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11 MIN DI LETTURA

Ci sono band che scopri perché qualcuno te le consiglia.

Altre perché leggi un nome da qualche parte.

Altre ancora perché un amico ti passa un disco e ti dice:

“Fidati.”

Io i Sigur Rós li ho incontrati in un modo decisamente meno raffinato.

Dentro un film di Will Ferrell.

Sì.

Proprio così.

Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga.

Una commedia.

Un film che in diversi momenti ti fa ridere.

Poi, improvvisamente, entra una musica che sembra provenire da un posto completamente diverso.

E qualcosa cambia.

Non ricordo di essermi chiesto immediatamente:

“Chi sono questi?”

Ricordo prima la sensazione.

Quella musica aveva trovato un punto.

Uno di quelli che non sai indicare.

Ma sai perfettamente quando qualcuno lo tocca.

A VOLTE NON SCOPRI UNA CANZONE

È lei che scopre te.

Pensiamo sempre di essere noi a scegliere la musica.

Cerchiamo.

Ascoltiamo.

Scartiamo.

Salviamo.

Poi ogni tanto qualcosa arriva senza essere stato invitato.

Entra.

Rimane.

Aspetta.

E soltanto dopo vai a cercarne il nome.

Sigur Rós.

Islandesi.

Post-rock.

Ambient.

Art rock.

Possiamo aggiungere tutte le etichette che vogliamo.

Servono.

Ma arrivano fino a un certo punto.

Perché appena parte la musica, quelle definizioni cominciano a sembrare troppo piccole.

COME CAZZO SI SPIEGANO I SIGUR RÓS?

Questo è il problema.

Posso raccontarti Jónsi.

La sua voce.

La chitarra suonata con l’archetto.

Gli archi.

I pianoforti.

I crescendo.

Il rumore.

I silenzi.

Posso descrivere una produzione.

Un disco.

Un genere.

Ma non ti avrò ancora spiegato davvero nulla.

Perché i Sigur Rós, almeno per me, non si spiegano.

Si attraversano.

JÓNSI

Poi arriva quella voce.

Alta.

Fragile.

A volte sembra vicinissima.

Altre sembra provenire da un posto che non sapresti nemmeno raggiungere.

Jónsi non canta semplicemente sopra la musica.

Ci entra.

Diventa uno strumento.

Si confonde con le chitarre.

Con gli archi.

Con l’aria.

E dopo un po’ smetti persino di chiederti cosa stia dicendo.

NON HO BISOGNO DI CAPIRE LE PAROLE

Forse è una delle cose che amo di più.

Non sempre ho bisogno di capire.

A volte non voglio nemmeno farlo.

Perché se una canzone ti spiega esattamente cosa devi sentire, ha già occupato una parte dello spazio.

I Sigur Rós spesso fanno il contrario.

Te lo lasciano.

E sei tu a riempirlo.

Con una persona.

Un ricordo.

Una stanza.

Una promessa.

Un’assenza.

Qualcosa che è successo.

O qualcosa che non è mai successo.

VONLENSKA

In parte della loro musica Jónsi utilizza quella forma vocale che conosciamo come Vonlenska, o Hopelandic.

Suoni.

Sillabe.

Una voce che non deve necessariamente consegnarti una frase da tradurre.

E trovo questa cosa meravigliosa.

Perché il significato smette di essere obbligatorio.

Rimane l’emozione.

E l’emozione la completi tu.

ÁGÆTIS BYRJUN

Poi inizi a entrare.

Davvero.

Ágætis byrjun.

Svefn-g-englar.

Starálfur.

Viðrar vel til loftárása.

Titoli che magari all’inizio non sai pronunciare.

E dopo qualche minuto non ti interessa più.

Perché quella musica ha già iniziato a parlare una lingua che non ha bisogno della pronuncia corretta.

SVEFN-G-ENGLAR

Svefn-g-englar è una di quelle canzoni che personalmente faccio fatica a relegare a sottofondo.

Puoi provarci.

Puoi metterla mentre fai altro.

Poi, a un certo punto, viene a prenderti.

E ciò che stavi facendo perde importanza.

QUELLA CHITARRA

L’archetto sulla chitarra.

Quel suono.

A volte sembra un lamento.

A volte un violino gigantesco.

A volte qualcosa che prova disperatamente ad attraversare una parete.

La musica diventa fisica.

Non la senti soltanto.

Ti attraversa.

( )

Poi arriva ( ).

Persino il titolo sembra rifiutarsi di dirti cosa dovresti aspettarti.

Otto brani.

Untitled.

Quasi come se mettere un nome su quelle composizioni significasse restringerle.

Ed è qui che il mio rapporto con questa band diventa inevitabilmente personale.

UNTITLED #1 E UNTITLED #3

Untitled #1.

Untitled #3.

Li amo 3000.

Sì.

Proprio in quel senso lì.

Perché esiste un punto in cui una canzone smette di piacerti semplicemente.

Non appartiene più soltanto ai tuoi gusti musicali.

Comincia ad appartenere alla tua biografia.

Untitled #1 entra lentamente.

Non ha bisogno di forzare niente.

Apre.

Untitled #3, Samskeyti, per me è addirittura qualcosa di diverso.

È quasi un luogo.

Non una canzone.

Un luogo.

BASTANO POCHE NOTE

E arriva tutto.

Non devo andare volontariamente a cercare un ricordo.

Non devo pensare.

Parte la musica.

E il resto sa già la strada.

Una stanza.

Una luce bassa.

Il silenzio tra una parola e l’altra.

Una carezza appoggiata su un pancione materno.

Una canzone che suona piano.

Non serve raccontare altro.

Ci sono ricordi che, se provi a spiegarli completamente, finiscono quasi per perdere qualcosa.

Basta sapere che sono esistiti.

POI PASSANO GLI ANNI

Le persone cambiano.

Le promesse cambiano.

Le storie cambiano.

Le cose che sembravano certe possono diventare completamente diverse.

Ma certe immagini rimangono attaccate a una musica.

Ed è lì che comprendi quanto poco controllo abbiamo sui nostri ricordi.

Puoi decidere di non tornare in un posto.

Puoi decidere di non cercare più una persona.

Puoi cambiare strada.

Ma non puoi ordinare a una canzone di dimenticare.

UNTITLED #3

Samskeyti.

Quel pianoforte.

Quelle poche note che tornano.

Ancora.

Ancora.

Quasi senza muoversi.

Eppure riescono a portarti lontanissimo.

È forse una delle dimostrazioni più crudeli di quanto poco serva per toccare una persona.

Niente parole.

Niente urla.

Niente dichiarazioni.

Qualche nota.

E tutto quello che ci metti tu.

EUROVISION

E pensare che una delle porte attraverso cui sono arrivato qui è stata una commedia con Will Ferrell.

Continua a farmi sorridere.

Ho incontrato una musica che oggi considero tra le più intime e strazianti che ascolto dentro un film che voleva farmi ridere.

Forse è anche questo il bello.

Non possiamo programmare le cose che ci cambiano.

LI HO TROVATI DENTRO UN FILM CHE FACEVA RIDERE

E sono rimasti collegati a ricordi che, invece, non avevano niente da ridere.

Forse potrei fermarmi già qui.

HOPPÍPOLLA

Poi c’è Hoppípolla.

Probabilmente uno dei brani attraverso cui tantissime persone hanno incontrato i Sigur Rós.

C’è qualcosa dentro quella musica che mi ha sempre fatto pensare a un’emozione particolare.

La nostalgia di qualcosa che non è ancora finito.

AVERE NOSTALGIA DEL PRESENTE

Vi è mai capitato?

Essere dentro un momento bello.

Guardarlo.

E sentire improvvisamente che un giorno vi mancherà.

Come se il futuro fosse entrato per pochi secondi nel presente soltanto per avvertirvi:

“Tienilo bene. Non durerà per sempre.”

Ci sono musiche capaci di fare questo.

Trasformano un momento in ricordo mentre lo stai ancora vivendo.

TAKK…

Takk… ha momenti che sembrano più luminosi.

Ma luminoso non vuol dire leggero.

Con i Sigur Rós anche la luce sembra attraversare qualcosa prima di raggiungerti.

Una nuvola.

Una finestra.

Una ferita.

Hoppípolla.

Sæglópur.

Glósóli.

Ogni pezzo sembra avere un paesaggio.

Ma il paesaggio che mi interessa davvero non è l’Islanda.

È quello che si forma dentro.

POI IL CINEMA TORNA

Remember Me.

Robert Pattinson.

Un film già pieno di fragilità.

E lì arriva Andvari.

Ancora loro.

Ancora quella capacità di entrare dentro un’immagine e cambiarne il peso senza rubarle la scena.

ANDVARI

Alcune colonne sonore sembrano spiegarti cosa devi provare.

I Sigur Rós non ne hanno bisogno.

Possono semplicemente stare lì.

E lentamente scavare.

Andvari fa questo.

La scena continua.

La musica continua.

E qualcosa dentro di te decide autonomamente quanto in profondità arrivare.

PER ME È MUSICA STRAZIANTE

Non trovo una parola migliore.

Straziante.

La loro musica, per me, lo è.

Ma la cosa strana è che quello strazio non lo evito.

A volte lo cerco.

NON LI ASCOLTO SEMPRE

Non potrei.

Ci sono momenti della giornata.

Ci sono stati d’animo.

Ci sono ore.

A volte la sera.

A volte in macchina.

A volte quando sono solo.

A volte dopo una giornata che ha lasciato qualcosa addosso e non riesco ancora a capire cosa sia.

E allora metto i Sigur Rós.

MI FANNO MALE

E quanto mi fanno bene.

Nello stesso momento.

PERCHÉ CERCARE QUALCOSA CHE FA MALE?

Forse perché non tutte le emozioni difficili devono essere cancellate.

Alcune devono soltanto trovare un posto.

Puoi cercare continuamente di distrarti.

Oppure, ogni tanto, puoi sederti accanto a ciò che senti.

I Sigur Rós per me fanno questo.

Non risolvono.

Non cancellano.

Stanno lì.

UN DOLORE CHE RIMETTE ORDINE

È forse la definizione più precisa che riesco a trovare.

A volte mi fanno male.

Ma è un dolore che rimette ordine.

Come se tutte quelle cose che durante la giornata sono rimaste sparse trovassero finalmente un posto dove sedersi.

UNA STESSA STORIA PUÒ AVERE PIÙ COLONNE SONORE

Chi ha letto ciò che ho scritto su Billie Eilish probabilmente conosce già una parte di questo meccanismo.

Un periodo della mia vita ha finito per avere più di una colonna sonora.

Billie ne è stata una.

I Sigur Rós sono diventati un’altra.

Ma le due cose sono completamente diverse.

BILLIE AVEVA LE PAROLE

I Sigur Rós, spesso, non ne avevano bisogno.

E forse proprio per questo riuscivano a lasciare ancora più spazio a me.

Non mi dicevano cosa significasse quella storia.

Non mi suggerivano come dovessi ricordarla.

Lasciavano il contenitore vuoto.

E dentro ci ho messo tutto.

LE STORIE FINISCONO

La musica no.

È una cosa che continua a sorprendermi.

Una relazione può finire.

Anche male.

Le persone possono cambiare.

Possono sparire dalla nostra quotidianità.

Puoi smettere di sapere cosa fanno.

Puoi decidere che quel capitolo non deve più avere alcun seguito.

Poi parte una canzone.

E per qualche minuto il tempo si rifiuta di rispettare la decisione.

MA RICORDARE NON SIGNIFICA VOLER TORNARE

Questo è importante.

Ricordare non significa desiderare.

Sentire non significa recuperare.

Una canzone può aprire una porta senza chiederti di attraversarla per sempre.

Puoi entrare.

Guardare.

E poi uscire.

A VOLTE RESTO QUALCHE MINUTO

Con loro, però, a volte resto.

Perché i Sigur Rós hanno una cosa che oggi mi sembra quasi rivoluzionaria.

Non hanno fretta.

ASPETTA

Viviamo dentro lo swipe.

Next.

Skip.

Notifica.

Altro.

Ancora.

Sempre qualcosa di nuovo.

La loro musica sembra dirti esattamente il contrario.

Aspetta.

Non succederà tutto nei prossimi quindici secondi.

Lascia che qualcosa cresca.

IL CRESCENDO

Un elemento.

Poi un altro.

La voce.

Gli archi.

La chitarra.

La batteria.

E senza capire esattamente quando sia successo, ti ritrovi dentro qualcosa di enorme.

Non ti hanno spinto.

Ti hanno accompagnato fin lì.

NON SONO SOLO TRISTEZZA

Sarebbe ingiusto definirli soltanto attraverso il dolore.

Ci sono luce.

Movimento.

Apertura.

Ci sono dischi e momenti differenti.

Með suð í eyrum við spilum endalaust.

Valtari.

Kveikur.

Átta.

Cambiano.

Respirano.

Si spostano.

Ma c’è sempre quella presenza difficile da confondere.

ADESSO NON VOGLIO SPIEGARTELI PIÙ

Se non li conosci, a questo punto non voglio continuare con la discografia.

Non voglio convincerti attraverso altri aggettivi.

Voglio chiederti una cosa.

APRI YOUTUBE

Metti le cuffie.

Cerca:

Untitled #1.

Poi Untitled #3.

E fidati di me per qualche minuto.

NON FARE NIENTE

Non aprire Instagram.

Non rispondere a un messaggio.

Non usarli mentre fai altro.

Non devi essere produttivo.

Non devi fare assolutamente niente.

ASCOLTA

E basta.

POI NON CHIEDERTI SUBITO SE TI SONO PIACIUTI

Chiediti un’altra cosa.

Che cosa hai sentito?

PERCHÉ È LÌ CHE COMINCIANO DAVVERO I SIGUR RÓS

Non quando impari da dove vengono.

Non quando conosci i dischi.

Non quando sai pronunciare Jónsi.

Cominciano quando una loro canzone riesce a trovare qualcosa che era già dentro di te.

NON TUTTO HA BISOGNO DI UNA PAROLA

Forse è una delle cose che amo di più della loro musica.

Noi vogliamo sempre nominare.

Amore.

Dolore.

Nostalgia.

Perdita.

Felicità.

Paura.

Ma esistono emozioni che sembrano stare esattamente tra una parola e l’altra.

E magari non dobbiamo per forza trovarne una.

FORSE È ANCHE PER QUESTO CHE ESISTE LA MUSICA

Per dare un suono a ciò che non sappiamo dire.

CRASHVERSE VERDICT

Ho scoperto i Sigur Rós dentro un film di Will Ferrell.

Ancora oggi mi sembra quasi assurdo.

Da una commedia sono entrato in una musica che è diventata, per me, una delle più intime e strazianti che esistano.

Poi li ho ritrovati.

Nel cinema.

In Remember Me.

Dentro certi momenti.

Dentro certi ricordi.

Dentro una stanza.

Dentro una luce bassa.

Dentro una carezza che oggi appartiene a un tempo che non esiste più nello stesso modo.

E continuo a ritrovarli ancora.

In determinati momenti della giornata.

Quando servono.

Untitled #1 e Untitled #3?

Li amo 3000.

Sì.

Proprio in quel senso lì.

Perché alcune canzoni, dopo un po’, smettono di essere canzoni.

Diventano luoghi.

E puoi passare anni senza tornarci.

Poi una sera apri la porta.

Ed è ancora tutto lì.

La musica mi fa male.

E quanto mi fa bene.

C’è chi mette una canzone per dimenticare ciò che sente.

Io, qualche volta, metto i Sigur Rós per ricordarmi che riesco ancora a sentirlo.

Tutto.

Anche quello che sarebbe più semplice lasciare chiuso.

E quando finiscono, non sempre sto meglio.

Non nel significato più facile della parola.

Ma qualcosa dentro ha trovato il proprio posto.

Come dopo aver pianto senza riuscire a spiegare esattamente perché.

Come quel primo respiro profondo dopo aver trattenuto l’aria troppo a lungo.

Forse non è tristezza.

Forse non è nostalgia.

Forse non abbiamo una parola abbastanza precisa.

Ed è proprio per questo che esistono musiche così.

Per dire qualcosa al posto nostro…

senza pronunciare nemmeno una parola.

SIGUR RÓS.

Il suono di qualcosa che non sappiamo spiegare.


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