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NERD CULTURE · COMICS

Scrivere di Marvel dovrebbe essere semplice, soprattutto se la ami. È esattamente il contrario. Perché Marvel non è soltanto Spider-Man, gli X-Men, gli Avengers o un universo cinematografico da miliardi di dollari. È quasi novant’anni di autori, personaggi, cadute, rinascite e contraddizioni. Ma dietro tutto questo esiste un’idea sorprendentemente semplice: anche chi può salvare il mondo può non sapere come salvare se stesso.

Scritto da cRASh

Indice dell’articolo
  1. PRIMA DEGLI AVENGERS
  2. I FANTASTIC FOUR LITIGAVANO
  3. POI ARRIVA PETER PARKER
  4. MARVEL NON INVENTA L’UMANITÀ. LA METTE SOTTO IL COSTUME.
  5. GLI X-MEN
  6. STAN LEE NON È MARVEL
  7. UN UNIVERSO PRIMA CHE “UNIVERSO” DIVENTASSE MARKETING
  8. MARVEL VS DC
  9. WOLVERINE NON È UN MODELLO
  10. DAREDEVIL
  11. HULK
  12. E POI ARRIVÒ IL CINEMA
  13. E QUANDO VINCI TROPPO?
  14. IL MULTIVERSO
  15. ESSERE FAN NON SIGNIFICA DIRE SEMPRE SÌ
  16. IL COSTUME NON È IL PERSONAGGIO
  17. PERCHÉ CONTINUIAMO A TORNARE
  18. MARVEL
  19. GLI EROI CHE CI HANNO INSEGNATO A ESSERE IMPERFETTI

Scrivere di Marvel, per me, dovrebbe essere facile.

Sono fan.

Conosco quei personaggi.

Li ho visti cambiare.

Morire.

Ritornare.

Essere riscritti.

Distrutti.

Ricostruiti.

Portati dal fumetto alla televisione, dai videogiochi al cinema, fino a diventare parte di un linguaggio che ormai comprende praticamente chiunque.

E proprio per questo è difficilissimo.

Perché quando ami qualcosa hai sempre la tentazione di mettere dentro tutto.

Spider-Man.

Wolverine.

Gli X-Men.

Hulk.

Daredevil.

Iron Man.

Captain America.

I Fantastic Four.

Thor.

Punisher.

Doctor Strange.

Ghost Rider.

Venom.

Gli Avengers.

Il fumetto.

Il cinema.

Gli autori.

Le epoche.

Le crisi.

Le rinascite.

Il Marvel Cinematic Universe.

Stan Lee.

Jack Kirby.

Steve Ditko.

E dopo un po’ non stai più scrivendo un articolo.

Stai costruendo un'enciclopedia.

Non è quello che voglio fare.

Perché per raccontare Marvel non serve ricordare tutto ciò che Marvel ha pubblicato.

Serve capire perché continuiamo a riconoscerci in quelle storie.

E forse la risposta è molto più semplice di quanto sembri.

Marvel ha preso persone straordinarie.

Poi ha fatto qualcosa di ancora più importante.

Le ha lasciate imperfette.

PRIMA DEGLI AVENGERS

Molto prima che un logo rosso e bianco comparisse davanti ai film in tutto il mondo, c’erano pagine stampate.

Nel 1939 la casa editrice che sarebbe diventata Marvel pubblicava Marvel Comics #1 sotto il nome Timely Comics.

Human Torch.

Namor.

Personaggi che appartenevano a un’altra epoca del fumetto americano.

Poi sarebbero arrivati gli anni della guerra.

Captain America.

Il celebre pugno a Hitler sulla copertina del primo numero.

Successivamente Atlas.

Altri generi.

Altre mode.

Altre crisi.

Marvel, come la conosciamo davvero, sarebbe esplosa soprattutto all’inizio degli anni Sessanta.

Ed è lì che accade qualcosa.

Qualcosa che sembra piccolo.

Ma cambierà tutto.

I FANTASTIC FOUR LITIGAVANO

Galactus nelle tavole di Fantastic Four #50 (1966).
Fantastic Four #50 (1966): la famiglia Marvel di fronte a una minaccia cosmica. Tavola originale © Marvel. Fonte: Marvel

Nel 1961 arrivano i Fantastic Four.

E già qui c’è qualcosa di diverso.

Non sono quattro statue.

Sono una famiglia.

Litigano.

Si irritano.

Si vogliono bene.

Si fanno male.

Johnny Storm può prendere fuoco e volare, ma continua anche a comportarsi come un ragazzo.

Ben Grimm possiede una forza incredibile, ma quella stessa trasformazione gli ha tolto il corpo che aveva.

Reed Richards può comprendere cose che per gli altri sono inconcepibili, ma non sempre capisce le persone che gli sono accanto.

Sue Storm deve continuamente trovare il proprio spazio all’interno di quella famiglia e di quelle storie.

Sono supereroi.

Ma prima ancora sono persone costrette a stare insieme.

E questa diventerà una delle ossessioni più potenti della Marvel.

Il superpotere non cancella il problema.

A volte è proprio il superpotere a crearlo.

POI ARRIVA PETER PARKER

Spider-Man si rialza sotto il peso dei macchinari in Amazing Spider-Man #33.
Amazing Spider-Man #33 (1966): Peter trova la forza di rialzarsi. Una delle immagini che rendono visibile il peso della responsabilità. Tavola originale © Marvel. Fonte: Marvel

E qui, secondo me, cambia tutto.

Peter Parker non dovrebbe funzionare come supereroe.

È insicuro.

È impacciato.

Non è ricco.

Non è particolarmente popolare.

Non vive in un castello.

Non arriva da un altro pianeta.

Non è un dio.

È un ragazzo.

Uno che può fermare un criminale e cinque minuti dopo preoccuparsi della scuola.

Uno che può arrampicarsi su un grattacielo e continuare comunque a chiedersi come pagare qualcosa.

Uno che può salvare qualcuno e non riuscire a salvare la persona che ama.

Spider-Man possiede una delle frasi più famose nella storia del fumetto.

Da un grande potere derivano grandi responsabilità.

Ma forse ciò che rende Peter importante non è soltanto la responsabilità.

È il fatto che la responsabilità pesa.

Peter sbaglia.

Paga.

Perde.

Si sente in colpa.

Prova ancora.

E continua.

Da fan Marvel, per me il segreto è tutto lì.

Non abbiamo mai amato Spider-Man soltanto perché poteva arrampicarsi sui muri.

Lo abbiamo amato perché, una volta sceso da quel muro, la vita continuava ad aspettarlo.

MARVEL NON INVENTA L’UMANITÀ. LA METTE SOTTO IL COSTUME.

Naturalmente sarebbe assurdo sostenere che prima della Marvel i personaggi dei fumetti non avessero emozioni o conflitti.

Non è questo.

La differenza sta nella centralità che quei problemi assumono.

L’identità civile non è semplicemente il tempo tra una battaglia e l'altra.

È parte fondamentale della storia.

Bruce Banner non “diventa soltanto Hulk”.

Hulk è il problema.

Matt Murdock non è semplicemente Daredevil quando indossa il costume.

Fede, rabbia, giustizia, colpa e autodistruzione continuano a seguirlo anche quando la maschera è tolta.

Tony Stark può costruire tecnologie impossibili e contemporaneamente essere arrogante, vulnerabile, ossessivo.

Gli X-Men possono salvare un mondo che continua ad avere paura di loro.

Ben Grimm può essere uno degli esseri più forti della Terra e desiderare soltanto di tornare a essere quello che era.

Questo è Marvel.

Darti qualcosa di straordinario.

E subito dopo chiederti:

quanto ti costerà?

GLI X-MEN

Professor Xavier e gli X-Men nel primo numero del 1963.
X-Men #1 (1963): la scuola, il gruppo e il bisogno di appartenere. Tavola originale © Marvel. Fonte: Marvel

Poi arrivano gli X-Men.

E a quel punto la differenza diventa ancora più evidente.

Non hanno scelto di essere mutanti.

Lo sono.

Nascono diversi.

E vivono in un mondo che spesso considera quella diversità qualcosa da temere, controllare o eliminare.

Nel corso dei decenni gli X-Men diventeranno una gigantesca macchina narrativa attraverso cui parlare di:

diversità.

pregiudizio.

appartenenza.

identità.

radicalizzazione.

convivenza.

paura dell’altro.

Naturalmente non esiste una metafora perfetta e le storie mutanti sono cambiate enormemente a seconda degli autori e delle epoche.

Ma il cuore rimane potentissimo.

Cosa succede quando sei un eroe per persone che non sono sicure di volerti nel loro mondo?

È una domanda completamente diversa dal semplice:

“riusciranno a sconfiggere il cattivo?”

Ed è una domanda che Marvel continua a riproporre.

STAN LEE NON È MARVEL

Poi bisogna parlare di Stan Lee.

È impossibile non farlo.

Per decenni il volto pubblico della Marvel è stato lui.

La voce.

Il sorriso.

“Excelsior!”

I cameo.

Il narratore capace di venderti l’idea che non stessi semplicemente leggendo un fumetto ma entrando in una specie di club.

Il suo peso nella costruzione dell’identità Marvel è gigantesco.

Ma Marvel non è la storia di un uomo solo.

E raccontarla così significherebbe fare un torto enorme a ciò che Marvel è stata.

Jack Kirby.

Steve Ditko.

E poi generazioni di sceneggiatori, disegnatori, editor, coloristi, letterer e creativi che hanno costruito, distrutto e reinventato quei personaggi.

Kirby non ha semplicemente disegnato supereroi.

Ha contribuito a creare una grammatica visiva che ancora oggi attraversa il fumetto.

Ditko ha dato a Spider-Man un corpo, una postura e una stranezza che lo rendevano immediatamente diverso dagli eroi più monumentali.

E dopo di loro sono arrivati tantissimi altri.

Marvel è una costruzione collettiva.

Ed è importante ricordarlo soprattutto oggi, quando il brand è diventato infinitamente più famoso dei nomi di molti di coloro che ne hanno costruito l’immaginario.

UN UNIVERSO PRIMA CHE “UNIVERSO” DIVENTASSE MARKETING

Captain America incontra gli Avengers nel numero 4 del 1964.
Avengers #4 (1964): il ritorno di Captain America collega epoche e personaggi dello stesso universo. Tavola originale © Marvel. Fonte: Marvel

Oggi siamo abituati.

Shared universe.

Crossover.

Timeline.

Cameo.

Multiverso.

Post-credit scene.

Personaggi che attraversano una storia e compaiono in un’altra.

Ma nel fumetto Marvel quella sensazione di abitare uno spazio condiviso esisteva molto prima che diventasse la strategia industriale perfetta.

Spider-Man poteva incontrare i Fantastic Four.

Hulk poteva scontrarsi con Thor.

Doctor Doom non apparteneva soltanto a una singola serie.

New York stessa diventava parte dell’universo.

Questo è fondamentale.

Perché Marvel ti dava la sensazione che dietro il bordo della pagina stesse succedendo qualcos’altro.

Che quei personaggi continuassero a esistere anche quando non li stavi leggendo.

Per un nerd è una droga.

Vuoi sapere.

Vuoi collegare.

Vuoi capire.

Vuoi trovare il numero precedente.

Vuoi scoprire chi è quello comparso per tre vignette.

È lore molto prima che iniziassimo a usare continuamente la parola “lore”.

MARVEL VS DC

Ne abbiamo già parlato su CrashVerse confrontando Marvel e DC.

E continuo a pensare che contrapporle soltanto attraverso la domanda:

“Chi è meglio?”

sia il modo meno interessante possibile di guardarle.

Sono due gigantesche tradizioni del fumetto americano.

Si sono influenzate.

Hanno competuto.

Si sono copiate.

Si sono sfidate.

Hanno prodotto meraviglie e disastri.

Ma possiedono sensibilità differenti.

Una semplificazione comune dice:

DC costruisce dèi che cercano di essere uomini.

Marvel costruisce uomini ai quali è capitato di diventare dèi.

È una frase imperfetta.

Ci sono infinite eccezioni da entrambe le parti.

Ma spiega bene una certa sensazione.

Quando penso a Marvel, penso quasi sempre prima alla persona.

E poi al costume.

WOLVERINE NON È UN MODELLO

Ed è anche questo che rende alcuni personaggi irresistibili.

Wolverine non è qualcuno che dovremmo necessariamente voler essere.

È violento.

Traumatizzato.

Contraddittorio.

Spesso incapace di gestire ciò che porta dentro.

Eppure proprio per questo funziona.

Marvel non ha sempre bisogno di costruire modelli.

Può costruire ferite.

Personaggi che non rappresentano ciò che dovremmo diventare.

Rappresentano qualcosa che possiamo comprendere.

Ed è una distinzione enorme.

Non devi necessariamente riconoscerti nelle azioni di un personaggio.

Puoi riconoscerti nella rabbia.

Nella paura.

Nel senso di colpa.

Nel desiderio di appartenere a qualcosa.

Nella difficoltà di capire chi sei.

DAREDEVIL

Daredevil nel costume giallo e rosso del suo esordio.
Daredevil #1 (1964): Matt Murdock entra in azione con il costume delle origini. Tavola originale © Marvel. Fonte: Marvel

Prendiamo Matt Murdock.

Avvocato.

Cattolico.

Vigilante.

Cieco.

Un uomo che passa continuamente dalla legge alla violenza, dalla fede al dubbio, dalla volontà di aiutare gli altri alla capacità quasi patologica di distruggere se stesso.

Daredevil può essere spettacolare.

Ma le sue storie migliori fanno male.

Perché il costume non risolve Matt.

A volte lo peggiora.

Ed è ancora una volta la stessa idea.

Il supereroe non cancella l’essere umano.

Lo amplifica.

HULK

Bruce Banner alle origini di Hulk, nel primo numero del 1962.
Incredible Hulk #1 (1962): prima della forza, la trasformazione di Bruce Banner. Tavola originale © Marvel. Fonte: Marvel

E Hulk?

Probabilmente una delle idee Marvel più pure.

La rabbia trasformata in corpo.

Bruce Banner non deve semplicemente affrontare un mostro.

Deve vivere sapendo che il mostro è parte di lui.

Puoi raccontarlo come fantascienza.

Come horror.

Come tragedia.

Come storia d’azione.

Come metafora psicologica.

E funziona sempre perché sotto il verde, i muscoli e la distruzione rimane una domanda semplicissima:

cosa facciamo con la parte di noi che non riusciamo a controllare?

E POI ARRIVÒ IL CINEMA

Per decenni Marvel era stata enorme.

Ma non era ancora quello che oggi il mondo intende quando pronuncia quella parola.

Poi il cinema cambia la scala.

Prima ancora del MCU ci sono stati tentativi, successi, fallimenti.

Blade.

X-Men.

Spider-Man.

Film che hanno avuto un ruolo enorme nel dimostrare che i personaggi Marvel potevano vivere sul grande schermo.

Poi nel 2008 arriva Iron Man.

E succede qualcosa.

Una scena dopo i titoli di coda.

Nick Fury.

“Avengers Initiative.”

Poche parole.

E improvvisamente il pubblico cinematografico comincia a sperimentare ciò che chi leggeva fumetti conosceva da decenni.

Il mondo continua fuori da questa storia.

Da lì nascerà una delle più grandi costruzioni industriali nella storia dell’intrattenimento contemporaneo.

Film collegati.

Personaggi collegati.

Eventi.

Fasi.

Serie.

Crossover.

E infine Avengers: Endgame, momento in cui anni di narrazione condivisa diventano un unico evento globale.

È difficile spiegare oggi quanto fosse folle quell’idea all’inizio.

Adesso sembra normale.

Allora non lo era.

E QUANDO VINCI TROPPO?

Ma essere fan significa anche riuscire a dire quando qualcosa non funziona.

E Marvel, soprattutto dopo aver raggiunto una scala gigantesca, ha iniziato a incontrare un problema inevitabile.

Quando tutto è un evento, niente sembra più un evento.

Più film.

Più serie.

Più personaggi.

Più collegamenti.

Più universi.

Più timeline.

Più versioni.

Il meccanismo che aveva reso tutto irresistibile rischiava anche di diventare lavoro per lo spettatore.

Hai visto questo?

Devi vedere quello.

Hai visto la serie?

Ricordi quel personaggio?

Questa versione viene da un’altra timeline.

Quel personaggio è morto, ma questo è una variante.

È il lato pericoloso della lore.

Quando il piacere della scoperta diventa obbligo di aggiornamento.

IL MULTIVERSO

Da fan, il multiverso è una delle idee più divertenti che esistano.

Puoi riscrivere tutto.

Chiedere:

“E se?”

Puoi incontrare versioni differenti dello stesso personaggio.

Puoi recuperare storie.

Attori.

Universi cinematografici.

Possibilità.

Nel fumetto è quasi naturale.

Ma proprio per questo può diventare una scorciatoia terribile.

La morte perde peso.

Le conseguenze diventano negoziabili.

Qualunque cosa può essere annullata.

Qualunque volto può ritornare.

E allora la sfida diventa molto più difficile.

Non basta più sorprendere il pubblico mostrando qualcuno che pensava di non rivedere.

Devi dargli una ragione narrativa per essere lì.

Marvel è meravigliosa quando utilizza il proprio passato.

Diventa molto meno interessante quando si limita a vendercelo di nuovo.

E da fan bisogna poterlo dire.

ESSERE FAN NON SIGNIFICA DIRE SEMPRE SÌ

Forse è proprio questo che rende difficile scrivere questo articolo.

Amo Marvel.

Ma amare qualcosa non significa pensare che sia sempre perfetta.

Marvel ha pubblicato storie incredibili.

E storie dimenticabili.

Ha trattato magnificamente alcuni personaggi.

E ne ha sprecati altri.

Ha innovato.

E ha inseguito mode.

Ha costruito uno degli universi cinematografici più impressionanti mai tentati.

E a volte è sembrata prigioniera della macchina che aveva costruito.

Essere fan significa anche questo.

Volere che qualcosa sia migliore proprio perché ti importa.

L’indifferenza non critica.

Cambia canale.

IL COSTUME NON È IL PERSONAGGIO

Ed eccoci al punto.

Puoi cambiare l’armatura di Iron Man.

Puoi cambiare l’attore.

Puoi ridisegnare Spider-Man.

Puoi reinventare gli X-Men.

Puoi cambiare universo.

Puoi cambiare Terra.

Puoi far morire qualcuno e, trattandosi di fumetti, probabilmente prima o poi trovare un modo per farlo tornare.

Ma se togli ciò che rende umano quel personaggio, rimane soltanto il costume.

Ed è la cosa che Marvel non può permettersi di dimenticare.

Spider-Man non è il costume rosso e blu.

È Peter.

Gli X-Men non sono soltanto poteri spettacolari.

Sono persone che cercano un posto in un mondo che le considera diverse.

Hulk non sono i muscoli.

È Banner.

Daredevil non sono i bastoni e le corna.

È Matt.

Iron Man non è l’armatura.

È l’uomo che ha bisogno di costruirla.

Marvel funziona quando ricorda questo.

PERCHÉ CONTINUIAMO A TORNARE

Forse il motivo per cui questi personaggi sopravvivono non è poi così misterioso.

Non possiamo volare.

Non possiamo arrampicarci sui muri.

Non possiamo sollevare automobili.

Non possiamo controllare il meteo.

Non abbiamo artigli di adamantio.

Ma sappiamo cosa significa:

avere paura.

sentirsi diversi.

sbagliare.

deludere qualcuno.

perdere qualcuno.

essere arrabbiati.

non sentirsi abbastanza.

voler essere accettati.

cercare di fare la cosa giusta e scoprire che non è sempre chiaro quale sia.

La parte fantastica ci fa aprire il fumetto.

Quella umana ci fa continuare a leggerlo.

MARVEL

Da fan avrei potuto scrivere migliaia di parole in più.

E infatti è questo il problema.

Avrei potuto raccontare ogni personaggio.

Ogni epoca.

Ogni film.

Ogni saga.

Ogni momento in cui Marvel è entrata nella mia vita.

Ma forse non sarebbe servito.

Perché alla fine tutto continua a riportarmi alla stessa cosa.

Marvel mi ha sempre affascinato meno quando cercava di mostrarmi quanto potessero essere potenti i suoi eroi.

Mi ha affascinato di più quando mi mostrava quanto potessero essere fragili.

Peter Parker può salvare New York.

E perdere comunque qualcuno.

Wolverine può guarire quasi da qualsiasi ferita.

Tranne alcune.

Tony Stark può costruire una macchina capace di fare cose impossibili.

E non riuscire sempre a costruire se stesso.

Gli X-Men possono salvare persone che il giorno dopo potrebbero chiedere che vengano cacciati.

Questo è il paradosso.

E forse è anche il motivo per cui quelle storie continuano a funzionare.

GLI EROI CHE CI HANNO INSEGNATO A ESSERE IMPERFETTI

Da bambini guardiamo il costume.

Da grandi iniziamo a vedere ciò che c’è sotto.

Forse è per questo che possiamo tornare agli stessi personaggi a età completamente diverse e trovare storie differenti.

Prima vuoi essere Spider-Man perché Spider-Man oscilla tra i grattacieli.

Poi inizi a capire Peter Parker.

Prima vuoi essere Wolverine perché ha gli artigli.

Poi inizi a vedere Logan.

Prima vuoi l’armatura.

Poi capisci Tony.

Crescendo smetti lentamente di chiederti:

“Quale potere vorrei?”

E cominci a chiederti:

“Quanto costerebbe averlo?”

Marvel ha passato decenni a raccontare quella differenza.

E non tutto quello che ha fatto è stato perfetto.

Per fortuna.

Perché in fondo sarebbe strano aspettarsi la perfezione proprio dall’universo che ci ha insegnato il contrario.

Gli eroi migliori non sono quelli che non cadono.

Sono quelli che continuano ad alzarsi sapendo perfettamente di poter cadere ancora.

Ed è forse questa la cosa più Marvel di tutte.

Prima dei miliardi.

Prima degli Avengers.

Prima delle scene dopo i titoli di coda.

Prima che il suo logo diventasse uno dei più riconoscibili al mondo.

C’era già quella semplice intuizione.

Non basta dare a qualcuno il potere di salvare il mondo.

Devi dargli anche qualcosa che non riesce a sistemare con un pugno.

Una paura.

Una colpa.

Una perdita.

Una famiglia.

Un amore.

Un dubbio.

Una vita.

Perché alla fine non abbiamo mai amato Peter Parker soltanto perché poteva arrampicarsi sui muri.

Lo abbiamo amato perché, quando scendeva dal muro,

aveva ancora gli stessi problemi che avevamo noi.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Cover: artwork originale pubblicato da Marvel per Stan Lee 100. Personaggi e illustrazioni © Marvel. Impaginazione editoriale CrashVerse.


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