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8 MIN DI LETTURA

Scritto da cRASh

Una premessa va fatta.

Io sono Team Marvel.

Eh… mi spiace per i DC fans.
Ma che volete da me?

Con quel logo rosso e bianco ho tutt’altro rapporto.

Sarà che cerco connessione in ogni cosa.

In una canzone.
In un film.
In un personaggio.

Cerco sempre qualcosa che mi riguardi.

E quando quella connessione si allarga a chi fa parte del mio ristretto cerchio, acquista un altro peso.

A quel punto, dentro una storia, cominci a ritrovare anche qualcosa di vostro.

Capirete da soli cosa voglio dire, in fondo.

Quindi sì.

Entro in questo articolo con una preferenza dichiarata.

Ma proprio perché so quanto possa essere personale questo legame, voglio capire anche chi, dall’altra parte, prova la stessa cosa davanti a un pipistrello o a una S sul petto.

PRIMA DEL CINEMA C’ERA UN TELEVISORE

Per tanti di noi è cominciata lì.

Con un cartone.

Una sigla che bastava riconoscere dalle prime note.

Un episodio da aspettare.

Quel momento in cui il resto poteva fermarsi perché sullo schermo stava arrivando qualcuno che volevamo rivedere.

Spider-Man.

Gli X-Men.

Batman.

Superman.

Non tutti siamo entrati da un’edicola.

Qualcuno è arrivato ai fumetti dopo.

Qualcuno non ci è mai arrivato.

Ma quei personaggi li ha amati ugualmente.

Il primo incontro non richiedeva una preparazione.

Non dovevi conoscere quarant’anni di pubblicazioni, universi paralleli e identità alternative.

Ti bastava guardare.

All’inizio vedevi i poteri.

Le ragnatele.

Il mantello.

Gli artigli.

Qualcuno capace di volare sopra una città.

Poi, quasi senza accorgertene, cominciavi a vedere le persone.

E lì cambiava tutto.

PETER PARKER DOVEVA TORNARE A CASA

Spider-Man poteva attraversare New York appeso a una ragnatela.

Peter Parker, però, doveva fare i conti con la propria vita.

Gli impegni.

Le persone deluse.

Le assenze da giustificare.

Le responsabilità arrivate troppo presto.

Poteva salvare qualcuno e ritrovarsi comunque dalla parte del torto agli occhi di chi non conosceva tutta la storia.

Questa cosa, crescendo, cominci a capirla meglio.

Puoi fare del tuo meglio e non riuscire comunque a spiegarti.

Puoi esserci per tutti e mancare proprio nel momento in cui una persona ti aspettava.

Peter porta questa contraddizione dentro la maschera.

E le sue battute, quelle che sembrano soltanto leggerezza, a volte suonano come il modo più praticabile per attraversare la paura.

Forse è anche per questo che diventa così facile volergli bene.

Lo guardi oscillare sopra i palazzi.

Ma riconosci la fatica di quello che, prima o poi, deve scendere.

GLI X-MEN E IL BISOGNO DI TROVARE IL PROPRIO POSTO

Poi c’erano loro.

Gli X-Men.

Bastava quella sigla per prepararsi a qualcosa.

Ma sotto i costumi e gli scontri c’era una domanda che non aveva niente di piccolo:

che cosa succede quando il mondo ha paura di ciò che sei?

Nella serie animata degli anni Novanta, i mutanti affrontavano il rifiuto e il pregiudizio insieme ai loro avversari.

La diversità era dentro il racconto.

Non relegata a una lezione finale.

Da bambino seguivi Wolverine perché aveva gli artigli.

Crescendo potevi accorgerti della rabbia.

Dell’isolamento.

Della difficoltà di fidarsi.

Guardavi un gruppo di persone diversissime provare a stare insieme.

Litigare.

Proteggersi.

Cercare una direzione comune senza diventare tutte uguali.

E quella scuola cominciava ad assomigliare a qualcosa di più grande.

Un posto nel quale non dover giustificare continuamente la propria esistenza.

Per chi si è sentito fuori posto anche soltanto una volta, è un’immagine che può restare.

DALL’ALTRA PARTE C’ERA GOTHAM

Essere Team Marvel non mi impedisce di riconoscere cosa abbia rappresentato Batman.

E quando parliamo di cartoni, Batman: The Animated Series merita uno spazio vero.

Gotham aveva ombre profonde.

Architetture imponenti.

Strade che riuscivano a sembrare inquietanti anche quando non stava succedendo nulla.

Ti invitava a entrare in una città dove il dolore non spariva alla fine di uno scontro.

Bruce Wayne continuava a portarselo dietro.

Batman è affascinante anche per questo.

Ogni notte prova a dare una forma a qualcosa che non può cancellare.

Ha mezzi straordinari.

Preparazione.

Disciplina.

Ma rimane vulnerabile.

E Gotham, con i suoi personaggi spezzati e le sue ossessioni, rende difficile separare tutto con una linea pulita.

Giustizia.

Vendetta.

Controllo.

Paura di perdere ancora.

Da piccoli vedevamo il pipistrello.

Da adulti possiamo ritrovarci a osservare l’uomo che continua a indossarlo.

E POI C’È CHI SCEGLIE DI ESSERE GENTILE

Superman rischia spesso di essere liquidato troppo in fretta.

Troppo forte.

Troppo buono.

Troppo difficile da ferire.

Eppure la domanda interessante arriva proprio da lì.

Che cosa fai quando potresti imporre quasi tutto con la forza?

La grandezza del personaggio, per me, sta nella scelta di trattenersi.

Di aiutare.

Di assumersi una responsabilità anche quando potrebbe voltarsi dall’altra parte.

La gentilezza, in una figura così potente, diventa una decisione.

Non una debolezza.

È una cosa che vale la pena ricordare, soprattutto quando ci abituiamo a confondere la durezza con la profondità.

Un personaggio può parlare al nostro dolore.

Può anche ricordarci come vorremmo comportarci.

DUE UNIVERSI, MOLTE PIÙ SFUMATURE

C’è una scorciatoia che torna spesso nelle discussioni.

Marvel sarebbe quella degli eroi umani.

DC quella degli dèi.

È una formula efficace.

Ma appena entri nelle storie, comincia a stare stretta.

Marvel ha i suoi miti e le sue divinità.

DC ha uomini senza poteri, famiglie complicate, insicurezze e vite quotidiane da tenere insieme.

E dentro entrambe ci sono decenni di autori, interpretazioni e cambiamenti.

La stessa maschera può raccontare cose diverse nelle mani di persone diverse.

Per questo una preferenza ha senso.

Una sentenza su tutto un universo, molto meno.

Io posso sentirmi più vicino a Marvel senza fingere che ogni sua storia mi convinca.

Posso trovare qualcosa di enorme in DC senza dover cambiare bandiera.

L’affetto non mi obbliga a spegnere il giudizio.

POI QUELLO SCHERMO È DIVENTATO ENORME

Il cinema ha dato a quei personaggi un’altra presenza.

Un volto.

Una voce.

Un corpo.

Il Superman di Christopher Reeve.

I Batman di Michael Keaton e Christian Bale.

Lo Spider-Man di Tobey Maguire.

Wolverine con il volto di Hugh Jackman.

Tony Stark con quello di Robert Downey Jr.

Interpretazioni diverse.

Epoche diverse.

Modi diversi di entrare nella memoria.

E non è cominciato tutto con gli Avengers.

Prima dell’universo cinematografico Marvel c’erano già film capaci di far credere al pubblico in un uomo che volava, in una città chiamata Gotham o in un ragazzo sospeso tra i grattacieli.

Poi Marvel ha costruito qualcosa di diverso.

Un appuntamento che continuava.

Un film lasciava una porta aperta.

Un personaggio ne incontrava un altro.

Una scena acquistava significato anni dopo.

L’attesa entrava nell’esperienza.

E mentre quelle storie procedevano, procedeva anche la nostra vita.

Tra un capitolo e il successivo cambiavano le persone accanto a noi.

Le abitudini.

Le cose che avevamo da raccontarci uscendo dalla sala.

Una saga lunga finisce per custodire anche questo.

Il tempo che ci abbiamo passato dentro.

CHI NON HA PIANTO PER TONY STARK?

Da qui si parla apertamente del finale di Avengers: Endgame.

Dai.

Chi non ha pianto per la morte di Tony Stark?

E se non avete pianto, quel nodo alla gola?

Quella sensazione di non voler vedere arrivare fino in fondo una scena che avevate già capito?

Tony aveva cominciato il suo percorso cinematografico occupando tutto lo spazio possibile.

L’intelligenza.

L’arroganza.

La battuta pronta.

Il bisogno di avere una risposta.

Poi erano arrivati gli errori.

La paura.

I legami.

Le conseguenze di quello che aveva fatto e di quello che non era riuscito a impedire.

In Endgame ha una famiglia.

Una vita alla quale tornare.

Questo rende la scelta finale così pesante.

Sa esattamente cosa rischia di perdere.

E quando arriva quel gesto, tutta la tecnologia intorno a lui smette di proteggerci da ciò che stiamo guardando.

Rimane una persona.

Peter che gli parla.

Pepper che gli sta accanto.

Le parole che diventano difficili.

Il film passa da una battaglia enorme alla fatica di un addio.

E noi siamo ancora lì, con anni di scene, attese e affetto accumulati addosso.

Io lì non stavo guardando morire soltanto Iron Man.

Stavo salutando anni di cinema.

Attese.

Serate.

Persone con cui quei film li avevo condivisi.

E forse è proprio questo il punto.

Anche “Io sono Iron Man” cambia peso.

La prima volta aveva il tono di un uomo che prendeva possesso della propria identità.

Alla fine quella stessa identità diventa una responsabilità portata fino all’ultima conseguenza.

Puoi discutere le scelte narrative.

Puoi trovare difetti nel film.

Ma se quel personaggio ti era entrato dentro, sai perché quella scena è rimasta.

QUANDO UNA STORIA DIVENTA QUALCOSA DI VOSTRO

È qui che torno al punto di partenza.

Alla connessione.

Perché ci sono storie che scegliamo da soli.

E storie che, a un certo punto, iniziamo a condividere in un modo diverso.

Una frase basta a richiamarle.

Un simbolo diventa riconoscibile tra poche persone.

Un personaggio finisce dentro un linguaggio vostro.

Da fuori può sembrare soltanto entusiasmo per un film.

Da dentro ha un altro significato.

E quando il cerchio è ristretto, certe cose diventano ancora più preziose.

Non serve raccontarle tutte.

Non serve spiegare a chiunque perché quel logo, quella scena o quella battuta abbiano un peso particolare.

A volte basta che lo sappia chi deve saperlo.

Con quel rosso e bianco, per me, c’è anche questo.

AI FILM DAREMO IL LORO SPAZIO

Qui li abbiamo incontrati lungo il percorso.

Ma i film Marvel e DC meritano approfondimenti dedicati.

E li avranno.

Ci prenderemo il tempo per parlare delle singole opere.

Dei registi.

Delle interpretazioni.

Delle scene che funzionano.

E di quelle che ci hanno lasciati fuori.

Ci sarà spazio per l’entusiasmo.

Anche per la delusione.

Perché voler bene a un universo significa poter dire quando una storia ci sembra debole.

Quando un personaggio viene sacrificato male.

Quando lo spettacolo prende tutto lo spazio e lascia poco da sentire.

Il logo apre la porta.

Poi il film deve meritarsi il nostro tempo.

CRASHVERSE VERDICT

Io resto Team Marvel.

L’avevo dichiarato all’inizio.

Ma dopo i cartoni, i fumetti e il cinema, mi interessa sempre meno ridurre tutto a chi vincerebbe uno scontro.

Mi interessa capire perché qualcuno torna a Peter Parker nei momenti difficili.

Perché un altro trova in Batman una forma da dare alla propria paura.

Perché Superman può ancora rappresentare una scelta morale.

Perché Tony Stark ha lasciato un vuoto sullo schermo.

Questi personaggi hanno attraversato linguaggi e generazioni perché continuiamo a trovare qualcosa da chiedergli.

Coraggio.

Appartenenza.

Una seconda possibilità.

La forza di proteggere qualcuno.

La mia parte la conoscete.

Voi siete Marvel o DC?

E soprattutto:

chi vi ha fatto scegliere?


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