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MUSIC · BANDS

Scritto da cRASh

PRIMA DEL MITO, C’ERA IL RUMORE

Ci sono band che arrivano.

E poi ci sono band che sembrano spaccare qualcosa.

Non necessariamente perché siano le prime.

Non perché abbiano inventato tutto.

Ma perché arrivano nel momento giusto.

E quando succede, il muro viene giù.

Con i Nirvana è successo questo.

ABERDEEN

Prima di Seattle.

Prima di MTV.

Prima di Nevermind.

Prima che Kurt Cobain diventasse una faccia stampata ovunque.

C’era Aberdeen.

Stato di Washington.

Pioggia.

Periferia.

Frustrazione.

Poche prospettive.

Un posto abbastanza lontano dall’immagine glamour del rock da sembrare quasi perfetto per generare qualcosa di completamente diverso.

KURT COBAIN

E poi lui.

Kurt.

Non il mito.

Il ragazzo.

Sensibile.

Arrabbiato.

Contraddittorio.

Ironico.

Fragile.

Uno di quelli che sembrano avere troppa roba dentro e pochissimi posti dove metterla.

La musica diventa uno di quei posti.

KRIST NOVOSELIC

Krist Novoselic.

Basso.

Presenza enorme.

L’altra colonna.

Perché a forza di raccontare Kurt rischiamo sempre di dimenticare che i Nirvana erano una band.

E una band funziona quando le persone che la compongono fanno spazio l’una all’altra.

DAVE GROHL

Poi, nel 1990, arriva Dave Grohl.

Batteria.

Potenza.

Precisione.

Energia.

Quella combinazione completa qualcosa.

E a quel punto i Nirvana smettono di sembrare una band interessante della scena alternativa.

Cominciano a sembrare una forza.

BLEACH

Ma facciamo un passo indietro.

1989.

Bleach.

Sporco.

Pesante.

Ruvido.

Sub Pop.

Non c’è ancora il mondo davanti.

C’è una band che suona.

Forte.

Con un suono che porta dentro punk, metal, hardcore e qualcosa che non ha ancora bisogno di essere definito perfettamente.

Copertina di Bleach dei Nirvana
Bleach. Copertina dal sito ufficiale dei Nirvana. Diritti dei rispettivi titolari.

GRUNGE

Poi arriverà la parola.

Grunge.

Seattle.

Pearl Jam.

Soundgarden.

Alice in Chains.

Mudhoney.

Nirvana.

Una scena enorme trasformata in etichetta.

Ma le etichette arrivano sempre dopo.

Prima ci sono persone.

Locali.

Band.

Dischi.

Una città che comincia a produrre qualcosa che non somiglia al rock patinato che aveva dominato gli anni precedenti.

1991

Poi arriva Nevermind.

E qui cambia tutto.

SMELLS LIKE TEEN SPIRIT

Quattro accordi.

Una batteria.

Una chitarra.

Una voce che sembra trattenere qualcosa finché non riesce più a farlo.

Smells Like Teen Spirit.

Uno di quei brani che non restano semplicemente brani.

Diventano spartiacque.

MTV

Il video passa.

E passa ancora.

E ancora.

Una palestra.

Cheerleader.

Fumo.

Caos.

Una band che sembra fregarsene di essere televisiva.

E proprio per questo diventa perfetta per la televisione.

Il paradosso è già tutto lì.

IL MURO

Quando dico che i Nirvana hanno fatto crollare un muro, non intendo che prima non esistesse musica alternativa.

Esisteva eccome.

Non intendo nemmeno che abbiano inventato il grunge.

Non l’hanno fatto.

Intendo che hanno aperto una breccia enorme tra underground e mainstream.

All’improvviso una cosa sporca.

Storta.

Rabbiosa.

Poteva stare al centro del mondo.

E IL CENTRO DEL MONDO FA PAURA

Questa è una delle cose più tragiche della storia di Kurt.

Lui voleva essere ascoltato.

Ma non sembrava voler essere trasformato in simbolo.

E invece succede esattamente questo.

Da cantante di una band alternativa a voce di una generazione.

In pochissimo tempo.

“VOCE DI UNA GENERAZIONE”

È una definizione enorme.

Troppo grande per chiunque.

E forse ancora più assurda per qualcuno che sembrava passare metà del tempo a prendere in giro le aspettative degli altri.

KURT NON ERA UN PROFETA

Questa è una cosa che voglio dire chiaramente.

Con gli anni abbiamo trasformato Kurt Cobain in tantissime cose.

Martire.

Poeta.

Profeta.

Simbolo.

Santo laico.

Ma era una persona.

Complessa.

Con talento.

Dolore.

Contraddizioni.

Errori.

E ridurlo al mito significa perdere una parte di quello che era davvero.

IL SUONO

I Nirvana funzionavano perché riuscivano a fare una cosa difficilissima.

Essere semplici senza essere banali.

Verso quieto.

Ritornello enorme.

Melodia.

Distorsione.

Rumore.

Poi di nuovo silenzio.

La dinamica era quasi fisica.

QUIET / LOUD / QUIET

Non era un’invenzione loro.

I Pixies avevano già mostrato quella strada.

Ma i Nirvana la prendono e la trasformano in qualcosa che milioni di persone riescono a sentire immediatamente.

Calma.

Esplosione.

Calma.

Esplosione.

È quasi una respirazione emotiva.

NEVERMIND

Nevermind è pieno di canzoni che hanno superato il disco.

Come You Are.

Lithium.

In Bloom.

Drain You.

Something in the Way.

Polly.

Territorial Pissings.

Brani diversissimi tenuti insieme da una cosa.

Kurt.

COME AS YOU ARE

“Vieni come sei.”

Sembra quasi uno slogan perfetto per tutta quella generazione.

Ma, come spesso succede con i Nirvana, sotto la frase semplice c’è sempre qualcosa di meno semplice.

LITHIUM

Poi Lithium.

Religione.

Instabilità.

Controllo.

Euforia.

Vuoto.

Una canzone che sembra muoversi continuamente tra opposti.

Esattamente come molte cose scritte da Kurt.

POLLY

E poi Polly.

Quella è un’altra storia.

Minimalista.

Terribile.

Basata su un fatto di cronaca.

Una delle dimostrazioni che Cobain non scriveva soltanto slogan per adolescenti arrabbiati.

Sapeva anche stare quasi fermo.

E lasciarti lì.

IN UTERO

Poi arriva In Utero.

1993.

E sembra quasi una risposta a quello che Nevermind aveva creato.

Più ruvido.

Più scomodo.

Più ostile.

Più vicino alla volontà di una band che non voleva diventare prodotto perfetto.

HEART-SHAPED BOX

Una delle canzoni più riconoscibili del disco.

Strana.

Ossessiva.

Melodica.

Distorta.

Perfettamente Nirvana.

RAPE ME

Un titolo volutamente brutale.

Una canzone spesso fraintesa.

Kurt la descrisse come un brano contro la violenza sessuale e contro l’abuso.

Anche qui:

il rischio di fermarsi alla superficie è enorme.

ALL APOLOGIES

E poi All Apologies.

Una di quelle canzoni che oggi è quasi impossibile ascoltare senza che tutto ciò che sarebbe successo dopo entri nell’ascolto.

Ed è forse ingiusto.

Ma inevitabile.

MTV UNPLUGGED

Poi arriva una delle immagini più forti.

1993.

MTV Unplugged in New York.

Fiori.

Luci basse.

Kurt seduto.

Niente scenografia da arena.

Niente muro di amplificatori.

E improvvisamente ti accorgi di quanto quelle canzoni reggano anche quando togli quasi tutto.

Copertina di MTV Unplugged in New York dei Nirvana
MTV Unplugged in New York. Copertina dal sito ufficiale dei Nirvana. Diritti dei rispettivi titolari.

NON SUONANO I BRANI PIÙ OVVI

Ed è una scelta bellissima.

Cover.

Meat Puppets.

David Bowie.

Lead Belly.

Una scaletta che non sembra costruita per celebrare il successo.

Sembra quasi costruita per mostrare da dove arrivavano.

THE MAN WHO SOLD THE WORLD

E oggi per tantissime persone la cover dei Nirvana è diventata quasi inseparabile dal brano.

Kurt prende Bowie e lo attraversa con quella voce.

Fragile.

Raschiata.

Quasi stanca.

Bellissima.

WHERE DID YOU SLEEP LAST NIGHT

Poi il finale.

Lead Belly.

Kurt canta.

Arriva all’ultima parte.

Apre gli occhi.

E per qualche secondo sembra che tutta la stanza smetta di respirare.

È uno di quei momenti che non hanno bisogno di essere spiegati.

LA FRAGILITÀ

Qui bisogna stare attenti.

Perché è facile guardare quelle immagini sapendo cosa succederà qualche mese dopo e trasformare ogni gesto in un presagio.

Non è corretto.

Le persone non sono romanzi scritti all’indietro.

La sofferenza di Kurt era reale.

Ma non tutto ciò che ha fatto deve essere trasformato in anticipazione della sua fine.

COURTNEY LOVE

E naturalmente c’è Courtney Love.

Un rapporto diventato parte gigantesca della mitologia attorno a Kurt.

Amore.

Caos.

Dipendenze.

Media.

Speculazioni.

Per anni le persone hanno costruito teorie di ogni tipo.

Ma quando il rumore intorno a due persone diventa così grande, spesso dimentichiamo che dietro c’erano anche esseri umani reali.

FRANCES BEAN

E poi una figlia.

Frances Bean Cobain.

E già questo dovrebbe bastare a ricordarci che dietro “il mito Kurt Cobain” c’erano anche relazioni, famiglia e conseguenze reali.

5 APRILE 1994

Kurt Cobain muore a 27 anni.

Suicidio.

E in quel momento la band finisce.

Ma il mito comincia a crescere ancora di più.

IL CLUB DEI 27

Ed eccola.

La maledizione.

Il Club dei 27.

Brian Jones.

Jimi Hendrix.

Janis Joplin.

Jim Morrison.

Kurt Cobain.

Più tardi Amy Winehouse.

Artisti enormi morti tutti alla stessa età.

27.

È diventato uno dei miti più persistenti della cultura musicale.

MA NON È UNA MALEDIZIONE

È importante dirlo.

Non esiste una forza misteriosa che prende i musicisti a 27 anni.

È una costruzione culturale nata collegando tragedie diverse attraverso una coincidenza anagrafica.

Eppure il mito continua a funzionare.

Perché il cervello umano cerca pattern.

Soprattutto quando cerca di dare un senso a qualcosa che senso non ne ha.

27

Un numero.

Troppo giovane.

Questa è l’unica cosa che davvero conta.

Ventisette anni.

E una carriera che, guardandola oggi, sembra enorme.

Ma era durata pochissimo.

KURT DIVENTA ETERNO

E qui succede qualcosa di strano.

Morendo così giovane, Kurt resta congelato.

Non lo abbiamo mai visto a 35.

A 40.

A 50.

A 60.

Non sappiamo cosa avrebbe fatto.

Se avrebbe continuato con i Nirvana.

Se avrebbe sciolto tutto.

Se avrebbe fatto dischi acustici.

Se sarebbe sparito.

Se avrebbe riso del proprio mito.

NON LO SAPREMO MAI

E forse è proprio questo che alimenta il mito.

L’assenza di un dopo.

La storia resta aperta.

IL POSTER

Kurt diventa una faccia.

Magliette.

Poster.

Fotografie.

Una parte enorme delle persone che oggi indossano una t-shirt Nirvana non era nemmeno nata quando la band esisteva.

Ed è una cosa che mi affascina.

LO SMILEY

La faccina Nirvana.

Due occhi sbagliati.

La lingua.

Uno dei loghi più riconoscibili del rock.

Su felpe.

Magliette.

Zaini.

Ovunque.

A volte staccato completamente dalla musica.

E QUI ARRIVA IL PARADOSSO

Una band che sembrava rappresentare il rifiuto di una certa cultura mainstream diventa uno dei simboli più commercializzati della storia del rock.

Probabilmente Kurt avrebbe avuto qualcosa da dire.

MA LA MUSICA RESTA

Ed è questo che salva tutto.

Tolte le magliette.

I poster.

Il mito.

I documentari.

Le teorie.

Il Club dei 27.

Restano le canzoni.

TRE PERSONE

Kurt Cobain.

Krist Novoselic.

Dave Grohl.

Tre persone.

Un rumore enorme.

DAVE DOPO I NIRVANA

Poi naturalmente Dave Grohl continua.

Foo Fighters.

Un’altra storia enorme.

E anche questo dice qualcosa.

La fine di una band non deve necessariamente essere la fine delle persone che ne facevano parte.

KRIST

Krist continua a suonare.

A partecipare a progetti.

A custodire una parte importante di quella storia.

Forse con meno esposizione mediatica.

Ma è ancora lì.

IL GRUNGE NON È MORTO CON KURT

Nemmeno questo.

Pearl Jam continua.

Alice in Chains cambia e continua.

Soundgarden avrebbe avuto un’altra lunga storia.

Seattle non era un uomo solo.

Ma Kurt ne è diventato il volto più riconoscibile.

PERCHÉ?

Forse perché era bellissimo nel suo essere imperfetto.

Forse per la voce.

Forse per le canzoni.

Forse perché sembrava non voler essere lì mentre tutto il mondo lo guardava.

Forse perché le persone riconoscono qualcosa di autentico quando lo vedono.

NON SO SE FOSSE DAVVERO AUTENTICITÀ

Questa parola viene usata troppo.

Non conoscevo Kurt.

Quasi nessuno di noi lo conosceva.

Conosciamo interviste.

Canzoni.

Immagini.

Racconti.

Il resto lo abbiamo costruito.

ED È PROPRIO QUESTO IL MITO

Una persona esiste.

Poi muore.

E noi cominciamo a riempire i vuoti.

Più passa il tempo, più il personaggio rischia di diventare più grande dell’uomo.

IO PREFERISCO LA BAND

Preferisco tornare alle canzoni.

Mettere Nevermind.

Mettere In Utero.

Guardare Unplugged.

Sentire Dave entrare con la batteria.

Krist riempire lo spazio.

Kurt urlare.

Perché è lì che tutto ha ancora senso.

IL MURO È CADUTO

Dopo Nevermind, il rock mainstream non poteva più far finta che quell’altra America musicale non esistesse.

Le major guardarono Seattle.

Guardarono l’alternative.

Guardarono band che fino a poco prima sarebbero state considerate troppo strane, troppo sporche, troppo poco vendibili.

Il muro tra underground e mainstream non scomparve.

Ma si aprì una voragine.

E DA QUELLA VORAGINE È PASSATO DI TUTTO

Alternative rock.

Post-grunge.

Indie.

Band che probabilmente senza quel momento avrebbero avuto un percorso molto diverso.

Anche chi non ha mai amato i Nirvana ha vissuto dentro un mondo musicale che i Nirvana hanno contribuito a modificare.

IL PROBLEMA DEL SUCCESSO

E forse è qui che la storia diventa tragica.

Una band può desiderare di essere ascoltata.

Ma nessuno può sapere davvero cosa significhi diventare improvvisamente una delle band più grandi del pianeta.

Successo e felicità non sono sinonimi.

Sembra una banalità.

Eppure continuiamo a comportarci come se lo fossero.

NON ROMANTICIZZIAMO IL DOLORE

Questa cosa va detta.

La sofferenza non rende automaticamente un artista migliore.

La morte non rende automaticamente una vita più poetica.

Il suicidio di Kurt non è il finale perfetto di una storia rock.

È una tragedia.

Punto.

Possiamo parlare dell’arte.

Del mito.

Dell’impatto.

Ma non dobbiamo trasformare la sua morte in una parte desiderabile della leggenda.

IL CLUB DEI 27 NON È UN CLUB

Nessuno si è iscritto.

Non c’è niente di romantico.

Sono persone morte troppo presto.

La cultura ha dato loro un nome comune.

Ma dietro ogni nome c’era una storia diversa.

JIMI

JANIS.

JIM.

KURT.

AMY.

Se li mettiamo insieme perché avevano 27 anni perdiamo anche quello che li rendeva diversi.

Forse il modo migliore per rispettarli è proprio smettere di trattare quel numero come una destinazione.

MUSIC

È per storie come questa che MUSIC su CrashVerse non può limitarsi a raccontare discografie.

La musica vive dentro le persone.

Dentro le epoche.

Dentro i simboli.

Dentro le contraddizioni.

A volte dentro tragedie che diventano mito.

CRASHVERSE VERDICT

I Nirvana non hanno inventato il disagio.

Non hanno inventato l’alternative.

Non hanno inventato Seattle.

Non hanno inventato il grunge.

Ma a un certo punto sono arrivati davanti a un muro enorme.

Underground da una parte.

Mainstream dall’altra.

E hanno fatto abbastanza rumore da aprirci un buco.

Da lì sono passati milioni di ragazzi.

Band.

Suoni.

Magliette.

Idee.

Kurt Cobain è diventato il volto di tutto questo.

Poi è diventato mito.

Poi una fotografia.

Poi una maglietta.

Poi uno dei nomi del Club dei 27.

Ma prima di tutto era un musicista.

Un ragazzo con una chitarra.

Una voce impossibile da confondere.

E una manciata di canzoni capaci di cambiare il modo in cui il mondo ascoltava il rock.

Aveva 27 anni quando morì.

Troppo pochi per sapere cosa sarebbe diventato.

Abbastanza, purtroppo, per diventare eterno.

Io però preferisco non pensare al numero.

Preferisco premere play.

Sentire quella chitarra entrare.

Dave colpire la batteria.

Krist tenere tutto insieme.

E Kurt urlare.

Perché prima della leggenda,

prima della maledizione,

prima del silenzio,

c’era il rumore.

Ed era enorme.


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