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MUSIC · 2026

Da Creep a OK Computer, da Kid A a In Rainbows: i Radiohead non sono mai stati soltanto una band. Per alcuni di noi sono diventati la colonna sonora di un modo di sentire il mondo.

Ci sono gruppi che ascolti.

E poi ci sono gruppi che, senza chiedere permesso, finiscono dentro una parte della tua vita.

Per me i Radiohead appartengono alla seconda categoria.

Non riesco a separarli da un’epoca precisa.

Da Internet quando Internet non era ancora quello di oggi.

Dai nickname.

Dalle notti davanti al monitor.

Da IRC.

Da quella sensazione strana di essere contemporaneamente soli davanti a un computer e collegati a centinaia di persone dall’altra parte dello schermo.

I Radiohead erano già lì.

E forse è anche per questo che non li ho mai percepiti semplicemente come una rock band.

Sembravano parlare esattamente di quel mondo che stava arrivando.

Prima ancora che riuscissimo davvero a capire cosa sarebbe diventato.


Tutto parte da Creep. Ma Creep non spiega i Radiohead

Per moltissime persone il primo incontro con i Radiohead ha un nome inevitabile:

Creep.

Quattro accordi diventati immortali.

Una chitarra che esplode improvvisamente prima del ritornello.

E Thom Yorke che mette in musica quella sensazione universale di trovarsi fuori posto.

Di guardare qualcosa — o qualcuno — pensando di non appartenere allo stesso mondo.

È una canzone enorme.

Talmente enorme da essere diventata quasi un problema per la band che l’aveva scritta.

Perché per anni una parte del pubblico ha identificato i Radiohead con Creep.

Ma ascoltare i Radiohead significa scoprire abbastanza presto che Creep è soltanto la porta d’ingresso.

Dietro quella porta c’era molto, molto altro.


The Bends: quando iniziavano a diventare loro stessi

Con The Bends qualcosa cambia.

Le chitarre ci sono ancora.

Il rock alternativo degli anni Novanta è ancora perfettamente riconoscibile.

Ma dentro quelle canzoni compare già quella particolare malinconia che negli anni successivi sarebbe diventata quasi una firma.

Fake Plastic Trees.

High and Dry.

Street Spirit (Fade Out).

Musica capace di essere enorme senza diventare semplicemente rumorosa.

Fragile senza essere debole.

Ed è forse qui che inizi a capire una delle cose più particolari dei Radiohead.

La tristezza nelle loro canzoni non è mai soltanto tristezza.

C’è sempre qualcosa dietro.

Ansia.

Alienazione.

Desiderio.

Paura.

La sensazione che il mondo stia cambiando più velocemente di quanto noi siamo capaci di comprenderlo.


Poi arriva OK Computer

1997.

E qui succede qualcosa.

Perché OK Computer oggi è considerato uno dei grandi album della storia della musica contemporanea.

Ma ascoltato dentro la sua epoca aveva qualcosa di ancora più inquietante.

Sembrava provenire da qualche anno nel futuro.

Un futuro fatto di tecnologia.

Automazione.

Solitudine.

Consumo.

Persone schiacciate da sistemi sempre più grandi di loro.

Computer.

Autostrade.

Pubblicità.

Paranoia.

E una domanda silenziosa che attraversa quasi tutto il disco:

stiamo davvero migliorando la nostra vita?


Paranoid Android

Basta ascoltare Paranoid Android.

Non sembra nemmeno una normale canzone rock.

Cambia forma continuamente.

Parte.

Si rompe.

Riparte.

Esplode.

Crolla.

È bellissima e instabile.

Quasi come se più brani differenti fossero stati costretti a vivere dentro lo stesso corpo.

Poi arriva quella parte sospesa.

Quasi religiosa.

E improvvisamente tutta la rabbia precedente diventa qualcosa di diverso.

Rassegnazione.

I Radiohead iniziano a fare una cosa che avrebbero continuato a perfezionare negli anni successivi:

trasformare il disagio in bellezza.


No Surprises

E poi c’è No Surprises.

Forse uno degli esempi più perfetti.

La musica sembra una ninna nanna.

Dolce.

Pulita.

Quasi rassicurante.

Ma sotto quella superficie vive una delle fotografie più fredde della quotidianità moderna.

Lavorare.

Consumare.

Ripetere.

Spegnersi lentamente.

Ed è proprio questo contrasto a renderla devastante.

Perché i Radiohead non hanno bisogno di urlare continuamente.

A volte riescono a essere molto più violenti sussurrando.


Karma Police

Karma Police ha qualcosa di diverso.

È quasi cinematografica.

Parte come una storia.

Poi progressivamente tutto comincia a dissolversi.

La voce.

Gli strumenti.

La struttura.

Fino a diventare rumore.

Come se la canzone stessa smettesse lentamente di funzionare.

E quando ascoltavi cose del genere negli anni Novanta, mentre Internet cominciava a entrare davvero nelle nostre vite, era difficile non percepire una connessione.

Forse inconsapevole.

Ma c’era.


Noi eravamo su IRC

Ed è qui che per me la storia dei Radiohead diventa inevitabilmente personale.

Perché mentre loro raccontavano alienazione, tecnologia, identità e solitudine, noi stavamo vivendo una delle prime grandi trasformazioni sociali portate proprio dalla tecnologia.

IRC.

Un monitor.

Una tastiera.

Un nickname.

E improvvisamente potevi essere ovunque.

Potevi conoscere qualcuno dall’altra parte d’Italia senza averlo mai visto.

Potevi passare una notte intera parlando con persone delle quali magari non avresti mai conosciuto veramente il volto.

Era straordinario.

Ma era anche stranamente malinconico.

Eravamo collegatissimi e soli allo stesso tempo.

Oggi questa condizione ci sembra normale.

Allora era nuova.

E se devo pensare a una musica capace di raccontare quella sensazione, inevitabilmente penso anche ai Radiohead.

Non perché parlassero di IRC.

Naturalmente no.

Ma perché parlavano del rapporto tra essere umano, tecnologia e isolamento proprio mentre quel rapporto stava iniziando a trasformarsi davanti ai nostri occhi.


Kid A: distruggere tutto e ricominciare

Poi arriva il 2000.

I Radiohead avrebbero potuto fare la cosa più semplice del mondo.

Realizzare un altro OK Computer.

Chitarre.

Rock alternativo.

Un altro enorme successo.

Invece fanno praticamente l’opposto.

Pubblicano Kid A.

E per molti ascoltatori il primo impatto è quasi traumatico.

Dove sono finite le chitarre?

Cos’è successo alla voce?

Cos’è questa elettronica?

Perché sembra tutto così freddo?

Sintetizzatori.

Drum machine.

Manipolazioni vocali.

Strutture strane.

Jazz.

Ambient.

Elettronica.

Il gruppo che pochi anni prima aveva pubblicato Creep sembrava improvvisamente provenire da un’altra dimensione.


Everything in Its Right Place

L’apertura di Kid A dice già tutto.

Everything in Its Right Place.

Pochi secondi.

E capisci immediatamente che qualcosa è cambiato.

La voce di Thom Yorke viene frammentata.

Manipolata.

Trasformata quasi in un elemento elettronico.

Non hai più la sensazione di ascoltare una band dentro una stanza.

Sembra di ascoltare una coscienza intrappolata dentro una macchina.

Nel 2000.

Prima dello smartphone.

Prima dei social network.

Prima degli algoritmi capaci di conoscerci.

Prima dell’intelligenza artificiale dentro la quotidianità.

Eppure quella sensazione suona incredibilmente contemporanea ancora oggi.


How to Disappear Completely

Poi arriva una delle canzoni che meglio rappresentano l’altra faccia dei Radiohead.

How to Disappear Completely.

Qui non serve nessuna rivoluzione tecnologica.

Non serve il rumore.

Non serve dimostrare nulla.

Rimane soltanto il bisogno di sparire.

Di estraniarsi.

Di non essere lì.

È uno dei motivi per cui questa band riesce ad attraversare generazioni diverse.

Perché puoi analizzarne la produzione.

La tecnologia.

Gli arrangiamenti.

Le scelte artistiche.

Ma alla fine rimane sempre qualcosa di profondamente umano.


I Radiohead non hanno mai voluto stare fermi

Dopo Kid A sarebbe arrivato Amnesiac.

Poi Hail to the Thief.

Poi ancora una volta avrebbero cambiato le regole.

Nel 2007 arriva In Rainbows.

Un disco più caldo.

Più intimo.

Più fisico.

E contemporaneamente un’altra provocazione all’industria musicale.

La pubblicazione digitale con il modello pay what you want diventa uno degli esperimenti più discussi dell’epoca.

Ancora una volta i Radiohead non stavano semplicemente pubblicando musica.

Stavano interrogandosi sul modo in cui la tecnologia stava modificando anche il rapporto tra artista, opera e pubblico.


Weird Fishes

Dentro In Rainbows c’è una canzone che rappresenta perfettamente quella fase:

Weird Fishes/Arpeggi.

Le chitarre si incastrano.

La batteria continua a spingere.

La voce sembra galleggiare sopra tutto.

E progressivamente la canzone crea quella sensazione tipicamente Radiohead di movimento e immobilità contemporaneamente.

Stai andando da qualche parte.

Ma non sai esattamente dove.

Forse è proprio questo uno dei motivi per cui continuiamo a tornare alla loro musica.

Non dà sempre risposte.

Molto spesso descrive perfettamente le domande.


Perché suonano ancora moderni?

Questa è probabilmente la parte che continua a sorprendermi maggiormente.

Riascoltare OK Computer oggi non produce necessariamente nostalgia.

Produce riconoscimento.

Algoritmi.

Automazione.

Isolamento.

Dipendenza dalla tecnologia.

Ansia sociale.

Alienazione.

Sovraccarico informativo.

Rapporti mediati da uno schermo.

Molte delle paure presenti nella musica dei Radiohead non sono rimaste negli anni Novanta.

Sono diventate quotidianità.

E allora quella che sembrava fantascienza emotiva è diventata quasi realismo.


Dall’IRC allo smartphone

Quando ripenso a quegli anni mi viene spontaneo collegare due immagini.

La prima:

un computer.

Un modem.

IRC aperto.

Una serie di nickname sullo schermo.

La seconda:

oggi.

Uno smartphone.

Decine di applicazioni.

Migliaia di contatti.

Notifiche continue.

Un mondo permanentemente connesso.

Tecnicamente siamo molto meno soli.

Abbiamo strumenti che negli anni Novanta sarebbero sembrati fantascienza.

Possiamo vedere e parlare istantaneamente con chiunque.

Eppure non sono sicuro che ci sentiamo davvero più vicini.

Forse è anche per questo che i Radiohead continuano a funzionare.

Perché hanno sempre parlato di tecnologia senza innamorarsi della tecnologia.

Hanno parlato soprattutto di cosa succede all’essere umano quando il mondo intorno a lui cambia.


La colonna sonora di qualcosa che non sapevamo ancora nominare

Per me i Radiohead rimangono legati a quel periodo.

Alle prime connessioni.

Alle notti online.

A IRC.

A quando Internet sembrava ancora un territorio nuovo.

E inevitabilmente ascoltarli oggi significa anche ritrovare una parte di quel mondo.

Ma non è soltanto nostalgia.

Se fosse nostalgia, quelle canzoni sembrerebbero vecchie.

E invece succede l’opposto.

Molte sembrano essere invecchiate meglio del mondo che descrivevano.

Forse perché i Radiohead avevano capito qualcosa prima di molti altri.

Che il futuro non sarebbe stato fatto soltanto di computer più potenti.

Connessioni più veloci.

Macchine migliori.

Il problema sarebbe stato capire come rimanere umani dentro tutto questo.

Ed eccoci qui.

Quasi trent’anni dopo OK Computer.

Permanentemente online.

Connessi a tutto.

Circondati dalla tecnologia.

E ancora capaci di sentirci perfettamente dentro una canzone dei Radiohead.

Forse è questa la loro vera grandezza.

Non hanno scritto la musica del futuro.

Hanno scritto la musica di come ci saremmo sentiti quando il futuro fosse arrivato.


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There was nothing to fear and nothing to doubt.

cRASh


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