E forse la cosa straordinaria è proprio questa.
Nessuno dei tre ha vinto davvero sugli altri.
Perché alla fine utilizziamo le loro idee tutte insieme.
Possiamo prendere un iPhone.
Aprire un servizio Microsoft.
Collegarci a un server Linux.
Senza pensare nemmeno per un secondo che stiamo attraversando tre filosofie dell’informatica che un tempo sembravano appartenere a mondi completamente differenti.
Il futuro non ha scelto Gates.
Non ha scelto Jobs.
Non ha scelto Torvalds.
Ha preso qualcosa da tutti e tre.
E noi viviamo lì dentro ogni giorno.
Spesso senza accorgercene.
Io invece, ogni tanto, me ne accorgo.
E li ringrazio.
Per i computer che mi hanno fatto restare sveglio la notte.
Per Internet.
Per il software.
Per i server.
Per la musica portata in tasca.
Per le comunità che ho trovato dietro uno schermo.
Per tutto quello che abbiamo potuto costruire, scoprire, imparare e condividere grazie a quel mondo.
Tre uomini.
Tre visioni.
Un solo mondo digitale.
E, da parte mia, una cosa molto semplice:
grazie.
Di tutto quanto ci è stato concesso.
Cover: composizione editoriale creata con IA. Il ritratto di gruppo è immaginario e non documenta un incontro reale.


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