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MUSIC · 2026

Tre band, tre identità, una voce che non ha mai avuto bisogno di occupare il centro della scena per controllarne la gravità.

Maynard James Keenan non entra mai davvero in scena.

La occupa da un punto cieco.

Può restare indietro, consegnarsi a una luce che lo deforma, nascondersi dentro un personaggio o spezzare la tensione con una battuta. Il risultato non cambia: tutto finisce per gravitare intorno a quella voce.

Non perché chieda attenzione. Perché sa dosarla.

In un’epoca che confonde la presenza con l’esposizione, Maynard ha costruito il proprio linguaggio attraverso il controllo: della voce, del corpo, dell’immagine, perfino della distanza fra sé e chi ascolta. Con i Tool diventa pressione e geometria. Con gli A Perfect Circle lascia emergere una vulnerabilità più scoperta, quasi carnale. Con i Puscifer smonta la liturgia, indossa maschere, usa l’ironia come una lama e trasforma il concerto in un oggetto che non appartiene più soltanto alla musica.

Tre identità differenti. Nessuna è un progetto secondario.

Dal 2000 c’è una costante nei miei ascolti: Maynard James Keenan. Sono cambiati i dischi, sono cambiati i progetti, sono cambiato io. Quella voce, invece, è rimasta.

Non parlo soltanto dei Tool. Non posso fare a meno di nessuno dei suoi progetti, perché ciascuno risponde a una necessità diversa. Non sono tre versioni della stessa band e non chiedono di essere messi in classifica. Sono tre luoghi distinti nei quali tornare quando serve una forma differente di tensione, fragilità o libertà.

Tool: la voce dentro la macchina

Dentro i Tool la voce non comanda la struttura: la attraversa.

Arriva quando il brano ha già cominciato a piegare il tempo, si trattiene mentre tutto sembra chiedere un’esplosione, poi apre una crepa nel punto esatto in cui la tensione non può più restare compressa. Maynard non riempie ogni spazio. Sa che il silenzio, se posizionato bene, può avere lo stesso peso di un urlo.

È una scelta musicale, ma anche scenica. La figura del cantante arretra; l’architettura della band resta davanti. Non c’è il frontman classico che chiede al pubblico di seguirlo. C’è una presenza laterale che costringe ad ascoltare l’insieme: la chitarra di Adam Jones, il basso di Justin Chancellor, la batteria di Danny Carey, le immagini, il tempo che si dilata e quella voce che appare come una pressione interna alla macchina.

In Sober l’inquietudine sembra già chiusa in una stanza troppo stretta. In The Grudge l’accumulo diventa una prova di resistenza. In Schism il fraseggio si incastra nella frattura ritmica senza cercare di semplificarla. In Right in Two la voce osserva l’umanità da una distanza che non è indifferenza, ma giudizio. In Descending accetta di essere una parte di una forma molto più grande.

Con i Tool, Maynard non interpreta semplicemente dei testi. Regola la temperatura emotiva del brano. Il suo urlo funziona perché non è un effetto permanente: è preparato, ritardato, reso inevitabile. La potenza non sta nel poter urlare. Sta nel farci capire, molti secondi prima, che potrebbe farlo.

Eppure i Tool sono soltanto una delle tre necessità. La loro densità non annulla ciò che accade altrove. Lo rende ancora più evidente.

A Perfect Circle: la ferita esposta

Con gli A Perfect Circle cambia la luce.

La tensione non scompare, ma smette di avere la forma monumentale dei Tool. Si avvicina al corpo. Le melodie respirano in modo diverso; la voce può incrinarsi, sedurre, giudicare, chiedere. Non è un Maynard “più semplice” e nemmeno una versione addolcita. È un interprete che lavora su un’altra distanza.

La musica di Billy Howerdel gli offre un paesaggio nel quale eleganza e disagio possono occupare lo stesso spazio. La bellezza della linea vocale non risolve il conflitto: lo rende più vicino. 3 Libras vive di una vulnerabilità che sembra sul punto di spezzarsi. The Noose trasforma la grazia in una domanda morale. Weak and Powerless rende il desiderio una forma di dipendenza. The Doomed usa una voce severa per misurare il fallimento di un’intera idea di compassione.

È importante ricordare che gli A Perfect Circle non sono “i Tool melodici”. Sono la creatura musicale di Howerdel, e Maynard entra in quel mondo senza colonizzarlo. La sua identità resta immediatamente riconoscibile, ma cambia funzione: non più pressione interna a una macchina, bensì ferita che si lascia vedere senza smettere di controllare il sangue.

Nel 2000 questa differenza diventò improvvisamente concreta. Mer de Noms uscì il 23 maggio; meno di un mese dopo, il 20 giugno, arrivò White Pony dei Deftones, con Passenger. Nello stesso tratto di calendario Maynard mostrava due modi opposti e perfettamente coerenti di entrare in una musica: fondare con Howerdel un’identità autonoma e attraversare il brano di un’altra band senza trasformarlo in qualcosa che non era.

Per me, da allora, gli A Perfect Circle non sono mai stati un intervallo fra due dischi dei Tool. Sono una necessità distinta: il luogo in cui il controllo non serve a costruire distanza, ma a rendere sopportabile la vicinanza.

Puscifer: libertà, sabotaggio, personaggi

Puscifer è il luogo in cui Maynard può sabotare anche Maynard.

L’aura dell’artista enigmatico viene presa, esasperata, travestita e spesso ridicolizzata. I personaggi non servono soltanto a fare spettacolo: creano uno spazio in cui il serio e il grottesco possono convivere senza chiedere permesso.

Ma ridurre Puscifer al lato bizzarro di Keenan sarebbe un errore quasi speculare a quello di considerare gli A Perfect Circle un progetto laterale. Puscifer è un organismo collaborativo. Il nucleo formato da Maynard, Mat Mitchell e Carina Round costruisce una musica capace di passare dall’elettronica al rock, dal rito alla commedia, dalla tensione politica all’assurdo. Le voci non si limitano a sostenersi: si osservano, si contraddicono, cambiano prospettiva.

In Momma Sed l’intimità non ha bisogno di ornamenti. The Humbling River procede come un rito di resa e consapevolezza. Conditions of My Parole lascia che personaggio e racconto si confondano. The Remedy trasforma l’ironia in disciplina. Bullet Train to Iowa porta il progetto verso una trance elettronica che conserva, sotto la superficie, lo stesso controllo del respiro.

Qui Maynard non deve proteggere il peso simbolico dei Tool né abitare l’eleganza emotiva degli A Perfect Circle. Può sporcare il quadro, cambiare voce, diventare caricatura, ricominciare con un altro volto. È la terza necessità: non la meno importante, ma quella che impedisce alle altre due di diventare una gabbia.

Una voce che mostra e trattiene

Ciò che unisce questi mondi non è un genere. È un metodo.

Maynard può passare dal quasi parlato alla spinta piena senza usare l’aggressività come una firma automatica. Entra e scompare dentro strutture irregolari; tratta consonanti e accenti come elementi percussivi; usa la stessa precisione per produrre minaccia, confessione, sarcasmo o distanza.

Soprattutto, sa sottrarsi. Le pause non sono spazi da riempire ma parti della frase. La voce non deve sempre vincere sul brano. A volte il suo compito è lasciare che il vuoto prepari ciò che arriverà dopo.

Anche il personaggio scenico parte da qui. Definire Maynard “misterioso” è corretto ma insufficiente. Il mistero, da solo, rischia di diventare marketing. Nel suo caso la distanza sembra piuttosto un confine operativo: separare l’opera dal bisogno del pubblico di possedere chi l’ha creata.

Da quel confine nascono l’ironia tagliente, la riluttanza verso l’idolatria, le maschere, il rifiuto della posa da rockstar e un rapporto con i fan che può apparire duro. Non c’è bisogno di trasformarlo né in santità né in arroganza. La zona interessante è la contraddizione: un performer capace di esporsi in modo feroce che difende con altrettanta forza ciò che non vuole consegnare.

Quando Maynard entra nelle canzoni degli altri

La storia non si esaurisce nei Tool, negli A Perfect Circle e nei Puscifer. C’è un’altra traiettoria, più frammentaria ma rivelatrice: i momenti in cui Maynard entra nell’universo musicale di qualcun altro.

Non lo fa per apporre una firma prestigiosa. Nei casi migliori cambia la temperatura del brano senza cambiarne la lingua.

Passenger: due voci, un solo abitacolo

Passenger, pubblicata dai Deftones in White Pony nel 2000, è il punto centrale di questa storia.

Chino Moreno e Maynard non si dividono semplicemente strofa e ritornello. Costruiscono un dialogo. Le loro voci sembrano occupare lo stesso abitacolo da posizioni diverse: una più sensuale e sfuggente, l’altra più verticale, capace di aprire il brano senza spezzarne l’atmosfera. Maynard è immediatamente riconoscibile, ma la canzone resta profondamente Deftones.

Il suo coinvolgimento non arrivò come un featuring ornamentale deciso a lavoro finito. Keenan ha raccontato di essere entrato in una fase di blocco creativo della band quasi come uno “pseudo-producer”: un aiuto per far ripartire il processo, senza sottrarre ai Deftones il merito del risultato. Chino Moreno ha ricordato la scrittura condivisa, con le linee scambiate fra loro mentre il brano prendeva forma.

Si sente. Passenger non sembra una canzone alla quale sia stata aggiunta una seconda voce; sembra una canzone che ha scoperto la propria forma attraverso quel confronto. Maynard non porta i Tool dentro i Deftones. Entra nella notte di White Pony, ne accetta le regole e rende più profondo lo spazio fra desiderio, velocità e perdita di controllo.

Per chi ascolta Maynard dal 2000, quel brano non è una nota a margine. È uno dei punti in cui tutte le orbite si sfiorano: Mer de Noms, White Pony, gli A Perfect Circle che prendono vita e una voce già capace di appartenere a più mondi senza confonderli.

Know Your Enemy: prima che il mito si chiudesse

Otto anni prima, nel 1992, Maynard era entrato nel bridge di Know Your Enemy, nel debutto dei Rage Against the Machine.

L’intervento dura poco, ma non passa. La sua voce melodica e tesa apre una fenditura dentro l’urto di Zack de la Rocha, Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk. Non ammorbidisce il pezzo: gli offre un’altra forma di intensità prima del ritorno dell’attacco finale.

È una collaborazione importante anche per la sua posizione temporale. Mostra quanto presto quella voce fosse già inserita nella scena alternativa di Los Angeles e quanto fosse riconoscibile prima che l’immagine pubblica dei Tool diventasse una mitologia completa.

Le altre incursioni

Le collaborazioni successive e precedenti raccontano la stessa capacità di adattamento da angolazioni molto diverse.

Con i Green Jellÿ, in Three Little Pigs, Maynard presta una delle voci dei maialini e partecipa al gioco grottesco di un brano diventato un improbabile successo nei primi anni Novanta. Non c’è solennità da proteggere: soltanto teatro, assurdo e la libertà di essere parte di un meccanismo comico.

Nel 1997 raggiunge Tori Amos sul palco per Muhammad My Friend. È una performance, non una collaborazione in studio, e proprio per questo va distinta: due presenze vocali molto diverse condividono lo stesso brano senza cercare di cancellarsi.

Nel Loner Mix di Bring Me the Disco King, pubblicato nella colonna sonora di Underworld nel 2003, la voce di Maynard entra in un’architettura che porta il nome di David Bowie, con la chitarra di John Frusciante e il lavoro aggiuntivo di Danny Lohner. Anche qui non serve occupare il centro: basta il timbro, inserito in una materia già densissima, per aprire un’altra profondità.

Questo è il punto. Maynard non ha bisogno di trasformare il brano di un altro artista in un brano dei Tool, degli A Perfect Circle o dei Puscifer. Entra in un linguaggio estraneo, ne rispetta lo spazio, ma bastano poche battute perché la sua presenza sia riconoscibile.

Oltre la musica: fare, ripetere, controllare

Anche il lavoro nel vino appartiene allo stesso vocabolario.

Caduceus Cellars e Merkin Vineyards, in Arizona, non sono semplici curiosità laterali nella biografia di una rockstar. Raccontano territorio, tempi lunghi, lavoro materiale, ripetizione, errore e controllo del processo. Tutto ciò che sul palco può sembrare enigmatico qui diventa concreto: terra, clima, raccolto, attesa.

Il punto non è compilare l’elenco delle attività di Maynard, ma osservare la coerenza del metodo. Musica, performance, immagini e vigna diventano forme diverse della stessa disciplina: costruire un contesto, conoscerne i limiti, intervenire senza lasciare tutto al caso.

La sua figura pubblica vive di enigmi. Il suo lavoro, invece, sembra fondarsi su gesti ripetuti fino a quando trovano la forma giusta.

Dal 2000 a oggi

Il centro personale di questo articolo è più semplice di una dichiarazione assoluta.

Dal 2000 non posso più farne a meno. E non parlo soltanto dei Tool: non posso fare a meno di nessuno dei suoi progetti.

Non significa ascoltarli tutti nello stesso modo o chiedere loro la stessa cosa. Significa sapere che esistono tre accessi differenti alla stessa presenza. I Tool quando serve attraversare la complessità senza ridurla. Gli A Perfect Circle quando la tensione deve avvicinarsi alla pelle. I Puscifer quando l’intelligenza ha bisogno di sabotare la propria serietà per restare libera.

In mezzo ci sono le incursioni: Passenger soprattutto, perché il 2000 non è soltanto l’anno da cui parte questo rapporto personale. È anche il momento in cui Mer de Noms e White Pony mostrarono, a poche settimane di distanza, quanto la stessa voce potesse fondare una casa e poi entrare nella casa degli altri con identico rispetto.

Sono passati più di venticinque anni. Sono cambiati i dischi, il modo di ascoltarli e tutto ciò che si muove intorno alla musica. Quella costante è rimasta senza diventare nostalgia.

Maynard James Keenan ha passato una carriera intera a sottrarsi al centro, ma non alla responsabilità della propria voce. L’ha trasformata in disciplina, personaggio, attrito e silenzio. L’ha fatta vivere dentro mondi diversi senza permettere a nessuno di diventare la copia dell’altro.

Alcuni artisti appartengono a un periodo della nostra vita. Altri continuano ad attraversarne molti.

Per me, Maynard James Keenan appartiene alla seconda categoria.


Percorso d’ascolto

Tool — pressione e geometria

  • Sober — la tensione primordiale
  • Forty Six & 2 — corpo, ritmo, trasformazione
  • Schism — precisione e frattura
  • The Grudge — accumulo ed esplosione
  • Right in Two — osservazione, giudizio, distanza
  • Descending — la voce dentro una forma più ampia

A Perfect Circle — la ferita esposta

  • 3 Libras — vulnerabilità e sospensione
  • Weak and Powerless — desiderio e dipendenza
  • The Noose — bellezza e condanna
  • Passive — controllo che diventa collisione
  • The Doomed — il lato più severo e contemporaneo

Puscifer — libertà e sabotaggio

  • Momma Sed — intimità senza ornamento
  • The Humbling River — rito e resa
  • Conditions of My Parole — personaggio e racconto
  • The Remedy — ironia, attrito, disciplina
  • Bullet Train to Iowa — trance, elettronica, mutazione

Fuori orbita — Maynard ospite

  • Deftones — Passenger
  • Rage Against the Machine — Know Your Enemy
  • David Bowie — Bring Me the Disco King (Loner Mix)

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  1. Avatar Maynard
    Maynard

    Come non poter commentare questo articolo! Il mio mito!!!!!!!!!!!!!!!!

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