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Ci sono cartoni che ricordiamo con affetto.
E poi ci sono cartoni che, ripensandoci da adulti, ci fanno venire una domanda molto semplice:
“Ma davvero noi guardavamo questa roba da bambini?”
Ken il Guerriero era così.
Violento.
Tragico.
Esagerato.
Pieno di sangue, sacrifici, fratelli che si uccidevano, uomini enormi che si massacravano in un mondo già morto.
E noi?
Noi stavamo lì davanti alla televisione.
Felicissimi.
LE SETTE STELLE
Bastavano poche immagini.
Il cielo.
Le sette stelle dell’Orsa Maggiore.
Un deserto infinito.
Un uomo con sette cicatrici sul petto.
E capivi subito che quello non sarebbe stato un cartone come gli altri.
Kenshiro non aveva bisogno di presentazioni.
Camminava.
Silenzioso.
Triste.
Con quello sguardo che sembrava aver già visto troppo.
E soprattutto aveva una cosa che per noi bambini era semplicemente irresistibile:
Hokuto Shinken.
Punti di pressione.
Colpi invisibili.
Nemici che, dopo essere stati toccati, avevano ancora qualche secondo per capire che qualcosa non andava.
Poi esplodevano.
“SEI GIÀ MORTO”
Era una formula perfetta.
Ken colpiva.
Si fermava.
L’avversario magari rideva.
“Non mi hai fatto niente.”
E poi arrivava quella frase.
Sei già morto.
Per noi era il massimo.
Oggi fa quasi sorridere.
All’epoca era mitologia.
KEN NON SI GUARDAVA DA SOLI
Ken, almeno per come lo ricordo io, si guardava spesso in compagnia.
Amici.
Cugini.
Fratelli.
Qualcuno seduto sul divano.
Qualcuno per terra.
Qualcuno che magari la puntata l’aveva già vista e anticipava quello che sarebbe successo.
E poi finiva.
Titoli di coda.
Porta di casa.
Scale.
Giù.
E iniziava la seconda parte della puntata.
Quella nostra.
WA-TAAAAAAA!
Pugni nell’aria.
Pose improbabili.
Colpi segreti inventati sul momento.
E urla.
“WA-TAAAAAAA!”
Per qualche minuto eravamo tutti Kenshiro.
O almeno ci provavamo.
Ken non finiva quando terminava la puntata.
Continuava sotto casa.
E forse è proprio questo uno dei ricordi più belli.
Il cartone era soltanto l’inizio.
Poi diventava gioco.
Imitazione.
Fantasia.
Vita vera.
UN MONDO GIÀ FINITO
Il mondo di Ken era terribile.
Una guerra nucleare aveva distrutto la civiltà.
Le città erano morte.
L’acqua era diventata più preziosa dell’oro.
Le persone vivevano tra rovine, bande, tiranni e disperazione.
Non c’era quasi più legge.
Non c’era più sicurezza.
Restava soltanto la forza.
Ed è qui che, da adulti, inizi a capire qualcosa che da bambini vedevamo solo in superficie.
Ken il Guerriero non parlava semplicemente di uomini fortissimi che si picchiavano.
Parlava di cosa succede all’essere umano quando tutto il resto scompare.
BURONSON E TETSUO HARA
Dietro quel mondo c’erano due uomini.
Buronson alla storia.
Tetsuo Hara ai disegni.
Hara gli diede quei corpi giganteschi.
Quei volti.
Quei deserti.
Quelle esplosioni.
Quel mondo che sembrava mescolare arti marziali, Mad Max, tragedia classica e follia manga.
Buronson invece costruì il dramma.
I rapporti.
I fratelli.
Il destino.
La lotta tra modi opposti di intendere la forza.
E insieme crearono qualcosa di molto più profondo di quello che noi bambini eravamo in grado di capire.
DA PICCOLI VEDEVAMO I PUGNI
Da piccoli vedevamo i pugni.
Da grandi abbiamo capito il dolore.
Ken il Guerriero era violenza allo stato puro.
Non serve addolcirlo.
Corpi che esplodevano.
Sangue.
Vendette.
Uomini enormi che si massacravano.
E noi bambini ci imbottivamo di quella roba senza farci troppe domande.
Ma crescendo ti accorgi che quella violenza era quasi sempre il linguaggio esterno di qualcos’altro.
Perdita.
Sacrificio.
Solitudine.
Fratellanza.
Amore.
Responsabilità.
Potere.
Scelta.
Forse da piccoli guardavamo Hokuto no Ken per i colpi.
Da grandi abbiamo capito che parlava di umanità.
KEN
Ken è fortissimo.
Potrebbe dominare.
Potrebbe prendere ciò che vuole.
Potrebbe diventare esattamente come molti dei suoi nemici.
Ma non lo fa.
Ed è questo, alla fine, il punto.
Ken non combatte perché ama la violenza.
Combatte perché vive in un mondo in cui spesso la violenza è l’unico linguaggio che i violenti comprendono.
E ogni volta che usa la propria forza deve decidere cosa farne.
Proteggere.
Oppure dominare.
RAOH
Ed è per questo che Raoh è così importante.
Raoh non è semplicemente il cattivo.
È l’altra risposta alla stessa domanda.
Se il mondo è distrutto e soltanto il più forte può comandare…
perché non diventare il più forte di tutti?
Raoh usa la forza per conquistare.
Ken la usa per proteggere.
Entrambi sono enormi.
Entrambi sono terribili.
Entrambi possiedono una forza quasi sovrumana.
Ma il modo in cui decidono di usarla li rende opposti.
Da bambini vedevamo due uomini che si massacravano.
Da adulti vediamo due idee.
TOKI
Poi c’era Toki.
E con Toki Ken smetteva quasi completamente di essere soltanto un cartone d’azione.
Toki rappresentava un altro tipo di forza.
La compassione.
La rinuncia.
Il sacrificio.
Una delle cose che colpiscono di più tornando oggi su quella storia è quanto spesso i personaggi più forti siano anche quelli più segnati.
La forza non li salva.
A volte rende soltanto più pesante ciò che devono portare.
SHIN, REI, JULIA
E poi Shin.
Rei.
Julia.
Nomi che per noi erano personaggi.
Ma che in realtà costruivano una tragedia continua.
Amore.
Gelosia.
Fedeltà.
Sacrificio.
Perdita.
Ken attraversa il mondo incontrando persone che quasi sempre gli lasciano qualcosa.
E molto spesso quel qualcosa è dolore.
È questo che da piccoli non capivamo fino in fondo.
Ken sembrava invincibile.
Ma emotivamente era un uomo che continuava a perdere pezzi.
LA SIGLA
E prima ancora che iniziasse tutto…
c’era la sigla.
Perché certi cartoni non iniziavano con la prima scena.
Iniziavano qualche secondo prima.
Bastavano le prime note.
E da qualunque stanza fossi arrivavi davanti alla televisione.
La sigla era il richiamo.
Poi comparivano le immagini.
Ken.
Le stelle.
I combattimenti.
E il resto poteva aspettare.
SIAMO CRESCIUTI TROPPO PRESTO?
Ed è qui che oggi mi viene il dubbio.
Siamo stati fortunati?
Davvero?
Perché noi, da piccoli, ci siamo riempiti gli occhi di cartoni come Ken il Guerriero.
Violenza.
Morte.
Sacrificio.
Dolore.
Fratelli che si affrontavano.
Personaggi che morivano.
Tragedie che oggi forse qualcuno considererebbe troppo pesanti per un bambino.
Forse siamo cresciuti troppo presto.
Forse abbiamo visto cose che non avremmo dovuto vedere a quell’età.
Eppure quelle storie, in un modo o nell’altro, qualcosa ce l’hanno lasciato.
CAPIRE DOPO
Da bambini magari non capivamo davvero il sacrificio.
Lo vedevamo.
Da adulti sappiamo cos’è.
Non capivamo il peso della perdita.
Oggi sì.
Non capivamo perché qualcuno potesse rinunciare a qualcosa per proteggere un’altra persona.
Poi cresci.
E certe scene cambiano completamente significato.
Il cartone è lo stesso.
Sei tu che non sei più lo stesso.
E OGGI?
Poi guardo i cartoni che vede oggi mia figlia.
Guardo YouTube.
Guardo il modo in cui è cambiata l’infanzia.
E vedo anche quelle ragazzine trasformate in influencer quasi prima ancora di capire cosa significhi esserlo.
Telecamere.
Follower.
Numeri.
Esposizione.
Genitori che costruiscono personaggi pubblici attorno ai propri figli.
E allora il dubbio torna.
Eravamo davvero noi quelli esposti troppo presto a qualcosa di adulto?
Oppure oggi l’infanzia viene protetta da certe immagini, ma consegnata molto prima ad altre pressioni?
NOI VEDEVAMO UOMINI ESPLODERE
Noi guardavamo uomini esplodere in televisione.
È vero.
E detto così suona assurdo.
Poi però la puntata finiva.
Spegnevamo la TV.
Scendevamo sotto casa.
Facevamo “WA-TAAAAA!” con gli amici.
Ridevamo.
Correvamo.
Tornavamo bambini.
Oggi invece a volte sembra che l’infanzia possa diventare contenuto.
Qualcosa da registrare.
Montare.
Pubblicare.
Misurare.
Monetizzare.
E non so quale delle due cose sia peggiore.
ERA MEGLIO PRIMA?
Non voglio dire che prima fosse meglio.
Sarebbe troppo facile.
Ogni generazione guarda quella successiva e pensa di aver vissuto qualcosa di più vero.
Probabilmente succede da sempre.
Noi avevamo i nostri problemi.
Oggi ce ne sono altri.
Ma una domanda rimane.
Quanto siamo stati fortunati?
Forse siamo cresciuti in un mondo più brutale.
Ma anche più semplice.
Un mondo in cui un cartone poteva farci crescere troppo presto…
e poi bastava scendere sotto casa per tornare immediatamente bambini.
LE SETTE STELLE
Da piccoli le sette stelle erano semplicemente il simbolo di Ken.
Oggi sembrano quasi un segnale.
Il ricordo di un’epoca in cui guardavamo storie molto più grandi di noi senza sapere davvero cosa stessimo imparando.
Pensavamo di guardare combattimenti.
Stavamo guardando uomini decidere cosa fare della propria forza.
Pensavamo di guardare vendette.
Stavamo guardando il prezzo dell’odio.
Pensavamo di guardare personaggi invincibili.
Stavamo guardando persone che soffrivano.
VERDICT
Ken il Guerriero era violento.
Terribilmente violento.
E noi lo adoravamo.
Lo guardavamo insieme.
Poi scendevamo sotto casa.
Urlavamo “WA-TAAAAA!”
E per qualche minuto eravamo tutti maestri di Hokuto.
Da grandi, però, abbiamo scoperto che dietro quei pugni c’era molto di più.
C’era il dolore.
Il sacrificio.
L’amore.
La responsabilità.
La scelta tra usare la forza per dominare o usarla per proteggere.
Forse certe storie ci hanno fatto crescere prima del dovuto.
Forse ci hanno mostrato troppo.
O forse ci hanno semplicemente parlato di cose che avremmo capito soltanto molti anni dopo.
Non so se siamo stati più fortunati noi.
Non so se sia meglio oggi.
Ma so una cosa.
Noi guardavamo un mondo distrutto.
Poi spegnevamo la televisione.
Aprivamo la porta.
E correvamo giù dalle scale.
Eravamo ancora bambini.
KEN IL GUERRIERO.
Le sette stelle che ci fecero diventare grandi troppo presto.


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