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FEATURE · STYLE & DESIGN

No. È morto il vecchio hype.

Jordan che rimangono sugli scaffali. Collaborazioni che sul resale costano meno del retail. Loafer, derby e scarpe sottilissime dove fino a pochi anni fa avremmo visto soltanto sneaker. E contemporaneamente Saucony che esplode, Vans che torna interessante, nuove silhouette e vecchi modelli che cambiano significato. Nel 2026 la sneaker culture non sta scomparendo. Sta semplicemente smettendo di obbedire alle regole che l’avevano governata per quasi vent’anni.

Scritto da cRASh

Dentro l’articolo

Il vecchio hype

Per anni la scena era quasi sempre la stessa.

Un countdown.

Una data.

Un’app aperta.

Una raffle.

Un sito che non caricava.

Sold out.

Cinque minuti dopo, la stessa scarpa era già online a due, tre, quattro volte il prezzo.

E da qualche parte qualcuno scriveva:

GRAIL.

Non importava quasi più se avresti davvero indossato quella sneaker.

Dovevi riuscire ad averla.

Il possesso era diventato parte dell’esperienza.

A volte più dell’oggetto stesso.

Nel 2026 quella scena esiste ancora.

Ma non è più l’unica.

Ed è probabilmente questo che sta generando la domanda che da mesi circola nella sneaker culture americana:

le sneaker sono morte?

No.

Ma qualcosa è morto davvero.

È morta l’idea che per essere culturalmente rilevante una sneaker debba necessariamente essere difficile da comprare.

Ed è una differenza enorme.

Su CrashVerse abbiamo aperto STYLE & DESIGN proprio con Air Jordan.

Non casualmente.

Perché se vuoi capire come una scarpa abbia smesso di essere semplicemente una scarpa per diventare identità, musica, sport, moda, collezionismo, status e linguaggio, devi passare da lì.

Jordan ha contribuito a costruire praticamente tutte le regole.

La silhouette.

La storia.

Il colore.

Il numero.

Il giocatore.

L’edizione.

La rarità.

Il ritorno.

La fila.

Il desiderio.

Poi quelle regole sono diventate un’industria.

E l’industria ha fatto ciò che le industrie fanno quando scoprono qualcosa che funziona.

Ne ha prodotto ancora.

E ancora.

E ancora.

Retro.

Collaborazioni.

Riedizioni.

Colorway.

Anniversari.

Restock.

Special edition.

Shock drop.

Exclusive access.

Un’altra Jordan 1.

Un’altra Dunk.

Un’altra collaborazione.

Un’altra scarpa che, secondo qualcuno, non avresti mai più avuto occasione di comprare.

Fino alla settimana successiva.

Quando ne arrivava un’altra.

Una cultura decentralizzata

Nel 2026 persino GQ USA descrive apertamente la fine dell’epoca in cui Air Jordan retro e grandi collaborazioni dominavano quasi da sole il mercato sneaker e potevano generare automaticamente enormi sovrapprezzi sul resale. Tra le ragioni indicate ci sono sovrapproduzione, stanchezza verso l’hype e trasformazione del mercato secondario. La conclusione, però, è molto diversa da “le sneaker sono finite”: la cultura si sta decentralizzando.

Ed è probabilmente la parola più importante.

Decentralizzata.

Perché fino a pochi anni fa esisteva quasi una gerarchia.

Nike.

Jordan.

Adidas.

La collaborazione giusta.

Il celebrity endorsement giusto.

La release limitata.

E una quantità enorme della conversazione ruotava intorno alle stesse scarpe.

Nel 2026 quella piramide si è rotta.

Non significa che Nike sia diventata irrilevante.

Non significa che Jordan abbia perso il proprio valore culturale.

Anzi.

I dati raccontano qualcosa di molto più complesso.

Jordan non è morta

StockX segnala per il primo semestre 2026 una crescita del 6% delle vendite Jordan sulla piattaforma e un aumento del 5% dei prezzi medi; un movimento significativo considerando che Jordan rimane uno dei marchi più grandi del marketplace. Alcune release continuano inoltre a generare resale enorme: nel 2026 determinate Jordan collaborative hanno superato abbondantemente il doppio e, in alcuni casi, il triplo del retail.

Quindi no.

Jordan non è morta.

È morto l’automatismo.

Quel meccanismo per cui bastava mettere insieme una silhouette storica, un nome abbastanza importante e una quantità limitata per ottenere automaticamente un oggetto impossibile da comprare.

Oggi alcune funzionano.

Altre no.

E forse questa è una delle cose migliori che potessero succedere alla sneaker culture.

Complex nel 2026 può tranquillamente pubblicare una guida alle migliori Air Jordan disponibili sotto retail, compresi modelli e colorway che in altre fasi del mercato sarebbero stati considerati materiale da resale immediato. La maggiore produzione ha reso molte release più accessibili ai consumatori reali, cioè a quelli che vogliono comprare una scarpa e mettersela ai piedi.

Volevamo la scarpa o la scarsità?

Fermiamoci un secondo.

Per anni uno dei più grandi problemi della sneaker culture era:

“Non riesco a comprare la scarpa che voglio.”

Adesso alcune persone osservano la stessa scarpa disponibile sullo scaffale e dicono:

“Non c’è più hype.”

È meraviglioso.

Perché rivela quanto profondamente la scarsità avesse modificato il nostro rapporto con l’oggetto.

Se posso averla, improvvisamente la voglio meno?

Allora volevo davvero la sneaker?

O volevo la sensazione di aver ottenuto qualcosa che gli altri non potevano avere?

È una domanda scomoda.

Ma probabilmente necessaria.

Perché a un certo punto sneaker culture e resale culture avevano cominciato a sembrare quasi la stessa cosa.

Non lo sono.

Una cultura nasce dalle persone.

Il resale è un mercato.

Possono convivere.

Lo hanno fatto per anni.

Ma quando il valore economico di una scarpa diventa la misura principale del suo valore culturale, qualcosa inevitabilmente si rompe.

“Quanto resella?”

Era diventata una domanda normale.

Prima ancora di:

“È bella?”

“È fatta bene?”

“La metteresti?”

“Ti rappresenta?”

Nel momento più estremo dell’hype, una sneaker poteva essere considerata importante prima ancora che qualcuno l’avesse realmente indossata per strada.

E questa è una cosa assurda, se ci pensate.

Una scarpa.

Trasformata in immagine JPEG.

Poi SKU.

Poi grafico.

Poi asset.

E soltanto alla fine, forse, scarpa.

Nel 2026 quel sistema non è scomparso.

Ma non detta più da solo le regole.

Complex ha dedicato recentemente un intero articolo alle collaborazioni sneaker acquistabili sul mercato secondario sotto il prezzo originale, spiegando che tra l’aumento della produzione e la quantità enorme di release settimanali molte collaborazioni finiscono semplicemente perse nel rumore.

Il gusto torna a muoversi

Ed è qui che la storia diventa interessante.

Perché mentre alcune delle vecchie regole perdono potere, il gusto ricomincia a muoversi.

Non in una direzione.

In cinquanta.

Performance running.

Retro runner.

Soccer shoes.

Scarpe bassissime.

Vans.

Converse.

Saucony.

Asics.

New Balance.

Loafer.

Derby.

Approach shoes.

Scarpe che sembrano progettate per scalare una montagna abbinate a pantaloni che probabilmente non vedranno mai nemmeno una collina.

È un casino.

Ed è bellissimo.

Nel suo Sneaker Survey 2026, GQ ha raccolto le opinioni di diverse figure dell’industria e la risposta ricorrente è proprio questa: meno ossessione collettiva per un singolo prodotto, più comfort, nuovi design, gusto personale e comunità locali. Brendan Dunne di StockX parla di un pendolo che si sta spostando dai retro verso la novità; altri osservatori sottolineano come l’idea stessa di cosa sia “cool” si sia allargata.

Il momento di Saucony

Questo significa che una delle cose più interessanti del 2026 può essere Saucony.

Sì.

Saucony.

Un marchio nato nel 1898 e che per tantissime persone è stato per anni associato soprattutto alla corsa.

Oggi è diventato uno dei nomi più interessanti della cultura sneaker contemporanea attraverso collaborazioni, recupero intelligente del proprio archivio e una posizione perfetta per un pubblico stanco di vedere sempre gli stessi tre loghi. StockX l’ha indicata tra i marchi con maggiore momentum, mentre GQ ha raccontato proprio nel 2026 la sua trasformazione in uno dei brand sneaker più caldi del momento.

E questa cosa racconta perfettamente il cambio di epoca.

Prima la domanda era:

qual è la prossima scarpa che tutti vorranno?

Adesso potrebbe essere:

qual è la scarpa che non hanno ancora tutti?

Sembra la stessa cosa.

Non lo è.

Nel primo caso qualcuno decide centralmente cosa desidereremo.

Nel secondo, il consumatore prova nuovamente a costruire un gusto personale.

Ed è per questo che marchi archivistici, piccoli collaboratori, silhouette dimenticate e modelli performance possono improvvisamente entrare nella conversazione.

Non devi più necessariamente partecipare alla stessa partita.

Puoi cambiare sport.

Letteralmente.

Il calcio e le nuove contaminazioni

Perché un altro elemento enorme del 2026 è il calcio.

Con il Mondiale giocato tra Stati Uniti, Canada e Messico, l’estetica football è entrata ancora più profondamente nel linguaggio dello streetwear americano. Secondo gli osservatori interpellati da GQ a inizio anno, praticamente tutti i grandi marchi sportswear avrebbero sfruttato il momento attraverso silhouette ispirate alle scarpe da calcio, collaborazioni, kit e contaminazioni tra performance e lifestyle.

Ed eccoci di nuovo al punto.

La sneaker culture non sta diventando più piccola.

Sta diventando meno facile da definire.

Persino il confine tra sneaker e scarpa tradizionale sta diventando ridicolo.

Quando la sneaker diventa loafer

Prendete adidas.

La Handball Spezial è una delle silhouette che negli ultimi anni abbiamo visto praticamente ovunque.

E nel 2026 adidas ne ha trasformato il linguaggio direttamente in un loafer.

Non una sneaker che vagamente ricorda un mocassino.

Un mocassino.

Con le Three Stripes.

Suola gum.

DNA Spezial.

È difficile immaginare un’immagine migliore del momento che stiamo vivendo.

La sneaker entra nella scarpa classica.

La scarpa classica entra nello streetwear.

La performance diventa lifestyle.

La scarpa da trekking finisce in città.

La scarpa da danza diventa menswear.

Le regole si mescolano.

E mentre succede tutto questo, il loafer è diventato uno dei protagonisti assoluti del guardaroba maschile americano del 2026. GQ lo definisce addirittura una delle scarpe cruciali dell’anno, mentre nello stesso panorama stanno crescendo derby, jazz shoes e modelli sempre più sottili e bassi.

Qualche anno fa qualcuno avrebbe interpretato tutto questo come:

“gli uomini non vogliono più le sneaker.”

Non credo sia così.

Credo che stiamo semplicemente uscendo dall’epoca in cui la sneaker doveva vincere contro ogni altra scarpa.

Perché per una fase molto lunga dello streetwear praticamente qualsiasi outfit poteva concludersi con una sneaker.

Completo?

Sneaker.

Cappotto?

Sneaker.

Pantalone sartoriale?

Sneaker.

Matrimonio?

Qualcuno ci provava.

Le sneaker avevano ottenuto una vittoria culturale enorme.

Erano entrate ovunque.

E quando qualcosa conquista tutto, inevitabilmente arriva il momento nel quale qualcuno cerca qualcos’altro.

Un loafer.

Una derby.

Una scarpa assurda che fino a tre anni prima avrebbe fatto sembrare tuo nonno più avanti di te.

La moda funziona anche così.

Uccide continuamente ciò che ha appena reso indispensabile.

Solo per poterlo far tornare più avanti.

Non esiste più un unico centro

Ma sarebbe sbagliato guardare il 2026 e dire che siamo entrati in una società “post-sneaker”.

Anche perché contemporaneamente Pharrell e adidas possono ancora generare una silhouette come Jellyfish capace di diventare un successo, Vans può tornare improvvisamente interessante, Jordan può crescere nuovamente e una release limitata può ancora raggiungere prezzi folli.

Tutto questo sta avvenendo nello stesso momento.

Ed è forse questa la vera novità.

Non esiste più un unico centro.

Non c’è più una sneaker che definisce da sola un’intera stagione.

Non c’è più necessariamente una collaborazione che tutti devono desiderare.

Non c’è nemmeno più una singola silhouette dominante.

La cultura si è frantumata.

Microculture.

Nicchie.

Running.

Football.

Skate.

Luxury.

Archive.

Tech.

Minimal.

Performance.

Vintage.

E ognuno può costruire la propria combinazione.

È molto meno comodo per chi deve venderti “la scarpa dell’anno”.

Ma probabilmente è molto più interessante per chi ama davvero le scarpe.

Perché forse siamo finalmente arrivati a una fase nella quale una sneaker può tornare a essere speciale senza dover essere impossibile da comprare.

Air Jordan e il valore della storia

E qui torno inevitabilmente ad Air Jordan.

Perché abbiamo iniziato STYLE & DESIGN da lì per una ragione.

Air Jordan non diventò cultura perché qualcuno un giorno decise di limitare artificialmente un numero di paia.

Diventò cultura perché dietro quella scarpa c’era una storia.

Michael Jordan.

Basket.

Chicago.

Nike.

La NBA.

La televisione.

Hip hop.

Spike Lee.

Cinema.

Moda.

Ribellione.

Desiderio.

Una silhouette che potevi riconoscere dall’altra parte della strada.

Quello è valore culturale.

Il prezzo sul resale è soltanto una conseguenza possibile.

Non la causa.

Forse negli anni avevamo iniziato a confondere le due cose.

E magari vedere una Jordan importante ancora disponibile qualche giorno dopo il lancio non è il segnale della fine.

Magari significa semplicemente che qualcuno può finalmente entrare in un negozio, comprare la sua misura e uscire con la scarpa che voleva.

Senza bot.

Senza raffle.

Senza reseller.

Senza pagare il doppio.

Una tragedia per chi vende hype.

Una situazione piuttosto normale per chi compra scarpe.

Tornare ad avere gusto

E c’è un altro effetto interessante.

Quando tutto è sempre sold out, non devi nemmeno scegliere davvero.

La scarsità sceglie per te.

È disponibile?

Comprala.

Potresti non trovarla più.

Adesso che molte release rimangono acquistabili, il consumatore deve tornare a fare qualcosa di molto più difficile:

avere gusto.

Devi guardare dieci scarpe disponibili e decidere quale ti rappresenta.

Non quale ha il resale più alto.

Non quale influencer ha ricevuto la seeding box.

Non quale community ti ha spiegato che devi desiderare.

La tua.

Quella che metteresti davvero.

Forse è questo che alcune persone interpretano come morte della sneaker culture.

Il rumore è diminuito.

Il sold out non è più automatico.

La resale app non è più necessariamente il secondo passaggio dopo SNKRS.

La stessa collaborazione può arrivare sotto retail.

Una Jordan può aspettarti sullo scaffale.

E improvvisamente sembra che non stia succedendo niente.

Ma forse è esattamente il contrario.

Sta tornando a succedere tutto.

Soltanto in luoghi diversi.

Una Saucony.

Una Vans.

Una scarpa da calcio trasformata in lifestyle.

Una running shoe.

Una Jordan 5.

Un mocassino con le Three Stripes.

Una derby enorme.

Una Converse.

Una silhouette che ancora non conosciamo.

Non c’è più bisogno che una di loro uccida le altre.

Possono esistere contemporaneamente.

Ed è questa la parte del 2026 che trovo più interessante.

Per quasi vent’anni abbiamo chiesto:

“Qual è la prossima sneaker?”

Forse adesso la domanda è finalmente tornata a essere:

“Quale scarpa ti piace?”

Sembra una differenza piccola.

Non lo è.

Perché una cultura costruita soltanto sull’hype prima o poi deve produrre sempre più hype per continuare a esistere.

Una cultura costruita sul gusto può cambiare.

Può sbagliare.

Può riscoprire cose dimenticate.

Può permettersi persino di avere una Jordan sullo scaffale senza dichiarare la fine del mondo.

Una scarpa da mettersi ai piedi

Quindi no.

Le sneaker non sono morte.

Sono ancora ovunque.

Vendono.

Cambiano.

Si contaminano.

Tornano.

Si reinventano.

Alcune costano una follia.

Altre finiscono sotto retail.

Alcune saranno dimenticate entro Natale.

Altre tra vent’anni avranno una pagina intera nella storia dello streetwear.

Quello che sembra davvero arrivato alla fine è un’altra cosa.

L’epoca in cui qualcuno poteva convincerci che una scarpa fosse importante semplicemente perché non riuscivamo a comprarla.

E forse era ora.

Perché alla fine, prima del drop, prima del resale, prima dei bot, prima delle raffle, prima dello screenshot con scritto SOLD OUT, c’era una cosa molto più semplice.

Una scarpa.

E qualcuno che voleva mettersela ai piedi.

Forse la sneaker culture non sta morendo.

Forse sta tornando lì.


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