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Scritto da cRASh

Oggi, 8 ottobre 2026, i Metallica suonano alla Sphere di Las Vegas.

Non in un tour celebrativo costruito per ricordare quello che erano.

Non in una reunion.

Non in una serata “greatest hits” messa in piedi perché ormai il presente è finito.

Sono ancora dentro l’M72 World Tour, partito nel 2023, passato anche da Bologna nel giugno di quest’anno e già prolungato nel 2027.

Quarantacinque anni dopo la nascita della band, i Metallica continuano a riempire stadi, costruire produzioni gigantesche e portare sul palco canzoni scritte in epoche completamente diverse come se appartenessero ancora allo stesso corpo.

Ed è forse questo il punto migliore da cui partire.

Perché raccontare i Metallica soltanto come una band fondamentale del passato sarebbe facile.

E anche sbagliato.

IO ARRIVO DAL BLACK ALBUM

Il mio rapporto con loro passa inevitabilmente da lì.

Copertina nera.

Serpente quasi invisibile.

Logo.

Enter Sandman.

The Unforgiven.

Sad But True.

E soprattutto:

Nothing Else Matters.

Il Black Album per me è uno di quei dischi che non hanno bisogno di essere recuperati attraverso la memoria.

Lo ascolti oggi e continua ad avere un peso.

Fisico.

Le chitarre.

La batteria.

La voce di James Hetfield.

La produzione.

Quella sensazione di spazio enorme anche quando il brano rallenta.

Poi c’erano i video.

MTV.

E in quegli anni MTV non era soltanto il posto dove guardavi un videoclip.

Era parte del modo in cui conoscevi la musica.

Una canzone arrivava insieme a un’immagine.

E i Metallica, che per anni erano stati quasi l’opposto della band costruita attraverso videoclip e rotazione televisiva, con il Black Album finiscono letteralmente dentro quel linguaggio.

E lo occupano.

NOTHING ELSE MATTERS

Per me, se devo scegliere una porta emotiva dentro quel disco, è lei.

Nothing Else Matters.

Una canzone che non ha bisogno della velocità.

Non ha bisogno di dimostrare quanto una chitarra possa essere pesante.

Parte quasi fragile.

Poi cresce.

E quando entra davvero tutta la band non distrugge la vulnerabilità iniziale.

La rende più grande.

È una cosa che i Metallica hanno saputo fare spesso nei momenti migliori:

non usare il peso per cancellare l’emozione.

Usarlo per amplificarla.

Il video ufficiale nasce proprio dal materiale girato durante le sessioni del Black Album. Adam Dubin aveva documentato per mesi la band in studio e quella footage sarebbe poi diventata anche parte di A Year and a Half in the Life of Metallica. Quando Nothing Else Matters fu scelta come singolo, Lars Ulrich gli chiese di provare a costruire il video proprio da quelle immagini. Il risultato entrò in heavy rotation su MTV.

Ed è anche per questo che quando penso al brano non penso soltanto alla musica.

Penso allo studio.

Agli strumenti.

Alla band mentre lavora.

A quell’idea di vedere quasi dietro la canzone.

PRIMA DEL BLACK

Naturalmente il problema del Black Album è che è talmente grande da rischiare di coprire ciò che c’era prima.

E prima c’era già praticamente tutto.

Metallica nasce nel 1981 dall’incontro tra Lars Ulrich e James Hetfield, attraverso un annuncio sul Recycler di Los Angeles.

Arrivano Dave Mustaine.

Ron McGovney.

Poi Cliff Burton.

Poi Kirk Hammett.

Nel 1983 esce Kill ’Em All.

Nel 1984 Ride the Lightning.

Nel 1986 Master of Puppets.

Tre dischi che non stanno semplicemente costruendo una discografia.

Stanno contribuendo a definire un linguaggio.

Thrash metal.

Velocità.

Riff.

Aggressività.

Ma già molto presto dentro i Metallica c’è qualcosa che va oltre la corsa.

Fade to Black.

For Whom the Bell Tolls.

Orion.

Brani in cui senti chiaramente che la band non vuole semplicemente suonare più forte o più veloce degli altri.

Vuole allargare il vocabolario.

CLIFF BURTON

E qui bisogna fermarsi.

Perché Cliff Burton non è soltanto “il bassista morto giovane”.

La sua influenza musicale sui Metallica è enorme.

Teoria.

Armonia.

Approccio al basso.

Sperimentazione.

Nel settembre 1986, durante il tour europeo di Master of Puppets, il bus della band perde il controllo in Svezia.

Cliff muore.

Aveva 24 anni.

Ci sono momenti nella storia di una band in cui puoi dividere tutto in prima e dopo.

Questo è uno di quelli.

I Metallica decidono di continuare.

Jason Newsted entra al basso.

Due anni dopo arriva …And Justice for All.

Un album enorme, complesso, freddo, rabbioso.

E anche il disco che porta il loro primo vero videoclip.

ONE

One è il primo video musicale ufficiale dei Metallica.

Bianco e nero.

Oscuro.

Violento.

Emotivamente pesante.

Ed è interessante pensare a cosa succede subito dopo.

Una band che fino a quel momento aveva costruito parte della propria identità anche senza dipendere dal linguaggio di MTV comincia a capire che l’immagine può amplificare quello che sta facendo.

Non sostituirlo.

Amplificarlo.

Poi arriva il 1991.

E non sarà più la stessa cosa.

METALLICA

Il titolo ufficiale è semplicemente:

Metallica.

Per tutti:

The Black Album.

Bob Rock entra in produzione.

Il suono cambia.

Le strutture diventano più dirette.

I riff respirano di più.

La batteria sembra enorme.

Hetfield canta in modo diverso.

La band non abbandona il peso.

Lo rende più leggibile.

Il disco arriva al numero uno in tutto il mondo e trasforma i Metallica da gigantesca metal band in uno dei più grandi gruppi rock del pianeta. Il tour successivo arriva vicino ai trecento concerti nell’arco di tre anni.

Ed è proprio qui che nasce una delle discussioni infinite della musica.

SI SONO VENDUTI?

Domanda che accompagna praticamente ogni band quando diventa troppo grande per rimanere proprietà esclusiva di chi c’era prima.

Le canzoni diventano più accessibili.

I videoclip girano su MTV.

Il pubblico aumenta.

Arrivano persone che non sanno nulla di thrash.

E allora parte il processo.

“Non sono più quelli di prima.”

È vero.

Non erano più quelli di prima.

La domanda è:

perché avrebbero dovuto esserlo?

Il Black Album non suona come Master of Puppets.

Per fortuna.

Se avessero passato quarant’anni a provare a riscrivere lo stesso album probabilmente oggi parleremmo di una band molto meno interessante.

Il problema non è cambiare.

È capire se il cambiamento produce qualcosa che merita di esistere.

E quel disco, direi, ha risposto abbastanza chiaramente.

MTV

Poi c’è la parte che per chi ha vissuto quell’epoca pesa in un modo particolare.

I videoclip.

Enter Sandman.

The Unforgiven.

Nothing Else Matters.

Wherever I May Roam.

Sad But True.

Tutti brani del Black Album accompagnati da immagini diventate parte della loro identità visiva.

Oggi scegli una canzone.

Apri YouTube.

Spotify.

Apple Music.

Cerchi esattamente ciò che vuoi.

MTV funzionava diversamente.

Aspettavi.

Un video poteva arrivarti addosso mentre stavi guardando altro.

E quando arrivava quello giusto, rimanevi.

Non voglio trasformare questa cosa nel solito “prima era meglio”.

Non lo era necessariamente.

Era semplicemente un altro rapporto con la scoperta musicale.

E i Metallica erano perfetti per quel mezzo perché visivamente sembravano già più grandi dello schermo.

ENTER SANDMAN

Quel riff è una delle prove più semplici del fatto che la complessità non è automaticamente sinonimo di efficacia.

Non servono cinquanta note.

Ne servono quelle giuste.

Enter Sandman apre il disco e praticamente comunica subito il nuovo Metallica.

Pesante.

Scuro.

Ma enorme.

Ripetibile.

Riconoscibile.

Una canzone che puoi sentire partire da lontano e identificare quasi immediatamente.

Ed è una delle ragioni per cui il Black Album riesce dove tanti tentativi di “diventare accessibili” falliscono.

Non sembra più piccolo.

Sembra più grande.

THE UNFORGIVEN

Poi arriva un altro tipo di oscurità.

Una ballad che non è realmente una ballad nel senso rassicurante del termine.

The Unforgiven ha qualcosa di chiuso.

Di oppressivo.

Il contrasto fra le parti cambia proprio il modo in cui la band utilizza dinamica e melodia.

E sarà un’idea abbastanza forte da tornare anni dopo con The Unforgiven II e poi ancora con The Unforgiven III.

Non perché servisse costruire una saga.

Perché certi temi continuano a chiederti di essere guardati da un’altra età.

LOAD

Poi i Metallica fanno la cosa peggiore che una band gigantesca possa fare quando una parte del pubblico vuole che rimanga identica:

cambiano ancora.

Load.

1996.

Capelli.

Immagine.

Alternative rock.

Hard rock.

Blues.

Southern.

Strutture differenti.

E naturalmente:

tradimento.

Di nuovo.

Solo che a distanza di anni alcuni di quei brani hanno acquisito una vita che il dibattito dell’epoca spesso impediva di ascoltare con calma.

Until It Sleeps.

Hero of the Day.

Bleeding Me.

The Outlaw Torn.

Poi ReLoad nel 1997.

Fuel.

The Memory Remains.

The Unforgiven II.

Fixxxer.

Ed è interessante che proprio nel 2026 i Metallica abbiano rimesso ReLoad al centro attraverso una nuova edizione rimasterizzata e un enorme archivio di demo, rough mix, live e materiale dell’epoca.

Il tempo a volte fa una cosa che i fan nel presente non riescono a fare.

Toglie il rumore dalla discussione.

E lascia la musica.

S&M

Nel 1999 arriva un’altra idea che sulla carta avrebbe potuto diventare una catastrofe.

Metallica con la San Francisco Symphony.

Michael Kamen.

Orchestra.

Metal.

Invece S&M dimostra quanto alcune composizioni della band avessero già dentro una struttura abbastanza grande da sostenere archi, ottoni e orchestrazione.

Non era decorazione.

Era un altro modo di ascoltare brani che pensavamo di conoscere.

Anni dopo sarebbero tornati su quella strada con S&M2.

NAPSTER

Poi arriva internet.

E Metallica finisce dentro una delle battaglie più importanti della storia della musica digitale.

Napster.

File sharing.

Copyright.

Lars Ulrich.

Cause.

Fan arrabbiati.

Una band che fino a poco prima sembrava incarnare la ribellione diventa improvvisamente, per una parte del pubblico, quella che vuole impedire alla gente di scaricare MP3.

È facile oggi guardare quella vicenda attraverso ciò che sappiamo del mondo dello streaming.

All’epoca non lo era.

L’industria discografica non aveva ancora capito cosa sarebbe diventata internet.

Gli artisti nemmeno.

Il pubblico aveva improvvisamente scoperto che poteva avere praticamente tutto.

Gratis.

La discussione vera non era:

“Metallica è buona o cattiva?”

Era:

quanto vale la musica quando la tecnologia rende quasi gratuito copiarla?

Una domanda che, in forme diverse, continuiamo a farci ancora oggi.

ST. ANGER

E poi arriva probabilmente il periodo più difficile.

Jason Newsted lascia.

James Hetfield entra in riabilitazione.

La band rischia seriamente di rompersi.

St. Anger esce nel 2003.

Suono aggressivo.

Niente assoli tradizionali.

Quel rullante.

Soprattutto quel rullante.

Ancora oggi basta nominarlo e parte una discussione.

Ma se togli per un attimo il meme e guardi il contesto, capisci che quel disco suona come una band che non sta cercando di essere elegante.

Sta cercando di rimanere insieme.

Il documentario Some Kind of Monster rende tutto questo quasi dolorosamente visibile.

Non quattro divinità metal.

Quattro persone — in quel momento tre membri stabili, produttore e terapeuta intorno — incapaci persino di capire se riusciranno ancora a fare musica insieme.

E forse è anche per questo che quel periodo, pur non essendo quello che ascolto di più, rimane fondamentale.

Mostra che perfino una macchina enorme può rompersi.

ROBERT TRUJILLO

Poi arriva Robert Trujillo.

Basso basso.

Postura impossibile.

Presenza.

Tecnica.

Una persona che entra in una band già leggendaria senza cercare di trasformarsi né in Cliff Burton né in Jason Newsted.

Ed è probabilmente l’unico modo sensato per riuscirci.

Con lui la formazione trova quella stabilità che ancora oggi conosciamo:

James Hetfield.

Lars Ulrich.

Kirk Hammett.

Robert Trujillo.

Lars Ulrich e James Hetfield al Sonisphere di Pori, Finlandia, nel 2009.
Lars Ulrich e James Hetfield al Sonisphere di Pori, Finlandia, nel 2009. Foto: kallerna · CC BY-SA 3.0. Immagine non modificata.

DEATH MAGNETIC

Nel 2008 Death Magnetic riporta in primo piano strutture più lunghe, riff più intricati, velocità.

I Metallica non stanno fingendo di essere tornati ventenni.

Ma stanno chiaramente riallacciando una conversazione con alcune parti del proprio linguaggio storico.

Poi Hardwired… to Self-Destruct nel 2016.

E nel 2023:

72 Seasons.

Dodici brani.

Più di settantasette minuti.

Un disco che non sembra costruito da una band interessata a chiudere il catalogo con dignità.

Sembra una band che vuole ancora aggiungere qualcosa.

STRANGER THINGS

E poi succede una cosa culturalmente bellissima.

Master of Puppets entra in Stranger Things.

E improvvisamente una canzone del 1986 raggiunge una generazione che non era nemmeno nata quando Cliff Burton era ancora vivo.

Non significa che Netflix abbia “riscoperto” i Metallica.

I Metallica non avevano bisogno di essere riscoperti.

Significa qualcosa di più interessante.

Una canzone può avere più prime volte.

Una per chi c’era.

Una per chi arriva decenni dopo.

Ed è probabilmente una delle forme più pure di durata culturale.

OGGI

E arriviamo di nuovo al presente.

Il tour M72 parte nel 2023.

Palco in-the-round.

Snake Pit al centro.

“No Repeat Weekend”: due serate nella stessa città con scalette completamente differenti. Nel settembre 2026 la band ha annunciato altre dodici date nordamericane per il 2027; al momento dell’annuncio erano già arrivati a 99 show M72 in 26 Paesi.

A giugno hanno suonato a Bologna.

Ora sono a Las Vegas.

Sphere.

Una venue praticamente costruita per cancellare il confine tra concerto e ambiente audiovisivo.

La residency Life Burns Faster è partita il primo ottobre e prosegue con numerose date tra il 2026 e il 2027.

E stasera, mentre scrivo, suonano lì.

È difficile trovare un’immagine più chiara.

Una band nata scambiandosi demo su cassette.

Adesso dentro una delle strutture audiovisive più avanzate del mondo.

La Sphere di Las Vegas, fotografata nel 2023. Immagine della struttura, non del concerto dei Metallica.
La Sphere di Las Vegas, fotografata nel 2023. Immagine della struttura, non del concerto dei Metallica. Foto: Tomás Del Coro · CC BY-SA 2.0. Immagine non modificata.

EPPURE ALLA FINE RESTANO I RIFF

Puoi aggiungere:

schermi giganteschi.

Produzioni.

Orchestra.

Tecnologia.

Effetti.

Stadi.

Sphere.

Ma se togli tutto rimane una cosa semplice.

James prende una chitarra.

Lars conta.

Kirk entra.

Robert fa muovere il basso.

Parte un riff.

Ed è per questo che funziona ancora.

La tecnologia può amplificare il palco.

Non può sostituire ciò che accade prima del palco.

JAMES HETFIELD

Per me una parte enorme del suono Metallica rimane inevitabilmente lui.

Non semplicemente la voce.

La mano destra.

Il riffing.

Quel modo di fare sembrare una ritmica qualcosa di fisico.

E nel tempo anche la voce cambia.

È impossibile che non cambi.

Ma proprio quella trasformazione rende interessante ascoltare oggi brani scritti quarant’anni fa.

Non stai ascoltando una copia congelata del disco.

Stai ascoltando un uomo di un’altra età che torna dentro quelle parole.

James Hetfield sul palco a Madrid, 12 luglio 2024.
James Hetfield sul palco a Madrid, 12 luglio 2024. Foto: Kreepin Deth · CC BY-SA 4.0. Immagine non modificata.

LARS

Poi c’è Lars Ulrich.

Probabilmente uno dei batteristi più discussi della storia del rock.

E anche uno dei personaggi senza i quali i Metallica semplicemente non esisterebbero nel modo in cui li conosciamo.

Visione.

Ambizione.

Struttura.

Decisioni.

Scelte spesso contestate.

Ma se racconti Metallica togliendo Lars perché internet ama discutere della sua batteria, hai eliminato una parte essenziale del motore.

KIRK

Kirk Hammett entra praticamente alla vigilia del primo album.

Quarant’anni dopo è ancora lì.

Wah.

Fraseggio.

Assoli entrati nel vocabolario di generazioni di chitarristi.

E soprattutto un ruolo difficile:

aggiungere una voce melodica dentro una band costruita intorno a una delle ritmiche più riconoscibili del metal.

IL BLACK ALBUM, ANCORA

E alla fine io torno sempre lì.

Non perché pensi che sia automaticamente il loro disco migliore.

È una discussione che lascio volentieri ad altri.

Ci sarà sempre qualcuno pronto a dirti:

Master of Puppets.

Qualcuno:

Ride the Lightning.

Qualcuno:

…And Justice for All.

Perfetto.

Io sto parlando del mio rapporto.

E il mio rapporto passa dal nero.

Passa da MTV.

Da quei video.

Da Nothing Else Matters.

Da quella scoperta che una band poteva essere pesantissima e, pochi minuti dopo, diventare vulnerabile senza sembrare meno credibile.

NON DEVO SCEGLIERE TRA I DUE METALLICA

È questo forse il punto.

Non devo scegliere tra:

quelli velocissimi degli anni Ottanta

e

quelli enormi del Black Album.

Tra:

Master of Puppets

e

Nothing Else Matters.

Tra:

thrash

e

melodia.

Sono tutti pezzi della stessa storia.

E forse l’unico motivo per cui una band riesce a durare quarantacinque anni è proprio questo.

Non difendere continuamente una versione precedente di se stessa.

CRASHVERSE VERDICT

I Metallica hanno cambiato bassista.

Produttore.

Suono.

Capelli.

Tempi.

Strutture.

Immagine.

Rapporto con il pubblico.

Rapporto con la tecnologia.

Sono passati dalle cassette duplicate tra fan a MTV.

Da MTV a Napster.

Da Napster allo streaming.

Dai club agli stadi.

Dagli stadi alla Sphere.

Hanno perso Cliff Burton.

Sono quasi implosi.

Sono tornati.

Hanno pubblicato dischi che hanno diviso.

Dischi che hanno unito.

Canzoni che qualcuno considera tradimenti e qualcun altro considera la ragione per cui li ama.

Io so soltanto dove entro.

Una copertina nera.

Un riff.

Un video su MTV.

E poi quelle prime note di Nothing Else Matters.

Da lì posso andare indietro.

Posso arrivare a Master of Puppets.

A Ride the Lightning.

A Cliff.

Oppure andare avanti.

Load.

S&M.

Death Magnetic.

72 Seasons.

Fino a Las Vegas, stasera.

E forse è questa la misura più semplice della loro grandezza.

Non il fatto che siano ancora qui.

Molte band durano.

Il fatto che ci sia ancora qualcuno che li incontra per la prima volta.

Magari con un disco del 1991.

Magari con Master of Puppets dentro una serie TV.

Magari entrando oggi alla Sphere.

E magari, trentacinque anni dopo, qualcuno sentirà ancora partire Nothing Else Matters e penserà la stessa cosa che pensavamo noi davanti a MTV:

aspetta.

Questa voglio sentirla tutta.


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