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DEEP DIVE · MOVIES / DIRECTORS

Vietnam, denaro, presidenti, rockstar, football, televisione, violenza e complotti. Oliver Stone ha passato quarant’anni a filmare gli Stati Uniti come se fossero contemporaneamente il suo Paese, il suo trauma e l’imputato seduto dall’altra parte del tavolo. A ottant’anni non sembra ancora disposto a chiudere l’interrogatorio.

Scritto da cRASh

Dentro l’articolo
  1. Ottant’anni, ancora una domanda
  2. Dal Vietnam al cinema
  3. Platoon: tornare dentro la guerra
  4. Wall Street: il fascino dell’avidità
  5. Nato il quattro luglio: dopo il ritorno
  6. The Doors: la libertà che diventa gabbia
  7. JFK: il potere e il rischio del dubbio
  8. Natural Born Killers: consumare l’orrore
  9. Nixon: il potere dentro un uomo
  10. Any Given Sunday: corpi e business
  11. Un punto di vista, mai neutrale
  12. L’interrogatorio continua

Ottant’anni, ancora una domanda

Oliver Stone, protagonista della retrospettiva romana per gli ottant’anni.
Oliver Stone, protagonista della retrospettiva romana per gli ottant’anni. Immagine della rassegna — Casa del Cinema. Fonte.

Oliver Stone ha compiuto ottant’anni il 15 settembre 2026.

Era a Roma.

Alla Casa del Cinema stavano celebrando la sua carriera con una retrospettiva.

Quella sera sullo schermo c’era Nato il quattro luglio.

Stone si presenta di persona.

Ottant’anni.

E parla ancora di guerra.

Non è sorprendente.

Se esiste un filo che attraversa quasi tutta la sua carriera è proprio questo:

Oliver Stone non ha mai smesso davvero di discutere con l’America.

Qualche volta gridando.

Qualche volta accusando.

Qualche volta sbagliando.

Qualche volta provocando volontariamente.

Quasi mai restando neutrale.

Durante l’incontro romano ha nuovamente definito molte guerre americane assurde e ha collegato quella posizione alla propria esperienza e ai film che ha realizzato. È una lettura politica personale del regista, non una verità che il cinema debba accettare; ma è impossibile separarla completamente dal suo lavoro.

Dal Vietnam al cinema

Perché Oliver Stone non è arrivato alla guerra attraverso il cinema.

È arrivato al cinema attraverso la guerra.

Vietnam.

Soldato.

Ritorno negli Stati Uniti.

New York University.

Cinema.

Tra gli insegnanti incontra anche Martin Scorsese.

La NYU ricorda ancora quel percorso: Stone studia cinema dopo il Vietnam e negli anni successivi costruisce una carriera che lo porterà a vincere tre Oscar, uno per la sceneggiatura di Midnight Express e due per la regia di Platoon e Born on the Fourth of July.

Questa sequenza conta.

Prima la vita.

Poi il film.

Platoon: tornare dentro la guerra

Platoon arriva nel 1986.

E Stone non sta semplicemente facendo un film sul Vietnam.

Sta tornando dentro un posto che conosce.

Non letteralmente nello stesso plotone.

Non nella stessa storia.

Ma nello stesso tipo di caos.

Quasi vent’anni dopo l’esperienza reale.

La guerra cinematografica americana possedeva già immagini enormi.

Eroismo.

Nemici.

Missione.

Stone porta qualcosa di differente.

Confusione.

Fango.

Caldo.

Paura.

Americani che combattono anche contro se stessi.

Il nemico non è l’unico problema.

La guerra modifica chi la attraversa.

Platoon vince l’Oscar come miglior film e consegna a Stone il suo primo Academy Award per la regia. Durante il discorso, Stone lega esplicitamente quel riconoscimento ai veterani del Vietnam e alla comprensione di ciò che era accaduto.

Poi potrebbe fermarsi.

Ha fatto il film personale.

No.

Wall Street: il fascino dell’avidità

L’anno dopo gira Wall Street.

Ed è quasi come se spostasse il campo di battaglia.

Niente giungla.

Manhattan.

Completi.

Telefoni.

Mercati.

Denaro.

Gordon Gekko.

“Greed is good.”

Una frase che diventa immediatamente qualcosa di più del film.

Stone voleva mostrare l’avidità.

Una parte del pubblico guarda Gekko e decide che vuole essere lui.

È uno dei paradossi più interessanti della cultura pop.

Puoi creare una figura per criticarla.

Se la rendi abbastanza magnetica, qualcuno la trasformerà comunque in modello.

Michael Douglas vince l’Oscar.

Gekko diventa icona.

E Wall Street, il luogo reale, finisce quasi per assorbire il film che provava a criticarne una parte.

Questa cosa succederà ancora.

Perché Stone possiede un problema ricorrente.

Filma benissimo ciò che disprezza.

La guerra.

Il potere.

L’eccesso.

La violenza.

Il denaro.

Il risultato è che qualche volta la critica e la seduzione convivono nello stesso fotogramma.

È uno dei motivi per cui i suoi film sono più interessanti di un semplice manifesto politico.

Nato il quattro luglio: dopo il ritorno

Poi torna al Vietnam.

Nato il quattro luglio.

Ron Kovic.

Tom Cruise.

Questa volta non il soldato dentro la guerra.

Il soldato dopo.

Patriottismo.

Corpo.

Disabilità.

Rabbia.

Disillusione.

Attivismo.

Il film consegna a Stone un secondo Oscar per la regia nel 1990.

Ed è forse lì che diventa chiaro ciò che davvero gli interessa.

Non soltanto la politica.

La trasformazione del mito americano quando entra in collisione con l’esperienza.

Il ragazzo crede a una storia.

Parte.

La realtà rompe quella storia.

Poi deve ricostruire se stesso.

Questa struttura tornerà continuamente.

L’America racconta una versione di sé.

Stone arriva e chiede:

sicuri?

The Doors: la libertà che diventa gabbia

Poi The Doors.

Jim Morrison.

Un’altra mitologia americana.

Rock.

Sesso.

Droga.

Poesia.

Autodistruzione.

Val Kilmer non sembra interpretare Morrison.

Per lunghi momenti sembra essere stato inghiottito da lui.

Stone filma nuovamente qualcosa che ama e teme nello stesso momento.

La controcultura.

La libertà.

L’eccesso che diventa gabbia.

JFK: il potere e il rischio del dubbio

E poi 1991.

JFK.

Qui entriamo nel territorio nel quale Oliver Stone diventa definitivamente Oliver Stone.

Assassinio Kennedy.

Jim Garrison.

Ipotesi di cospirazione.

Montaggio.

Archivio.

Ricostruzione.

Formati differenti.

Fotografie.

Pellicola.

Immagini reali e immagini girate che iniziano intenzionalmente a confondersi.

È un film tecnicamente straordinario.

Ed è anche enormemente controverso.

Questo deve essere detto chiaramente.

JFK non è un documentario e molte delle ricostruzioni, interpretazioni e tesi cospirative sostenute dal film sono state contestate da storici, giornalisti e studiosi del caso.

Stone non ci consegna una sentenza.

Ci consegna un argomento cinematografico.

Un film costruito per generare dubbio.

Ed è proprio questo che lo rende culturalmente enorme e problematico contemporaneamente.

Perché il cinema possiede un potere che un documento non possiede.

Può farti sentire che qualcosa sia vero.

Un montaggio.

Uno sguardo.

Un dettaglio.

Una musica.

Una ricostruzione.

Improvvisamente l’ipotesi assume corpo.

E Stone è perfettamente consapevole di quel potere.

Lo usa.

Forse qualche volta troppo.

Ma ignorare JFK significa ignorare uno dei film che meglio mostrano quanto il cinema possa entrare nel modo in cui una società ricorda la propria storia.

Natural Born Killers: consumare l’orrore

Poi arriva Natural Born Killers.

1994.

E il film sembra avere ingerito la televisione americana e stare cercando di vomitarla sullo schermo.

Pellicole diverse.

Video.

Animazione.

Sitcom.

Pubblicità.

Montaggio impazzito.

Violenza.

Celebrity.

Media.

Woody Harrelson.

Juliette Lewis.

Mickey e Mallory.

Due assassini diventano star.

La cultura guarda l’orrore.

Poi lo trasforma in spettacolo.

Nel 1994.

Prima dei social.

Prima dei true crime podcast infiniti.

Prima che ogni criminale potesse avere fandom, edit video, subreddit, hashtag e merchandise non ufficiale.

È forse uno dei film di Stone che sono diventati più leggibili con il tempo.

Non perché avesse previsto TikTok.

Ma perché aveva capito una cosa molto più antica:

se metti una telecamera davanti a qualcosa abbastanza a lungo, prima o poi qualcuno inizierà a consumarlo come intrattenimento.

Nixon: il potere dentro un uomo

Poi Nixon.

Ancora un presidente.

Ancora America.

Ma Stone non costruisce semplicemente mostri.

Questa è una cosa importante.

Anche quando è durissimo con un personaggio, cerca quasi sempre il punto nel quale potere e vulnerabilità iniziano a convivere.

Nixon non è soltanto una macchina politica.

È un uomo.

Paranoia.

Risentimento.

Fame.

Paura.

E la convinzione di essere continuamente circondato da forze più grandi di lui.

Stone torna sempre lì.

Le istituzioni sono enormi.

Ma dentro ci sono persone.

E le persone portano dentro le istituzioni le proprie debolezze.

Any Given Sunday: corpi e business

Poi Any Given Sunday.

Football.

Potrebbe sembrare un corpo estraneo nella filmografia.

Non lo è per niente.

Una squadra.

Un proprietario.

Televisione.

Denaro.

Corpi maschili consumati come prodotto.

Individualismo.

Spettacolo.

America.

La Casa del Cinema, nella retrospettiva degli ottant’anni, lo ha definito proprio come un’analisi dell’America contemporanea in cui il football diventa macchina economica e spazio di conflitto tra individuo e collettività.

È perfettamente Stone.

Per lui quasi qualsiasi istituzione può diventare lente attraverso cui osservare gli Stati Uniti.

La guerra.

La borsa.

La Casa Bianca.

La musica.

Lo sport.

I media.

Perfino Alessandro Magno, quando gira Alexander, finisce per portare con sé ossessioni che Stone conosce già:

potere.

conquista.

ambizione.

uomini che credono di poter dominare qualcosa molto più grande di loro.

Un punto di vista, mai neutrale

Oliver Stone al San Diego Comic-Con del 2016.
Oliver Stone al San Diego Comic-Con del 2016. Foto Gage Skidmore, CC BY-SA 2.0. Fonte.

Poi ci sono film più recenti.

World Trade Center.

W.

Savages.

Snowden.

Documentari.

Interviste.

Progetti che hanno continuato a spostare Stone dentro territori politici sempre più contestati.

Ed è qui che bisogna essere precisi.

Oliver Stone non è un cronista neutrale.

Non ha mai preteso veramente di esserlo.

Possiede opinioni politiche molto definite.

Ha intervistato e raccontato figure politiche controverse.

Le sue interpretazioni di eventi storici e contemporanei sono state spesso discusse o contestate.

Questo non rende automaticamente giusto o sbagliato il suo cinema.

Rende necessario guardarlo per quello che è.

Un punto di vista.

Molto forte.

Qualche volta irritante.

Qualche volta capace di aprire domande.

Qualche volta talmente convinto della propria tesi da rischiare di comprimere la complessità.

Ma difficilmente invisibile.

Ed è forse questa la cosa che lo distingue oggi.

Viviamo in un cinema mainstream spesso terrorizzato dall’idea di alienare una parte del pubblico.

Stone ha costruito una carriera facendo praticamente l’opposto.

Vuole che tu reagisca.

Non necessariamente che tu sia d’accordo.

Puoi uscire da JFK pensando che sia brillante.

Oppure manipolatorio.

Puoi uscire da Natural Born Killers pensando che sia una critica feroce ai media.

Oppure che il film stesso finisca per partecipare all’eccesso che denuncia.

Queste contraddizioni non sono problemi da correggere con una nuova edizione.

Sono parte del motivo per cui discutiamo ancora di quei film.

L’interrogatorio continua

A ottant’anni Stone torna a Roma.

Guarda nuovamente Nato il quattro luglio.

Parla ancora di guerra.

È quasi circolare.

Il ragazzo va in Vietnam.

Torna.

Studia cinema.

Fa Platoon.

Fa Born on the Fourth of July.

Vince Oscar.

Passano decenni.

Il mondo cambia.

Lui torna davanti allo stesso film e continua ad avere qualcosa da dire.

Non dobbiamo necessariamente condividere tutto quello che pensa per riconoscere la coerenza della traiettoria.

Oliver Stone ha sempre trattato il cinema come un luogo nel quale interrogare la versione ufficiale delle cose.

Qualche volta la versione ufficiale meritava davvero di essere interrogata.

Qualche volta la sua risposta è stata essa stessa discutibile.

È esattamente questo che rende il suo lavoro interessante.

Non è un giudice.

Non possiede l’ultima parola.

Non dovrebbe.

È il regista che continua ad alzare la mano mentre tutti stanno per chiudere la riunione e dire:

“Un momento.”

E poi fa la domanda che qualcuno nella stanza preferirebbe non sentire.

Vietnam.

Perché?

Wall Street.

Quanto basta?

JFK.

Cosa sappiamo davvero?

Natural Born Killers.

Chi sta sfruttando chi?

Nixon.

Cosa fa il potere a chi lo possiede?

Any Given Sunday.

Quanto vale un corpo quando diventa business?

Snowden.

Quanto controllo siamo disposti a concedere in cambio di sicurezza?

Non sempre le domande sono nuove.

Non sempre le risposte convincono.

Ma Stone ha continuato a farle con una furia che nel cinema americano è diventata rara.

Forse è questo che rimane dopo ottant’anni.

Non il regista “politico”.

Definizione troppo facile.

Non il provocatore.

Nemmeno il veterano.

Oliver Stone è un uomo che ha utilizzato il cinema come se il Paese nel quale viveva fosse continuamente seduto davanti a lui.

Luci accese.

Telecamera pronta.

Niente avvocato.

Una domanda dopo l’altra.

E l’America, nei suoi film, non è mai riuscita davvero ad alzarsi e andarsene.

Perché Stone non voleva semplicemente raccontarla.

Voleva interrogarla.


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