9 MIN DI LETTURA
Da Seattle a Black: cRASh racconta i Pearl Jam, la voce di Eddie Vedder e le canzoni che restano accanto a noi quando qualcosa si perde.
Scritto da cRASh
Ci sono band che attraversano una fase della tua vita.
E poi ce ne sono alcune che, in qualche modo, continuano ad attraversarle tutte.
I Pearl Jam, per me, appartengono alla seconda categoria.
Ma se devo essere sincero, c’è una canzone che ha finito per prendere un posto completamente suo.
Black.
Non è semplicemente uno dei brani che amo di più.
È diventata la canzone che torna quando nella mia vita qualcosa si perde.
Una persona.
Un periodo.
Una parte di me.
Non importa nemmeno sempre cosa.
Quando parte, so già dove mi porterà.
E qualche volta la lascio fare.
SELEZIONA UN CAPITOLO · 18 SEZIONI
SEATTLE
All’inizio degli anni Novanta succede qualcosa.
Seattle.
Pioggia.
Garage.
Chitarre sporche.
Una scena che non ha ancora deciso di chiamarsi “grunge” ma che sta già cambiando il rock.
Soundgarden.
Alice in Chains.
Nirvana.
Mudhoney.
E poi loro.
Pearl Jam.
Ma la loro storia parte da una ferita.
Stone Gossard e Jeff Ament venivano dai Mother Love Bone.
Andrew Wood muore nel 1990.
Una perdita enorme.
Una band finisce.
E da quelle macerie nascerà qualcos’altro.
È curioso pensarlo oggi.
Uno dei gruppi rock più importanti degli ultimi trent’anni nasce anche da un lutto.
Da qualcosa che si rompe.
Forse non è un caso che, anni dopo, alcune delle loro canzoni avrebbero parlato così bene proprio di ciò che rimane.
EDDIE VEDDER ARRIVA DA LONTANO
Eddie Vedder non era ancora Eddie Vedder.
Era un ragazzo che lavorava, suonava, registrava demo.
Gli arrivano alcune tracce strumentali.
Ci canta sopra.
Scrive.
Registra.
Manda tutto indietro.
Dentro quella cassetta c’era già qualcosa.
Una voce.
Una presenza.
Un modo di cantare che non sembrava semplicemente provenire dalla gola.
Sembrava arrivare da più in basso.
Dal petto.
Dallo stomaco.
Da qualche parte dove le parole diventano più pesanti.
Eddie Vedder non canta il dolore da fuori.
Sembra sempre che debba attraversarlo prima di poterlo restituire.
TEN
Poi arriva Ten.
1991.
Ed è uno di quei dischi che oggi sembra quasi impossibile guardare senza sapere cosa sarebbe successo dopo.
Alive.
Even Flow.
Jeremy.
Black.
Once.
Porch.
Non è semplicemente un album di debutto.
È una dichiarazione.
E la cosa incredibile è che, nonostante il successo gigantesco che sarebbe arrivato, dentro Ten c’è pochissimo di trionfale.
Ci sono famiglie rotte.
Traumi.
Solitudine.
Marginalità.
Violenza.
Perdita.
Gente che cerca di restare in piedi.
Forse è anche per questo che quelle canzoni continuano a funzionare.
Non celebrano la vita perfetta.
Parlano di chi prova a sopravvivere a quella reale.
ALIVE
Alive viene spesso ascoltata come una canzone di forza.
E in parte lo è diventata.
Dal vivo soprattutto.
Migliaia di persone che urlano insieme.
Ma la sua origine è molto più cupa.
È una storia familiare dolorosa.
Identità.
Padri.
Segreti.
Il peso di scoprire qualcosa che cambia completamente la percezione di sé.
E anche qui i Pearl Jam fanno una cosa che diventerà quasi una loro firma.
Prendono qualcosa di doloroso e lo trasformano in qualcosa che, condiviso con migliaia di persone, può assumere un altro significato.
La ferita resta.
Ma non sei più solo a portarla.
JEREMY
Poi c’è Jeremy.
E qui non c’è niente di facile.
Una storia ispirata a un fatto reale.
Un ragazzo.
La scuola.
L’isolamento.
La tragedia.
Il video.
Quelle immagini.
Quel modo di raccontare qualcosa che all’epoca molti preferivano non guardare.
I Pearl Jam non stavano semplicemente scrivendo rock.
Stavano raccontando persone che spesso nessuno ascoltava.
E questa cosa, negli anni, è rimasta.
EVEN FLOW
Even Flow è energia pura.
Quel riff.
La voce.
Il movimento.
Ma anche lì, sotto, c’è qualcuno ai margini.
Una persona senza casa.
Una vita che scorre accanto alle altre senza essere vista davvero.
È questo che mi ha sempre colpito dei Pearl Jam.
Anche nei pezzi che ti fanno muovere la testa, spesso dentro c’è qualcosa che pesa.
E POI C’È BLACK
Black, invece, non ha bisogno di correre.
Non ha bisogno di urlare subito.
Ti prende piano.
E forse è proprio per questo che fa così male.
Piano.
Chitarra.
Voce.
Spazio.
Poi cresce.
Ma non diventa mai realmente liberatoria.
Resta dentro quella sensazione.
Quella cosa che conosciamo tutti prima o poi.
Una persona che è stata enorme per te.
E che, a un certo punto, deve continuare la propria vita senza di te.
Black non parla semplicemente di una relazione finita.
Parla dell’accettazione più difficile.
Capire che qualcuno che hai amato continuerà ad avere giorni.
Momenti.
Persone.
Felicità.
Ricordi nuovi.
Una vita intera.
E tu non sarai più dentro quella parte.
Non c’è cattiveria.
Forse è proprio questo a renderla devastante.
Non devi odiare nessuno.
Devi soltanto accettare che qualcosa sia finito.
BLACK E ME
Con il tempo questa canzone ha smesso di essere soltanto dei Pearl Jam.
È diventata anche un po’ mia.
Non perché mi appartenga.
Non perché io possa attribuirle un significato diverso da quello per cui è nata.
Ma perché alcune canzoni, nel corso della vita, finiscono per raccogliere ciò che gli affidiamo.
Black, per me, ha raccolto perdite.
Diverse.
Persone.
Periodi.
Parti della vita.
Momenti in cui qualcosa non c’era più e non avevo particolare voglia di fingere che andasse tutto bene.
E allora partiva.
E io la lasciavo andare.
Ci sono canzoni che ti tirano su.
Black non è una di quelle.
Black si siede accanto a te.
Non prova a sistemarti.
Non ti dice che domani andrà meglio.
Resta.
A volte è esattamente quello che serve.
QUELLA CODA
Chi ama Black sa già dove sto andando.
Il finale.
La voce che continua a crescere.
Le chitarre.
Quel modo in cui Eddie sembra quasi smettere di cantare e iniziare a lasciare uscire qualcosa.
È lì che la canzone smette di essere semplicemente costruita.
Diventa sfogo.
Non perfetto.
Non pulito.
Vivo.
E ogni volta che arrivo lì sento la stessa cosa.
Quella specie di nodo.
Come se il brano sapesse esattamente dove andare a toccare.
Non sempre scende una lacrima.
Ma spesso ci va vicino.
E in alcuni momenti della mia vita, sì.
È scesa.
NON SOLO TEN
Il rischio, parlando dei Pearl Jam, è fermarsi al debutto.
Sarebbe un errore enorme.
Vs.
Vitalogy.
No Code.
Yield.
Poi tutto quello che è venuto dopo.
Una band che avrebbe potuto passare il resto della carriera a riscrivere Ten e invece ha scelto di cambiare.
A volte spiazzando.
A volte dividendo.
A volte allontanandosi deliberatamente dalle aspettative.
VS.
Vs. arriva nel 1993.
E sembra quasi la risposta di una band che si è resa conto troppo velocemente di essere diventata enorme.
Più ruvido.
Più diretto.
Go.
Animal.
Daughter.
Rearviewmirror.
E ancora una volta la sensazione è che non ci sia nessuna voglia di costruire una formula rassicurante.
Il successo c’era già.
A loro interessava altro.
VITALOGY
Poi Vitalogy.
Più strano.
Più nervoso.
Più sperimentale.
Una band che ormai potrebbe semplicemente accontentare tutti e che invece sembra quasi voler mettere distanza tra sé e ciò che il mercato vorrebbe da lei.
Ed è qui che cominci a capire davvero una cosa sui Pearl Jam:
non hanno mai avuto particolarmente voglia di essere facili.
TICKETMASTER
E poi arriva una delle battaglie più famose della loro storia.
Ticketmaster.
I Pearl Jam provano a contrastare le commissioni sui biglietti e il controllo del circuito.
Una guerra complicata.
Probabilmente persa sul piano pratico.
Ma significativa.
Perché mostra perfettamente una caratteristica della band.
Non vivere il successo come un lasciapassare per smettere di farsi domande.
Avrebbero potuto semplicemente incassare.
Non lo fecero.
EDDIE VEDDER
Con gli anni, Vedder è diventato qualcosa di più del frontman dei Pearl Jam.
Una voce riconoscibile immediatamente.
Una presenza.
Una figura che ha continuato a parlare di musica, politica, ambiente, diritti, persone.
Ma la cosa che mi interessa di più non è tanto il ruolo pubblico.
È il modo in cui è riuscito a non perdere completamente quella vulnerabilità.
Puoi diventare una rockstar gigantesca.
Puoi suonare negli stadi.
Puoi essere una delle voci più famose della tua generazione.
Ma se quando canti continui a dare l’impressione che quella frase ti faccia ancora qualcosa, allora hai conservato la parte più importante.
IL LIVE

E infatti i Pearl Jam dal vivo sono un altro discorso.
Setlist che cambiano.
Canzoni tirate fuori quando non te le aspetti.
Concerti lunghi.
Un rapporto quasi fisico con il pubblico.
Non sembra mai semplicemente “eseguire il catalogo”.
È una comunità.
E forse è anche per questo che la band ha costruito un rapporto così duraturo con chi la segue.
Non soltanto fan.
Persone che tornano.
NON È PIÙ GRUNGE
E forse non lo è mai stato soltanto.
La parola grunge è servita per mettere dentro una scatola una scena, un luogo, un periodo.
Ma Pearl Jam è sopravvissuta proprio perché a un certo punto ha smesso di avere bisogno di quella parola.
Rock.
Punk.
Folk.
Alternative.
Ballate.
Rumore.
Silenzio.
Tutto.
Sono semplicemente Pearl Jam.
PERCHÉ BLACK RESTA
Ogni volta che torno a Black mi accorgo di una cosa.
La canzone non è cambiata.
Sono cambiato io.
E quindi cambia anche lei.
Una volta poteva ricordarmi qualcosa.
Anni dopo qualcos’altro.
Poi arriva un’altra perdita.
Un altro pezzo di vita.
E improvvisamente quella stessa voce trova un posto nuovo dove stare.
È forse questa la cosa più misteriosa della musica.
Una registrazione resta identica.
Stesse note.
Stesse parole.
Stessa durata.
Ma noi arriviamo ogni volta diversi.
E così una canzone può accompagnarti per tutta la vita senza essere mai esattamente la stessa.
CRASHVERSE VERDICT
I Pearl Jam hanno scritto canzoni enormi.
Hanno attraversato il grunge senza rimanerne prigionieri.
Hanno resistito al successo.
Alle mode.
Alle aspettative.
Sono cambiati.
Sono rimasti.
Eddie Vedder è diventato una delle voci più riconoscibili del rock contemporaneo.
Ma per me, alla fine, tutto torna sempre lì.
Black.
I Pearl Jam mi hanno dato moltissime canzoni.
Eddie Vedder mi ha dato una voce che riconoscerei tra mille.
Ma Black mi ha dato qualcosa di diverso.
Un posto dove lasciare, per qualche minuto, ciò che non riesco più a tenere in mano.
Non sistema niente.
Non riporta indietro nessuno.
Non cancella il dolore.
Ma resta lì con me.
E qualche volta basta.
Alcune canzoni passano con noi.
Altre restano quando qualcuno non può più farlo.
Copertina: illustrazione editoriale generata con IA. Wordmark Pearl Jam: Redmosquito / Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5, ridimensionato e con sfondo separato; la licenza riguarda questa componente. Marchi dei rispettivi titolari.


ORA DÌ LA TUA
Per partecipare ai commenti, accedi oppure crea il tuo account CrashVerse.