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STYLE & DESIGN × MOVIES

Aviator. Wayfarer. Due parole che ormai sembrano indicare prima una forma e soltanto dopo un prodotto. Nati per risolvere un problema, diventati oggetti di stile e infine entrati nel cinema fino a fondersi con alcuni dei suoi personaggi più riconoscibili. Ray-Ban ha raggiunto qualcosa che pochissimi marchi riescono a ottenere: smettere quasi di sembrare un marchio. Quando pensiamo a certi occhiali, semplicemente, pensiamo a loro.

Scritto da cRASh

ESPLORA L’ARTICOLO · 25 CAPITOLI
  1. PRIMA DELLA MODA C’ERA UN PROBLEMA
  2. 1937
  3. POI ARRIVA IL WAYFARER
  4. UN OGGETTO CHE PUÒ CAMBIARE PERSONAGGIO
  5. THE BLUES BROTHERS
  6. POI TOM CRUISE METTE UN PAIO DI WAYFARER
  7. TRE ANNI DOPO TOM CRUISE LO FA DI NUOVO
  8. MAVERICK NON INDOSSA SEMPLICEMENTE GLI AVIATOR
  9. TERMINATOR 2
  10. MEN IN BLACK
  11. HOLLYWOOD NON È STATA SOLTANTO UNA STORIA D’AMORE
  12. MA IL PRODUCT PLACEMENT DA SOLO NON CREA UN’ICONA
  13. NON TUTTI GLI OCCHIALI ICONICI DEL CINEMA SONO RAY-BAN
  14. QUANDO IL MARCHIO DIVENTA LA CATEGORIA MENTALE
  15. E QUESTO È DESIGN
  16. 1999
  17. PERCHÉ LE ICONE POSSONO DIVENTARE PRIGIONI
  18. POI SUCCEDE UNA COSA QUASI PERFETTA
  19. LA TECNOLOGIA DEVE NASCONDERSI DENTRO L’ICONA
  20. IO CONTINUO A COMPRARLI
  21. UN PAIO DI OCCHIALI PUÒ SOPRAVVIVERE ALLA MODA?
  22. IL CINEMA NON VENDEVA SOLTANTO GLI OCCHIALI
  23. NATURALMENTE NON DIVENTI MAVERICK
  24. QUANDO UN OGGETTO DIVENTA PIÙ GRANDE DEL PROPRIO LOGO
  25. RAY-BAN

Io Ray-Ban li compro spesso.

Non perché collezioni compulsivamente ogni modello.

Non perché pensi che qualsiasi cosa porti quel logo sia automaticamente migliore.

E soprattutto non perché qualcuno mi stia pagando per dirlo.

È molto più semplice.

Quando penso a determinati tipi di occhiale…

penso a Ray-Ban.

Aviator.

Wayfarer.

Per me, e credo per moltissime persone, a un certo punto il confine tra il nome del modello, la forma dell’oggetto e il marchio che l’ha resa famosa è diventato sottilissimo.

Un Aviator è un Aviator.

Un Wayfarer è un Wayfarer.

Naturalmente ne esistono migliaia di versioni prodotte da altre aziende.

Alcune bellissime.

Alcune probabilmente costruite persino meglio.

Non è questo il punto.

Il punto è che Ray-Ban è riuscita a ottenere quella cosa rarissima che nel design vale quasi più della notorietà.

Ha creato degli archetipi.

Oggetti che non devi vedere per intero.

Basta la silhouette.

Due lenti a goccia.

Una montatura metallica sottile.

Aviator.

Una montatura nera spessa, inclinata, immediatamente riconoscibile.

Wayfarer.

E poi il cinema ha fatto il resto.

O forse sarebbe più corretto dire:

Ray-Ban e il cinema hanno fatto il resto insieme.

01 / PRIMA DELLA MODA C’ERA UN PROBLEMA

Ray-Ban Aviator Classic RB3025: montatura metallica e lenti a goccia. Foto prodotto ufficiale Ray-Ban.
Ray-Ban Aviator Classic RB3025: montatura metallica e lenti a goccia. Foto prodotto ufficiale Ray-Ban. Fonte

Questa storia non comincia su una passerella.

Comincia in aria.

Negli anni Trenta, volare significava affrontare anche un problema molto concreto: luce intensa e riflessi ad alta quota.

Bausch & Lomb, azienda americana specializzata nell’ottica, sviluppò occhiali protettivi destinati agli aviatori militari. Nel 1937 il marchio Ray-Ban venne registrato e il prodotto iniziò a essere venduto anche al pubblico.

Il nome spiegava già la funzione:

Ray-Ban.

Bandire i raggi.

Proteggere gli occhi.

L’Aviator nasce quindi prima di tutto come soluzione tecnica, non come dichiarazione di stile. EssilorLuxottica ricostruisce ancora oggi quella origine ricordando le lenti verdi studiate per ridurre il riverbero senza ostacolare la visione e la forma a goccia pensata per una protezione ampia dell’occhio.

Ed è probabilmente una delle ragioni per cui il design funziona ancora.

Non è stato disegnato inizialmente per sembrare iconico.

Doveva funzionare.

La forma segue il problema.

Poi il problema sparisce.

La forma rimane.

02 / 1937

È facile guardare oggi un Aviator e vederci soltanto:

Tom Cruise.

piloti.

rockstar.

polizia americana.

vacanze.

estate.

motorini.

festival.

spiaggia.

Ma nel 1937 era un oggetto moderno in un senso molto più letterale.

Leggero.

Tecnico.

Funzionale.

Associato all’aviazione.

E quindi automaticamente associato a qualcosa che allora rappresentava il futuro.

Velocità.

Macchine.

Altitudine.

Tecnologia.

Eroi.

Prima ancora che Hollywood lo prendesse, l’Aviator possedeva già una narrativa.

Chi lo indossava sembrava andare da qualche parte.

03 / POI ARRIVA IL WAYFARER

Original Wayfarer Classic RB2140. Foto prodotto ufficiale Ray-Ban.
Original Wayfarer Classic RB2140. Foto prodotto ufficiale Ray-Ban. Fonte

1952.

Ray-Ban introduce il Wayfarer.

Ed è quasi l’opposto dell’Aviator.

Niente filo metallico leggero.

Niente goccia.

Una montatura importante.

Spessa.

Geometrica.

Grafica.

Un oggetto che entra molto più violentemente nel volto.

Ray-Ban continua ancora oggi a indicare il 1952 come anno di nascita dell’Original Wayfarer.

Ed eccoci davanti al secondo miracolo.

Un’azienda possiede già una forma diventata iconica.

Poi ne crea un’altra che non le somiglia praticamente per niente.

Aviator e Wayfarer non sembrano due variazioni dello stesso oggetto.

Sono due idee diverse di occhiale.

Ed entrambe finiranno per sopravvivere a praticamente qualsiasi moda.

04 / UN OGGETTO CHE PUÒ CAMBIARE PERSONAGGIO

Questa è una delle cose che mi affascinano di più del Wayfarer.

Può sembrare rock.

Elegante.

Nerd.

Ribelle.

Minimalista.

Anni Cinquanta.

Anni Ottanta.

Contemporaneo.

Dipende da chi lo indossa.

Ed è proprio questa elasticità culturale a renderlo perfetto per il cinema.

Un grande oggetto di costume non deve soltanto essere bello.

Deve riuscire a dire qualcosa prima ancora che il personaggio parli.

Gli occhiali hanno un vantaggio enorme.

Stanno sul volto.

Modificano gli occhi.

E gli occhi sono la parte attraverso cui leggiamo quasi tutto il resto.

Mettere una lente scura davanti significa togliere informazione.

Non sai esattamente dove il personaggio stia guardando.

Non sai quanto stia mostrando.

Diventa immediatamente più difficile da leggere.

Più freddo.

Più distante.

Più sicuro.

O semplicemente più cool.

Hollywood questa cosa l’ha capita benissimo.

05 / THE BLUES BROTHERS

Dan Aykroyd e John Belushi nella locandina di The Blues Brothers (1980). © Universal Pictures.
Dan Aykroyd e John Belushi nella locandina di The Blues Brothers (1980). © Universal Pictures. Fonte

Jake.

Elwood.

Completo nero.

Cappello nero.

Camicia bianca.

Cravatta.

E Wayfarer scuri.

Togli quegli occhiali e perdi immediatamente qualcosa.

Non sono accessorio.

Sono parte della silhouette.

John Belushi e Dan Aykroyd trasformano i Wayfarer in parte integrante dell’immagine dei Blues Brothers, e già negli anni Ottanta la stampa americana collegava direttamente il successo del modello anche al film.

Questa è la parte che mi interessa.

Non:

“in quel film indossavano Ray-Ban.”

Troppo poco.

Il punto è che quando pensiamo a quei personaggi, gli occhiali arrivano insieme al resto.

Non sono aggiunti al ricordo.

Sono dentro il ricordo.

E quello è uno dei massimi risultati possibili per un oggetto di design.

06 / POI TOM CRUISE METTE UN PAIO DI WAYFARER

1983.

Risky Business.

Tom Cruise.

Wayfarer.

E qui possiamo smettere per un momento di parlare di percezioni e guardare i numeri.

Perché sono impressionanti.

Nel 1981 Bausch & Lomb stava addirittura valutando di interrompere il Wayfarer.

Quell’anno ne erano state vendute circa 18.000 paia.

Dopo un rilancio fashion, nel 1982 si superano le 200.000.

Poi arriva Risky Business.

1983:

360.000 paia.

Qualche anno più tardi, nel 1987, Bausch & Lomb ne avrebbe venduti circa 2 milioni, mentre nel 1988 aveva ordini nell’ordine dei quattro milioni.

Non significa che Tom Cruise sia stato da solo responsabile di tutto.

Il Wayfarer stava già tornando.

La moda si muove attraverso molte cause.

Ma è difficile guardare quella curva senza capire immediatamente una cosa.

Il cinema può cambiare il destino commerciale di un oggetto.

07 / TRE ANNI DOPO TOM CRUISE LO FA DI NUOVO

Tom Cruise nei panni di Maverick in Top Gun (1986), con gli Aviator. Fotogramma ufficiale: © Paramount Pictures.
Tom Cruise nei panni di Maverick in Top Gun (1986), con gli Aviator. Fotogramma ufficiale: © Paramount Pictures. Fonte

1986.

Top Gun.

Maverick questa volta non ha il Wayfarer.

Ha l’Aviator.

Quello nato quasi cinquant’anni prima per proteggere gli occhi dei piloti.

È difficile immaginare un incontro più perfetto tra oggetto e personaggio.

Un occhiale nato nell’aviazione.

Un film sui piloti.

Uno degli attori più riconoscibili del momento.

E una generazione intera che improvvisamente vuole assomigliare a Maverick.

Il Los Angeles Times riportava nel 1988 che le vendite degli Aviator erano cresciute di circa 40% all’anno dopo Top Gun.

Questa non è semplicemente esposizione.

È quasi una riattivazione culturale.

Il cinema prende l’origine dell’oggetto…

e la trasforma in mito.

08 / MAVERICK NON INDOSSA SEMPLICEMENTE GLI AVIATOR

Questa è la distinzione.

Gli Aviator gli appartengono.

Come la giacca.

La moto.

Il jet.

La luce del tramonto.

Gli occhiali diventano parte di un linguaggio.

E quando un oggetto raggiunge quel punto, succede qualcosa di strano.

Le persone possono anche non ricordare il modello preciso.

Non ricordare l’anno.

Non sapere chi lo producesse originariamente.

Ma riconoscono l’idea.

Pilot sunglasses.

Aviator.

Maverick.

Ray-Ban.

Tutto finisce nella stessa zona della memoria.

09 / TERMINATOR 2

Poi arriva un altro personaggio che ha un piccolo problema con le emozioni.

Arnold Schwarzenegger.

T2.

Il Terminator.

Giacca di pelle.

Moto.

Armi.

Occhiali neri.

Qui però serve una precisazione: gli occhiali di Terminator 2 sono identificati come Persol Ratti 58230, non Ray-Ban Balorama.

È un esempio perfetto di quanto sia facile attribuire a Ray-Ban anche immagini cinematografiche costruite da altri marchi.

Il meccanismo narrativo, però, rimane interessante.

Ancora una volta gli occhiali non stanno semplicemente completando il look.

Fanno qualcosa di narrativo.

Nascondono gli occhi.

E nascondere gli occhi di una macchina che sta imparando lentamente qualcosa sull’umanità è praticamente perfetto.

10 / MEN IN BLACK

Will Smith e Tommy Lee Jones in Men in Black (1997). Immagine promozionale ufficiale: © Columbia Pictures / Sony Pictures.
Will Smith e Tommy Lee Jones in Men in Black (1997). Immagine promozionale ufficiale: © Columbia Pictures / Sony Pictures. Fonte

Poi, nel 1997, arriva forse uno dei casi più belli.

Will Smith.

Tommy Lee Jones.

Completo nero.

Camicia bianca.

Cravatta nera.

Ray-Ban Predator 2.

Questa volta gli occhiali fanno addirittura parte della logica del mondo.

Gli agenti utilizzano il neuralizzatore per cancellare la memoria.

Loro si proteggono gli occhi.

Gli occhiali non sono semplicemente costume.

Diventano quasi equipaggiamento.

Il Washington Post raccontava nel giugno 1997 che i Predator stavano già vendendo molto bene prima ancora dell’uscita del film e che le vendite della linea erano raddoppiate rispetto all’anno precedente.

Qui però la storia diventa ancora più interessante.

Perché ormai il rapporto fra Ray-Ban e Hollywood non è più soltanto magia.

È anche strategia.

11 / HOLLYWOOD NON È STATA SOLTANTO UNA STORIA D’AMORE

Ed è importante dirlo.

Altrimenti questo articolo diventerebbe esattamente quello che non voglio scrivere.

Una pubblicità.

Il cinema ha contribuito enormemente alla costruzione del mito Ray-Ban.

Ma Ray-Ban e le società che lavoravano per il marchio hanno anche imparato molto bene come entrare nel cinema.

Già a metà anni Novanta, il Los Angeles Times raccontava come il successo dei Wayfarer dopo Risky Business fosse diventato uno degli esempi che avevano convinto sempre più aziende a utilizzare società specializzate nel product placement.

E con Men in Black la cosa diventa molto più consapevole.

Campagne.

Retail.

Materiale promozionale.

Cinema e vendita coordinati.

Il Washington Post sottolineava proprio la differenza tra alcuni successi precedenti, almeno in parte fortuiti, e l’operazione commerciale molto più calcolata costruita intorno ai Predator.

Quindi no.

Hollywood non ha semplicemente “scoperto” Ray-Ban.

A un certo punto Ray-Ban ha capito benissimo che il volto giusto sullo schermo poteva valere più di migliaia di cartelloni pubblicitari.

E sarebbe ingenuo raccontarla diversamente.

12 / MA IL PRODUCT PLACEMENT DA SOLO NON CREA UN’ICONA

Questa però è l’altra metà della storia.

Puoi pagare.

Puoi piazzare il prodotto.

Puoi metterlo sul volto di un attore.

Puoi costruire una campagna.

Non significa automaticamente che trent’anni dopo qualcuno ricorderà ancora quell’oggetto.

Ci sono migliaia di product placement dimenticati.

Ray-Ban ha avuto qualcosa in più.

La forma era già forte.

Il cinema non inventa il Wayfarer.

Lo amplifica.

Non inventa l’Aviator.

Gli dà un nuovo mito.

Ed è proprio questa combinazione tra design e immaginario a produrre qualcosa che la normale pubblicità non riesce a costruire facilmente.

13 / NON TUTTI GLI OCCHIALI ICONICI DEL CINEMA SONO RAY-BAN

E qui facciamo anche un po’ d’ordine.

Perché quando un marchio diventa così associato al cinema nasce un effetto curioso.

Cominciamo ad attribuirgli retroattivamente praticamente qualsiasi occhiale famoso.

Uno dei casi più evidenti è Audrey Hepburn in Breakfast at Tiffany’s.

Quell’enorme occhiale scuro è diventato una delle immagini definitive dell’eleganza cinematografica.

Ma non era un Ray-Ban Wayfarer.

Era il Manhattan disegnato da Oliver Goldsmith, che ancora oggi produce una replica del modello utilizzato da Hepburn nel film.

Questa precisazione mi piace.

Perché racconta involontariamente quanto Ray-Ban sia diventato dominante nella nostra memoria.

A volte vediamo:

Hollywood + occhiali neri iconici

e il cervello completa automaticamente:

Ray-Ban.

Anche quando Ray-Ban non c’entra.

14 / QUANDO IL MARCHIO DIVENTA LA CATEGORIA MENTALE

Ed eccoci alla tesi.

Non sto dicendo che “Ray-Ban” sia letteralmente diventato il nome generico degli occhiali da sole.

Non lo è.

Sto dicendo qualcosa di più sottile.

Per tantissime persone è diventato il riferimento mentale.

Quando immagini l’occhiale classico da pilota…

Aviator.

Quando immagini una grossa montatura scura senza tempo…

Wayfarer.

La cosa più straordinaria è che le forme hanno viaggiato talmente tanto da poter esistere anche senza il logo.

Migliaia di marchi realizzano montature aviator.

Migliaia realizzano forme wayfarer-like.

Questo teoricamente dovrebbe indebolire l’originale.

In parte succede.

Ma contemporaneamente conferma quanto quell’originale abbia conquistato la cultura.

Quando tutti copiano una forma…

significa che quella forma è diventata grammatica.

15 / E QUESTO È DESIGN

Il design migliore non ha necessariamente bisogno di attirare continuamente l’attenzione.

A volte raggiunge il risultato opposto.

Diventa talmente normale da sembrarci inevitabile.

Una sedia deve sembrare così.

Una bottiglia deve avere quella forma.

Un’auto sportiva deve avere quelle proporzioni.

Un occhiale da pilota deve essere Aviator.

E a quel punto dimentichiamo che qualcuno, da qualche parte, ha dovuto prendere quelle decisioni per la prima volta.

Curva.

Lente.

Ponte.

Spessore.

Angolo.

Materiale.

Il design diventa invisibile proprio perché ha vinto.

16 / 1999

Poi cambia anche la proprietà.

Nel 1999 Luxottica acquista da Bausch & Lomb la divisione eyewear che comprende Ray-Ban.

EssilorLuxottica descrive quell’acquisizione come il momento in cui il marchio entra nel portafoglio del gruppo italiano, seguito da nuovi investimenti nell’immagine, nel patrimonio del brand e nella distribuzione.

È un passaggio fondamentale.

Ray-Ban nasce americana.

La sua iconografia viene costruita enormemente attraverso America, aviazione, Hollywood e cultura pop.

Poi finisce dentro una delle più grandi strutture industriali italiane dell’occhialeria.

E continua.

Non diventa un reperto storico.

Non resta semplicemente “quell’occhiale di Top Gun”.

Il marchio riesce a fare una delle cose più difficili:

sopravvivere alla propria iconicità.

17 / PERCHÉ LE ICONE POSSONO DIVENTARE PRIGIONI

Quando hai inventato qualcosa di così riconoscibile, hai anche un problema.

Come cambi?

Se modifichi troppo il Wayfarer…

non è più Wayfarer.

Se non lo modifichi mai…

rischia di diventare un oggetto da museo.

È il problema di Porsche con la 911.

Di Converse con Chuck Taylor.

Di Levi’s con il 501.

Di qualsiasi prodotto che ha trovato una forma talmente potente da non poter più liberarsene completamente.

Ray-Ban ha lavorato per variazioni.

New Wayfarer.

Mega Wayfarer.

Reverse.

Colori.

Materiali.

Lenti.

Prescrizione.

Ma il riferimento rimane sempre lì.

Quella forma.

18 / POI SUCCEDE UNA COSA QUASI PERFETTA

La comunicazione ufficiale della gamma Meta del settembre 2026: il design degli occhiali incontra la tecnologia indossabile. © Meta / rispettivi titolari.
La comunicazione ufficiale della gamma Meta del settembre 2026: il design degli occhiali incontra la tecnologia indossabile. © Meta / rispettivi titolari. Fonte

Gli occhiali diventano computer.

Ray-Ban Meta.

Fotocamera.

Microfoni.

Audio open-ear.

AI.

Comandi vocali.

Tecnologia infilata dentro una montatura che cerca deliberatamente di continuare a sembrare…

un paio di Ray-Ban.

E questo passaggio, secondo me, racconta meglio di qualsiasi campagna pubblicitaria quanto sia forte il design originale.

Nel 2026 Ray-Ban vende generazioni successive dei propri smart glasses, comprese versioni Wayfarer e Aviator, integrando l’elettronica all’interno di forme che il pubblico riconosce già immediatamente.

Pensiamoci.

Per decenni la tecnologia ha provato a immaginare come dovessero apparire gli occhiali del futuro.

Visori.

Display.

Prototipi.

Design fantascientifici.

Poi una delle soluzioni commercialmente più interessanti arriva e dice:

forse gli occhiali del futuro possono continuare ad assomigliare agli occhiali del 1952.

È quasi ironico.

19 / LA TECNOLOGIA DEVE NASCONDERSI DENTRO L’ICONA

Ed è probabilmente la scelta intelligente.

Se vuoi che qualcuno indossi tecnologia sul volto tutto il giorno, quella tecnologia deve superare un problema che uno smartphone non ha.

Deve diventare parte della persona.

Un telefono puoi metterlo in tasca.

Gli occhiali no.

Sono il tuo volto.

E quindi il fatto che esista già una forma culturalmente accettata da settant’anni è un vantaggio gigantesco.

Non devi convincere qualcuno a indossare “un computer”.

Gli dai un Wayfarer.

Poi scopre che dentro c’è anche il computer.

Il design storico diventa quasi interfaccia per il futuro.

20 / IO CONTINUO A COMPRARLI

E poi ci sono io.

Come dicevo all’inizio:

Ray-Ban li compro spesso.

Non ho bisogno di raccontarmi una teoria sofisticata ogni volta.

Entro.

Vedo un modello.

Lo provo.

Funziona.

E molto spesso torno lì.

Forse proprio perché quel linguaggio visivo è diventato così familiare.

Non devo chiedermi:

“questo occhiale cosa vuole essere?”

Lo so già.

Aviator.

Wayfarer.

Clubmaster.

Esiste una familiarità che diventa quasi fiducia estetica.

E probabilmente è proprio questa la parte che rende il mio rapporto col marchio interessante per questo articolo.

Io non sono l’eccezione.

Sono la prova della tesi.

21 / UN PAIO DI OCCHIALI PUÒ SOPRAVVIVERE ALLA MODA?

Teoricamente no.

Gli occhiali sono moda.

Cambiano continuamente.

Dimensioni.

Colori.

Forme.

Lenti.

Anni Sessanta.

Settanta.

Ottanta.

Novanta.

Y2K.

Minimalismo.

Oversize.

Piccoli.

Giganteschi.

Rettangolari.

Rotondi.

Sportivi.

Eppure Aviator e Wayfarer continuano a riapparire.

A volte dominanti.

A volte meno.

Ma non diventano mai completamente incomprensibili.

È forse questa la definizione più semplice di classico.

Non qualcosa che rimane sempre alla moda.

Qualcosa che può sempre tornare senza dover essere spiegato.

22 / IL CINEMA NON VENDEVA SOLTANTO GLI OCCHIALI

Vendeva un’identità.

Questo è il punto.

Risky Business non ti diceva:

compra questa montatura in acetato.

Ti mostrava Tom Cruise.

Top Gun non ti spiegava la qualità delle lenti.

Ti mostrava Maverick.

The Blues Brothers non ti dava una scheda tecnica.

Ti dava Jake ed Elwood.

Men in Black ti dava agenti segreti in completo nero che cancellavano la memoria.

L’occhiale veniva attaccato a un personaggio.

E il personaggio diventava desiderio.

Volevi un pezzetto di quell’immagine.

Questa è la forza e contemporaneamente l’ambiguità del product placement.

Non vende l’oggetto.

Vende ciò che immagini possa succedere all’oggetto quando lo indossi.

23 / NATURALMENTE NON DIVENTI MAVERICK

Comprando gli Aviator.

Per fortuna.

Probabilmente sarebbe molto costoso in termini di carburante.

Ma il design vive anche di questo.

Gli oggetti possiedono associazioni.

Una giacca.

Una sneaker.

Un orologio.

Un’automobile.

Un paio di occhiali.

Non acquistiamo mai soltanto materiali e funzione.

Acquistiamo anche ciò che quell’oggetto ha assorbito nel tempo.

Ed è impossibile comprare oggi un Aviator Ray-Ban completamente separato da quasi novant’anni di immagini.

L’aviazione.

La guerra.

Hollywood.

Il rock.

La polizia.

Il cinema.

Top Gun.

Tutto è ancora lì.

24 / QUANDO UN OGGETTO DIVENTA PIÙ GRANDE DEL PROPRIO LOGO

Questa, forse, è la vittoria definitiva.

Il piccolo logo Ray-Ban sulla lente è riconoscibile.

Ma potrebbe quasi non esserci.

La forma parla già.

Ed è per questo che considero Ray-Ban interessante molto oltre il marchio.

Perché è uno di quei casi in cui la cultura pop, il design industriale e il marketing finiscono per diventare inseparabili.

Se togli il design, Hollywood da sola non basta.

Se togli Hollywood, probabilmente quelle forme non raggiungono la stessa scala culturale.

Se togli il marketing, molte occasioni non accadono.

Se togli la storia, rimane soltanto un altro paio di occhiali.

Il mito nasce dalla combinazione.

25 / RAY-BAN

Quando penso al marchio non penso prima all’azienda.

Non penso al bilancio.

Non penso alla proprietà.

Non penso nemmeno al logo.

Penso a un oggetto.

Anzi.

A due.

Aviator.

Wayfarer.

Ed è questa la cosa che continua a sembrarmi straordinaria.

Un marchio nasce per distinguere un prodotto dagli altri.

Poi, qualche volta, succede l’opposto.

Il prodotto diventa così riconoscibile che il marchio smette quasi di avere bisogno di distinguersi.

Sai già cos’è.

Lo hai visto al cinema.

Su un musicista.

Su qualcuno per strada.

Forse ne hai avuto un paio.

Forse ne hai uno in macchina.

Forse l’hai comprato perché lo aveva qualcuno che ammiravi.

Forse semplicemente perché ti stava bene.

Io continuo a comprarli.

E ogni volta non penso certo a Bausch & Lomb nel 1937.

Non penso a Luxottica nel 1999.

Non penso alle vendite dopo Risky Business.

Non penso al product placement.

Metto gli occhiali.

Mi guardo.

E se funzionano, funzionano.

È proprio questo il punto.

Tutta quella storia è riuscita a diventare naturale.

Il cinema li ha trasformati in costume.

La moda li ha trasformati in classico.

Il marketing li ha trasformati in desiderio.

Il tempo li ha trasformati in qualcosa di ancora più difficile da ottenere.

Un’abitudine visiva.

Ci sono marchi che producono occhiali.

E poi c’è quel momento in cui dici:

“Prendo un Ray-Ban.”

E quasi non senti più di aver pronunciato il nome di un’azienda.

Stai semplicemente dicendo quale occhiale vuoi.

Quando succede una cosa del genere, hai conquistato qualcosa che nessuna campagna pubblicitaria può comprare completamente.

Hai conquistato l’immaginario.

E forse è proprio lì che un marchio smette di essere soltanto un marchio.

E diventa l’occhiale.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Cover: illustrazione editoriale e impaginazione CrashVerse. Le fotografie all’interno provengono dalle fonti ufficiali indicate nelle didascalie; marchi e immagini appartengono ai rispettivi titolari.


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