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16 MIN DI LETTURA

FROM THE VERSE — ORIGINAL SOUNDTRACK

CrashVerse

THE DOOR

An original CrashVerse track inspired by Léon.

Premi play. Entra nella storia. La musica ti accompagna mentre leggi.

MOVIES · FILMS · 1994

Due solitudini che per un momento diventano casa.

Scritto da cRASh

Questo articolo racconta anche il finale di Léon.

CI SONO FILM CHE TI FANNO MALE SENZA AVERE BISOGNO DI URLARE

Léon è uno di quelli.

Lo sai quasi dall’inizio che non potrà finire bene.

C’è troppa solitudine.

Troppa violenza.

Troppo dolore concentrato dentro persone che non sanno nemmeno bene come dirlo.

Eppure continui a guardare.

Perché a un certo punto smetti di vedere un killer professionista e una ragazzina rimasta senza famiglia.

Vedi due esseri umani completamente diversi…

che per qualche motivo impossibile riescono a diventare qualcosa l’uno per l’altra.

Non esattamente padre e figlia.

Non semplicemente amici.

Non due persone normali che costruiscono una vita normale.

Qualcosa di più fragile.

Più strano.

Più difficile da definire.

DUE SOLITUDINI CHE PER UN MOMENTO DIVENTANO CASA.

Ed è proprio perché sai quanto sia precaria quella casa…

che quando crolla ti spezza il cuore.


1994

Luc Besson.

Jean Reno.

Natalie Portman.

Gary Oldman.

New York.

Un sicario.

Una bambina.

Un agente della DEA corrotto.

Una pianta.

Detta così sembra quasi una combinazione assurda.

Poi parte il film.

E funziona.

Funziona perché Besson costruisce un thriller violentissimo e contemporaneamente una storia quasi intima.

Le sparatorie sono enormi.

Stansfield è terrificante.

Léon è letale.

Ma sotto tutto questo la cosa che rimane non è l’azione.

È il bisogno disperato di qualcuno.


LÉON

Jean Reno nei panni di Léon durante gli esercizi nel suo appartamento
Disciplina, abitudini, solitudine: la vita di Léon prima di Mathilda. © Gaumont · Fotogramma ufficiale.

Léon è un assassino.

Non serve addolcire questa parte.

Uccide per lavoro.

È estremamente bravo.

Preciso.

Silenzioso.

Quasi invisibile.

Ha regole.

Routine.

Disciplina.

Beve latte.

Fa esercizi.

Pulisce le armi.

Va al cinema.

Torna a casa.

Si prende cura di una pianta.

E praticamente non esiste altro.

Léon è vivo.

Tecnicamente.

Ma non sembra vivere.

SOPRAVVIVE.

Non possiede una famiglia.

Non possiede relazioni vere.

Non possiede quasi niente che lo leghi al mondo.

La sua pianta è probabilmente la cosa a cui assomiglia di più.

Sta in un vaso.

Viene spostata continuamente.

Non ha radici.

Léon stesso lo dice.

Ed è una metafora quasi troppo semplice.

Ma funziona perfettamente.


POI BUSSANO ALLA PORTA

Mathilda.

Dodici anni.

Una famiglia terribile.

Un padre coinvolto in qualcosa che non avrebbe dovuto toccare.

Una casa piena di violenza.

Un fratellino che ama.

Poi Stansfield entra.

E distrugge tutto.

Mathilda torna.

Cammina lungo il corridoio.

Capisce.

Non può fermarsi davanti alla propria porta.

Continua.

Arriva davanti a quella di Léon.

Suona.

Ed ecco una delle scene più importanti dell’intero film.

Léon guarda attraverso lo spioncino.

Sa perfettamente cosa sta succedendo.

Sa anche che aprire quella porta significa portare il problema dentro la propria vita.

Mathilda continua a suonare.

Piange.

Aspetta.

E Léon deve decidere.

APRIRE.

O lasciarla morire.

Per un uomo che ha passato la vita a non creare legami…

quella porta è molto più di una porta.


LA LUCE

Poi si apre.

Mathilda entra.

È salva.

Almeno per quel momento.

Ma qualcosa è cambiato anche per Léon.

Perché fino a quel secondo poteva convincersi di non avere responsabilità verso nessuno.

Adesso c’è una ragazzina seduta dentro casa sua.

E non sa assolutamente cosa farsene.

È una situazione quasi assurda.

Léon sa eliminare una stanza piena di uomini armati.

Non sa parlare con una bambina.

Sa smontare un’arma.

Non sa consolare.

Sa sopravvivere a un agguato.

Non sa essere necessario a qualcuno.

Ed è proprio questa contraddizione che rende Jean Reno straordinario.

L’UOMO PIÙ PERICOLOSO DELLA STANZA È ANCHE QUELLO EMOTIVAMENTE PIÙ IMPREPARATO.


MATHILDA

E dall’altra parte c’è Natalie Portman.

Dodici anni durante le riprese. Tredici all’uscita del film.

Primo grande ruolo cinematografico.

Ed è incredibile.

Perché Mathilda non viene interpretata come una bambina semplicemente fragile.

È arrabbiata.

Provocatoria.

Intelligente.

Spaventata.

Imprevedibile.

A volte tenta disperatamente di comportarsi come un’adulta perché il mondo le ha tolto troppo presto la possibilità di essere bambina.

Ed è importante distinguere queste cose.

Mathilda può parlare come un’adulta.

Può provocare.

Può cercare di assumere ruoli che non le appartengono.

Ma rimane una bambina traumatizzata.

E le parti migliori del film sono proprio quelle in cui Léon mantiene quella distinzione.

Protegge.

Rifiuta di oltrepassare certi confini.

Cerca, goffamente, di restituirle qualcosa che la vita le ha portato via.

IL DIRITTO DI ESSERE ANCORA PICCOLA.


NON È UNA STORIA D’AMORE NEL SENSO TRADIZIONALE

Questa cosa va detta chiaramente.

Ci sono momenti del film che oggi possono risultare scomodi.

Mathilda verbalizza sentimenti adulti.

Gioca con l’idea della seduzione.

Prova a definire ciò che sente attraverso categorie che non è ancora in grado di comprendere pienamente.

Ma ciò che per me rende emotivamente potente il rapporto con Léon è proprio un’altra cosa.

Léon non la trasforma in una relazione adulta.

La protegge.

Le mette dei limiti.

E lentamente diventa qualcosa che nessuno dei due aveva.

FAMIGLIA.

Una famiglia completamente improbabile.

Imperfetta.

Persino disfunzionale.

Ma famiglia.

Ed è lì che il film funziona davvero.


“INSEGNAMI”

Léon e Mathilda seduti al tavolo, uno di fronte all’altra
Léon e Mathilda: due solitudini che imparano a fare spazio all’altra. © Gaumont · Fotogramma ufficiale.

Mathilda vuole vendetta.

Vuole imparare il mestiere.

Vuole diventare come Léon.

Non perché sogni veramente la vita del sicario.

Perché vuole smettere di sentirsi impotente.

Qualcuno ha ucciso suo fratello.

Ha distrutto la sua famiglia.

Lei non ha potuto fare niente.

La pistola diventa una promessa:

NON SARÒ MAI PIÙ INDIFESA.

È una reazione comprensibile.

Ed è anche terribile.

Perché stiamo guardando una bambina convincersi che diventare capace di uccidere possa sistemare ciò che le è stato tolto.

Léon inizialmente entra nel gioco.

Le insegna.

Ma lentamente capiamo che il rapporto sta cambiando anche lui.


LÉON COMINCIA A VIVERE

Questo per me è il centro.

All’inizio Mathilda ha bisogno di Léon per sopravvivere.

Poi scopriamo che, in un altro modo…

LÉON AVEVA BISOGNO DI MATHILDA.

Lei entra nella sua vita come caos.

Parla.

Fa domande.

Tocca cose.

Sposta routine.

Porta emozioni.

Pretende risposte.

Lo costringe a occuparsi di qualcuno.

E improvvisamente quell’uomo che viveva come la propria pianta comincia a mettere radici.

Magari non lo sa.

Magari non saprebbe nemmeno dirlo.

Ma sta succedendo.

Prima era solo un killer che tornava in una stanza vuota.

Adesso qualcuno lo aspetta.


IL GIOCO DEI PERSONAGGI

C’è una scena apparentemente piccola.

Mathilda e Léon giocano a indovinare personaggi famosi.

Lei interpreta.

Lui prova a capire.

È buffa.

Leggera.

Quasi fuori posto dentro un film così violento.

Ed è proprio per questo che è importantissima.

Per alcuni minuti non esistono Stansfield.

La DEA.

Le armi.

Gli omicidi.

La vendetta.

C’è una ragazzina che gioca.

E un uomo che, forse per la prima volta dopo moltissimo tempo, sta facendo qualcosa che non serve a sopravvivere.

STANNO SEMPLICEMENTE PASSANDO DEL TEMPO INSIEME.

E forse vivere è anche questo.

Fare qualcosa che non “serve”.

Ma che proprio per questo conta.


STANSFIELD

Gary Oldman nei panni di Stansfield sulla soglia di una porta con un altro agente
Stansfield: la violenza che entra in casa mostrando un distintivo. © Gaumont · Fotogramma ufficiale.

Poi Gary Oldman.

Norman Stansfield.

Uno dei villain più fuori controllo degli anni Novanta.

Elegante.

Instabile.

Teatrale.

Violento.

Imprevedibile.

Oldman lo interpreta sempre a mezzo centimetro dall’esplosione.

Non sai mai quando arriverà.

La voce.

Lo sguardo.

Le pillole.

Il corpo che sembra reagire fisicamente alla propria follia.

E poi quella scena diventata immortale.

EVERYONE.

Non serve altro.

Stansfield funziona perché rappresenta il contrario di Léon.

Entrambi uccidono.

Ma Léon possiede regole.

Stansfield no.

Léon vive dentro un codice.

Stansfield è puro abuso di potere.

E questo impedisce al film di trasformare tutti i suoi personaggi violenti nella stessa cosa.


LÉON NON È UN EROE

Ed è importante anche questo.

Non serve santificarlo.

È un sicario.

Ha ucciso persone.

Vive dentro un mondo criminale.

Ma il film gli concede qualcosa.

LA POSSIBILITÀ DI CAMBIARE DIREZIONE.

Non può cancellare quello che è stato.

Non può diventare improvvisamente un’altra persona.

Ma può decidere cosa fare adesso.

Può aprire una porta.

Può proteggere qualcuno.

Può mettere la vita di Mathilda davanti alla propria.

Non è redenzione facile.

È più piccola.

Più concreta.

E forse proprio per questo più credibile.


LA PIANTA

Poi torniamo a lei.

Sempre.

La pianta.

Léon la porta con sé.

La cura.

La mette vicino alla luce.

È l’unica cosa che ha davvero trattato con affetto prima di Mathilda.

E quando Mathilda gli dice che dovrebbe metterla nella terra…

la metafora è già completa.

Léon vive in un vaso.

Non possiede radici.

Non appartiene a nessun posto.

Mathilda invece vorrebbe piantarlo.

Metterlo da qualche parte.

Dargli una casa.

È bellissimo perché nessuno dei due probabilmente comprende fino in fondo quello che sta dicendo.

Ma noi sì.


“I WANT LOVE… OR DEATH”

Mathilda alterna continuamente due estremi.

Amore.

Morte.

Non esiste quasi spazio in mezzo.

Ed è comprensibile.

In Mathilda vedo una bambina che, cresciuta senza sicurezza, cerca assoluti.

Qualcuno che la ami completamente.

Oppure niente.

Vendetta totale.

Oppure impotenza.

Léon invece è quasi l’opposto.

Ha passato la vita eliminando gli estremi emotivi.

Niente amore.

Niente famiglia.

Niente legami.

Soltanto sopravvivenza.

Si incontrano esattamente nel punto in cui entrambi sono incompleti.

Mathilda deve imparare che la vita non può essere soltanto vendetta.

Léon deve imparare che la vita non può essere soltanto sopravvivere.


LA CASA

La cosa più triste è che cominciano quasi a costruirla.

Non materialmente.

Non hanno una bella villetta.

Non hanno una casa stabile.

Non hanno una vita normale.

Dormono in posti temporanei.

Scappano.

Si nascondono.

Eppure qualcosa comincia a esistere.

Una routine condivisa.

Complicità.

Protezione.

Affetto.

Responsabilità.

CASA NON È SEMPRE IL POSTO IN CUI VIVI.

A volte è la persona davanti alla quale finalmente abbassi la guardia.

Per Léon quella persona diventa Mathilda.

Per Mathilda diventa Léon.

Ed è proprio lì che il film comincia a prepararti il coltello.


PERCHÉ SAI CHE NON PUÒ DURARE

Lo senti.

Non serve conoscere il finale.

Quel mondo non permette facilmente a persone come loro di uscire.

Stansfield si avvicina.

La violenza aumenta.

Léon diventa sempre più coinvolto.

E più diventa coinvolto…

più diventa vulnerabile.

Questa è l’ironia.

All’inizio era quasi impossibile da colpire.

Perché non aveva niente.

Poi arriva Mathilda.

E finalmente possiede qualcosa.

QUINDI FINALMENTE HA QUALCOSA DA PERDERE.

È il prezzo di ogni legame.

E forse è proprio per questo che vale così tanto.


“THIS IS FROM MATHILDA”

Poi arriva il finale.

E se avete visto il film sapete.

Léon riesce quasi a farcela.

Quasi.

In un altro film probabilmente sarebbe uscito.

Musica.

Respiro.

Libertà.

Mathilda salva.

Léon salvo.

Fine.

Ma non è quel film.

Stansfield è lì.

E Léon capisce.

Non uscirà.

Allora fa l’ultima cosa che gli rimane.

Gli consegna qualcosa.

Un anello.

Una sicura.

Un saluto.

“THIS IS FROM MATHILDA.”

E improvvisamente tutta la storia trova il proprio punto.

Léon non muore semplicemente combattendo Stansfield.

Muore facendo finalmente qualcosa per qualcuno.

Non per soldi.

Non perché glielo abbia ordinato Tony.

Non per lavoro.

Per Mathilda.

L’uomo che aveva costruito tutta la propria vita evitando i legami…

muore proprio perché ha scelto di averne uno.

Ed è terribile.

Ed è bellissimo.


SUVVIA

Come fai a non sentirlo?

Hai passato tutto il film sperando che quelle due persone riescano a trovare un pezzo di normalità.

Non chiedi nemmeno molto.

Un posto.

Una vita.

Qualcosa.

Léon forse fuori dal mestiere.

Mathilda a scuola.

La pianta finalmente nella terra.

Sembrerebbe poco.

Ma sai che per loro sarebbe tutto.

E proprio quando Léon sembra finalmente avere capito che potrebbe esistere qualcosa dopo…

non c’è più un dopo.

COME CAZZO FAI A NON SPEZZARTI?


MA MATHILDA VIVE

Ed è qui che il sacrificio acquista senso.

Se morissero entrambi sarebbe semplicemente tragedia.

Léon invece riesce a fare quello che all’inizio del film non sembrava nemmeno capace di concepire.

Salvare qualcun altro.

Mathilda può continuare.

Non significa che improvvisamente starà bene.

Ha perso praticamente tutto.

Porta un trauma enorme.

Ma possiede ancora qualcosa che prima non aveva.

Una possibilità.

Léon gliel’ha comprata con la propria vita.


E POI ARRIVA LA PIANTA

Mathilda torna.

Scuola.

La vita deve ricominciare in qualche modo.

E prende la pianta.

Quella pianta che Léon portava ovunque.

Quella cosa senza radici.

Scava.

La mette nella terra.

Finalmente.

“I THINK WE’LL BE OKAY HERE, LÉON.”

E basta.

Per me il film potrebbe distruggermi soltanto con questo.

Perché Léon non avrà mai la casa che stava cominciando a immaginare.

Ma la sua pianta sì.

E attraverso quella pianta…

anche lui finalmente smette di essere nomade.

Mathilda gli dà dopo la morte quello che avrebbe voluto dargli da vivo.

RADICI.

È uno di quei finali che non hanno bisogno di spiegare niente.

Metti la pianta nella terra.

Parte Sting.

Shape of My Heart.

Fine.

E sei finito anche tu.


SHAPE OF MY HEART

Parliamone.

Perché ci sono canzoni messe sui titoli di coda.

E poi ci sono canzoni che diventano praticamente l’ultima scena.

Sting.

Chitarra.

Shape of My Heart.

Parte quando emotivamente sei già distrutto.

Ed è perfetta.

Non serve aggiungere dialogo.

Non serve mostrare altro.

La pianta è nella terra.

Mathilda si allontana.

La voce arriva.

E il film continua ancora qualche minuto dentro di te anche dopo che lo schermo è diventato nero.

È questo il potere di una scelta musicale perfetta.

NON COMMENTA L’EMOZIONE.

LA COMPLETA.


JEAN RENO

Non riesco a immaginare Léon interpretato diversamente.

Jean Reno riesce a fare una cosa difficilissima.

Essere fisicamente enorme e contemporaneamente quasi infantile.

Léon è letale durante il lavoro.

Poi torna a casa e sembra qualcuno che il mondo adulto non l’abbia mai imparato completamente.

Legge male.

Non sa esprimersi.

Non capisce Mathilda.

Si imbarazza.

È goffo.

Possiede una semplicità strana.

Reno non cerca di renderlo cool continuamente.

Ed è proprio per questo che lo diventa.

Perché sotto gli occhiali.

Il cappotto.

Le armi.

La precisione.

C’è una fragilità gigantesca.


NATALIE PORTMAN

E poi sapere che Léon è il film che introduce Natalie Portman al grande pubblico rende tutto ancora più impressionante.

Mathilda richiede una quantità enorme di sfumature.

Dolore.

Rabbia.

Ironia.

Infanzia.

Provocazione.

Paura.

Vendetta.

Affetto.

E Portman riesce a passare dall’una all’altra con una naturalezza assurda per la sua età.

Soprattutto riesce a fare una cosa fondamentale.

Non farci dimenticare che Mathilda è una bambina.

Anche quando Mathilda stessa prova disperatamente a dimenticarlo.


LUC BESSON

Poi Luc Besson.

Il film ha tutte le sue ossessioni.

Personaggi marginali.

Violenza stilizzata.

New York quasi irreale.

Professionisti solitari.

Figure femminili giovani costrette a diventare forti.

Azione ed emotività dentro la stessa scena.

Léon potrebbe essere soltanto molto cool.

Gli occhiali.

Le armi.

Il cappotto.

Il killer perfetto.

Ma Besson ha l’intelligenza di distruggere gradualmente quell’immagine.

Più conosci Léon…

meno ti interessa quanto sia bravo a uccidere.

VUOI SAPERE SE RIUSCIRÀ A VIVERE.

Ed è lì che il film cambia completamente.


LA VIOLENZA NON È LA PARTE PIÙ DURA

Stansfield massacra una famiglia.

Léon uccide.

Esplosioni.

Sparatorie.

Corpi.

Eppure la scena più dolorosa del film per me rimane una ragazzina che mette una pianta nella terra.

Pensateci.

È questo che distingue un film che funziona davvero.

La violenza attira l’attenzione.

IL SIGNIFICATO RIMANE.

Ricordiamo Gary Oldman che urla.

Ricordiamo Léon nei corridoi.

Ricordiamo le armi.

Ma quando qualcuno nomina Léon…

prima o poi arrivo sempre lì.

Mathilda.

La pianta.

Sting.

E quella sensazione nello stomaco.


NON TUTTE LE FAMIGLIE NASCONO ALLO STESSO MODO

Forse è questa una delle cose che il film racconta meglio.

Léon e Mathilda non dovrebbero funzionare.

Non hanno niente in comune.

Età.

Storia.

Carattere.

Modo di vedere il mondo.

Eppure ognuno possiede qualcosa che all’altro manca.

Mathilda porta vita dentro l’esistenza di Léon.

Léon porta sicurezza dentro quella di Mathilda.

Non sono capaci di risolvere tutti i problemi l’uno dell’altra.

Non potrebbero.

Ma per un periodo riescono a creare qualcosa.

UN POSTO SICURO.

E forse una famiglia, nella sua forma più elementare, comincia proprio lì.

Qualcuno davanti al quale non devi più chiederti se la porta verrà aperta.


QUELLA PORTA

E infatti torno sempre alla scena iniziale.

Mathilda nel corridoio.

La famiglia morta dietro di lei.

Stansfield e i suoi uomini dentro casa.

Lei continua a camminare.

Arriva davanti alla porta di Léon.

Bussa.

Léon guarda.

Esita.

E apre.

Tutto il film nasce da quel gesto.

Se non apre…

non esiste niente.

Nessun rapporto.

Nessuna trasformazione.

Nessun sacrificio.

Nessuna pianta nella terra.

A VOLTE UNA VITA CAMBIA PERCHÉ QUALCUNO DECIDE DI APRIRE UNA PORTA.

Letteralmente.

E non sa ancora cosa gli costerà.


CRASHVERSE VERDICT

Léon è uno di quei film che mi spezzano il cuore.

Non per la morte in sé.

Il cinema è pieno di personaggi che muoiono.

È per tutto quello che arriva prima.

Léon all’inizio non vive.

Lavora.

Uccide.

Torna a casa.

Beve latte.

Cura una pianta.

Dorme.

Ripete.

Non ha radici.

Non ha nessuno.

Poi qualcuno bussa.

Mathilda.

Una bambina che ha appena perso praticamente tutto.

E Léon apre.

Quel piccolo gesto distrugge la vita che conosceva.

E forse, per la prima volta…

gliene dà una.

Mathilda entra.

Fa rumore.

Parla.

Piange.

Ride.

Pretende.

Sbaglia.

Gli chiede di insegnarle.

Lo costringe a occuparsi di qualcuno.

E lentamente quell’uomo che sembrava capace soltanto di togliere vite…

impara a proteggere una vita.

Questa per me è la storia.

Non il killer.

Non la vendetta.

Non Stansfield.

UN UOMO CHE IMPARA TROPPO TARDI CHE COSA SIGNIFICA AVERE QUALCUNO.

E quando finalmente lo capisce…

deve perderlo.

O meglio.

Deve scegliere di perderlo per salvarlo.

“This is from Mathilda.”

Poi l’esplosione.

E fine.

Ma non è davvero lì che il film mi distrugge.

È dopo.

Perché Mathilda prende quella pianta.

La stessa che Léon portava ovunque.

La mette finalmente nella terra.

E in quel momento capisci che tutta la metafora era lì dall’inizio.

Léon era quella pianta.

Vivo.

Ma senza radici.

Trasportato.

Isolato.

Incapace di appartenere a qualcosa.

Mathilda non riesce a salvare Léon.

Ma può fare un’ultima cosa per lui.

Può dargli un posto.

Può piantarlo.

Può dire:

ADESSO RESTI QUI.

E poi arriva Shape of My Heart.

Suvvia.

Cosa vuoi fare?

È finita.

Non perché Luc Besson abbia costruito semplicemente un finale triste.

Ma perché per due ore ti ha fatto desiderare qualcosa di banalissimo per due persone che non avevano mai avuto niente di banale.

Una casa.

Sicurezza.

Una possibilità.

Léon non la avrà.

Mathilda forse sì.

E probabilmente è proprio questo il significato del suo sacrificio.

La vita di Léon non può ricominciare.

Quella di Mathilda può.

Forse amare qualcuno significa anche questo.

Non necessariamente riuscire a rimanere.

A volte significa fare in modo che l’altro possa continuare quando tu non puoi farlo.

All’inizio Léon salva Mathilda aprendo una porta.

Alla fine la salva chiudendone una dietro di lei.

E resta solo.

Davanti a Stansfield.

Come era sempre stato.

Solo che questa volta c’è una differenza enorme.

ADESSO HA QUALCUNO PER CUI MORIRE.

Non so se sia giusto.

Non so se sia bello.

So che fa male.

E forse è proprio per questo che Léon rimane.

Perché in mezzo a tutta quella violenza racconta una cosa semplicissima:

puoi passare una vita intera senza radici.

Poi qualcuno entra.

Ti cambia.

Ti insegna qualcosa che pensavi di non sapere più fare.

E magari non hai abbastanza tempo per costruire davvero quella casa.

Ma per un momento…

SEI STATO CASA PER QUALCUNO.

E qualche volta,

terribilmente,

deve bastare.


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