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TV & SERIES · TELEVISION MEMORIES · 2026

Knight Rider, Hazzard, CHiPs, A-Team, MacGyver, Street Hawk e Airwolf. Prima dello streaming, prima delle piattaforme e prima che potessimo recuperare qualunque episodio quando volevamo, c’erano serie che scandivano le nostre giornate. E alcune, senza che ce ne accorgessimo, ci hanno anche insegnato a immaginare il futuro.

C’erano mattine che avevano un sapore diverso.

Di solito iniziavano quando, per qualche motivo, non si andava a scuola.

Influenza.

Febbre.

Mal di gola.

Oppure una di quelle giornate in cui, per cause più o meno convincenti, riuscivi comunque a restare a casa.

Il rito era praticamente sempre lo stesso.

Televisione accesa dalle sette e mezza del mattino.

E da lì cominciava tutto.

KITT.

Hazzard.

CHiPs.

A-Team.

MacGyver.

Street Hawk.

Airwolf.

Una dopo l’altra.

Fino quasi a mezzogiorno.

Non esistevano piattaforme.

Non esisteva il binge watching.

Non esisteva “me la recupero stasera”.

La televisione decideva quando avresti visto quella puntata.

E tu ti adeguavi.

Anzi, qualche volta ti organizzavi.

Perché c’era anche il livello successivo.

Se sapevi che il giorno dopo sarebbe andato in onda un episodio da non perdere, improvvisamente diventavi molto creativo.

Mal di pancia.

Mal di testa.

“Non mi sento tanto bene.”

Escamotage studiati con una precisione che, probabilmente, avremmo potuto utilizzare con maggiore profitto anche per i compiti.

Perché quella puntata andava vista.

Non tra una settimana.

Non quando sarebbe comparsa in catalogo.

Domani mattina.

E chi è cresciuto così sa perfettamente di cosa sto parlando.

QUANDO UNA PUNTATA ERA DAVVERO UN APPUNTAMENTO

Oggi abbiamo quasi tutto disponibile in qualsiasi momento.

Una serie intera può stare lì per mesi aspettando che decidiamo di guardarla.

Allora funzionava al contrario.

Eravamo noi ad aspettare lei.

Dovevi sapere l’orario.

Ricordarti il giorno.

Essere davanti alla TV.

Se arrivava una telefonata, qualcuno suonava alla porta o tua madre decideva che era improvvisamente necessario fare qualcosa proprio in quel momento, poteva diventare un problema serio.

Non c’era pausa.

Non c’era rewind.

E soprattutto non c’era recupero immediato.

Questo trasformava episodi normalissimi in piccoli eventi.

La televisione non era semplicemente un archivio infinito di contenuti.

Era un appuntamento con qualcosa che stavi aspettando.

E tra tutti quegli appuntamenti, per me ce n’era uno che aveva qualcosa in più.

KNIGHT RIDER — SOPRA TUTTI C’ERA KITT

Ero un fan sfegatato di Knight Rider.

Ma soprattutto ero un fan di KITT.

Perché Michael Knight era il protagonista umano.

Ma per un bambino affascinato dalla tecnologia, il vero miracolo era quella Pontiac nera.

KITT parlava.

Pensava.

Rispondeva.

Faceva battute.

Proteggeva Michael.

Poteva guidare da sola.

Sembrava capire quello che accadeva attorno a lei.

E soprattutto aveva una personalità.

Non era semplicemente un’automobile piena di gadget.

Era quasi un personaggio.

Anzi, per me era un personaggio.

E poi c’era quella luce rossa sul muso.

Lo scanner.

Bastava vederlo muoversi da una parte all’altra e avevi già capito tutto.

Il futuro era arrivato.

Ed era nero.

KITT ERA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PRIMA CHE SAPESSIMO COSA FOSSE

Ripensandoci oggi, forse uno degli aspetti più affascinanti di Knight Rider è proprio questo.

Da bambini non parlavamo di modelli linguistici.

Non parlavamo di assistenti digitali.

Non parlavamo di intelligenza artificiale generativa.

Ma avevamo già KITT.

Una macchina con cui potevi parlare.

Che ti rispondeva.

Che capiva il contesto.

Che aveva ironia.

Che poteva aiutarti.

E che, in qualche modo, diventava un compagno.

Per una generazione intera, KITT è stata forse una delle prime rappresentazioni popolari di qualcosa che oggi stiamo davvero iniziando a vivere.

La tecnologia non più soltanto come strumento.

Ma come presenza con cui interagire.

E probabilmente una parte della mia fascinazione per tutto ciò che oggi riguarda l’intelligenza artificiale nasce anche da lì.

Molto prima che potessi parlare davvero con una macchina, avevo già immaginato quanto sarebbe stato incredibile.

Perché KITT me lo aveva già mostrato.

QUELLA PONTIAC NON ERA SOLO UNA MACCHINA

C’erano automobili nei telefilm.

Poi c’era KITT.

Era diversa perché non rappresentava soltanto velocità.

Rappresentava tecnologia.

Il Turbo Boost.

I display.

I comandi.

Le luci.

L’interno che sembrava la cabina di un’astronave.

Ogni volta che compariva una nuova funzione sembrava che gli sceneggiatori avessero trovato un altro pezzo di futuro da infilare dentro quell’abitacolo.

Da bambino non ti chiedevi davvero quanto fosse plausibile.

La domanda era un’altra:

quanto sarebbe stato bello averla?

E la risposta era sempre la stessa.

Troppo.

STREET HAWK — SE KITT AVESSE AVUTO DUE RUOTE

Poi c’era Street Hawk.

Che, in termini molto poco scientifici, poteva essere descritto perfettamente così:

KITT, ma con una moto.

Anche lì c’era il fascino della tecnologia nascosta dentro qualcosa che apparentemente apparteneva al mondo reale.

Una moto futuristica.

Velocità assurde.

Strumentazione.

Segreti.

Una dimensione più notturna, più aggressiva.

Street Hawk aveva qualcosa di diverso da Knight Rider.

KITT sembrava il futuro elegante.

Street Hawk sembrava il futuro che usciva di notte.

E per noi bastava questo.

AIRWOLF — IL FUTURO PRENDEVA IL VOLO

Poi qualcuno deve aver pensato:

“Abbiamo fatto l’auto.

Abbiamo fatto la moto.

Adesso facciamo l’elicottero.”

Ed ecco Airwolf.

Un elicottero nero, velocissimo, tecnologico, armato fino ai denti e trattato quasi come se fosse una creatura mitologica.

Anche qui il mezzo diventava più importante del semplice ruolo che avrebbe dovuto avere.

Airwolf non era “un elicottero”.

Era l’elicottero.

Misterioso.

Potentissimo.

Quasi irraggiungibile.

E aveva quella caratteristica comune a tanti prodotti televisivi di quegli anni:

ti faceva percepire la tecnologia come qualcosa di proibito, segreto, incredibilmente avanzato.

Un futuro a cui potevano accedere soltanto pochi eletti.

Naturalmente, noi volevamo essere tra quei pochi.

HAZZARD — QUANDO NON SERVIVA IL FUTURO

E poi c’era Hazzard.

Qui niente intelligenza artificiale.

Niente tecnologia segreta.

Niente sistemi futuristici.

Bastavano una Dodge Charger arancione, due cugini, strade sterrate e una quantità statisticamente impossibile di rampe.

Il General Lee volava.

Sempre.

E noi non ci chiedevamo mai chi pagasse le sospensioni.

Hazzard aveva un’altra energia.

Era libertà.

Campagna.

Motori.

Sceriffi incapaci.

Inseguimenti.

America.

Un’America che noi conoscevamo principalmente attraverso la televisione e che proprio per questo sembrava ancora più grande.

Non importava quanto fosse caricaturale.

Quello era un altro mondo.

Ed era irresistibile.

CHiPs — LA CALIFORNIA PRIMA DI VEDERLA DAVVERO

Poi arrivavano Ponch e Jon.

CHiPs.

Moto.

Autostrade.

Sole.

California.

Forse molte delle immagini che una generazione europea si è costruita degli Stati Uniti sono nate proprio così.

Prima ancora di viaggiare.

Prima di vedere davvero Los Angeles.

Prima di sapere come fosse realmente una freeway californiana.

C’erano loro.

Due agenti in motocicletta che attraversavano strade enormi sotto un cielo che sembrava sempre perfetto.

Anche CHiPs vendeva un sogno.

Non tecnologico.

Non fantascientifico.

Ma geografico.

L’America sembrava essere da qualche parte dietro lo schermo.

A-TEAM — IL FURGONE E IL PIANO

Poi c’era il furgone nero e rosso.

E appena lo vedevi sapevi cosa stava per succedere.

A-Team era una specie di manuale televisivo su come trasformare qualsiasi capannone abbandonato in una fabbrica di mezzi da combattimento nel giro di quindici minuti.

Hannibal.

Face.

Murdock.

B.A. Baracus.

Personaggi che non avevano bisogno di presentazioni complicate.

Li riconoscevi immediatamente.

Ognuno aveva un ruolo.

Ognuno aveva un carattere.

E soprattutto Hannibal aveva sempre un piano.

Che naturalmente funzionava.

Più o meno.

E poi c’era quella frase.

Quel sorriso.

Quella soddisfazione finale.

Era televisione costruita sul piacere della squadra.

Sul gruppo.

Sull’idea che quattro persone completamente diverse potessero diventare praticamente invincibili se messe insieme.

MACGYVER — IL SUPERPOTERE ERA CAPIRE LE COSE

E poi arriviamo a MacGyver.

Forse il personaggio più pericoloso per qualsiasi bambino curioso.

Perché MacGyver aveva un messaggio apparentemente semplice:

se capisci come funzionano le cose, puoi fare praticamente qualsiasi cosa.

Non aveva bisogno di superpoteri.

Non aveva una macchina parlante.

Non aveva un elicottero militare.

Aveva cervello.

Osservazione.

Scienza.

Ingegno.

E, naturalmente, un coltellino svizzero.

MacGyver trasformava oggetti normalissimi in soluzioni.

E per chi era già affascinato da computer, tecnologia e meccanismi, quella roba era praticamente benzina.

Ti faceva venire voglia di smontare qualcosa.

Che poi rimontarlo fosse un altro discorso.

Ma il principio era lì.

Capire prima di usare.

Ed è una lezione che, in qualche modo, resta valida ancora oggi.

NON ERANO SOLO TELEFILM

È facile guardare indietro e ridurre tutto a nostalgia.

“Eh, i bei tempi.”

Ma non è quello il punto.

Il punto è che quelle serie costruivano immaginari molto precisi.

KITT ci mostrava l’intelligenza artificiale.

Street Hawk la tecnologia estrema.

Airwolf la potenza.

Hazzard la libertà.

CHiPs il mito della strada americana.

A-Team la squadra.

MacGyver l’ingegno.

Sono archetipi semplici.

Ma quando hai dieci anni, le cose semplici possono essere enormi.

Perché non hai ancora costruito tutte le categorie attraverso cui guarderai il mondo da adulto.

Stai ancora decidendo cosa ti affascina.

E quelle immagini entrano.

CI HANNO INSEGNATO L’AMERICA PRIMA ANCORA DI VEDERLA

C’era poi un altro elemento comune.

Gli Stati Uniti.

Los Angeles.

Le highway.

Le strade di campagna.

Le grandi città.

Le automobili.

Le case.

I diner.

Le uniformi.

I motel.

Le stazioni di servizio.

Tutto sembrava diverso.

Più grande.

Più lontano.

Quella televisione contribuiva a costruire una specie di America immaginaria, composta da tutto quello che vedevamo sullo schermo.

E per alcuni di noi quel fascino non sarebbe più andato via.

OGGI È TUTTO DISPONIBILE. ALLORA DOVEVI ESSERCI

Forse uno dei cambiamenti più grandi non riguarda nemmeno le serie.

Riguarda noi.

Oggi possiamo recuperare praticamente qualunque cosa.

Una stagione.

Un episodio.

Una scena.

Una sigla.

Una clip.

Allora no.

Se la puntata era alle otto e tu eri a scuola, la perdevi.

Fine.

Ed è per questo che quelle mattine a casa avevano qualcosa di speciale.

La TV accesa.

La coperta.

La febbre magari.

E contemporaneamente la sensazione segreta che, tutto sommato, non fosse poi così male essere rimasti a casa.

Perché da qualche parte, dopo la pubblicità, stava per partire KITT.

E SE DOMANI C’ERA LA PUNTATA BELLA…

Poi c’erano quei momenti in cui sapevi già qualcosa.

Una pubblicità.

Un’anticipazione.

Una puntata particolarmente importante.

E iniziava la pianificazione.

Non sto dicendo che abbiamo simulato malattie per guardare un telefilm.

Sto soltanto dicendo che alcune coincidenze epidemiologiche erano statisticamente molto sospette.

😄

E chi c’era sa.

Perché non potevi semplicemente dire:

“Me la guardo stasera.”

No.

La televisione comandava.

E ogni tanto bisognava negoziare.

QUEL BAMBINO DAVANTI A KITT

Fra tutte queste serie, però, torno sempre lì.

KITT.

Perché era quella che mi prendeva più di tutte.

Forse perché conteneva esattamente il tipo di futuro che già allora mi affascinava.

Una macchina.

Un computer.

Una voce.

Tecnologia.

Velocità.

E l’idea che qualcosa costruito dall’uomo potesse diventare quasi un compagno.

Oggi parliamo quotidianamente con sistemi di intelligenza artificiale.

Diamo comandi vocali alle automobili.

Le auto parcheggiano da sole.

I display hanno sostituito metà degli strumenti analogici.

Le macchine ricevono aggiornamenti software.

Molte cose che allora sembravano fantascienza oggi sono normali.

Ma quando vedo ancora quella luce rossa muoversi sul muso di KITT, una parte di me continua a pensare:

eccolo.

Il futuro che avevamo immaginato.

CRASHVERSE VERDICT

Non erano semplicemente telefilm.

Erano appuntamenti.

Erano mattine rubate alla scuola.

Erano febbri che diventavano improvvisamente un po’ meno spiacevoli.

Erano macchine, moto, elicotteri, autostrade e furgoni che costruivano mondi dentro una televisione.

E soprattutto erano personaggi attraverso cui iniziavamo a capire cosa ci affascinasse.

L’ingegno.

La tecnologia.

La libertà.

La squadra.

La velocità.

L’avventura.

Io, tra tutti, avevo scelto KITT.

O forse KITT aveva scelto me.

Perché molti anni prima di parlare davvero con un’intelligenza artificiale avevo già imparato a desiderare una macchina che sapesse ascoltare, rispondere e magari prenderti anche un po’ in giro.

Oggi abbiamo streaming, cataloghi infiniti e tutto a disposizione.

Allora avevamo un orario.

Un telecomando.

E una sola possibilità di vedere quella puntata.

E forse proprio per questo ce le ricordiamo ancora così bene.

Prima dello streaming non sceglievamo soltanto cosa guardare.

Aspettavamo che arrivasse.

E quando sullo schermo compariva quella Pontiac nera con una luce rossa che correva da una parte all’altra…

il resto poteva aspettare.

cRASh


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